NATALE E DINTORNI 7di9: San Nicola (Babbo Natale) e Saturnali

San Nicola e i Saturnali

Su san Nicola, vescovo di Mira nell’Asia Minore, abbiamo poche notizie certe. Nato a Patara, nella Licia intorno al 270, unico figlio di pii e ricchi genitori, divenne presto popolare per la sua bontà e carità. Mori tra il 345 e il 352 e fu sepolto nella chiesa di Mira – l’attuale villaggio turco di Dembre – dove i suoi resti mortali rimasero fino al 1087, quando vennero trafugati da alcuni marinai baresi che li condussero nella loro citta. Oggi ancora le sue reliquie sono venerate nella cattedrale che fu edificata in soli due anni trasformando in basilica la spaziosa corte ch’era appartenuta al rappresentante di Costantinopoli.

Le leggende fiorite sul Santo e sui suoi miracoli fin dai primi secoli ci permettono invece di capire meglio la sua funzione. Si narrava che avesse salvato alcuni marinai da un naufragio, placando una tempesta; che avesse salvato il suo paese da una carestia e liberato tre ufficiali condannati ingiustamente a morte dall’imperatore Costantino. Per questi motivi e diventato patrono dei marinai, dei prigionieri, oppressi, viaggiatori e di quanti soffrono.

Ma due altri miracoli hanno contribuito a creare la sua fisionomia popolare. Narra una leggenda che un vicino di casa, caduto in miseria, non poteva assicurare la dote alle tre giovani figlie, condannate cosi a non maritarsi. Allora Nicola getto loro nottetempo attraverso la finestra tre palle o borse piene d’oro. Un’altra leggenda racconta che un oste criminale aveva tagliato a fettine e immersi in salamoia tre fanciulli del coro che la sera prima erano entrati nella locanda” ma Nicola li aveva fatti risorgere dai barili di salamoia e addirittura convertito l’oste.

Questi episodi hanno stretto fra il santo e i fanciulli un tale legame che fino a poco tempo fa in Puglia e nell’Europa orientale si considerava la festa di san Nicola un gioioso anticipo del Natale. Oggi l’usanza di far trovare dolci e regalini ai bimbi sopravvive a Bari e a Molfetta negli ambienti meno permeabili al processo di omologazione in corso.

Ma un’usanza medievale induce a qualche riflessione sulla figura del Santo. Il 6 dicembre i seminaristi usavano eleggere fra di loro un vescovello (episcopellus) e i suoi cappellani che sarebbero stati protagonisti, alla festa dei Santi Innocenti, il 28 dicembre, di una cerimonia parodistica, l’episcopus puerorum o innocentium (vescovo dei fanciulli o degli innocenti), che si svolgeva in chiesa. L’episcopello imberbe indossava i paramenti e, salito in cattedra, reggeva il coro e impartiva la benedizione come un vescovo autentico. Chierici e preti si scatenavano in una giostra carnascialesca di lazzi e parodie durante il servizio divino cui assistevano in abiti da mascherata. Entravano nel coro danzando e cantando canzoni oscene, gettavano nel turibolo, in luogo dell’incenso, pezzetti di cuoio che ammorbavano l’aria. E dopo la messa correvano, saltavano e ballavano in chiesa (1).

Quegli eccessi erano la sopravvivenza di culti e usanze precristiane che la Chiesa cercò di moderare e infine di espungere dalle feste natalizie in una lunga lotta conclusa soltanto nel secolo XV. Un’eco dell’antica atmosfera carnascialesca è rimasta in Spagna al giorno dei Santi innocenti durante il quale sono leciti gli scherzi e le beffe più atroci, come nel nostro “primo d’aprile”.

Ma che rapporto c’è tra san Nicola e la festa dell’episcopello? Prima di rispondere seguiamo un itinerario verso il Nord: san Nicola – che nel primo medioevo si chiamava Sanctus Nicolàus, dal greco nikólaos, composto da nikân, “vincere”, e laós “popolo”, dunque “vincitore fra il popolo” – divenne popolare nell’Europa centrale e settentrionale dove il nome si storpiò in Santa Claus. Emigrato in America, il suo aspetto subì una metamorfosi, come vedremo meglio in seguito. Con queste nuove sembianze tornò in Europa come Babbo Natale, maschera-simbolo della frenesia laica che informa quello che un tempo era il memoriale della nascita di Gesù e oggi è per molti la festa principale del consumo.

Eppure anche Babbo Natale, che giunge dalle regioni polari con la slitta trainata da renne e carica di doni, rivela tratti enigmatici che rinviano alle tradizioni precristiane, tipiche dei periodi che precedevano i capodanni, come ad esempio i Saturnali romani, celebrati nella Roma imperiale fra il 17 e il 23 dicembre. il primo giorno veniva nominato in ogni comunità un rex Saturnaliorum che regnava per una settimana fra banchetti, giochi d’azzardo – proibiti nel resto dell’anno – e danze che spesso sconfinavano in orge mentre i ruoli sociali s’invertivano: gli schiavi potevano burlarsi del padrone e farsi servire a tavola. La libertà concessa agli schiavi e l’allegro caos di quel periodo erano il memoriale di un tempo mitico, l’Età dell’oro, su cui aveva regnato Saturno.

