NATALE E DINTORNI 8di9: Capodanno

In questi ultimi giorni dell’anno si moltiplicano le fiaccolate sulla neve che, tuttavia, non sono gli unici fuochi di fine d’anno: vi sono anche quelli d’artificio che illuminano la notte fra un anno e l’altro. Questi fuochi, come d’altronde tutti quelli che si accendono nei periodi che segnano un rinnovamento calendariale, possono avere due funzioni diverse secondo il contesto simbolico. Da un lato, bruciano simbolicamente le disgrazie, i peccati, le tragedie dell’anno che finisce, insomma sono fuochi di purificazione; dall’altro si ricollegano al nuovo sole che, simbolicamente rinato proprio in questi giorni, va festeggiato con il fuoco perché omologo a quello solare.

Una volta si credeva che i falò, i fuochi d’artificio e le fiaccolate permettessero anche di godere di tutte le virtù del sole e fossero perciò benefici ai campi, agli animali, agli uomini grazie a una specie di operazione magica; ma avevano anche la funzione di aiutare a crescere il sole ancora bambino, il sole gracile che doveva vincere l’ostilità delle tenebre invernali. Per una specie di magia simpatica i fuochi accesi in terra proiettavano nel «fuoco del sole» la loro energia, gli davano vigoria.

Nel Friuli e nel Veneto i ragazzi usano saltare i falò senza immaginare nemmeno lontanamente che si tratta di un rito purificatorio e nello stesso tempo propiziatore di fecondità, che tra l’altro si è già riscontrato nell’arcaica Pasqua ebraica e nei riti romani in onore della dea Pales, al 21 aprile.

Nella notte di San Silvestro fuochi d’artificio, botti, tappi di spumante ritmano queste ore di passaggio, di simbolica morte e rinascita, che segnano un rinnovamento del tempo. «L’anno vecchio se ne va e mai più ritornerà» recita un proverbio, non diversamente dall’altro più noto: «Anno nuovo, vita nuova».

La mezzanotte, il momento culminante della festa di Capodanno: fuochi d’artificio, botti, fiaccolate di sciatori sulle montagne, tappi di spumante, che scoppiano come cannonate in miniatura, salutano l’anno che muore e l’anno che nasce. i fuochi d’artificio come le fiaccolate si possono connettere al simbolismo solstiziale, alla rinascita del nuovo Sole-Anno. Ma il baccano, i botti e – una volta – il lancio dei mobili e delle stoviglie vecchie dalla finestra sono invece simboli dell’espulsione del vecchio anno, o meglio dei suoi aspetti negativi, delle sue zone d’ombra, dei peccati, delle disgrazie e, per chi ci crede, dei demoni, degli spiriti maligni che vi si sono annidati.

Alla vigilia di Capodanno, riferisce James G. Frazer, i ragazzi boemi armati di fucili si disponevano in circolo e sparavano tre volte in aria, ovvero alle streghe che fuggivano spaventate. In Thailandia si esegue ogni anno l’espulsione dei demoni nell’ultimo giorno dell’anno vecchio. Si spara dal palazzo una cannonata per segnale, si risponde dal posto più vicino e così via di posto in posto, finché gli spari hanno raggiunto la porta esterna della città; in questo modo i demoni vengono cacciati passo a passo. Nel Labruguière, un cantone della Francia meridionale, alla vigilia dell’Epifania, che equivale simbolicamente al Capodanno, la gente corre per le strade suonando campanacci e sonagli, e facendo ogni sorta di rumore; Poi al lume delle  torce e dei fascinotti accesi si scatena un frastuono assordante con il quale si spera di scacciare dalla città tutti i demoni vaganti. (1)

A Napoli la “cacciata dei demoni” diventa uno spettacolo impressionante: tutta la costiera, da Posillipo fino al capo di Sorrento, si trasforma in una curvilinea fiancata di una corazzata che spara migliaia di cannonate luminose: i botti.

