NATALE E DINTORNI 5di9: Presepe, Bue e Asino, Re-Magi, Stella, Oro-Incenso-Mirra

Il presepe è la rappresentazione della Natività tipicamente italiano. È l’«archebolo composto» per eccellenza, in cui i vari archeboli elementari sono: il figlio (il bambino Gesù, che deve nascere), la madre (Maria), il padre (Giuseppe), in una parola la Famiglia, e poi la grotta, i pastori, il bue e l’asino, i re magi, la stella, gli angeli; nei presepi viventi poi bisogna aggiungere tutto il contorno rappresentato dagli zampognari, i fedeli e altro.
Per una corretta comprensione del triangolo che viene a realizzarsi tra l’archetipo-PRESEPE (quello intelligibile), l’archebolo-Presepe (quello animato, con le persone) e il simbolo-presepe (quello fatto in casa con le statuine), oltre ai singoli triangoli generati dagli archeboli (sopra citati) che compongono il Presepe, rimando ai due articoli esplicativi al riguardo:
1) ARCHETIPO e ARCHEBOLO, SIMBOLO e SEGNO
2) ESEMPI DEL TRIANGOLO ARCHETIPO, ARCHEBOLO, SIMBOLO

Il presepe è nato nel 1223 a Greccio, un paese vicino Rieti, grazie a san Francesco d’Assisi che si ispirò a una tradizione liturgica risalente al secolo IX, quando in molti Paesi europei, dalla Francia alla Germania e all’Italia, si formarono dall’ufficio quotidiano delle ore i cosiddetti «uffici drammatici» a rievocare le principali scene evangeliche con brevi dialoghi. Successivamente quei primi esperimenti drammatici si ampliarono in strutture più vaste e complesse sicché il tema della Natività, che inizialmente si rappresentava nell’Officium pastorum o Officium stellae, dove si sceneggiavano l’adorazione dei pastori e quella dei Magi, ispirò nel monastero di Benediktbüren dal quale presero il nome i Carmina Burana – un vero e proprio dramma della Natività con decine di personaggi e varie scene al cui centro campeggiava quella del presepe, che in latino significava greppia o stalla. Ispirandosi alle sacre rappresentazioni san Francesco d’Assisi decise nel 1223 di celebrare, in una grotta vicino Greccio, là dove oggi sorge il convento abbarbicato alla montagna, il ricordo della Natività per rinfocolarne la tradizione. Val la pena di citare per intero il brano della Leggenda maggiore di san Bonaventura da Bagnoregio dove si narra come è nato il primo presepe: «Ma perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità chiese ed ottenne il permesso dal Sommo Pontefice. Fece preparare una stalla, portare del fieno e condurre un bue e un asino. Si radunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia. Il santo Sacrificio è celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita del Cristo, canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero, e nel nominarlo lo chiama per tenerezza d’amore ”il Bimbo di Betlemme”. Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia secolaresca e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto dentro la mangiatoia un bellissimo fanciullino addormentato che il beato Francesco, stringendolo con entrambe le braccia, sembrava destare dal sonno». (1)

Ancora oggi a Greccio si celebra quel presepe vivente. Nel pomeriggio del 24, coppie di zampognari cominciano a suonare le nenie natalizie per le vie del paese. Alle ventuno degli araldi a cavallo convocano la gente delle contrade a raccolta presso il santuario. Un’ora più tardi i fedeli s’incamminano snodandosi in una lunga fiaccolata, per quattro chilometri, sulla strada tappezzata di lumi mentre tutte le campane suonano a stormo. Nel piazzale inferiore del santuario si rievocano in costume medievale gli avvenimenti più memorabili che hanno segnato la storia del convento fra cui l’incontro di Francesco col papa per chiedergli il permesso di rappresentare il presepe. Alle 23.30 un corteo di fedeli con le torce in mano si dirige verso la grotta dove vi sono il bue, l’asinello e i genitori con il Bambin Gesù. E a mezzanotte si celebra la messa solenne sia all’interno della capanna sia all’aperto, nella piazza superiore. Alla fine si distribuisce il fieno benedetto a tutti i presenti. Questa offerta ricorda un avvenimento accaduto durante il primo presepe quando, alla fine della rievocazione, i contadini del luogo si contesero la paglia della mangiatoia ritenendola un amuleto.
Il presepe vivente si e diffuso in tante cittadine italiane: il più spettacolare si rappresenta a Corchiano, nella Tuscia, dove una piccola vallata costellata di grotte etrusche e prospiciente l’abitato viene trasformata durante le feste natalizie nel paese di Betlemme. Decine di abitanti vi interpretano la storia della nascita di Gesù: sfilano soldati romani, appaiono angeli, passano pastori con i greggi mentre voce fuori campo narra Via Via i singoli episodi accompagnata da musiche sacre.

Il presepe inanimato, diventato una presenza familiare nelle nostre case, è successivo a quello di Greccio. La prima raffigurazione scultorea, invece, la dobbiamo ad Arnolfo di Cambio, che la realizzò in marmo nel 1291-1292 per fare da cornice alla reliquia della Sacra Culla di Gesù conservata nella Basilica di Santa Maria Maggiore, un tempo chiamata Sancta Maria ad Praesepe.

I presepi più celebri furono creati dagli artigiani napoletani i quali continuano ancora oggi in via di San Gregorio Armeno una tradizione che, nei secoli XVII e XVIII, ha raggiunto risultati altissimi. Nel 1752,  si racconta, ad Acireale “nacque” un presepe non vivente; un giorno un pastore, sorpreso da un furioso temporale, si rifugiò in una grotta lavica e, mentre aspettava che spiovesse, decise di sistemarvi un presepe. Dopo un anno la grotta fu popolata da figure a grandezza d’uomo in legno, ma con mani e volti di cera. Alcune sono state distrutte, ma molte sono ancora in ottimo stato e compongono uno dei più spettacolari presepi del nostro Paese.

In molte zone del nostro Paese non è del tutto spenta un’usanza che così descriveva Tomaso Randi alla fine dell’Ottocento: «Nelle case benestanti e negli Oratorii si usava fare il così detto presepio per la ricorrenza di Natale: ed ivi i fanciulli, prima addestrati, recitavano davanti a’ convenuti o alle famiglie i loro sermoni, o Pasturèli, per averne poi premi e regali». (2)

Incarnazione nella grotta

Ma torniamo ora al Natale, secondo i Vangeli, Luca narra che Giuseppe insieme con Maria, sua  sposa,  si  era  recato  a  Betlemme  per  il  censimento  indetto  da Augusto: «Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nella locanda» (3).  Matteo, l’altro evangelista che accenna alla nascita di Gesù è ancor più laconico: «Gesù nacque a Betlemme in Giudea, al tempo di Erode». E l’unica notizia sul luogo della nascita è contenuta nell’episodio successivo dei Re Magi, ma è  generica, dice infatti che i Magi, «entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua  madre …» (4).

I vangeli apocrifi invece sono più generosi nella descrizione. Giuseppe, narra il Protovangelo di Giacomo, «trovò là una grotta e ve la condusse dentro, lasciando presso di lei i suoi figli, ed egli uscì a cercare una levatrice ebrea nel paese di Betlemme» (5). Nel Vangelo dello Pseudo Matteo si narra che un angelo apparve agli sposi, «fece fermare la giumenta, poiché era giunto il momento di partorire, e ordinò a Maria di scendere dalla bestia e di entrare in una grotta sotterranea dove non vi era mai stata luce, ma sempre tenebre perché non riceveva affatto la luce del giorno. Ma all’ingresso di Maria tutta la grotta cominciò ad avere splendore e rifulgere di luce quasi vi fosse il sole. La luce divina illuminava la grotta quasi fosse l’ora sesta del giorno, e là questa luce divina non venne mai meno né di giorno né di notte finché Maria rimase là» (6).

Certo, i vangeli apocrifi non fan parte della Sacra Scrittura, tuttavia essi non contrastano con la narrazione di Luca là dove egli accenna alla mangiatoia che poteva essere un incavo della roccia, ovvero una grotta. La grotta, nel simbolismo precristiano cui si ispiravano anche gli autori dei vangeli apocrifi, era l’archebolo del cosmo, l’imago mundi come scriveva Porfirio: «Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al cosmo, considerato nella sua totalità o nelle sue parti» (7). Era anche il luogo di nascita di molti dei: Dioniso, ad esempio, nasce in un antro, e la sua nascita è avvolta di luce, anche Hermes nasce in una grotta, sul monte Cillene, e Zeus in un antro sul monte Diktos, mentre Mithra sorge da una roccia. Per questi motivi le grotte erano considerate luoghi di culto e di iniziazione.