Qual era l’origine dei Saturnali? Difficile rispondere perché era avvolta nel mistero. «In merito all’origine dei Saturnali» diceva uno dei personaggi dell’omonimo libro di Macrobio, Pretestato, «il diritto divino non mi permette di rivelare nozioni connesse alla segreta essenza della divinità, posso esporne soltanto la versione mista ad elementi mitici o divulgata dai fisici. Quanto alle origini occulte e promananti dalla fonte della pura verità, non si possono illustrare nemmeno durante le cerimonie sacre, anzi, qualora si giunga a conoscerle, è obbligo tenerle ben nascoste dentro di sé». (2)

Saturno era un dio italico che, successivamente, per l’influsso della mitologia greca, venne identificato con Kronos. Che non fosse Kronos lo conferma indirettamente Macrobio narrando, sulla scia di Varrone, che i Pelasgi, antica popolazione ellenica, erano stati scacciati dalle loro terre e vagavano cercando un’altra sede; la maggior parte si riunì a Dodona per conoscere dall’oracolo il luogo dove potevano recarsi per fissare la nuova dimora. E l’oracolo disse: andate in cerca della terra Saturnia dei Siculi e degli Aborigeni, Cotila, dove galleggia un’isola (3). Dunque, la terra Saturnia, ovvero il Lazio, era già conosciuta con quel nome quando i primi Greci giunsero nella penisola.

Narra il mito romano che il misterioso Giano, il dio italico di cui il Carmen Saliare dice. «… tu sei il buon Creatore, di gran lunga il migliore degli altri dèi divini … Cantate in onore di lui, del padre degli dèi, supplicate il dio degli dèi» (4), regnava sul Lazio, quando dal mare giunse Saturno. Giano l’ospitò imparandone l’arte dell’agricoltura e «migliorando così il sistema dell’alimentazione che prima della scoperta delle messi era selvaggio e rozzo: come compenso se lo associò al regno» scrive Macrobio. «… il periodo del suo regno, si dice, fu molto felice sia per l’abbondanza dei prodotti sia perché non esisteva ancora alcuna discriminazione tra liberi e schiavi: lo si può capire dalla completa libertà che viene concessa agli schiavi durante i Saturnali». (5). Era l’aurea aetas, la mitica Età dell’oro, quando gli uomini vivevano pacificamente, senza guerre né conflitti sociali.

Quando Saturno andò via, Giano chiamò in suo onore Saturnia la regione sottoposta al suo potere e gli consacrò un altare con riti sacri, i Saturnali, durante i quali si scambiavano candele di cera: esse rammentavano, secondo Macrobio, che «grazie a quel principe ci elevammo da una vita informe e oscura alla luce e alla conoscenza delle arti liberali». (6)

A questo mito, dove Saturno non era ancora identificato con il greco Kronos, si sovrappose successivamente un altro, secondo il quale i Pelasgi, obbedendo al responso dell’oracolo di Dodona, erano giunti alla terra Saturnia e l’avevano occupata scacciandone gli abitanti, i Siculi o Sicani; consacrata la decima parte della preda ad Apollo (7), eretto un tempio a Ade e un altare a Saturno, sacrificavano teste umane al dio degli inferi e immolavano un uomo, al secondo dio, che consideravano Kronos (8).

Successivamente Ercole, attraversando l’Italia con i buoi di Gerione, consigliò ai discendenti dei Pelasgi di offrire  a  Dite-Ade non teste, ma statuette di argilla riproducenti fattezze umane e di venerare gli altari di Saturno non con l’immolazione di un uomo ma con lumi accesi «poiché in greco phota significa non soltanto “uomo” ma anche “luci”». Da questo episodio si faceva derivare, secondo l’interpretazione corrente in età imperiale, l’usanza di scambiarsi candele di cera durante i Saturnali e di fabbricare, vendere e regalare statuette di argilla con cui gli uomini facevano espiazione per loro e i parenti. (9)

Quale che sia l’origine dei misteriosi Saturnali, essi venivano celebrati lietamente per una settimana durante la quale cadevano anche altre feste (10). In  quell’occasione  la statua di Saturno, che durante il resto dell’anno era legata con una fascia di lana nel suo tempio, ai piedi del Campidoglio, veniva sciolta a simboleggiare il ritorno, sia pur breve, dell’Età dell’oro.

Un mito della tradizione induista può illuminare, almeno in parte, la figura del dio e le usanze connesse alla sua festa se, come sostiene René Guénon, vi è una qualche analogia fra il dio romano e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice sat, che in sanscrito significa “uno”. Il mito narra che Vishnu appare in forma di pesce – alla fine del ciclo cosmico che ha preceduto il nostro – a Satyavrata, ovvero a “Colui che ha fatto della verità il suo voto” e sta per diventare, con il nome di Vaisvaswata, il Manu o Legislatore del ciclo attuale. Vaisvaswata è uno dei dodici Aditya, considerati come altrettante forme del sole in corrispondenza con i dodici segni dello zodiaco e che devono apparire simultaneamente alla fine di ogni ciclo: significa infatti “Figlio di Colui che irraggia i diversi luoghi”.

Vishnu gli annuncia che il mondo sta per essere distrutto dalle acque e gli ordina di costruire l’arca nella quale si dovranno chiudere i germi del mondo futuro. Dopo il cataclisma SatyavrataVaisvaswata porta agli uomini il Veda, ovvero la “Rivelazione”, la Parola divina mediante la quale, secondo il primo capitolo della Genesi, tutte le cose sono state create. (11)

Di là dall’analogia fra le due divinità – filologicamente opinabile – l’intuizione di Guénon, che obbedisce a parer mio a una struttura del pensiero tipica dell’uomo mitico, incline a cogliere le affinità archetipiche fra le varie tradizioni, non è da scartare. Saturno potrebbe essere la manifestazione divina che crea e ricrea il cosmo a ogni ciclo; colui che attraversa simbolicamente le acque, ovvero la notte e la confusione-caos successiva alla dissoluzione del vecchio cosmo, per approdare alla nuova sponda, ovvero alla luce del nuovo cosmo, del nuovo creato. Questa ipotesi spiegherebbe l’atmosfera orgiastica dei Saturnali e persino la letizia e frenesia che pervadevano – e pervadono ancor oggi – i giorni precedenti il solstizio.