I demoni altri non sono se non i morti, che in ogni periodo di transizione riaffiorano per mescolarsi ai vivi, per contribuire – come semi – al rinnovamento cosmico. Terminato il passaggio ovvero il “rimescolamento”, i morti vengono  ricacciati negli inferi e la “nuova vita” riprende il sopravvento. Che altro è d’altronde, la Befana o Comare secca che viene bruciata dopo il suo passaggio? [vedi NATALE e dintorni 9di9: Epifania – Archetipi, Archeboli e Simboli]

Nella notte di San Silvestro si sono rifugiate in parte le usanze dei Saturnali [vedi NATALE E DINTORNI 7di9: San Nicola (Babbo Natale) e Saturnali – Archetipi, Archeboli e Simboli], che la Chiesa aveva a poco a poco scacciato dai giorni che precedevano e seguivano immediatamente il Natale. Altre invece, come le mascherate, sono confluite nel Carnevale.

A questa atmosfera carnascialesca si connettono anche certi giri di compagnie formate prevalentemente da giovani che cantano strofette satiriche e scherzose, come ad esempio nella maitunata di Ferrazzano, in provincia di Campobasso. La maitunata è una frecciata satirica e ironica rivolta a chi nel corso dell’anno ha suscitato pettegolezzi per qualsiasi motivo. La sera del 31, verso la mezzanotte, si radunano sulla piazza del paese gruppi di ragazzi, bambini e qualche anziano, che portano con sé chitarre, fisarmoniche, trombe e altri oggetti musicali, come ad esempio due grossi chiodi che battuti emettono un suono simile a un campanello, oppure il bafù, un vecchio barile ricoperto a un’estremità da una pelle di capra, al centro della quale vi è una canna sfregata con la mano. Questi gruppi si avviano per il paese fermandosi davanti ad alcune porte dove cantano frasi scherzose, ovvero la maitunata, fino all’alba.

A Capodanno, superato lo spartiacque della mezzanotte, si mangiano le lenticchie perché propizino, simili a minuscole monetine, la prosperità economica. Non tutti sanno, però, che una volta gli ebrei le mangiavano quando erano in lutto, in ricordo di Esaù che per un piatto di questi legumi aveva perso ciò che aveva di più prezioso, la primogenitura. D’altronde, anticamente le lenticchie erano vietate in ogni festa o sacrificio perché si consideravano, come le fave, collegate al ciclo delle morti e delle rinascite; inoltre, preannunciavano in sogno lutti. In Toscana, durante il Rinascimento, cogliere lenticchie equivaleva a morire ed essere sepolti, come spiega un canto popolare che allude alla sconfitta di Piero Strozzi a Scannogallo nel 1555:

O Piero Strozzi, ‘ndu sono i tuoi bravoni?
Al poggio delle Donne, in quei burroni.
O Piero Strozzi, ‘ndu sono i tuoi soldati?
Al poggio delle Donne, in que’ fossati.
O Piero Strozzi, ‘ndu sono le tue genti?
Al poggio delle Donne, a côr le lenti.

Al primo dell’anno, fino a qualche decennio fa, sopravvivevano anche pratiche divinatorie, tipiche delle “dodici notti” natalizie, viste come prefigurazioni dell’anno nuovo, perché questo periodo di “ricreazione”, di “rinnovamento” conterrebbe in nuce tutto l’anno nuovo: per esempio, l’usanza di gettare nella padella piombo fuso liquefatto per indovinare il futuro dalle forme prese dal metallo indurito.