In età ellenistica si usava preparare, durante le feste in onore di Dioniso, grotte che ne commemoravano la nascita: addobbate di fiori, contenevano “letti per le ninfe”,  ovvero per le anime che s’incarnavano. E nel mithraismo gli spelea erano luoghi di iniziazione dove al mystes veniva insegnata la dottrina del dramma della discesa dell’anima nel mondo e il suo ritorno al cielo dopo prove espiatorie. Se poi si rammenta che Dioniso, come Mithra, era un salvatore – Olimpiodoro lo invocava: « … tu che hai dominio su di loro [sugli uomini], libererai chi vorrai da ardui travagli e dalla passione senza freno”» (8) – ci si spiega perché la nascita di Gesù nella grotto-mangiatoia era un segno per i suoi contemporanei di una epifania divina nel cosmo. L’angelo che appare ai pastori  nella notte di Natale dirà loro appunto: « … oggi è nato nella città di Davide un salvatore  che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (9).

Secondo la leggenda, il Cristo sarebbe nato allo scoccare della mezzanotte, ovvero, simbolicamente, la sua incarnazione avrebbe segnato l’inizio di una nuova era poiché il giorno legale nell’impero romano cominciava con l’inizio della settima ora notturna, ovvero alle ventiquattro. In realtà, soltanto un vangelo, quello di Luca, accenna genericamente alla notte, senza specificare l’ora: «C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge» (10). Tra i vangeli apocrifi quello arabo-siriaco dell’infanzia parla del tramonto che tuttavia, da un punto di vista simbolico, equivale alla mezzanotte perché nel calendario ebraico il giorno si rinnova in quel momento. Il Vangelo armeno dell’infanzia infine riferisce che è avvenuta a mezzogiorno, l’ora in cui il sole sfolgora nell’alto del cielo (11).

Qualunque sia l’ora simbolica, è un momento straordinario, l’irruzione del “Tempo senza tempo” nel tempo. Il Protovangelo di Giacomo narra a questo proposito un episodio che, riferito anche da altri apocrifi sulla sua scia, diventerà leggendario: Giuseppe è andato a cercare una levatrice perché Maria ha le doglie. «E io Giuseppe» il racconto è attribuito a lui «stavo camminando, ed ecco non camminavo più. Guardai per aria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile, e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi posata una scodella e alcuni operai sdraiati intorno, con le mani nella scodella e quelli che stavano masticando non masticavano più, e quelli che stavano prendendo del cibo non lo prendevano più, e quelli che stavano portandolo alla bocca non lo portavano più, ma i visi di tutti erano rivolti in alto. Ed ecco alcune pecore erano condotte al pascolo, e non camminavano, ma stavano ferme, e il pastore alzava la mano per percuoterle con il bastone, e la sua mano restava per aria. Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano … e insomma tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso.” (12) il segno della nascita del Cristo, come una folgore che interrompe lo scorrere del tempo, allusione alla futura fine dei tempi. Tornato alla grotta con la levatrice, Giuseppe vede il Bambino appena nato. Poi giungeranno i pastori avvertiti dall’angelo, come narra Luca e con lui il Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia che aggiunge alcune particolarità: «In quel momento giunsero alcuni pastori, e appena ebbero acceso il fuoco in grande allegria, apparvero loro armate celesti che lodavano e glorificavano Dio» e lo stesso fecero i pastori. E la grotta parve in quel momento simile a un tempio di un mondo più alto poiché voci celesti e voci terrestri glorificavano e magnificavano la nascita del Signore, Cristo» (13).

Anche i pastori hanno un significato simbolico. La loro funzione è infatti un esercizio costante di vigilanza: sono sempre svegli e vedono. Dunque il pastore é l’archebolo del vegliare. Essendo nomade, rappresenta l’anima che nel mondo e passeggera; figura perciò l’anima saggia i cui atti sono ispirati dalla contemplazione e dalla visione interiore.

Il Bue e l’Asino

Nel classico presepe, che san Francesco allestì per primo a Greccio ispirandosi alle rappresentazioni liturgiche della notte di Natale, vi sono nella grotta accanto al bambino un asino e un bue di cui non parlano i vangeli canonici, ma lo Pseudo Matteo risalente a un’epoca posteriore al secolo VI: «Il terzo giorno dopo la nascita del Signore», narra, «Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla: mise il bambino nella mangiatoia, e il bue e l’asino l’adorarono. Così si adempì ciò che era stato preannunziato dal profeta Isaia che aveva detto “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone” (14). Infatti questi animali, avendolo in mezzo a loro, lo adoravano senza posa». (15)

Nella letteratura cristiana ai due archeboli-animali del presepe sono stati associati differenti interpretazioni. Entrambi hanno figurato, secondo il racconto dello Pseudo Matteo, i fedeli che riconoscono il Cristo e l’adorano. Secondo san Girolamo l’asino sarebbe l’Antico Testamento e il bue il Nuovo. Vi è anche chi, come Eucherio di Lione e Isidoro di Siviglia, vedono nel primo i pagani e nel secondo il popolo eletto. Altri ancora sostengono che l’archebolo-bue figura il Buon Ladrone e l’archebolo-asino il Cattivo, oppure il primo sarebbe l’archebolo delle forze benefiche e il secondo, come sostiene René Guénon, delle forze malefiche, che il Cristo dominerà “cavalcandole” nella domenica delle Palme.

Queste diverse interpretazioni sono dovute ai differenti contesti culturali in cui sono maturate. Ma il bue, contrariamente all’asino, ha sempre evocato archetipi positivi. Nelle tradizioni precristiane era un animale sacrificale, vittima benefica. Per questo motivo ha figurato persino il Cristo crocifisso, come testimonia a Efeso il rilievo di un pilastro di un edificio protocristiano dove sotto la Croce si vede l’animale con una piccola croce sul dorso, che potrebbe alludere al bue-toro delle visioni di Ezechiele e di san Giovanni nell’Apocalisse (16). Giovanni narra di aver visto in estasi un trono nel cielo, avvolto da un arcobaleno simile a smeraldo: «Colui che stava seduto sul trono era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina… Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni, sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio … In mezzo al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni di occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo aveva l’aspetto di un toro, il terzo di un uomo, il quarto era simile a un’aquila che vola» (17).

Hildebert de Lavardin, che fu vescovo di Tours nel secolo XII, interpretava i quattro animali, detti il Tetramorfo, come archeboli della vita, della passione, della resurrezione e dell’ascensione: «Uomo quando vive, Bue quando muore, Leone quando risorge e uccello quando sale in cielo» (18).

Si potrebbe obiettare che nella visione giovannea si parla del toro e non del bue. Ma il bue – come sapevano bene i medievali, eredi della sapienza antica – è analogo simbolicamente al toro lunare e sacrificale, al toro mithraico che, sgozzato da Mithra, genera con il suo sacrificio il mondo vivente. E in molti altri riti pagani il toro o il bue dalle corna lunari veniva sacrificato per favorire la periodica rigenerazione del cosmo, come la luna nera che moriva ogni mese per fecondare il cosmo, per rinascere come falce di luna. Per questo motivo i Caldei celebravano ogni anno la creazione del mondo quando il sole entrava nel segno del Toro.

Ma il bue paziente e robusto nell’aratura ha anche evocato l’archetipo del Signore che “lavora nel campo di Dio” e di coloro che ne seguono l’esempio, i santi e i predicatori che con la loro voce possente ne trasmettono la parola. Per questo motivo Alberto Magno parlando del suo giovane e silenzioso discepolo Tommaso d’Aquino  esclamò un giorno: «Lasciate fare a questo bue, il suo muggito risuonerà su tutta la terra».

L’asino invece, come si è accennato, ha evocato archetipi contrastanti se non opposti. Ma nei vangeli è difficile attribuirgli una valenza negativa. Come è possibile vedere nell’asino del Presepe, dipinto o scolpito nelle cattedrali del medioevo con un’espressione dolce e tenera, un simbolo negativo se non addirittura demoniaco? Quell’animale che accompagnerà il Cristo durante tutta la sua vita, dalla fuga in Egitto (19) fino all’entrata in Gerusalemme alla  domenica  delle Palme?  E come mai il Cristo entra a Gerusalemme trionfalmente cavalcando un’asina? Per simboleggiare, come è stato scritto, la sua vittoria sulle forze maligne?

Nelle antiche tradizioni asiatiche, o meglio indo-europee, l’asino era simbolo regale-sapienziale. Nel Rigveda gli Ashvin, i Signori dell’Aurora, viaggiano su un carro trainato da asini. In tutto l’oriente l’asina bianca era la cavalcatura di re e condottieri, come testimonia anche l’Antico Testamento che in vari passi associa l’animale ai giudici e ai comandanti dell’esercito: «Voi che cavalcate asine bianche seduti su gualdrappe» dice Deborah rivolgendosi ai comandanti di Israele (20). Presso gli Hyksos, il popolo che nel secolo XVII a.C. occupò l’Egitto settentrionale, due orecchie d’asino poste alla sommità di uno scettro erano l’insegna degli dei.

