Hugo Simberg, L’angelo ferito ovvero «perché il simbolo?»

the_wounded_angel_-_hugo_simbergPrenderò spunto da L’angelo ferito (1903) di Hugo Simberg (pittore finlandese, 1873-1917), per cercare di spiegare nei limiti del possibile, ma soprattutto delle mie capacità, il perchè del simbolo, avendo già in altra occasione (Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segno) introdotto il significato di simbolo.

Ultimamente, ho sentito dire, ma soprattutto ho letto, da parte di alcuni “commentatori” delle premesse interessanti, nonché corrette ed oggettive, almeno ai miei occhi, poi, però, non so per quale strana forma della logica o del ragionamento, le conclusioni  risultano non coerenti con le medesime. Con questo non affermo che le conclusioni dei vari “commentatori” siano in contrasto con le premesse o addirittura errate, ma semplicemente che sono “soggettive” (relative, per definizione) e,  aggiungerei, “arbitrarie”. In altre parole, non seguono il ragionamento fino alla sua “naturale” conclusione e non pervengono, così, a quelle conclusioni che qualsiasi cercatore dotato di “buon senso” definirebbe “non arbitrarie”, per non dire “oggettive”.

Porto come esempio di tale modo di procedere il commento al quadro di cui sopra da parte di su http://zoticone.wordpress.com/2012/09/20/001/ del

  1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.
  2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?
  3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.
  4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.
  5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.
  6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.
  7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 
  8. La paternità di un’opera d’arte non implica di certo la piena comprensione cosciente: anzi, se così fosse il quadro non sarebbe che uno sterile esercizio di stile. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Analisi e commento:

1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.

Che dire? Quando ho letto per la prima volta la suddetta frase sono rimasto alquanto sconcertato, basito direi, e mi sono subito posto la domanda ma «che vuol dire approccio “attivo” e “passivo” all’arte?». «Esiste un approccio “attivo” e uno “passivo” all’arte?»
Poi, ho capito leggendo il seguito.

2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?

Questo è l’approccio “attivo“!!! (ma và? Interessante! :D)

3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.

Questo è l’approccio “passivo“!!! (ah sì? intrigante! :D)

Ma di quale approccio “attivo” e “passivo” stiamo “cianciando”?!?
Non esiste alcun approccio attivo e alcun approccio passivo, a meno che non specifichiamo cosa si voglia intendere con i suddetti due termini.
Se con approccio “passivo” vogliamo far riferimento al fatto che deve essere il quadro a “parlare” e che io devo essere in “silenzio” per poter ascoltare, allora posso anche accettare il termine “passivo”. Il che non significa affatto lasciarsi andare, abbandonarsi ad esso, perdersi nel quadro, che sarebbe una vera iattura. Al contrario, il termine passivo, va inteso alla maniera “orientale”, ossia come “giusta”, “retta”, “corretta” predisposizione alla conoscenza, e non deve in nessun modo essere visto in contrapposizione alla forma “attiva”, che inevitabilmente, prima o poi, deve scattare. Affinché l’opera risulti viva, non deve essere monca, deve possedere entrambe le caratteristiche e deve permettere ai due approcci di coesistere. Voglio dire che l’elenco delle domande poste nella frase 2, devono trovare accoglienza in colui che si pone di fronte all’opera e devono trovare una possibile risposta nell’opera stessa. Ovviamente non sarà la risposta definitiva ma semplicemente una possibile risposta, con caratteristiche di inevitabile relatività, soggettività ovvero oggettività (varia da situazione a situazione), e soprattutto non-arbitrarietà.  In tale contesto le frasi successive risultano coerenti e trovano piena accoglienza in me.

4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.

Sono d’accordo a condizione di riscrivere la frase, nel senso che non è il simbolo ad “adattare il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore”, ma è “l’osservatore che adatta al proprio livello il messaggio universale del simbolo”.

5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.

