NATALE E DINTORNI 4di9: Albero e Piante di Natale, Doni natalizi, Tombola, Strenne


Sole (luce del faro), Luna, Stella: più simbolico di cos! E che dire dell’Albero?

Abete: l’albero delle feste natalizie

Ad Assisi, nella cappella del monastero di Santa Croce dove vivono le suore cappuccine tedesche, campeggia nella notte di Natale un abete sotto il Crocefisso dell’altar maggiore, mentre altri alberi decorati con striscioline di carta argentata e candeline sono sistemati lungo la navata. Anche in molte case si ritrova l’abete decorato di lumini e globi dorati, l’albero di Natale, che spesso sostituisce il presepe. I fautori del secondo sostengono a torto che non sia un’usanza cristiana. Per comprendere il simbolismo occorre rammentare che in tutte la tradizioni antiche l’albero rappresenta l’«Asse del mondo», ossia l’archebolo attraverso il quale l’Eterno si manifesta nel mondo visibile «È il puro, il Brahma,» dicono gli induisti «ciò che noi chiamiamo la Non-Morte. Tutti i mondi riposano in lui.» (1)

Per una corretta comprensione del triangolo archetipo (asse del mondo), archebolo (abete-albero), simbolo (albero di Natale) rimando ai due articoli esplicativi al riguardo:
1) ARCHETIPO e ARCHEBOLO, SIMBOLO e SEGNO
2) ESEMPI DEL TRIANGOLO ARCHETIPO, ARCHEBOLO, SIMBOLO

Nelle feste natalizie, come in altre del calendario cristiano, confluiscono simboli e tradizioni precedenti che in un processo di assimilazione nell’eredità religiosa precristiana venivano, per cosi dire, “redente”, pur fra la preoccupazione di alcuni pastori che avrebbero preferito una fede meno impastata con elementi delle religioni cosmiche. D’altronde persino gli Ebrei, fin dalla conquista di Canaan, avevano assunto molti elementi simbolici e rituali dalle religioni cosmiche orientali e altri avrebbero recepiti in epoca greco-romana trasmettendoli al cristianesimo. «L’immaginazione mitologica cristiana» osserva Mircea Eliade «acquisisce e sviluppa motivi e scenari specifici della religiosità cosmica, ma che hanno già subito una reinterpretazione nel contesto biblico … Il fenomeno è importante perché caratterizza la creatività religiosa di tipo folkloristico su cui non si è soffermata molto l’attenzione degli storici delle religioni – che è una creatività parallela a quella dei teologi, mistici e artisti. Si può parlare di cristianesimo cosmico poiché da un lato il mistero cristiano viene proiettato sulla Natura intera, e dall’altro vengono trascurati gli elementi storici del cristianesimo, insistendo invece sulla dimensione liturgica dell’esistenza del mondo.» (2)

Ne sono un esempio i canti natalizi rumeni detti colinde, da Kalendae Januarii. La sera del 24 dicembre i colindiatori visitano tutte le abitazioni del villaggio schiamazzando per le vie e suonando tamburi affinché il gran baccano allontani gli spiriti maligni. La prima colinda è cantata sotto la finestra; poi i giovani entrano nella casa dove recitano le benedizioni tradizionali, cantano e ballano con le ragazze. I colindiatori augurano salute e bellezza, simboleggiate da un verde arboscello di abete deposto in un vaso ricolmo di mele e noci. (3) La presenza nella festa di un ramoscello di abete, ovviamente, non è casuale perché l’abete è considerato in tutta l’Europa l’albero natalizio, simbolo – forse per la sua maestà – dell’Albero Cosmico, che, come già detto, in ogni tradizione rappresenta la manifestazione divina nel cosmo.  

Nella mitologia protogermanica l’archebolo-albero si chiama Yggdrasil ed é simboleggiato dalla quercia. Una capra, un’aquila, un cervo e uno scoiattolo stanno fra i suoi rami mentre fra le radici si annida il serpente Nidhögg che tenta di rovesciarlo. Ma ogni giorno l’aquila impegna battaglia con il serpente. Quando giungerà la fine di questo ciclo cosmico con un cataclisma, Yggdrasil sarà squassato ma non rovesciato (4).