Nel medioevo la Chiesa tentò di contrastare queste usanze carnascialesche annidatesi all’ultimo dell’anno: gli antichi sacramentari contenevano al 1° gennaio formulari di messe contro l’idolatria (ad prohibendum ab idolis), ovvero contro travestimenti, processioni grottesche (pompae) e rappresentazioni di carattere mitologico. Per quanto riguarda la giornata del primo dell’anno, la Chiesa vinse; non riuscì invece a estirpare l’atmosfera orgiastica della notte di San Silvestro, rimasta l’ultima isola “pagana” nelle dodici notti insieme con la figura della Befana. Ma non bastava estirpare, occorreva anche sostituire certe usanze con feste che influissero sull’immaginario collettivo. Si istituirono dunque, fra il 31 dicembre e il 1 gennaio, alcune solennità che avevano anche la funzione di esorcizzare le presenze inquietanti degli dèi preposti a quelle ore, Giano e Giunone, la Grande Madre e Regina celeste dei Romani. A Giunone infatti erano consacrate tutte le Calende di ogni mese perché la dea, simboleggiata dalla luna nuova, che iniziava anticamente il mese, era la sovrana, tanto che lo stesso Giano veniva chiamato Ianus Iunonius, il quale Giano d’altronde fu interpretato nel medioevo come un’anticipazione profetica del Cristo.

Alla luce di queste considerazioni si può spiegare il motivo per cui la Chiesa cominciò a festeggiare nel secolo VII, nell’ultimo giorno dell’ottava di Natale, Maria e il suo ruolo materno nell’incarnazione e poi, sotto l’influsso della liturgia gallicana, a sostituirla con la festa della Circoncisione del Signore avvenuta, secondo Luca (2, 21) proprio otto giorni dopo la nascita (2).

La Circoncisione, che nella tradizione ebraica è “sacramento” dell’alleanza fra Dio e il suo popolo, ovvero segno della fedeltà del popolo al suo Dio, è anche, come attestano altre tradizioni, e in particolare quelle polinesiane, una “nuova nascita”, l’accesso a una nuova fase della vita e questo simbolismo si addice bene al Capodanno.

Durante la cerimonia venne imposto al Bambino il nome di Gesù – in ebraico Yeshua, forma ridotta di Ye’hoshua, “Dio salva” com’era stato chiamato dall’angelo all’Annunciazione. La Circoncisione insieme con l’imposizione del nome indica dunque simbolicamente il “rinnovamento” cui sono chiamati i cristiani nell’imitazione del Cristo Salvatore, Porta e Chiave dei Cieli, di cui Giano altro non era se non la figura profetica.

Prima dell’attuale riforma il Santissimo Nome di Gesù era tuttavia festeggiato alla prima domenica del mese. oggi l’imposizione del nome di Gesù e la circoncisione sono ricordate il 1 gennaio che è dedicato principalmente a Maria Santissima Madre di Dio.

Il 1° gennaio è infine “giornata mondiale della pace”, istituita da Paolo VI: «altresì un’occasione propizia» scriveva il Pontefice «per rinnvoare l’adorazione al neonato Principe della pace, per riascoltare il lieto annuncio evangelico (cfr. Luca 2, 14), per implorare da Dio – mediatrice la Regina della Pace – il dono supremo della pace: per questo, nella felice coincidenza dell’ottava di Natale, con il giorno augurale del 1° gennaio, abbiamo istituito la “giornata mondiale della pace” che raccoglie crescenti adesioni e matura già nel cuore degli uomini frutti di pace». (3)