Quando gli Egizi ebbero cacciato nel secolo XVI a.C. gli invasori, rappresentarono con un asino il dio distruttore Seth, l’uccisore di Osiride, contro il quale aveva combattuto vittoriosamente Iside con il figlio Horo. Questa probabilmente è l’origine nella mitologia egizia del simbolismo negativo dell’animale, che si sarebbe trasmesso a tutta l’area mediterranea con il diffondersi dei misteri isiaci, ai quali si ispirò Apuleio nell’Asino d’oro dove Lucio, il protagonista, viene trasformato in asino per la sua vita disordinata e passionale, e infine restituito a fattezze umane, ovvero “salvato” dalla dea.

Ma il simbolismo negativo è dovuto anche al conflitto in Grecia risolto successivamente in un sincretismo fra la religione apollinea e la dionisiaca intorno all’inizio dell’ultimo millennio a.C., quando i Traci, di cui facevano parte anche i Frigi, invasero la Beozia e l’Attica introducendovi il culto di Dioniso. L’asino era la cavalcatura di Dioniso, come dei Sileni, e per questo motivo venne inizialmente disprezzato e assunto ad archebolo di vizi. In questa luce si situa l’episodio mitico del re Mida al quale crebbero orecchie asinine perché in una gara musicale tra Apollo e Pan aveva preferito la musica della siringa alla celestiale lira del maestro delle Muse. In realtà il mito del re Mida era una deformazione greca del simbolismo originario e adombrava non soltanto l’antico conflitto tra religione apollinea e religione dionisiaca, ma anche le vicende storiche fra Greci e Traci che si conclusero con la definitiva vittoria dei primi.

In questo contesto va situato anche l’episodio di Mida che tutto tramutava in oro. Narra il mito che un giorno il vecchio Sileno, pedagogo di Dioniso, si allontanò dall’esercito dionisiaco che marciava dalla Tracia alla Beozia e si addormentò, ebbro, nel giardino di rose che aveva piantato il re Mida. I giardinieri lo inghirlandarono di fiori e lo condussero da Mida, al quale narrò “storie meravigliose”. Mida, deliziato dalla fantasia di Sileno, dopo averlo trattenuto per cinque giorni e cinque notti, lo fece scortare fino al quartier generale di Dioniso (21). Felice per il suo ritorno, il dio mandò a chiedere a Mida quale ricompensa desiderasse; il re chiese senza esitare: «Vorrei che tutto ciò che tocco si trasformasse in oro». E così fu. Il resto della storia non è se non una deformazione greca del mito. Non soltanto le pietre, i fiori e i mobili del palazzo si trasformarono in oro, ma anche il cibo e l’acqua che il re portava alla bocca. Supplicò allora il dio di annullare il suo desiderio; Dioniso gli consigliò di lavarsi nella fonte del fiume Pattolo, presso il monte Tmolo.  Mida  obbedì,  e  subito fu liberato, mentre le sabbie del fiume Pattolo cominciarono a brillare d’oro (22).

Ripercorriamo il mito eliminandone le stratificazioni elleniche. Il giardino di rose, che re Mida aveva piantato, altro non era se non l’archebolo della massima fioritura spirituale e, allo stesso tempo, delle sacre nozze fra il divino e l’umano. Nel giardino di rose si addormenta l’inviato di Dioniso che delizierà con le sue storie meravigliose Mida, ovvero lo inizierà. Il re è rappresentato con lunghe orecchie d’asino perché, essendo gli asini sacri a Dioniso, le orecchie altro non erano se non il segno della sapienza concessa a Mida, il quale ottiene anche un altro privilegio, di tramutare tutto in oro. «La proprietà che Mida aveva ottenuto da Bacco di mutare in oro tutto ciò che avrebbe toccato non è altro se non un’allegoria della trasmutazione dei metalli in oro» scriveva Antoine Joseph Pernety nel 1758 (23).

Margarethe Riemschneider rammenta che nelle chiese vicine all’abbazia di Cluny appare l’asino con le rosette sotto gli zoccoli, le quali erano simbolo dei cluniacensi. Quei monaci erano soliti indossare abiti regali voluminosi e appesantirsi con catene, quasi volessero diventare “asini”, bestie da soma. Sicché l’asino con le rosette è l’archebolo dell’arcetipo-asino, ovvero porta il fardello della Croce camminando con zoccoli di rose, partecipa della regalità e del sacerdozio divino cui alludono i fiori mitici, vedendo ciò che altri non vedono (24).

Non è un’interpretazione priva di connessioni con la Sacra Scrittura. Anche nell’Antico Testamento appare l’animale che vede l’invisibile: l’asina di Balaam, il “mago” arameo, identificato addirittura con Zoroastro nel medioevo, al quale Balaak, re di Moab, chiese di maledire, ovvero di scacciare con la magia della parola gli Ebrei penetrati nel suo territorio. Yahweh apparve una prima volta a Balaam proibendogli di partire, e una seconda volta ordinandogli di recarsi dal re di Moab e di fare quel che al momento opportuno gli avrebbe comunicato. Balaam, sellata l’asina e accompagnato da due servitori, si avviò verso l’accampamento di Balaak. Per tre volte Yahweh gli mandò incontro un angelo con la spada sguainata che fu visto soltanto dall’asina, la quale per tre volte lasciò la strada maestra deviando per i campi, regolarmente bastonata dall’ignaro padrone. Finché, esasperata, non si limitò a ragliare, ma cominciò a dire: «Che ti ho fatto perché tu mi percuota per la terza volta?». Balaam le rispose: «Perché ti sei beffata di me? Se avessi una spada in mano, ti ucciderei subito». E lei: «Non sono io la tua asina sulla quale hai sempre cavalcato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così?». «No» rispose lui. Allora, narra la Sacra Scrittura, il Signore aprì gli occhi a Balaam che vide finalmente l’angelo con la spada sguainata. «Perché hai percosso l’asina già tre volte?» gli domandò l’inviato di Yahweh. Poi soggiunse: «io sono uscito ad ostacolarti il cammino … Tre volte l’asina  mi  ha  visto  ed  é  uscita  davanti  a  me; se  non  fosse  uscita  di  strada,  ti  avrei  già ucciso». [A quei tempi avevano l’uccisione facile?] Allora Balaam disse all’angelo: «io ho peccato perché non sapevo che ti fossi posto contro di me sul cammino; se ti dispiace il viaggio, tornerò indietro». «No, va’ pure con quegli uomini», rispose l’angelo, «ma dirai quel che ti suggerirò». Così avvenne e Balaam, ispirato dal Signore, anziché maledire l’accampamento di Israele, lo benedisse con i celebri quattro vaticini (25).

D’altronde, tornando ai monaci di Cluny, l’asino con le rosette, archebolo di chi porta su di sé la Croce, ovvero il Cristo, era stato profetizzato da Zaccaria: «Esulta grandemente figlia  di  Sion,  giubila  figlia  di  Gerusalemme!  Ecco, a te viene il tuo re.  Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina» (26). Così sarebbe avvenuto la domenica delle Palme, come narrano gli evangelisti(27).

Nel medioevo quell’asinello avrebbe evocato anche l’archetipo di una virtù alla quale allude l’animale in carne ed ossa (l’archebolo-asino) con la sua pazienza nel sopportare fatiche e maltrattamenti e nel compiere anche i servizi più umili.  Ugo di San Vittore spiegava che «montare sull’asina significa esercitarsi alle pratiche della vera umiltà, interiormente, davanti a Dio, ma soltanto montando il figlio dell’asina, come fece il Cristo, si diventa attenti ai doveri della vera umiliazione esteriormente, davanti al prossimo» (28). Sicché l’asina ha evocato nel cristianesimo anche l’archetipo dell’umiltà, e l’asinello l’umiliazione scelta volontariamente per imitare il Cristo.

Per ricompensare l’asino dei suoi servizi, narra una leggenda medievale, il Cristo gli fece crescere all’incrocio tra la schiena e le spalle due linee di peli scuri a forma di croce, simbolo di chi serve ovvero imita il Cristo, ed è in comunione con Lui.

Infine l’asino, in una suprema metamorfosi simbolica, ha figurato persino il Cristo. Nelle celebri “feste dei folli” che si svolgevano nelle chiese medievali ai Santi innocenti, un asino veniva abbigliato da re o vescovo e onorato, prima di subire  la  finale  bastonatura o semplicemente di tornare alla sua fatica quotidiana.

L’arciescovo di Sens, Pierre de Corbeil, morto nel 1222, aveva   composto   un poemetto, La prose de l’Ane, che si recitava nelle chiese in quell’occasione: «L’Asino è venuto a noi dalle contrade dell’oriente»,  dicevano  alcuni  versi, «è bello, robusto, adattissimo a portare fardelli. “Arri”, Sire Asino, “arri” … La sua agilità supera quella dei cerbiatti, dei daini e dei capretti; i dromedari medianiti non l’eguagliano in velocità … La forza e la qualità dell’asino hanno attirato nella Chiesa l’oro di Arabia, con l’incenso e la mirra di Saba … Mangia l’oro in spiga, come il cardo; separa sull’aia il grano dalla paglia.»