Ma perché i Saturnali cadevano proprio a dicembre e non alla fine di febbraio, poco prima della primavera che anticamente, a Roma, era il Capodanno? L’antico anno romano era composto non di dodici ma di dieci mesi, come testimoniava il nome dell’ultimo, december, eco di un arcaico calendario di origine artica, ovvero indo-europea. I due mesi mancanti erano la “notte artica” che conduceva alla luce del “nuovo anno”, simbolicamente analoga al “passaggio delle acque”: rinnovamento del cosmo che riattualizzava quello mitico. Successivamente, con la leggendaria riforma calendariale di Numa, che aggiunse due mesi – gennaio e febbraio – all’anno romuleo, questo periodo di passaggio-rinnovamento venne situato prima del solstizio invernale, quando il sole attraversa una morte apparente per rinascere “nuovo”, ovvero per risalire nel cielo. Per questo motivo Saturno veniva slegato e riappariva nella sua funzione di rifondatore del cosmo. «Lo “scioglimento” del dio sta  semplicemente a significare, secondo le “leggi della magia simpatica”», spiega Renato Del Ponte, «lo scatenamento della sua forza (benefica, ma nel contempo ambigua, come tutto ciò che è anteriore all’inizio) nel tempo sacro che la sua festa ogni anno riammette nella comunità». (12)

Rinnovato l’anno, Saturno è nuovamente legato e il suo sostituto, il rex Saturnaliorum, simbolicamente ucciso, perché l’Età dell’oro non è restaurabile se non alla fine dell’attuale ciclo cosmico, quando il misterioso dio riapparirà per condurre verso il nuovo.

In questa luce si situa l’usanza romana di permettere il gioco d’azzardo soltanto durante i Saturnali. In un antico manoscritto di epoca carolingia è conservata l’esatta riproduzione di un antico calendario romano del 354 (13), in cui il io  Saturno è raffigurato mentre incede con il capo rivolto a sinistra, i piedi che formano quasi un angolo retto e il falcetto nella mano destra, attributo, si diceva in epoca imperiale, di Kronos, l’eviratore del padre Urano oppure simbolo dell’arte dell’agricoltura da lui introdotta nel Lazio. (14)

Nello stesso manoscritto è riprodotto, in corrispondenza del mese di dicembre, un ometto con i piedi ad angolo retto, un cappottino di pelliccia e stivali alti, e con in mano una fiaccola-bastone a caratterizzare la stagione rigida e buia. Accanto a lui un tavolino rotondo con tre gambe a zampe di leone, su cui stanno un dado e un bussolotto. L’epigramma annesso dice: «Auree monete procuri Dicembre alla festa di Saturno; ora ti è consentito, schiavo, di giocare con il padrone» (15).

Come osserva Margarethe Riemschneider, il gioco d’azzardo era un atto rituale in stretta connessione col dio, e soltanto a poco a poco, dopo modifiche e aggiunte, venne introdotto nel banchetto privato e considerato un divertimento (16); soggiunge: «il gioco d’azzardo, tanto nel culto quanto nel mito, un tempo era una prerogativa degli dèi o del re, loro rappresentante in terra».

Nell’epos indiano sono gli dèi Shiva e Parvati che giocano fra di loro, e il loro gioco rappresenta e segna gli eventi del mondo. Ma anche presso i Germani vi è una totale consapevolezza del carattere rituale del gioco. Tacito (Germania c.24) si meraviglia nel constatare che i Germani, buoni bevitori, giocavano soltanto da sobri, ritenendo il gioco (una questione seria, e potremmo dire fortemente radicata nel culto). La fortuna del giocatore non è legata, per loro, al capriccio della sorte ma è piuttosto l’espressione del volere degli dèi. Il gioco dei dadi è una forma di gioco semplificata, e non più conosciuta nel suo significato rituale, almeno dai Romani. il più antico oracolo di culto è il gioco da tavola, in cui le pedine si muovono secondo le indicazioni del dado.

Quasi tutti gli antichi giochi di questo tipo imitano, nella loro struttura, un sistema cosmologico. Distinguono cielo e terra o inferi (17). A sua volta Jean de Vries commenta: «il lancio dei dadi diviene quindi un mezzo per cercare la propria collocazione in questo Sistema: è un importante mezzo divinatorio» (18).

D’altronde, la falce di Saturno, che i Romani – identificando ormai il loro dio con Kronos – interpretavano secondo il mito greco, era in realtà analoga al lituus, il bastone ricurvo, il più famoso segno di vaticinio e poi di regalità (19). E se si considera che la Fortuna romana è espressione di una volontà divina e non del capriccio del caso, si intuisce la stretta connessione tra Saturno e il gioco d’azzardo. Saturno è dunque l’autore occulto del grande gioco nell’attuale ciclo cosmico e regola l’ordine universale tramite le mosse della sua falce-bastone fino alla conclusione quando, “uscito dal tempio”, attraverserà nuovamente le acque (20).

Anche le candele e le statuette di argilla (Sigillaria) che ci si scambiava durante i Saturnali, e che Macrobio interpretava come sostituti di sacrifici cruenti, erano in realtà connessi al gioco, come ci rivelano le tradizioni arcaiche, secondo Margarethe Riemschneider: “Di conseguenza l’oracolo pretende che alle feste si portino a Ade o al padre di questo, Kronos, teste e uomini, cioè pedine, che nel folklore diventano candele e statuette di argilla» (21).