Questa proprio non riesco a mandarla giù!  Per quale strana forza del destino, per quale mistico mistero, esprimere la propria opinione, la propria interpretazione, il proprio commento, su di un quadro, un racconto, una fiaba, un mito, un albero, una montagna o un fiore, debba essere visto come “imporre la propria individualità agli altri“? Boh, proprio non comprendo! Forse l’autore voleva intendere che: «Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso non aver compreso il valore del simbolo.»
Su questo aspetto devo soffermarmi un attimo, perché è di fondamentale importanza. Leggo sempre più spesso da parte di “commentatori moderni”, proposizioni come quelle di cui sopra, o del tipo «se ci si aggrappa a quello che hanno detto gli altri e si cerca di capire il racconto, la storia, l’opera (in genere) mediante le spiegazioni altrui, si è come un idiota che crede di poter colpire la luna con un palo o grattarsi il piede che prude da sopra la scarpa».
Fermo restando che trovo le due analogie estremamente interessanti, non capisco, però, ripeto, per quale “morboso” motivo si ci debba “aggrappare a quello che hanno detto gli altri“. Perchè? Forse il medico ha ordinato per colazione, pranzo e cena di far proprie le idee altrui? Non credo!
Con le affermazioni di cui sopra si vorrebbe far passare l’idea che, siccome il simbolo è interpretabile a più livelli, e all’interno dei differenti livelli l’interpretazine è esprimibile in modo indefinito, allora tanto vale non ascoltare nessuno, e limitarsi alle proprie sensazioni, alle proprie interpretazioni, alle proprie emozioni, ai propri farneticamenti, aggiungo io, alle proprie fantasie, ai propri fraintendimenti, che rappresentano, se tutto va bene, ossia nella migliore delle ipotesi, solo e soltanto un possibile angolo di visuale. Da dove nasce una simile induzione?
Comprendo perfettamente che il modello occidentale potrebbe essere rappresentato dall’eroe solitario alla maniera dei mitici Gilgamesh, Ercole, Ulisse, Enea, Sigfrido, Dante e altri, ma si dimentica, in questo caso, troppo facilmente, che i suddetti eroi non erano uomini comuni, e anche quando erano tali, penso a Dante, il loro viaggio era accompagnato da illustri Maestri (Virgilio per Dante).
Se per un attimo si mettesse da parte l’idea dell’eroe impavido e solitario, si perverrebbe alla conclusione, analizzando la storia dell’umanità, che il modello ricorrente è quello della “scuola”, del “gruppo” ovvero del “maestro” che trasmette la “Conoscenza”. Che questa poi non possa essere trasmessa in alcun modo e che il Maestro possa solo indicarla – così come il dito può indicare la luna, ma non può mai rappresentare la luna – è un’altra storia, che meriterebbe di essere raccontata, ma non in questa sede.
Personalmente ritengo l’analisi ed il commento, ai fine della “comprensione” e della “coscienza” (per la “consapevolezza” lasciamo stare), ancor più importanti dell’opera medesima (sia essa un quadro, una statua, un racconto, una favola, una fiaba, un albero, una montagna, un fiore, ecc.). Intendo dire che ciò che conta non è ciò che uno dice (per quanto importante), ma lo “sforzo” e la “sofferenza” che deve mettere per poter analizzare e commentare. Insomma, come sempre, la cosa importante è lo “sforzo” e la “sofferenza”. Devi concentrarti al massimo per cercare tutte le possibili sfumature. Di “opere” ce ne sono a migliaia, sono tutte importanti e nessuna di esse è importante. Ciò che conta non è conoscerne quante più è possibile. Così si diventa giornalisti, avidi di informazioni, e non ci saranno mai abbastanza informazioni per colui che è avido. Ne bastano poche, un centinaio, voglio esagerare. Ciò che conta è entrare nell’opera (sia essa un racconto, una fiaba, una favola, una storia, una scultura, un quadro) capire cosa trasmette l’opera, percepire la sua anima. Per farlo purtroppo non è sufficiente una sola persona. Un singolo essere per quanto possa “sforzarsi” e “soffrire” non è in grado di percepire le indefinite sfumature. Per questo motivo c’è bisogno di un gruppo. Ma non un gruppo come quelli su facebook, intendo il GRUPPO, fatto di differenti soggetti con differenti visioni, al limite tutte in contraddizioni tra loro (chiaramente la mia è solo un’immagine iperbolica), ma con in testa un unico fine: la “Conoscenza”. Certo all’interno del gruppo ci sarebbe bisogno di un Maestro, ma nel frattempo che sbuchi quello giusto, all’interno del gruppo sarebbe opportuno acquisire la “giusta” mentalità.

6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.

7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 

Faccio completamente mie le suddette frasi!

Come dicevo sopra … mi dispiace che il “commentatore” dopo aver espresso delle premesse, tutto sommato degne di nota, come quelle espresse nelle frasi 4, 6 e 7,  non concluda coerentemente e si perda in sé stesso (ma non mi aspetto niente di diverso da chi vuole “perdersi”  nel quadro, invece di “entrare”  nel quadro).

8. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Mi sembra ci sia un uso improprio del vocabolo “coscienza”.
Può darsi che mi sbagli, ma ho la sensazione che la “coscienza” venga utilizzata come il contrapposto di “incoscio”. In altri termini la parola “coscienza” sembra voglia indicare la parte “razionale-conscia” dell’essere, l’Io-attivo, però da intendersi come specificato nella frase 2, in contrapposizione all’inconscio, l’Io-passivo, da intendersi come specificato nella frase 3 . In altre parole, mi sembra di scorgere una visione psicologica moderna del termine “coscienza”. Se così fosse non posso che dissociarmi, ancora una volta.

Dalle mie parti, e per fortuna non solo dalle mie, per coscienza s’intende qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell’ambito psicologico (cioè lo stato o l’atto di essere consci, contrapposta all’inconscio: esperienza soggettiva di eventi o di sensazioni), psichiatrico (cioè la funzione psichica capace di intendere, definire e separare l’io dal mondo esterno), filosofico (cioè l’attività, distinta dalla consapevolezza, con la quale il soggetto entra in possesso di un sapere specifico), etico (cioè la capacità di distinguere il bene e il male per comportarsi di conseguenza, contrapposta all’incoscienza).