L’asino-Cristo come re che, con il suo sacrificio, dona la salvezza all’umanità, non è soltanto un’interpretazione personale di un vescovo medievale. Già si è detto che  archebolo degli dèi degli Hyksos erano due orecchie d’asino poste sulla sommità di uno scettro. Ma vi sono anche testimonianze cristiane sul Cristo-asino. Nell’Antiquarium del Palatino, in Roma, è conservata una lastra di pietra – tratta dal muro del Paedagogium – sulla quale è incisa una figura umana che invia il bacio rituale a un uomo dalla testa asinina, crocifisso su un patibolo a forma di tau. Sotto la croce si legge l’iscrizione in Greco: Alexamenos cebete Theon, ovvero “Alexamenos adora Dio”. Poco lontano un’altra scritta spiega che Alexamenos era un cristiano: Alexamenos fidelis. Si dice che il graffito del secolo III sia la caricatura del Cristo tracciata da un pagano che voleva deridere la fede di un cristiano. Ma esistono altri documenti che risalgono al secolo IV: medaglie-amuleti che hanno incisa su una faccia un asinello mentre succhia la mammella di un’asina, con la scritta D.

Ihu Dei Filius, abbreviazione di Dominus noster Jesus Dei Filius, ossia “Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio”. E nello stesso secolo Giovanni Crisostomo rimproverava i fedeli di portare quelle medaglie come talismani. (29)

Marius Schneider, il massimo etno-musicologo del nostro secolo, ha spiegato l’origine di questo simbolismo riallacciandolo al raglio dell’asino. Secondo lo studioso tedesco la creazione avviene tramite un suono originario che contiene tutti gli archeboli del cosmo; il raglio asinino è uno di questi: «Dal raglio del mondo principiale invisibile (l’archetipo) sorge l’asino concreto e visibile (l’archebolo), nella cui voce resta avvertibile ancora dentro il mondo concreto il suo “Nome” del “tempo” principiale. Bisogna aver udito questo “grido duplice” dell’asino: come la voce dell’inspirazione si sollevi e con l’espirazione si precipiti nell’abisso per estinguersi in un rantolo crudele, per rendersi conto che essa è un modello acustico sorto dalla parola creatrice, incarnante la sostanza e il luogo cosmologico di questo animale con la specifica mescolanza dei vari caratteri. il grido duplice, il suo sollevarsi e precipitarsi sono forme principiali dell’ascesa e della caduta, della nascita e della morte» (30).

Perciò la maschera asinina del Palatino sembra alludere al grido di morte del Cristo sulla croce. D’altronde, spiega lo Schneider, la collocazione cosmologica dell’asino è fra notte e giorno, tra inverno e primavera. L’asino è omologo archebolicamente alla stella vespertina che conserva in sé il rosso del crepuscolo, ovvero la luce solare, fino all’alba quando “si sacrifica” come stella mattutina nell’aurora generando il cavallo solare. Colui che porta in sé il sole nel periodo invernale per morire a primavera, quando l’astro fiammeggiante risale nell’alto del cielo, è colui che regna sul trapasso dal crepuscolo invernale fino all’aurora primaverile, e viene sacrificato perché espii, come il Re del Carnevale, i peccati dell’anno precedente rigenerando l’anno (31).

I Re-Magi

La grotta, i pastori, il bue e l’asino, per completare la scena della Natività mancano ancora i Re Magi e la misteriosa stella di cui parla Matteo nel suo vangelo. «Alcuni Magi» narra «giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’e il re dei Giudei che e nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo”. All’udire queste parole il re Erode si turbò e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea perché cosi é scritto per bocca del profeta: “E tu Betlemme, terra di Giuda non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda, da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele”. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: “Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando lo avrete trovato, fatemelo sapere perché anch’io venga ad adorarlo”. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco che la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero il ritorno al loro paese.» (32)

Matteo si limita a riferire che i Magi, di cui non specifica il numero, giunsero dall’Oriente guidati da una stella, adorarono il Cristo e infine gli donarono oro, incenso e mirra.

Questo episodio, che per la Chiesa è autentico, ha suscitato fin dai primi secoli in Oriente, e poi in Occidente, una collana di leggende che contengono anche elementi storici. Si pensi che uno dei Magi, chiamato nei vangeli apocrifi Gaspar, visse in quell’epoca. Si chiamava Vindhapharna, ovvero conquistatore del Farr (la “forza­splendore”) e fu tradotto in armeno in Gathaspar e in greco Gondhofares. Era un principe, e poi re, di un territorio situato in un’area fra l’attuale Afghanistan e l’India” e come spiega Mario Bussagli, «fu sicuramente un mago e un astrologo e, verosimilmente, ebbe inflessioni di tipo alchimistico» (33).

L’episodio dei Re Magi è ripreso in vari vangeli apocrifi dell’infanzia (34) fra i quali due meritano di essere citati perché contengono notizie illuminanti. Nel Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia si narra che « … vennero a Gerusalemme dei Magi, come aveva predetto Zaradusht», ovvero Zoroastro (35). Nel vangelo armeno, che è un tardo rifacimento del precedente con notevoli ampliamenti e aggiunte, appaiono i nomi dei Magi che sono tre, mentre negli altri testi il numero non era specificato: tre, forse in funzione dei tre doni. «Subito un angelo del Signore», narra il Vangelo armeno, «si recò nel  paese  dei Persiani  per  avvertire  i  Re  Magi  che  andassero ad adorare il neonato.  E costoro, guidati da una stella per nove mesi, giunsero a destinazione nel momento in cui la Vergine diventava madre. In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d’oriente, e quelli che erano i Re Magi erano tre Fratelli:  il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi». (36)

Essi portano, oltre ai doni, «libri scritti e sigillati dalle mani di Dio» (37). Giunti da Erode, che domanda loro come abbiano potuto sapere della nascita del re di Israele, gli dicono: «La testimonianza che noi possediamo non viene né da uomo né da altro essere vivente. Un ordine divino, concernente una promessa che il Signore ha fatto in favore dei figli degli uomini, che noi abbiamo conservato fino ad oggi». «E dov’è questo libro che soltanto il vostro popolo possiede ad esclusione di tutti gli altri?” domanda Erode. I Magi rispondono: «Nessun altro popolo lo conosce né per sentito dire né per conoscenza diretta. Solo il nostro popolo ne possiede la testimonianza scritta. Quando Adamo dovette lasciare il Paradiso e Caino ebbe ucciso Abele, il Signore iddio diede ad Adamo, come figlio della consolazione, Seth e con lui questo documento scritto, chiuso e sigillato dalle mani di Dio. Seth lo ricevette da suo padre e lo trasmise ai suoi figli, e i suoi figli ai loro figli di generazione in generazione. E fino a Noè essi ricevettero l’ordine di custodirlo con somma cura. Noè lo diede al figlio Sem, e i figli di questo ai propri figli, i quali come lo ricevettero lo trasmisero ad Abramo, e Abramo lo affidò al sommo sacerdote Melchisedech, e per questa via giunse al nostro popolo ai tempi di Ciro, re della Persia. I nostri antenati l’hanno deposto in una sala con grande onore, e così è pervenuto fino a noi che, avendo ricevuto questo scritto, abbiamo conosciuto in anticipo la nascita del nuovo monarca, figlio del re d’Israele». (38)

Dopo essere sfuggiti miracolosamente ad Erode che voleva impadronirsi dello scritto, i Magi giungono al cospetto di Gesù al quale re Melkon – ovvero Melchiorre – lo dona dicendo: «Ecco lo scritto, in forma di lettera, che tu hai lasciato in custodia dopo averlo chiuso e sigillato. Prendi e leggi il documento autentico che tu hai scritto … ebbene, quando Adamo dovette lasciare il Paradiso e Caino ebbe ucciso Abele, siccome Adamo era afflitto per la morte del figlio più che per aver dovuto lasciare il Paradiso, il signore iddio fece nascere ad Adamo il figlio della consolazione, Seth. E come dapprima Adamo aveva voluto diventare un dio, Dio stabilì di diventare uomo per l’abbondanza della sua misericordia e del suo amore per il genere umano. Egli fece promessa al nostro primo padre che tramite suo avrebbe scritto e sigillato di propria mano una pergamena a caratteri  d’oro con queste parole: “Nell’anno 6000, il sesto giorno [della  settimana] io manderò il mio figlio unico, il Figlio dell’uomo, che ti ristabilirà nella tua dignità primitiva. Allora tu, Adamo, unito a Dio nella tua carne immortale, potrai, come noi, discernere il bene dal male”» (39).

Il racconto echeggia sinteticamente una leggenda orientale che ispirò vari testi, fra cui il Libro della rivelazione di Adamo al figlio Seth, scoperto nel 1945 nella Biblioteca gnostica copta di Nag Hammadi, l’opus imperfectum in Matthaeum, un’opera latina anteriore al secolo VI (40), la Cronaca di Zuqnin, redatta da un monaco e stilita sul finire del secolo VIII (41) e il Libro della Caverna dei Tesori, che ci è pervenuto nella primitiva redazione siriaca rimaneggiata da nestoriani intorno al 500 e da monofisiti nel 750 circa, oltre che nella tarda traduzione araba, Kitāb al-Magāll, compilata nel secolo X (42).