Sicché l’attuale gioco della tombola nei giorni natalizi è il ricordo sbiadito, come d’altronde lo era quello dei dadi nella Roma imperiale, dell’arcaico gioco-oracolo con il quale anticamente, e non soltanto all’ombra del Campidoglio, si cercava di capire la collocazione di ogni persona nel cosmo all’inizio del nuovo anno.

Al “gioco” era connessa anche la festa dei Larentalia che si celebrava il 23 dicembre, ultimo giorno dei Saturnali. Narra Plutarco che, sotto il regno di Anco, il custode del tempio di Ercole sfidò il dio a dadi: faceva da solo la parte di ambedue, e pose come condizione che il vinto pagasse una cena e una meretrice. Il vincitore fu Ercole; allora il custode chiuse nel tempio Acca Larentia, allora celebre cortigiana, insieme con una cena. Il dio venne davvero, e il mattino dopo le ordinò per riconoscenza di recarsi al mercato e di abbracciare il primo che le fosse venuto incontro: fu un certo Tarrutius, uomo già avanti negli anni, ma scapolo e dal patrimonio considerevole. Egli le si affezionò così tanto da nominarla erede di tutti i suoi beni che poi Acca Larentia lasciò morendo al popolo romano (22) «Per questo motivo Anco la fece seppellire sul Velabro, il posto più rinomato di Roma» scrive Macrobio «e istituì in suo onore una solennità annuale: un flamine sacrificava ai Mani di lei, e la festa era sacra a Giove poiché gli antichi ritenevano che le anime provenissero da Giove e ritornassero nuovamente a lui dopo la morte”. (23) Il “dono” divino ad Acca Larentia veniva ricordato nei giorni consacrati a Saturno.

La funzione di Saturno si ritrova, secondo Margarethe Riemschneider, in san Nicola o nei personaggi omologhi che distribuiscono doni in dicembre. “Che per distribuire i doni ai nostri bambini scomodiamo un incolore Babbo Natale o invece un burbero “Pnecht Rupprecht” o san Nicola o il “Pelzickel”, dietro tutte queste figure sta sempre l’invernale Saturno … Se ancor oggi i bambini pongono davanti alla porta una scarpa, un piatto o qualche altro oggetto, affinché il Santo porti loro furtivamente mele e noci, è perché esse costituiscono l’immagine infantile della buona fortuna.” (24) La quale può essere simboleggiata anche dal corredo, come nella leggenda di san Nicola che lancia furtivamente per la finestra alle tre ragazze senza dote tre palle d’oro, omologhe ai dadi con cui si gioca il destino di Acea Larentia .

Ma – si obietterà – la data dei Saturnali non coincide con la festa di san Nicola. Vero. Tuttavia vi è una coincidenza: il 6 dicembre, come si é detto in precedenza, i giovani allievi dei seminari sceglievano fra di loro l’episcopello, il burlesco interrex, che sarebbe stato il protagonista della festa dei Santi Innocenti. Le coincidenze nel calendario non sono mai casuali, come non lo sono i simboli di cui è tessuta la trama dei giorni; come non lo é neppure il vestito ingenuamente “regale” di Babbo Natale, che con la sua slitta tirata dalle renne pare alludere alla lunga traversata della notte artica verso il nuovo anno di luce.

San Nicola alias Santa Claus ossia Babbo Natale

San Nicola non è soltanto il patrono di fanciulli e fanciulle, ma anche il dispensatore dei doni nell’epoca solstiziale, come sant’Andrea, santa Lucia, Gesù Bambino e la Befana. La sua funzione nasce, come sopra detto, probabilmente dal processo di cristianizzazione delle feste collegate al solstizio, che a Roma erano presiedute da Saturno: il dio che “rifondava” periodicamente il cosmo con la sua benefica forza offrendogli i suoi doni.

L’antica divinità romana, che già aveva assunto le sembianze del vescovo di Myra, ha avuto in questi ultimi due secoli una ulteriore metamorfosi. Gli olandesi storpiarono il nome latino di Nicola in Santa Claus, non diversamente da altri popoli europei che, nel mondo germanico, lo chiamarono, secondo le zone, Sankt Nikolaus, Niklaherr, Samichlaus, Sanda Klaus. Quando i loro discendenti emigrarono nell’America del Nord, portarono nel nuovo continente anche la tradizione natalizia di Santa Claus. Successivamente gli americani ne trasformarono completamente la figura: il mantello vescovile divenne una zimarra rossa ornata di pelliccia e la mitra un cappuccio. Gli assegnarono anche una slitta trainata da renne: era diventato quel Babbo Natale destinato ad approdare in Europa nel dopoguerra sull’onda della colonizzazione americana. Sicché oggi san Nicola-Babbo Natale non si limita più a comparire nella notte del 5 dicembre ma è diventato una figura familiare su piazze e vie di tutta l’Italia sino alle feste di fine d’anno, per essere poi sostituito ai primi di gennaio da un’altra immagine mitica, la Vecchia a cavallo della scopa: la Befana.

Renne di Babbo Natale

Babbo Natale è un nonno dalla faccia pacioccona e bonacciona. Il suo animo lo porta a distribuire regali ai bambini di tutto il mondo, solitamente la notte della vigilia di Natale; ha una lunga barba bianca e indossa una zimarra con cinturone rosso, pantaloni e cappuccio rossi, il tutto rifinito da bordi di pelo bianco. Babbo Natale abita al polo Nord e si fa aiutare dagli Elfi nella gestione della distribuzione e del “problema delle scorte di magazzino” dei vari regali destinati ai bambini buoni di tutto il mondo nella notte santa della Vigilia di Natale. Inoltre, nella consegna dei regali si fa aiutare da un gruppo di otto magiche renne volanti – a cui si è aggiunto ultimamente un nuovo componente, portando il numero a nove – che trascinano una slitta stracolma di regali. 
 