Su tutte queste celebrazioni domina il tema della verginale e divina maternità della Madonna. «Ti salutiamo, o madre santa», recita l’antifona d’ingresso della messa, «tu hai dato alla luce il re che governa il cielo e la terra per i secoli in eterno.» La prima affermazione, pur indiretta, della maternità divina di Maria è contenuta nel concilio Costantinopolitano I (381 d. C.), dove si afferma a proposito dell’incarnazione di Gesù: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria virgine». Ma sarà il concilio di Efeso del 431 a proclamare solennemente Maria Madre di Dio (Theotókos in greco, Deipara in latino), ponendo fine a una controversia fra san Cirillo e Nestorio e recependo come verità di fede la definizione contenuta nella seconda lettera di Cirillo a Nestorio, detta anche Epistula dogmatica Cyrilli, dove si afferma: «Questo predica la dottrina più sicura» questo troviamo che abbiano ritenuto i santi Padri, infatti non dubitarono di chiamare la Santa Vergine Theotókos, non nel senso che la natura del Verbo e la sua divinità abbiano avuto dalla santa Vergine il principio della loro origine, ma nel senso che il Cristo, avendo tratto da lei quel sacro corpo perfezionato dall’anima intelligente e al quale il Verbo di Dio era unito secondo l’ipostasi, si dice nato secondo la carne» (4). ovvero la divinità del Verbo non ha avuto principio da Maria, ma ha preso da lei e in lei quella natura umana che aveva fatta propria secondo l’ipostasi.

Theotókos significa dunque non “genitrice della divinità” ma “genitrice del Verbo incarnato”. La definizione sarà poi approfondita dal concilio di Calcedonia nel 451, che affermerà la maternità di Maria in senso vero contro l’eresia dei monofisiti, i quali intendevano la carne del Cristo come carne celeste, frutto dell’opera dello Spirito Santo; il Figlio, recitava il concilio, «che prima dei secoli è generato dal Padre secondo la divinità, negli ultimi giorni, lo stesso, per noi e per la nostra salvezza, è generato da Maria Vergine, Madre di Dio secondo l’umanità»(5).

Nel corso del secolo VII la festa era celebrata a Roma, come già s’è accennato, all’ultimo giorno dell’ottava natalizia, ma sarebbe stata successivamente oscurata dalla Circoncisione di Gesù fino a scomparire. Risorse col titolo di Divina Maternità della Beata Vergine Maria nel secolo XVII in Portogallo, celebrata alla  prima domenica di maggio. Diffusasi poi in altri paesi, fu estesa da Pio XI nel 1931 a tutta la Chiesa latina alla data dell’11 ottobre.

Il nuovo calendario liturgico l’ha spostata al 1° gennaio ripristinando la festa primitiva al suo giusto posto nel cuore del periodo natalizio e in sintonia con le tradizioni delle Chiese orientali: la bizantina e la siriaca la celebrano infatti nello stesso periodo natalizio, al 26 dicembre.

Tuttavia la solennità non è ancora penetrata profondamente nella devozione popolare, eppure è molto importante perché sottolinea la grandezza della maternità di Maria dovuta soprattutto al suo atteggiamento attivo, di cosciente fedeltà alla  missione divina. in questa partecipazione cosciente e attiva al disegno divino, illustrata fedelmente da Luca quando scrive che «ella serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”, si possono riconoscere i fedeli, come osserva Danilo  Sartor (6). la fede infatti che fa nascere Dio nel cuore del credente. Ed è Gesù stesso a equiparare a madre, fratello e sorella suoi, chi ascolta e mette in pratica la sua parola. Narra Luca a questo proposito che un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla, gli fu annunciato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (7). In un’altra occasione, narra Luca, «una donna alzò la voce tra la folla dicendo: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte», ma egli disse: «Beati   piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e l’osservano» (8). Sicché, come osserva la costituzione conciliare Lumen gentium, la Vergine Madre è il modello di tutta “la Chiesa, la quale contemplando la santità misteriosa di Lei e imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà, diventa essa pure madre». (9)