Comune a queste leggende è la credenza che i Magi, i quali abitavano in oriente ed erano gli eredi spirituali di Zoroastro, si tramandavano di padre in figlio uno scritto attribuito a Seth, dove si profetizzava l’apparizione della stella ed erano scritte le istruzioni sui doni da offrire al Salvatore. A Seth, figlio di Adamo, l’antichità giudaica attribuiva l’invenzione della scienza astrologica (43). Per questo motivo nel vicino oriente Seth venne facilmente identificato con Zoroastro cui si attribuivano erroneamente dottrine di origine caldea; un’eco dell’attribuzione si trova, come già accennato, nel Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia, dove la predizione della venuta del Cristo è attribuita a Zaradusht-Zoroastro.

I Magi, secondo la leggenda, conservavano nella Caverna dei Tesori, sul Monte delle Vittorie, i libri di Seth. Dai loro antenati avevano ricevuto anche un ordine, come narra la Cronaca di Zuqnin: «Aspettate una luce che sorgerà da oriente, luce della Maestà del Padre, una luce che sorgerà in aspetto di stella sopra il Monte delle Vittorie e si fermerà sopra una colonna di luce dentro la Caverna dei Tesori dei Misteri occulti». Avevano scelto fra di loro i dodici più saggi e più esperti nei misteri del cielo e li avevano preposti a scrutarlo per avvistare la stella preannunziata. Ogni anno, narra l’opus imperfectum in Matthaeum, dopo la messa di ringraziamento per la raccolta delle messi, salivano al Mons Victorialis, sulla cui cima vi era una grotta presso la quale sgorgava una fonte di acqua purificatrice (44). I Magi, dopo le abluzioni rituali, restavano assorti in preghiera. Un giorno appare finalmente la stella che conteneva l’immagine di un bambino sormontato da una croce.

Secondo la Cronaca di Zuqnin i Magi videro qualcosa «simile a una colonna di luce ineffabile la quale scese e si fermò sopra la caverna … E al di sopra di essa una stella di luce tale da non potersi descrivere: la sua luce era maggiore del sole, ed esso non poteva competere con la luce dei suoi raggi. Come nei giorni di Nissan (45) la luna è visibile di giorno e quando sorge il sole è inghiottita nella luce di esso, così appariva il sole quando la stella sorse sopra di noi».

Appena la stella si fermò sopra la caverna “vedemmo” narrano i Magi «ancora aprirsi il cielo come una grande porta e uomini gloriosi portare sulle loro mani la stella di luce; scesero e si fermarono sulla colonna di luce, e tutto il monte fu pieno della sua luce ineffabile a bocca umana. E vedemmo qualcosa simile a una mano d’uomo, più piccola ai nostri occhi della colonna e della stella, tale che non potevamo guardarla, e ci rafforzammo e vedemmo la stella che entrava nella Caverna dei Tesori occulti, e la caverna splendeva oltre misura. Udimmo una voce umile e soave che ci chiamò e disse: “Entrate dentro senza dubitare e con amore, e osserverete una vista grande e mirabile …”. Entrammo timorosi … E obbedendo alla sua parola,  gettammo  i  nostri  sguardi  e vedemmo quella luce ineffabile a bocca umana, che si era concentrata in sé e ci apparve nella corporatura di un uomo piccolo e umile, e ci disse: “Salute a Voi, figli dei Misteri Occulti”».

Il Cristo svela ai Magi la sua missione salvifica mostrandosi a ognuno con un aspetto diverso: come bambino, come giovane, come uomo brutto e afflitto, oppure crocifisso o mentre scende negli inferi, a significare che egli è l’unità nel molteplice. Poi la stella li accompagna, procacciando loro viveri e rendendo il viaggio agevole, fino alla grotta di Betlemme dove i Magi vedono «la colonna di luce scendere e fermarsi davanti alla caverna, e scendere quella stella di luce e fermarsi sulla caverna, e angeli alla sua destra e alla sua sinistra … E la colonna, la stella e gli angeli entrarono e avanzarono in quella caverna dov’era nato il mistero e la luce di vita».

Deposti i doni e ascoltato il Cristo, che rivela loro ancora una volta la sua missione di Salvatore,  i  Magi  ripartono  per  l’Oriente; mentre  stanno  riposando  al  termine  della prima tappa, riappare “il segno della luce” svelandosi: «io sono in ogni luogo e non v’è luogo dove non sono; io sono dove voi mi avete lasciato perché io sono più del sole del quale non v’è luogo del mondo che ne sia privo, pur essendo esso uno, e se venisse meno al mondo, tutti i suoi abitanti starebbero nella tenebra. Tanto più sono io che sono il Signore del sole, e la mia luce e la mia parola sono maggiori di quelle del sole».

Durante il viaggio di ritorno la stella continua ad assisterli, ma il cibo che offre procura loro anche visioni beatifiche. Tornati in patria i Magi predicano la Buona Novella finché giunge nelle loro contrade l’apostolo Tommaso che li battezza con l’olio santo. (46)

Queste leggende orientali sono il frutto di un processo sincretistico che tendeva a cristianizzare le tradizioni religiose dell’area mesopotamica e iranica. Ma, come sempre avviene nei processi di assimilazione, molti aspetti della religione mazdeica e di quella caldea penetrarono nella cristianità. Né v’é da scandalizzarsi poiché la Rivelazione non è una religione, ma abbraccia e illumina tutte le religioni. “L’intero paganesimo” scriveva Joseph de Maistre «non è altro che un sistema di  verità corrotte e spostate, è sufficiente, per così dire, ripulirle e sistemarle al loro posto per vederle risplendere di piena luce.» (47)

D’altronde, come spiegare altrimenti il credito che Matteo dà alla notizia sui Re Magi? Deponendo loro i doni nella grotta, essi riconoscevano in Lui il centro illuminante di ogni fede.

Ma chi erano nella tradizione orientale i Magi? Mago deriva da mag che significa letteralmente  dono  ed  esprime  un  particolare  valore  religioso di cui parlano le G âthâ dell’Avesta, il complesso dei libri sacri dello zoroastrismo. Lo stato di mag separa ciò che è spirituale da ciò che è corporeo, porta in diretto contatto con le energie divine, sicché il mago è «colui che partecipa del mag, acquisisce un potere magico per mezzo del quale può ottenere un’illuminazione, una conoscenza fuori dell’ordinario, una visione e percezione che non sono mediate né trasmesse dagli organi fisici né dai sensi». (48)

I Magi erano originariamente una tribù dell’etnia dei Medi e poi una casta sacerdotale iranica che ebbe una profonda influenza e autorità dalla decadenza del potere dei Seleucidi, eredi della parte orientale dell’impero di Alessandro, fino alla conquista araba. Pur  riallacciandosi allo zoroastrismo erano, come spiega Bussagli, una specie di «superclero, come i depositari di un supremo sapere che, in definitiva, poteva controllare la corretta esecuzione di un rito e permetteva di avere col Sacro un contatto assai diverso da quello concesso a un normale sacerdote … Sicuramente essi ebbero una preparazione astrologica e astronomica di origine caldea, ma ampliata e approfondita … Conoscevano l’interpretazione dei sogni … Potremmo dire che i Magi, per predisposizione naturale, per preparazione, per tradizione, erano in grado di entrare in sintonia con le energie e le vibrazioni dell’universo, cogliendo i segreti della materia che essi consideravano animate». (49)

Nella tradizione mazdeica, cui essi si ispiravano, si credeva nella futura epifania di una serie di Sausyant (letteralmente “Salatore venturo”), fino al Sausyant finale che avrebbe consumato il ciclo temporale presente liberandolo definitivamente dalle potenze del male. La visione mazdeica divideva la totalità pensabile in una altezza infinita di Luce nella quale, da tutta l’eternità, abita Ohrmazd (in avestico Ahura Mazda), il “Signore Sapienza”; in un abisso insondabile di Tenebre che dà ricetto all’Antagonista, alla Contropotenza di negazione e di morte, Ahriman (in avestico Angra Mainya). Fra Potenza di Luce e Contropotenza di Tenebre nulla è in comune, fra di loro vi è guerra senza quartiere; la creazione visibile è la scena fino alla restaurazione finale che metterà fine alla mescolanza di bene e male nella vita storica ricacciando nel loro abisso le Contropotenze demoniache.

Nello Yasht, gli inni liturgici dell’Avesta, si narra che alla fine dei dodici millenni con i quali si esaurirà il nostro ciclo presente, una fanciulla – archebolo terrestre e visibile di Ardi Sura, “l’Alta, la Sovrana, l’Immacolata”, l’angelo-dea delle Acque Celesti – penetrerà nelle acque del lago mistico Kansaoya, da cui emerse il Monte delle Vittorie. La Luce di Gloria si farà immanente al suo corpo, e lei concepirà “Colui che deve domare tutti i malefici dei demoni e degli uomini”. (50)

Il Monte delle Vittorie è la montagna delle Aurore, Ushidarena, così chiamata perché è illuminata per prima dai fuochi dell’aurora.