Questi simpatici animali, preziosi aiutanti del buon vecchio dalla barba bianca, sono in tutto 9 e ognuna di loro ha un nome molto particolare che deriva da una curiosa storia.
Comet, CupidBlitzenDasher, PrancerDonnerDancerVixen e Rudolph.
In italiano vengono tradotti con:
CometaCupidoDonatoFulmineDonnolaSaltarelloBallerinFreccia Rodolfo.
 
Vediamo in dettaglio le singole caratteriste delle renne:
COMETA: Lei è la renna che mai dorme, sempre pronta a sfrecciare nel cielo luminosa per cogliere al volo ogni desiderio che viene espresso. Andrà poi a riferirlo diligentemente a Babbo Natale, che provvederà ad esaudirlo.
CUPIDO: Una macchiolina a forma di cuore sul morbido petto la caratterizza e le dona il nome. Lei ha il compito di leggere tutte le letterine che arrivano a Babbo Natale e, tra di queste, di scegliere ogni anno quella scritta dal bambino più buono.
DONATO: Dal scintillante mantello dorato e dal naso sempre raffreddato e gocciolante. Ma questa renna di Babbo Natale è così bella e dolce che le goccioline che scendono dal suo bel musetto, cadendo a terra si trasformano e diventano dei bei fiorellini appena sbocciati.
FULMINE: Due grossi dentoni la caratterizzano, ma sono proprio questi il suo asso nella manica. Cresciuta solo a carote dalla madre che, spaventata per i denti non volle allattarla, è adetta alla difesa dei doni: ogni qual volta qualcuno si avvicina per rubarli, lei li difende a suon di morsi.
DONNOLA: Piccola e dolce renna, la più timida di tutte e l’ultima ad essere trovata da Babbo natale. La sua timidezza la porta ad arrossire ogni volta che viene nominata o che qualcuno la osserva; un gran bel musetto rosso però!
SALTARELLO: Cantante ed imitatore, per nulla timido, Saltarello riesce a riprodurre tutte le voci umane, sia quelle maschili che femminili. Se un bimbo fa una marachella, lui lo rimprovererà, imitando alla perfezione la voce della sua mamma o del suo papà. Attenzione quindi!
BALLERINA: Bella renna ballerina, sa tenere ogni ritmo e affascinare con i suoi leggiadri movimenti. Quando vede un bimbo triste, non può far altro che rallegrarlo a suon di musica, insegnandogli dei divertenti passi di danza.
FRECCIA: È la prima chiamata a far parte delle renne di Babbo Natale. Lei è gemella di Blitzen, dal mantello color oro e ben due code. Alla fine dell’inverno, al cambio del manto, Santa prende tutti i suoi crini dorati caduti a terra e li porta in dono ai bambini più poveri.
RODOLFO: L’ultima tra le renne di Babbo Natale, si è unita al gruppo solo in seguito ed è ora la più famosa. Il suo naso rosso, in passato imbarazzante e fonte di prese in giro, è proprio quello che le ha permesso di entrare nella magica squadra e serve ora per illuminare il cielo durante le notti più buie e nebbiose. Rudolph occupa il posto di punta ed apre la strada alle sue compagne che trainano la slitta, permettendo così a Babbo Natale di viaggiare sempre. Questo accadde in seguito al grande successo della canzone natalizia “Rudolph the Red-Nosed Reindeer”, scritta nel 1949 dal compositore statunitense Johnny Marks.
 
San Nicola a Bari

A Bari l’autentica e popolare festa di San Nicola non è tanto quella liturgica del 6 dicembre, quando ci si limita a una processione con la statua per le vie del borgo vecchio e a una solenne messa in cattedrale, ma l’anniversario dell’arrivo delle sue ossa, traslate da Myra, in Asia Minore, che cade l’8 maggio. (25)
Nel marzo del 1087, tre navi baresi, cariche soprattutto di frumento, salpavano da Bari dirette ad Antiochia. Durante la navigazione qualcuno suggerì di rapire le reliquie di san Nicola, molto venerato in Puglia come d’altronde in tutti i territori che erano appartenuti ai bizantini. L’idea venne accolta con entusiasmo ma bisognava agire con accortezza e cautela. Passando davanti ad Andryake, i baresi incaricarono un pellegrino che si era imbarcato con loro di perlustrare la zona. Al suo ritorno la «spia» riferì che a Myra si stava svolgendo il funerale di un capo turco e che la cittadina pullulava di soldati. I baresi pensarono bene di rinviare l’operazione e fecero vela verso Antiochia dove vennero a sapere che i veneziani accarezzavano lo stesso progetto. Decisero allora di accelerare le operazioni di compravendita per ripartire al più presto possibile.

Verso la metà di aprile lasciarono il porto di Antiochia imbarcando anche due pellegrini. Approdati ad Andryake, mandarono in perlustrazione i due passeggeri che tornarono riferendo che non c’erano turchi in città: l’impresa era dunque possibile. Una ventina di baresi rimase a guardia delle navi, mentre i restanti quarantacinque, bene armati, s’incamminarono verso Myra. Giunti nella basilica, chiesero ai monaci in preghiera dove si trovasse il corpo del santo; un monaco, convinto che quei pellegrini volessero vedere da dove si estraeva la manna – il myron – indicò loro il foro da dove veniva prelevata. Ma quei forestieri fecero subito capire che avevano altre intenzioni.