Il termine coscienza deriva dal latino cum-scire , ossia “sapere insieme” ed indicava originariamente un determinato stato interiore di un individuo che può in qualche modo descrivere e comunicare ad altri.
Anticamente era molto diffusa l’idea (per fortuna oggi ripresa dai cercatori più attenti) che l’uomo, fosse dotato di tre centri, relativamente indipendenti, chiamati “centro intellettivo”, “centro motore-istintivo” e “centro emozionale”. I suddetti centri, sul piano della manifestazione formale corporea o grossolana, possono essere collocati rispettivamente: in una parte dell’encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell’uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati “gangli del simpatico e del parasimpatico”. Ebbene coscienza indicava, ed indica, quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (appunto “sapere insieme“) che, se raggiunto, permetteva all’uomo di elevare il proprio essere. Bisogna quindi intendere con il termine coscienza, secondo la psicologia tradizionale (non quella moderna) una funzione generale propria della capacità umana di assimilare la conoscenza. All’inizio vi è comprensione, cioè constatazione attiva della nuova conoscenza; quando a questa segue la permeazione definitiva del nuovo come parte integrante del vecchio, si può parlare di coscienza. Questa funzione, applicata al susseguirsi di fenomeni di conoscenza (non solo sensoriali) genera il fenomeno della coscienza. Come fenomeno dinamico, che si protrae nel tempo, può essere identificata come un vero e proprio processo.

Ma, anche mettendo da parte, per il momento, la “scienza tradizionale” (eventualità assurda e che io non farei neanche sotto tortura), per quanto mi sforzi, proprio non riesco a comprendere come si possa escludere la “coscienza”, anche intesa nella forma restrittiva moderna, vuoi in senso psicologico, psichiatrico, filosofico o etico, nell’atto creatico. A meno che non si voglia far diventare, da una parte, l’artista uno zombie posseduto da forze interiori del tutto soggettive (e sottolineo soggettivo, perchè l’inconcio è legato al singolo, nel senso che due inconsci non sono paragonabili, rapportabili) e, dall’altro, il fruitore dell’opera, una sorta di sonnambulo, perso nelle sue fantasie inconsce. A proposito di “zombie” e “sonnambuli”, se ti va di leggere una versione ironica del “dormiente” nelle sue sette componenti o parti (lo zombie, l’inadeguato, il succube, il sonnambulo, il beato, lo scalatore, il potente) ti consiglio di leggere, senza ombra di dubbio :D, il capitolo 2 del mio Infinito, Zero, Punto, Uno.

Se, poi, per inconcio si volesse far riferimento non a quello “individuale”, “soggettivo”, ma a quello “collettivo”, di “junghiana” memoria, quindi facendo appiglio alla psicoanalitica, allora si potrebbe trovare un possibile punto di equilibrio. Sorge però spontanea la domanda: perché dovrei cercare possibili appigli al fine di scalare una montagna per scoprire, magari dopo, che la vetta non m’interessa e non mi stimola? Perchè dovrei navigare a vista per mari tempestosi, quando posso tranquillamente starmene in un porto e aspettare che le acque si calmino, così da riprendere dopo il mio viaggio? Perché, insomma, dovrei mettere da parte la concezione di “coscienza” derivante dalla tradizione, e abbracciare terminologie più o meno incomplete, con tutto ciò che ne consegue?
No, grazie! Al “moderno” preferisco l'”antico”, anzi la “Tradizione”.

Piccolo memorandum per un commento: chi o cosa è l’angelo? il bambino di destra? il bambino di sinistra? il mazzolino di bucaneve? il rigagnolo? il lago o il mare? le montagne? il cespuglio? ecc. Ed il quadro nel suo insieme chi o cosa dovrebbe essere, o dovrebbe rappresentare?

Sempre se hai tempo, e la cosa non disturba il tuo psichismo, ti invito a vedere il video sottostante. Mi sembra il tipico caso in cui, prendendo un’opera famosa e interpretandola arbitrariamente, si ritenga di aver fatto “arte”. Lasciamo perdere il testo della canzone, ma, secondo te, esiste una relazione tra l’angelo del video e quello del quadro? Esiste una connessione tra i due ragazzi del video e quelli del quadro? e il paesaggio? Lasciamo perdere! Quando si rimane al primo livello (quello letterale) di un’opera simbolica, è ovvio che vengano fuori, poi, delle “idee” che con l’opera medesima hanno poco o nulla a che vedere.

Archetipi e Simboli – Chiavi di Conoscenza – Video Presentazione Parte 2di2 by Kuphasael Thorosan

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ARCHETIPI E SIMBOLI – Chiavi di Conoscenza – Video Presentazione Parte 1di2 by Kuphasael Thorosan

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