Ovviamente queste immagini altro non sono che simboli di un viaggio interiore dell’anima verso l’illuminazione, come lo è ogni mito per chi sa e può contemplarlo con animo puro; sicché, spiega un altro testo iranico, «la montagna illuminata per prima dai raggi dell’aurora illumina anche l’intelligenza perché aurora e intelligenza (usha e ushi) sono una cosa sola». (51)

Su questa “montagna” i Magi avranno la rivelazione del Salvatore che per i compilatori cristiani delle leggende non poteva non essere che il Salvatore finale, Colui che avrebbe instaurato la rinnovata esistenza la cui essenza è ignea: nuova esistenza o trasfigurazione che si è voluta considerare analoga a quella annunciata dal Cristo con la «resurrezione della carne» (52).

V’e da aggiungere che l’attesa del Salvatore era diffusa in tutto il Vicino e Medio Oriente: basti accennare alla religione mithraica, di derivazione iranica ma intrisa di elementi sia caldaici che anatolici, dove Mithra, figlio del Sole e Sole egli stesso, era considerato il futuro restauratore del cosmo nella pace e nell’armonia. «Con sfumature enormemente diverse» osserva Bussagli «l’aspirazione a un Salvatore, a un Soccorritore, a un mondo diverso e migliore riempie di sé, fra il secolo II a.C. e il III d.C., gran parte dell’Europa e dell’Asia espandendosi poi fino al Giappone.» (53)

Non era dunque né eccezionale né straordinario che i Magi potessero adorare il Cristo o come uno dei Salvatori o, secondo le leggende cristiane,  come il Salvatore finale, Colui che avrebbe restaurato l’esistenza primordiale dall’essenza ignea ovvero luminosa.

Fuoco e luce divina

Fuoco e Luce sono due simboli compresenti in tutta l’area indoiranica della Battriana, dove regno Gaspar il cui nome originario, come si é accennato, era Vindhapharna o, in sanscrito, Gondopharna, “il conquistatore del Farr”. Il Farr é un principio astratto universale, la forza che sottende l’universo, gli dà forma e vita ed è di natura ignea. «Esso e personificato, nelle monete kushana», spiega Bussagli «come un dio: Farro, porta in mano una fiamma e sprigiona dalle spalle fiamme che sono il suo segno caratteristico, quasi la sua essenza resa manifesta.» (54)

L’identificazione del Fuoco con il Cristo e testimoniata da una leggenda riferita da Marco Polo che l’ha appresa, come spiega nel Milione, da un abitante del borgo persiano di Cala Ataperistan – la grafia esatta e Qal’ahzi Atasparastan – ovvero “Fortezza degli adoratori del Fuoco”. «Nome veritiero», dice, «perché gli abitanti di questa terra adorano il fuoco». Secondo Marco Polo, l’origine del culto del fuoco risalirebbe a un episodio connesso al viaggio dei Magi. Dopo aver adorato il Bambino, i tre re gli offrirono i loro doni e ricevettero da Lui un bossolo chiuso. Poi ripartirono per i loro paesi. «Quando ebbero cavalcato per diverse giornate dissero che volevano vedere il dono del bambino. Aprirono il bossolo e trovarono dentro una pietra. Si fecero gran meraviglia di questo dono e ragionarono a lungo perché non capivano che cosa potesse significare. Il bambino aveva dato loro la pietra intendendo dire che dovessero essere fermi come pietra nella fede che avevano intravisto … Ma i tre re, non essendo riusciti a capire bene il significato di quel dono, presero la pietra e la gettarono in un pozzo” e appena ebbero gettato la pietra, scese dal cielo un fuoco ardente e calò dritto sul pozzo. A vedere il prodigio i tre rimasero stupefatti e si rammaricarono per aver gettata la pietra, avevano capito che quello era un grande e mirabile segno. Cosi presero di quel fuoco e lo portarono al loro paese per custodirlo in una chiesa bella e ricca dove da allora arde perennemente, adorato come un dio.» (55)

Nella leggenda si colgono due preoccupazioni: da un lato, la volontà di cristianizzare il mazdeismo, mostrando come il Fuoco sia un attributo del Salvatore, dall’altro probabilmente la preoccupazione delle residue comunità zoroastriane che desideravano giustificare la loro fede in aree fortemente cristianizzate prima dell’avvento dell’Islam.

Simbolicamente, la pietra che Gesù dona ai Magi è un “pezzo di cielo” – ovvero del divino – perché nell’Avesta il cielo è indicato con la parola asman, pietra. Essa dunque è in grado di evocare o concretizzare il Sacro sotto forma di fuoco. «Questo fuoco”, osserva Maria Grazia Chiappori, «è una rivelazione sotto forma ignea, e dunque luminosa – come la stella – di Dio,; la pietra è perciò una ierofania. La manifestazione luminosa della divinità ricorda la greca folgore di Zeus e l’iranico fuoco che, nella visione del tardo mazdeismo, scende dal cielo ad annunciare la missione di Zoroastro fra gli uomini. Similmente la luce vista dai Magi e sprigionata dalla pietra concede loro una sorta di investitura divina, legittimando il loro culto del fuoco». (56)

Analoga alla pietra delle leggende è la stella di cui parla Matteo: manifestazione divina ma nello stesso tempo archebolo dello spirito virtualmente presente in ogni uomo, principio interiore luminoso in cui è possibile “identificarsi”; lumen che non è materiale e da cui deriva il termine “illuminazione”, in senso mistico, e “illuminato”. Per questo motivo ogni manifestazione del Sacro è descritta come Luce.

Nel Protovangelo di Giacomo la nascita di Gesù avviene nella luce: «ed ecco una nuvola luminosa adombrava la grotta … E subito la nuvola si dissipò dalla grotta e appare una grande luce nella grotta, tanto che i nostri occhi non la potevano sopportare». (57)

Nel Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia la grotta è descritta «piena di luci, più belle che il fulgore di lucerne e di torce e più splendenti del chiarore solare» (58); mentre Gesù Bambino durante la circoncisione è visto da Simeone «risplendente come una colonna di luce» (59). A sua volta il Vangelo armeno dell’infanzia narra che «una nube, levandosi dalla grotta, saliva verso il cielo mentre, d’altra parte, una luce scintillante si era posata davanti alla mangiatoia del bestiame» (60).

Nella visione zoroastriana il Signore Sapienza appare sempre circondato da sei potenze di Luce con le quali egli stesso forma la suprema Eptade divina. E Luce di Gloria (Xvarnah) è detta anche nell’Avesta la sostanza tutta luminosa, la pura luminescenza che costituisce le creature del Signore Sapienza alla loro origine: «Per mezzo di essa Ahura Mazda ha creato le creature numerose e buone … belle, meravigliose … piene di vita, risplendenti» (61). L’energia di Luce sacrale che dà coesione al loro essere, misura insieme la potenza e il destino assegnati a un essere, assicura agli esseri di luce la vittoria sulla corruzione e sulla morte introdotte nella creazione ohrmazdiana dale Potenze demoniache di Tenebre.

L’iconografia l’ha raffigurata come il nimbo luminoso, l’Aura Gloriae che aureola i re e i sacerdoti del mazdeismo, come più tardi i Buddha e i Bodhisatta e le figure celesti dell’arte cristiana.

Emilio Servadio ricorda che Alester Crowley scrisse che “ogni uomo è una stella” (62), ovvero che in ogni essere vi è un principio interiore luminoso con cui egli dovrebbe identificarsi: affermazione non infondata se un passo del Grande Bundahishn, la Genesi mazdeica, spiega che lo Xvarnah, la Luce di Gloria, è l’anima stessa. «Questa Luce di Gloria», spiega Henry Corbin, «che è la Forma immaginale dell’anima mazdea, è infatti l’organo attraverso il quale l’anima percepisce il mondo di luce che le è omogeneo, e attraverso il quale essa opera inizialmente e direttamente la trasmutazione dei dati fisici … Questa stessa Forma immaginale, che l’anima proietta negli esseri e nelle cose, portandoli all’incandescenza di quel Fuoco vittoriale di cui l’anima mazdea ha acceso tutta la creazione» (63).

Forse i friulani, che ancor oggi partecipano alla Festa dei pignarul, a Tarcento, in proincia di Udine, si stupiranno leggendo che la loro usanza è ispirata, per vie antichissime, a questa teologia iranica della Luce. I pignarul sono grosse cataste di tronchi e arbusti che si accendono la notte dell’Epifania. Al calar della sera, una stella issata sulla cima di una pertica sale le pendici del colle di Coia. Seguono i tre Re Magi con un corteo di persone in costume trecentesco che recano in mano una fiaccola; il corteo raggiunge il castello dei Frangipane dove si accende il pignarul grant. Al segnale di accensione altri pignarul che si trovano sulle montagne circostanti vengono accesi. Mentre i pignarul ardono, nel paese comincia la festa.