In un dialogo che si faceva via via più concitato cercarono di spiegare nel loro stentato e approssimativo greco che dovevano portare le reliquie del santo in Italia per desiderio del papa al quale era apparso in sogno san Nicola; naturalmente erano disposti a lasciare un compenso adeguato. Ma i monaci, non volevano sentire ragioni; uno di loro cominciò a correre verso l’uscita e, se non fosse stato bloccato da altri baresi che controllavano l’entrata, avrebbe dato l’allarme facendo accorrere i myresi. Due giovani, sguainata la spada, minacciarono di uccidere un monaco. «Perché infierisci contro un fratello?», s’interpose un altro più anziano raccontando che l’anno Precedente san Nicola era apparso a tre monaci esortandoli a riferire ai myresi, fuggiti sulle montagne all’arrivo dei turchi, di tornare nella città, altrimenti se ne sarebbe andato ad abitare altrove. Rinfrancato dalla notizia, uno dei giovani ripose la spada nel fodero e, presa una mazza, colpì la lastra sepolcrale che fuoriusciva dal pavimento. Rotto il coperchio, cominciò ad afferrare le ossa da cui si sprigionava un profumo intenso.

Imbarcate le reliquie, le tre navi si staccarono appena in tempo dalla banchina mentre una folla inferocita accorreva inutilmente al porto. Il viaggio di ritorno cominciò sotto una cattiva stella, fra venti contrari e mille difficoltà, sicché sorse il sospetto che qualcuno si fosse appropriato di una reliquia. I comandanti delle navi ordinarono che ogni marinaio giurasse sui Vangeli di non aver preso parte delle ossa: cinque di loro confessarono di aver commesso il furto. Da quel momento il mare si calmò e il vento cominciò a soffiare in senso favorevole. Dopo una sosta nel porto di San Giorgio, da dove alcuni messaggeri partirono per diffondere la bella notizia, le navi giunsero a Bari nel tardo pomeriggio della domenica del 9 maggio 1087 fra le acclamazioni della folla. Seguirono non pochi contrasti e tumulti per la scelta del luogo dove custodire le reliquie e, infine, si decise di costruire una nuova chiesa in onore di san Nicola, là dove sorgeva il palazzo dell’ex catapano bizantino. In capo a due anni papa Urbano II, accompagnato dai cavalieri normanni, i nuovi signori della Puglia, e da una marea di popolo, poteva già consacrare la cripta ponendo le ossa di san Nicola sotto l’altare dove sono custodite ancora oggi. (26)
In ricordo della traslazione Bari è in festa fin dalla sera del 7maggio mentre da tutto il meridione convengono compagnie di pellegrini con il tradizionale bordone coronato da un ciuffo di erbe e da
pigne cui è legata l’effigie del santo: si recano in corteo alla basilica per ricevere il pane di San Nicola. Questo pane è un’usanza recente, ma le sue origini risalgono al 1087, quando l’abate Elia fondò l’ospizio per i pellegrini più poveri cui si offrivano due pernottamenti e tre pasti gratuiti. Quando con l’unità d’Italia la basilica venne privata dei suoi feudi, il pranzo fu ridotto a un panino, due uova e un bicchiere di vino. Infine con il Concordato del 1929, quando le ultime proprietà furono incamerate dallo Stato o vendute a prezzi irrisori, i monaci si limitarono a donare un panino, diventato poi un tarallo in modo che i pellegrini potessero portarlo come oggetto di devozione fino alle loro case. Oggi i domenicani, che vi risiedono dal 1951, danno soltanto il «pane benedetto» ai capigruppo e ai privati che portano offerte.
Quella sera sfila per le vie della città, fino alla basilica, il corteo storico della Caravella con centinaia di figuranti, cavalieri, armigeri, araldi e sbandieratori: una volta era una piccola caravella a portare il quadro di san Nicola, mentre oggi è stata sostituita da un carro tirato da buoi. Ma la processione più importante si svolge il giorno seguente, quando la statua di san Nicola viene trasportata dalla cattedrale fino al porto per essere imbarcata su un peschereccio seguito da un corteo di barche. Ritornerà in città alle venti per ricordare l’approdo del 1087.

Perché la processione a mare cade l’8 e non il 9 maggio, come sarebbe più corretto? Perché nel calendario medievale il giorno legale cominciava al tramonto; sicché quando le reliquie furono sbarcate dalla nave era già iniziato il 9 mentre oggi è l’8 fino alla mezzanotte. (27)

San Nicola in Puglia

Nelle Puglie l’usanza di portar regali ai bimbi si ritrova a Molfetta dove la sera del 5 dicembre si mette la calza accanto al camino. «La festa di San Nicola, il 6 dicembre» riferiva nel 1925 Saverio La Sorsa «è la più cara e desiderata dal fanciulli che tutto l’anno la sentono decantare dalle mamme e l’aspettano come una promessa da avverarsi. Una poetica tradizione, una delle più belle che corrono nel nostro popolo, vuole che il santo vegliardo venga dal mare circonfuso di sole e di un’aureola d’oro, sopra una nave carica d’ogni ben di Dio. Insieme col buon vecchio, che ha sulle spalle due bisacce piene, una di dolci per i bimbi buoni, l’altra di carboni per i cattivi, naviga sulla bella nave d’oro una numerosa schiera d’angeli del paradiso, che con armoniche arpe e melodiose tube diffondono per l’aria un canto soavissimo, mai sentito in terra. Basta fare il buon figliolo e rivolgere una calda preghiera la sera prima di San Nicola per trovare la mattina seguente una quantità di cioccolatini, confetti, pupi di creta, trombette e cavallucci. San Nicola interpreta i gusti dei piccini i quali sono convinti che appena si sono addormentati egli scende dalla cappa del camino, passa attraverso le fessure delle finestre e va a riempire di dolci e giocattoli le ben capaci scarpe, situate già dalla sera della vigilia accanto al focolare. Il giorno di San Nicola i fidanzati sogliono scambiarsi doni perché si ritiene ch’egli sia protettore dei matrimoni». (28)