La preoccupazione antica di cristianizzare il Capodanno è testimoniata anche dalla memoria di san Silvestro, papa dal 314 al 335, in un lungo pontificato molto importante nella storia della Chiesa perché seguì immediatamente l’Editto di Milano, con il quale l’impero accettava la religione cristiana. Secondo il Martirologio romano – ma la notizia è infondata – Silvestro avrebbe battezzato l’imperatore Costantino, chiudendo così simbolicamente l’era pagana e aprendo quella cristiana dell’impero. Per questo motivo viene festeggiato, con la funzione di un Giano cristiano, al 31 dicembre. La domanda, però, sorge spontanea: perché si è scelto l’ultimo giorno dell’anno se non si sa con esattezza quando Silvestro morì? Una leggenda che si narra a Poggio Catino, in provincia di Rieti, dove si festeggia il pontefice con particolare solennità, ci aiuta a capirlo. Dopo la conversione di Costantino al cristianesimo – leggendaria perché in realtà l’imperatore fu battezzato poco prima di morire da un prete ariano – alcuni sacerdoti pagani si recarono da lui che viveva esule sul monte Soratte, chiedendogli di salvare la popolazione da un drago che col suo soffio faceva morire più di trecento persone alla volta. Costantino ne parlò a san Silvestro che a sua volta chiese consiglio in sogno a san Pietro. Quest’ultimo gli suggerì di scendere nella fossa in cui stava il mostro per legargli un filo attorno al collo. Silvestro vi scese per trecentosessantacinque scalini eseguendo quel che Pietro gli aveva ordinato. All’uscita incontrò due maghi pagani che l’avevano seguito per vedere se avesse avuto il coraggio di affrontare il drago: giacevano a terra quasi asfissiati. Il papa li condusse sani e salvi tra la folla, che si convertì in massa insieme con loro. Quel drago domato allude simbolicamente al paganesimo e i trecentosessantacinque scalini ai giorni del calendario romano, che san Silvestro consacrò al cristianesimo. (10)

TRATTO da:
1. Alfredo Cattabiani, Lunario, ed. Mondadori, Milano, 2019.
2. Alfredo Cattabiani, Calendario, ed. Rusconi, Milano, 1994.

NOTE:
(1) James G. Frazer, Il ramo d’oro, op. cit., 850-865, dove sono citate anche altre usanze.
(2) Con la solennità della Santa Madre di Dio si conclude l’ottava del Natale, sorta per scacciare i comportamenti carnascialeschi che si erano annidati in quel periodo e che è così ordinata: nella domenica fra l’ottava oppure, mancando questa, il 30 dicembre, si celebra la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe; il 26 è la festa di santo Stefano protomartire; il  27 la festa di san Giovanni apostolo ed evangelista; il  28 dei Santi Innocenti;  il  29, 30, 31, sono giorni fra l’ottava; il 1° gennaio, ottava  del  Natale,  è  la solennità della Madre di Dio con la commemorazione dell’imposizione del Santo Nome di Gesù.
(3) Esortazione apostolica Marialis cultus di Paolo VI (2 febbraio 1974).
(4) Cfr. il testo in J. P. Migne, Patrologia Graeca, Parigi, 1857-1866LXXVII coll. 43, 50.
(5) Cfr. H. Denzinger, A. Schonmetzer, Enchiridion Symbolorum, Definitionum et Declarationum de Rebus Fidei et Morum, Friburgo i. B.
(6) Danilo Sartor, “Maria Santissima Madre di Dio”, in Servizio della parola, n. 134, 1981, pp. 97-107.
(7) Luca 8, 19-21.
(8) Luca 11, 27-28.
(9) Lumen gentium, 64.
(10) Sui miracoli di san Silvestro, cfr. Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, s. v. San Silvestro.  Cfr.  anche,  per  l’iconografia,  Alfredo  Cattabiani,  Marina  Cepeda   Fuentes, Bestiario di Roma, Roma 1986, pp. 274, 276. In Sicilia, riferisce Giuseppe Pitré in Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo, 1900, p. 464, san Silvestro è considerato anche il patrono dei cornuti, come san Martino in continente. Per quale motivo non si sa. Forse a causa del proverbio «San Silvestru mancu potti guardari a sò soru» trdotto “san Silvestro non riuscì a controllare neanche sua sorella”, che pare, secondo la tradizione popolare, fosse una donnina molto vivace. Ma una sorella non è una moglie! Misteri e contraddizioni delle tradizioni popolari.