Oro, Incenso e Mirra

Nel Vangelo di Matteo, come negli apocrifi e nelle leggende orientali sui Magi, si narra che i re portarono al Cristo tre doni: oro, incenso e mirra. Che cosa simboleggiano? Gli autori cristiani, da oriente a occidente, concordano nel vedere nell’oro l’archebolo dell’essenza divina del Cristo come re dell’universo e nell’incenso quello di Dio o anche, più sottilmente, del Cristo-Sacerdote che con il suo sacrificio  si pone come tramite fra il Padre e gli uomini.

Sulla mirra invece gli autori occidentali divergono dagli orientali. ispirandosi a un passo del Vangelo di Giovanni, dove si narra che Gesù fu sepolto con mirra e aloe (64), i primi sostengono che la mirra prefigura la passione e la morte di Cristo. «La polvere della mirra preannuncia il sepolcro» scriveva Prudenzio. E Leone Magno: «offrono l’incenso a Dio, la mirra all’uomo, l’oro al re, venerando consapevolmente l’unione della natura divina e dell’umana, perché Cristo, pur essendo nelle proprietà delle due nature, non era diviso nella Potenza» (65).

Ma per le comunità cristiane d’Oriente la mirra era ed è attributo del Cristo come

Sapiente medico o taumaturgo. Lo attestano sia il Libro della Caverna dei Tesori, sia il testo uigurico (66), sia il Milione, i quali attribuiscono, fra l’altro, un valore strumentale ai tre doni. Nel racconto sui Magi, Marco Polo dice a questo proposito: «Raccontano quelli del luogo che, tanto tempo fa, tre re della loro regione andarono a visitare un profeta nato da poco; portarono con loro tre  offerte (oro, incenso e mirra) per  poter riconoscere se quel profeta era Dio o re o sapiente. Pensavano: se prende oro è un re, se prende incenso è un Dio, se prende mirra è un sapiente … Lo adorarono e gli offrirono oro, incenso e mirra, e il bambino prese tutte e tre le offerte» (67).

La tradizione del Sapiente medico o taumaturgo, inteso sia in senso materiale che spirituale, era attestata in tutto l’oriente, dagli antichi Babilonesi fino agli zoroastriani e ai mandei, una setta di probabile origine giudaica immigrata nella Mesopotamia orientale. Zoroastro è detto nella Gatha «Salvatore di vita”, ovvero Colui che guarisce gli uomini ammalatisi per colpa dei daeva, dei demoni, perché si diceva che la malattia era originata dall’anima “oscurata”. D’altronde anche nei vangeli canonici il Cristo appare come medico-esorcista che libera l’infermo dalla presenza dei demoni installatisi in lui. Ma Egli è soprattutto Colui che lava le anime dal peccato originale e da ogni altro peccato. Per questo motivo, rimettendo agli infermi i loro peccati, ne ristabilisce la salute.

Ci si domanderà perché questa tradizione rimase estranea agli autori occidentali tranne a quelli dell’area nord-africana, come Agostino, influenzati dal manicheismo. Probabilmente il motivo si deve ricercare nella preoccupazione di svincolarsi, per quanto fosse possibile, da ogni memoria pagana.

Il Bambino Gesù e il tempo

Nella leggenda sui Re Magi riferita dal Milione si narra che «arrivati al luogo dove il bambino era nato da poco, il più giovane dei tre re andò a vederlo da solo: e lo trovò che somigliava a lui stesso e pareva avesse la sua età e la sua fisionomia. Uscì stupefatto. Dopo di lui entro quello di media età, e il bambino gli parve com’era parso all’altro, della sua età e della sua fisionomia. Anche lui uscì stupefatto. Poi entrò il terzo, che era di età maggiore, e gli accadde la stessa cosa degli altri due. Uscì tutto pensoso. Quando si ritrovarono insieme, i tre si raccontarono quello che avevano visto e, dopo essersi molto stupiti, decisero di andarci tutti insieme. Eccoli ora tutti insieme davanti al bambino, e lo trovarono dell’aspetto e dell’età che egli aveva, essendo nato da tredici giorni» (68).

La leggenda, che a una prima e superficiale lettura sembrerebbe una favoletta, è in realtà un’allegoria del mistero cristico. Il Cristo si manifesta dapprima come giovane al giovane, come uomo maturo al maturo e come vecchio al vecchio, ovvero come Colui che è passato, presente e futuro, come l’Eterno che si manifesta nel tempo e tutto lo abbraccia. Manifestandosi a ognuno con l’aspetto di chi gli sta di fronte vuol anche significare che chi è in comunione con Lui, gli è simile.

Scriveva Maestro Eckhart: «Quando il Figlio, Nostro Signore, dice: “Che egli rinunci a se stesso e tolga la sua croce e mi segua”, egli vuole dire: diventa Figlio come sono Figlio io, nato-da-Dio, lo stesso Uno che io sono, io he sussisto e dimoro nel seno e nel cuore del Padre. “O Padre”, dice ancora il Figlio “io voglio che colui che mi segue e viene a me sia là dove io sono.” Nessuno veramente va verso il Figlio se non diventa Figlio egli stesso, e nessuno è là dove è il Figlio, nel seno e nel cuore del Padre, se non colui che è Figlio» (69). In un altro scritto: «Quando Dio vede che siamo il Figlio unigenito, si spinge con impeto verso di noi e si affretta e fa proprio come se il suo essere divino volesse spezzarsi e annientarsi in sé stesso per rivelarci tutto l’abisso della sua Deità e la pienezza del suo essere e della sua natura: Dio ha fretta di essere il nostro bene così come è il suo. Qui Dio ha gioia e delizia nella pienezza. Allora l’uomo è nella conoscenza di Dio e nell’amore di Dio e diventa ciò che è Dio stesso» (70).

Infine il Cristo si manifesta ai tre Magi riuniti nell’aspetto di un neonato, ovvero mostra come la somma delle tre età dell’uomo non dà come esito finale la morte ma la vita nascente, la rinascita attraverso il passaggio della morte, ovvero la vera vita nel Cristo, nel Tempo “infinito”.

Questa rivelazione del Cristo ai Magi è la versione cristiana della tradizione zurvanita, un ‘eresia dello zoroastrismo maturata nel secolo IV a.C. al tempo del regno dell’achemenide Artaserse II (404-358 a.C.). Zoroastro sosteneva che il tempo terreno non era ciclico, ma lineare perché aveva avuto un inizio e avrebbe avuto una fine; lo suddivideva in tre fasi: il tempo della perfezione cosmica, della originaria separazione tra bene e male; il tempo attuale, in cui bene e male, mescolati, lottano fra di loro”; il tempo futuro, quando il male non esisterà più e sarà restaurato il regno di Ahura Mazda.

Nelle parti più recenti dell’Avesta il primo e il terzo tempo erano considerati Zurvan Akarana, ovvero “Tempo senza limiti”, per significare che il tempo storico proviene dal non-Manifesto ed e destinato a tornare nel non-Manifesto.

Questo tempo non-Manifesto venne considerato da alcuni esegeti come il dio supremo, l’essere primo e ingenerato, con un trio di ipostasi, Asoqar, Frasoqar, Zarqqar, che esprimono sia i tre stadi della vita umana sia le fasi dell’evoluzione dell’universo: la prima presiede alla concezione del cosmo, la seconda alla sua nascita, la terza al suo declino, mentre Zurvan, il Tempo non-Manifesto, rappresenta il riassorbimento in ZERO-INFINITO.

L’eresia, che risentiva della tradizione caldea, ovvero di una concezione ciclica del tempo, divenne a poco a poco l’aspetto più caratteristico della religione professata dai Magi all’epoca della nascita di Gesù e influì anche sulla concezione di Dio nello gnosticismo, come testimonia l’Apocrifo di Giovanni: «… vidi nella luce starmi di fronte un fanciullo, tuttavia, allorché lo guardavo aveva l’aspetto di un Vecchio, ma cambiò di nuovo forma divenendo come una donna. Davanti a me, nella luce, c’era come un’unità dalle molte forme e le forme si manifestavano in modo alternato. Dato che era uno, come poteva aver tre forme? Egli mi disse: “Giovanni, Giovanni, perché tu dubiti? Perché hai paura? Eppure non sei alieno dall’apparizione. Non essere timoroso! Io sono colui che e con voi in ogni tempo: Io sono il padre, io sono la madre, io sono il figlio. Io sono l’incomprensibile e l’immacolato. Sono venuto per annunziarti ciò che è, ciò che era, ciò che sarà, affinché tu conosca le cose che non sono manifeste e quelle manifeste, e per ammaestrarti sull’uomo perfetto”» (71).