San Nicolò nell’Italia Nord orientale

La sera del 5 dicembre, vigilia della festa di San Nicola di Bari, i bimbi triestini che ancora rispettano le usanze tradizionali pongoho sul davanzale un piatto oppure gli stivaletti ben lucidati e corrono a letto, seguendo il consiglio dei genitori che hanno loro raccomandato «de tegnir ben seradi i oci e de dormir presto, perché se no san Nicolò no ve porta gnente». La mattina seguente troveranno i regali che desideravano e i più grandicelli tra loro non andranno a scuola perché

San Nicolò de Bari,
In festa dei scolari.
Se i scolari no farà festa
San Nicolò ghe tajerà la testa.

In questi giorni si svolge la fiera di San Nicolò dove oggi si vendono i prodotti più svariati. Una volta, tuttavia, era dedicata soltanto ai giocattoli, da quelli da pochi soldi, come le bambole imbottite di segatura e di stoppa, sino ai più cari; vi si trovavano anche tamburi, fischietti, soldatini di stagno, fucili e spade ed elmi di cartone, ma anche i San Nicolò di zucchero e i diavolini di frutti secchi infilzati su stecchi di legno o su fil di ferro. I diavolini, Kletzenkrampus in tedesco, non appartenevano alla tradizione triestina, ma provenivano dall’Austria dove si diceva che Sankt Nikolaus, coperto dal manto rosso, con la mitra sul capo e un sacco pieno di doni sulle spalle, era accompagnato da Krampus, detto Knecht Ruprecht negli altri Paesi germanici; un personaggio che incuteva terrore nei piccoli con la sua figura villosa, due enormi corna sul capo, il viso annerito e una lunga lingua rossa che gli usciva dalla bocca: compariva con un sacco per rapire i bambini capricciosi e con una frusta per castigarli.

La festa di San Nicolò, che è anche una specie di piccolo Carnevale, viene celebrata in gran parte dell’Istria, a Fiume, nel Carnaro e nelle borgate montane del Friuli (29) dove «alla vigilia» scrive Valentino Ostermann «i fanciulli mettono alla finestra una calza, una scarpa o un piatto. Il santo passerà sul suo asinello e, se i bambini sono stati buoni e obbedienti, lascerà loro chicche e giocattoli; in caso contrario porterà loro una bacchetta o il granatino per lavare il viso a quelli che non si tengono puliti. Oltre al piatto per i doni si usano approntare anche crusca, fieno ed acqua per l’asinello che porta le bisacce del santo». (30)

Lungo la cerchia delle Prealpi venete san Nicolò ricompare nel Bellunese dove i genitori raccontano che scende dal cielo cavalcando una mula volante ma senz’ali. Lo si ritrova in certe zone del Trentino, a Primiero e in val di Fassa. È popolare in tutto l’Alto Adige, festeggiato particolarmente a Merano dove come nel Tirolo del nord e nell’Austria superiore viene accompagnato da Klaubaus, un personaggio analogo a Krampus, e che, vestito di pelli di capra, col viso annerito e la testa ornata di corna caprine, trascina una catena scuotendola continuamente, tiene una frusta e porta sulla spalla un sacco per ficcarvi i bambini capricciosi, i contadini ubriachi e le donne pettegole. (31)

Il culto di san Nicolò in questa zona dell’Italia e documentato fin dal secolo VIII quando ancora i baresi non si erano impossessati delle reliquie del vescovo di Myra; sicché è probabile che esso sia giunto direttamente dall’Oriente grazie all’Impero bizantino. Il suo patronato su scolari e bambini viene giustificato da alcune leggende come quella dei tre seminaristi che, tagliati a pezzi e messi in salamoia da un oste criminale, furono resuscitati dal santo; o come un’altra che narrava la liberazione di un ragazzo, figlio di uno straniero, rapito dai pirati. Ma la più celebre, che ha ispirato anche l’attributo delle tre palle d’oro nell’iconografia, narra che un giorno san Nicolò, quando ancora era laico, venne a sapere che un vicino di casa impoverito non poteva più mantenere le tre figlie e nemmeno maritarle, perché non aveva denari per le doti. Il giovane, che era di famiglia benestante, decise di salvare le tre fanciulle e una notte, raccolto un gruzzolo di monete d’oro in un panno, si avvicinò alla loro casa e lo lanciò attraverso la finestra; poi fuggì per non farsi riconoscere. Grazie a quel dono il padre riuscì a maritare la prima figlia. Il misterioso benefattore ripeté il gesto benefico per due volte, ma la terza notte  il padre si precipitò fuori di casa riuscendo a scoprire il giovane che, non volendo pavoneggiarsi, lo pregò di non rivelare nulla a nessuno. (32)

TRATTO da:
1. Alfredo Cattabiani, Lunario, ed. Mondadori, Milano, 2019.
2. Alfredo Cattabiani, Calendario, ed. Rusconi, Milano, 1994.

NOTE:
(1) V. De Bartholomaeis, Origini della poesia drammatica italiana, Torino, 1952, p. 180.
(2) Cfr. Macrobio, Saturnaliorum conivia I, 7, 18.
(3) Ivi I, 7, 28; cfr. anche Dionisio d’Alicarnasso, Antichità romane I, 19,3. Dionisio riporta come fonte un certo Lucio Manlio che sosteneva di aver letto l’oracolo su un tripode del santuario dodoneo.
(4) Marco Terenzio Varrone, De lingua latina I, 7, 26-27.
(5) Macrobio, op. cit. I, 7, 21 e 26 e Giustino, 43, 1.
(6) Macrobio, op. cit. I, 7, 23.
(7) Festo, 237.
(8) Secondo  il  mitologema  greco,  Crono  (Kronos),  figlio  del  Cielo  e della  Terra (Urano e Gea), li aveva separati castrando il padre. Sposata Rea, Crono divora i suoi figli perché gli era stato predetto che uno di loro lo avrebbe detronizzato. Ma Rea riuscì a salvare il terzo, Zeus, facendo inghiottire al marito una pietra e affidando il figlio alla Madre Terra. Quando Zeus fu adulto riuscì con uno stratagemma a far vomitare al padre la pietra insieme con gli altri figli, e poi gli mosse guerra sconfiggendolo insieme con i Titani e confinandolo nell’Estremo occidente.
(9) Cfr.  Dionisio  d’Alicarnasso, op. cit. I, 39.  Tuttavia  l’antica  usanza  di sacrificare un uomo doveva essere sopravvissuta in certi ambienti limitati e meno controllabili dal potere centrale se è vera la passio di san Dasio martire a Durostorum in Mesia il 20 novembre 304. Dasio era un soldato romano eletto re dei Saturnali e destinato dopo il suo breve regno a essere immolato in onore di Saturno. Ma egli si rifiutò di macchiare i suoi ultimi giorni con un’orgia idolatrica e venne decapitato. Cfr. a questo proposito F. Cumont, “Les actes de s. Dasius”, in Anal. Boll. XVI (1897) pp. 5 e 16. Ma secondo la Bibliotheca  Sanctorum  (Roma 1964, pp. 483-484), nonostante che vi siano riportati alcuni brani autentici, desunti da fonti più antiche, la passio ha poco valore storico per quel che riguarda il martire, del quale si sa solo che fu un militare perito durante la persecuzione di Diocleziano.
(10) Secondo Macrobio (cit. I, 10), originariamente si svolgevano in un solo giorno, il 17 dicembre, poi con la riforma calendariale giuliana in 3 giorni, dal 17 al 20 e infine, aggiungendoci le feste Sigillari, per 7 giorni, fino al 23 dicembre. Ma altri scrittori latini, da Novio – vissuto tra la fine del secolo II e l’inizio del I a.C. – e Mummio – di età augustea -sostenevano che anticamente duravano 7 giorni.
(11) Cfr. W. Jones, The concept of Gods in ancient world, Delhi 1983, p. 25 e René Guénon, Simboli della scienza sacra, Milano, 1975 pp. 137-138.
(12) Renato Del Ponte, Dei e miti italici, Genova 1985, p. 120, nota 150.
(13) Cfr. F. Strzygowski, Die Calendarbilder vom Jahre 354, in Jahrbuch des kaiserlich, deutschen archäologischen instituts”, suppl. I, Berlino 1888, tav. X. Questa riproduzione corrisponde alla pittura murale pompeiana nella casa dei Dioscuri (63 a.C. circa).
(14) Macrobio, op. cit. I 7, 24 e I, 8-10.
(15) Aurea nunc reocet Saturna festa December nunc tibi cum domino ludere verna licet.
(16) Margarethe Riemschneider, Saturnalia I, in “Conoscenza religiosa”, n. 4, 1981, p. 359; Cfr. anche, per l’interpretazione dei Saturnali, la seconda parte del saggio della Riemschneider, ivi, nn. 1-2, 1982.
(17) Ivi, p. 360.
(18) In Die Völuspa, in “Germanisch-Romanische Monatsschrift”, 24, 1938.
(19) Sul lituus romano, cfr. Cicerone, De divinatione I, 17, 30. Sul rapporto tra falce e bastone ricurvo, cfr. Margarethe Riemschneider, Saturnalia I cit., pp. 389-396..
(20) Dello stesso avviso è Renato Del Ponte, op. cit., pp. 103-106.
(21)
Margarethe Riemschneider, Saturnalia II, op. cit., in cui è dimostrata questa tesi.
(22) Plutarco, Romolo, 5.
(23) Saturnaliorum convivia I, 10, 12-15.
(24) Margarethe Riemschneider, Saturnalia II, op. cit., pp.208-209.
(25) Su San Nicola e il suo colto cfr. Michele Archimandrita, Metodio e altri, San Nicola nelle fonti narrative greche, a cura di M.T. Bruno, Bari 1985; Gerardo Cioffari, S. Nicola nella critica storica, Bari, 1987.
(26) Il domenicano Gerardo Gioffari, direttore del centro studi nicolaiani e docente di storia della teologia russaall’Istituto ecumenico San Nicola di Bari, ha ricostruito queste vicende in un libro divulgativo: San Nicola di Bari, Milano, 1988.
(27) Su questi proverbi cfr. A. Cattabiani, Calendario, op. cit., pp. 24-29.
(28) Saverio La Sorsa, Usi, costumi e feste del popolo pugliese, Mailano, 1925, p. 55.
(29) Invece a Udine, e nella pianura friulana i regali li porta santa Lucia.
(30) Valentino Ostermann, la vita in Friuli, Udine, 1940, pp. 458-459.
(31) Sulle usanze connesse alla festa di San Nicolò nell’Italia nord-orientale cfr. Raffaello Battaglia, “La festa di san Nicolò a Trieste”, in AA.VV., I giorni del magico, op. cit.
(32) Sulla vita, sulle leggende e sui vari patronati di san Nicola cfr. A Cattabiani, Santi d’Italia, pp. 734-737.