Il padre, “ciò che é”, è la parte principiale, l’essere supremo; la madre, “ciò che era”, è la produzione del sistema cosmico, mentre il figlio, “ciò che sarà”, figura le fasi della redenzione nel pensiero gnostico. In questo brano la concezione zurvanita e reinterpretata e modificata secondo una teologia diversa. Nella leggenda riferita da Marco Polo l’inserzione zurvanita e invece fedele: il Cristo é il Tempo senza dimensione (il tempo non-Manifesto) che permea e sostanzia il tempo misurabile (il tempo manifesto).

TRATTO da:
1. Alfredo Cattabiani, Lunario, ed. Mondadori, Milano, 2019.
2. Alfredo Cattabiani, Calendario, ed. Rusconi, Milano, 1994.

NOTE:

(1) Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maior, X, 7
(2) Tomaso Randi, “Santo di canti popolari romagnoli raccolti nel territorio di Cotignola (Ravenna)”, in AA.VV., Atti e memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Ramagna, s. III, IX, 1890-1891, p. 241.
(3) Luca 2, 1-7.
(4) Matteo 2, 1 e 11.
(5) Protovangelo di Giacomo, XVIII, 1.
(6) Vangelo dello Pseudo Matteo, XIII, 2. L’ara sesta è l’attuale mezzogiorno. Della grotta parlano anche il Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia (II, 2) e il Vangelo armeno dell’infanzia (X,6).
(7) Porfirio, De antro nympharum, 5.
(8) Olimpiodoro, Commento al Fedone di Platone, 82d.
(9) Luca 2, 11-12.
(10) Luca 2,8.
(11) Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia II; Vangelo armeno dell’infanzia, X, 5
(12) Protovangelo di Giacomo XVIII, 2. In realtà questo passo è una parte dell’interpolazione del testo primitivo detta Apocryphum Josephi (XVIII 2-XXI)
(13) Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia, IV, 1.
(14) Vangelo dello Pseudo Matteo, XIV. L’autore ha voluto conciliare la tradizione orientale, che parlava di una grotta, con quella occidentale, che parlava di una stalla, facendo abitare il bambino Gesù tre giorni in un luogo e tre nell’altro.
(15) Isaia 1,3.
(16) H. leclercq, Dictionnaire d’archéologie chrétienne, t. V, Vol.1, coll. 132,133.
(17) Apocalisse 4, 1-8.
(18)Est Homo dum vivit, Bos dum moritum, Leo Vero, Quando resurgit, Avis quando superna petit. Citato da Louis Charbonneau-Lassay in Le Bestiaire du Christ, Bruges, 1940. Interpretazione diffusissima nel medioevo in vari autori, da Pietro da Capua a Rabano Mauro, da Brunone d’Asti a Yves de Chartres.
(19) In realtà l’episodio dell’asino della fuga in Egitto non é citato in nessun vangelo canonico, ma è diventato leggendario.
(20) Giudici 5, 10-11.
(21) Eliano, Varia Historica III, 18.
(22) Plutarco, Minosse, 5; Ovidio, Metamorfosi, XI, 90 ss.; Igino, Fabulae, 191; Virgilio, Egloghe, VI,13 ss.
(23) Antoine Joseph Pernety, Le favole egizie e greche, Genova, 1985, p.148.
(24) Margarethe Riemschneider, “L’asino e la rosa” in Conoscenza religiosa n. 2, 1980.
(25) Numeri 22-24.
(26) Zaccaria 9, 9.
(27) Matteo 21, 1-9; Marco 11, 1-10; Giovanni 12, 12-15.
(28) Ugo di San Vittore, Sermons et opuscules spiriuels, Parigi, 1951, pp. 89 e 95.
(29) Cfr. Alfredo Cattabiani, Marina Cepeda Fuentes, Bestiario di Roma, Roma 1986, capitolo “L’asino”, pp. 283-293, in cui è più diffusamente trattato il simbolismo dell’animale.
(30) Marius Schneider, “La simbologia dell’asino”, in Conoscenza religiosa, n.2, 1980.  A questo simbolismo si collega l’immagine dell’asino che suona l’arpa, che si ritrova scolpita nelle sculture romaniche e gotiche e fu interpretata erroneamente come simbolo dell’assurdità, secondo la celebre favola di Fedro in cui si descrive l’imbarazzo  dell’animale di fronte a un’arpa ritrovata in un prato. In realtà quell’immagine esprimeva un simbolismo sconosciuto a Fedro. Risale infatti alla cultura di Ur, come spiega lo Schneider, osserando che l’arpa, come il tamburo (un altro strumento connesso all’asino) sia strumento di dolore e di morte.
(31) Ivi.
(32) Matteo 2, 1-12.
(33) Mario Bussagli, Maria Grazia Chiappori, I re Magi, Milano, 1985, p. 103. Questo testo raccoglie la documentazione finora più completa sui Magi.
(34) Nel Protovangelo di Giacomo XXI; nel Vangelo dello Pseudo Matteo XVI; nel Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia VII-VIII; nel Vangelo armeno dell’infanzia VII.
(35) Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia VII.
(36) Vangelo armeno dell’infanzia V, 9. Ma più avanti (XI, 1) Gaspar diventa re degli Indi e Balthasar degli Arabi. In questo testo compare per la prima volta la credenza che i Magi fossero re e che fossero in numero di tre. Più tardi la devozione popolare ha voluto vedere nei tre Re Magi i rappresentanti delle tre razze umane conosciute anticamente: la bianca, la gialla e la negra.
(37) Ivi XI, 2.
(38) Ivi XI, 11.
(39) Ivi XI, 22-23.
(40) Cfr. Franz Comont, Les Mages hellenisés, Parigi 1938, fr. S, 12.
(41) Cfr. F. Haase, “Untersuchungen zur Chronik des Pseudo Dionysios von Tell-Mahre”, in Oriens Christianus, VI, 1916, pp. 65-90.
(42) Cfr. Ugo Monneret de Villard, Le leggende orientali sui magi vangelici, Città del Vaticano, 1952 .
(43) Cfr. lo storico ebreo Giuseppe Flaio, Antiquitates Judaicae I, 2.
(44) Sul simbolismo della montagna come entità sacra e sulla fons perennis, cfr. Mario Bussagli, Maria Grazia Chiappori, cit., pp. 139-154.
(45) Il mese persiano che cominciava con la luna nuova dopo l’equinozio di primavera.
(46) Effettivamente Tommaso è stato l’evangelizzatore di quelle contrade.
(47) Joseph de Maistre, Le serate di Pietroburgo, XI.
(48) Cfr. Gherardo Gnoli, “Lo stato di maga”, in Annali dell’istituto Universitario orientale di Napoli, XV, 1965, pp.105 ss.
(49) Bussagli, op. cit., p. 30. L’autore precisa anche che essi non anno confusi con quei “magi” che in epoca successiva decadranno dalla purezza originaria e si orienteranno verso un magismo di bassa lega suscitando  diffidenza in occidente, come testimonia Plinio il Vecchio che nella Naturalis Historia polemizza spesso contro di loro.
(50) Yasht, XIII, 141.
(51) Siroza 26.
(52) Qui si è accennato ad alcuni temi dell’escatologia mazdeica che il lettore dovrà approfondire per coglierne il significato profondo di là dal velo simbolico. Un ottimo testo introduttivo a questo argomento è Henry Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste, Milano, 1979, 1986
(53) Bussagli, op. cit., pp. 35-36
(54) Ivi, 50.
(55) Marco Polo, il Milione, versione italiana moderna di Maria Bellonci, Roma, 1982. cc- XXXI-XXXII. L’episodio è narrato con un’unica variante -il fuoco giunge dal pozzo – in un testo uigurico (Asia  centrale) di datazione sconosciuta, probabile traduzione dal siriaco. La traduzione in tedesco dall’uigur è contenuta in W. Bang, “Türkische Bruchstücke einer nestorianischen Georgpassion”, in Le Museon, XXXIX, 1926, pp. 44-49.
(56) Mario Bussagli, Maria Grazia Chiappori, cit., p. 171. .
(57) Protovangelo di Giacomo, XIX, 2.
(58) Vangelo arabo-siriaco dell’infanzia, III.
(59) Ivi, VI
(60)Vangelo armeno dell’infanzia, IX, 2 e 4.
(61)Yasht, XIX, 10.
(62) “Quell’agnello luminoso che accende le tenebre”, in Il Tempo, 5 gennaio 1986.
(63) Henry Corbin, cit., pp.41-42.
(64) Giovanni 19, 39-40.
(65) San leone magno, Sermone XXXI, 2.
(66) Cfr. p. 60, n. 130.
(67) Ivi.
(68) Maestro Eckhart, Libro della consolazione divina o Liber Benedictus, scritto all’inizio del secolo XIV. La citazione è tratta dalla traduzione di Giuseppe Faggin, in Trattati e prediche, Milano, 1982, p. 143.
(69) Meister Eckhart, Prediche 12, “Qui audit me”, cit., p. 247.
(70) Apocrifo di Gioanni , I, 2. Cfr. Testi gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Torino, 1982, pp. 125-126.
(71) Cfr. Clemente Alessandrino, Stromati, I, 21; 146, 1-2