Nell’Antico Testamento è l’«Albero della Vita» piantato al centro dell’Eden e del quale Adamo ed Eva potevano nutrirsi prima del peccato originale. (5) Molti teologi medievali lo identificavano con il Cristo. Il Venerabile Beda scriveva: «Figura anche di un mistero spirituale, cioè del nostro Dio e Signore Gesù Cristo.  Di  lui  è  detto,  nella  lode  della Sapienza:  «l’albero  della  vita  per  coloro  che l’afferrano» [Proverbi 3,18] (6). E Ruperto: «Il paradiso terrestre fu fatto ad immagine del  paradiso  celeste,  dove  le  potenze  angeliche  sono come  alberi  bellissimi,  e  “albero della  vita”  è  Dio  stesso,  della  cui  visione  beata  gli  angeli  sempre  vivono  felici …  E  a immagine  e  somiglianza  della  Chiesa  degli  eletti dove … “albero  della  vita”  è  il  Cristo» (7)

La Croce a sua volta, come archebolo del Cristo Creatore e Redentore, veniva assimilata all’Albero Cosmico, come testimonia un inno del vescovo Ippolito da Roma all’inizio del secolo III:  «Questo legno» cantava «mi appartiene per la salvezza eterna. Me ne nutro, me ne cibo, sto attaccato alle sue radici … fiorisco con i suoi fiori, i suoi frutti sono per me motivo di immenso godimento, frutti che io raccolgo, preparati per me dal principio del mondo. Per la mia fame trovo delicato nutrimento, per la sete una fontana, per la nudità un vestito, le sue foglie sono spirito vivificante. Lontane da me sono le foglie del fico! Ecco la scala di Giacobbe sulla quale gli angeli salgono e scendono, in cima alla quale sta il  Signore.  Quest’albero che si allunga fino al cielo sale dalla terra al cielo. Pianta immortale, s’innalza al centro del cielo e della terra: fermo sostegno dell’universo, legame di tutto, sostegno di tutta la terra abitata, legame cosmico che comprende in sé tutta la molteplicità della natura umana. Fissato dai chiodi invisibili dello spirito per non vacillare nell’avvicinamento al divino, tocca il cielo con la cima, dona stabilità alla terra con le radici e abbraccia nello spazio intermedio tutta l’atmosfera con le braccia incommensurabili. O tu che sei solo fra chi è solo e che sei tutto in tutto. Che i cieli abbiano il tuo spirito e il Paradiso il tuo animo, ma il tuo sangue l’abbia la terra». (8)

L’archebolo-albero  di  Natale  è  dunque  il  Cristo-Albero  della  Vita,  analogo al Cristo-Sole.  Per questo motivo si appendono all’abete tanti lumini che rappresentano la luce che Egli dispensa all’umanità, mentre i frutti dorati insieme con i regalini e i dolciumi appesi ai suoi rami o raccolti ai suoi piedi, sono rispettivamente gli archeboli della vita spirituale e dell’amore che ci offre. Radunarsi, la notte di Natale, intorno all’Albero significa dunque essere illuminati dalla sua luce, godere della sua linfa, essere pervasi dal suo amore.

Altre piante di Natale

Al Natale sono consacrate, oltre all’abete, altre piante che variano da epoca a epoca, da nazione a nazione; per esempio, in Inghilterra si narra che il biancospino germoglia il giorno di Natale e compie la fioritura a Pasqua, come il Cristo. La tradizione vuole che il biancospino di Glastonbury sia un germoglio del bastone che Giuseppe d’Arimatea piantò con le sue mani. Sotto Carlo I un suo rametto veniva recato al re e alla regina in una processione solenne.

Nella Sicilia dell’ottocento, secondo il Pitrè, le piante predilette erano la mortella, l’oleastro, il rusco, la sparaghella e la mentha pulegium che «a mezzanotte in punto, appena nasce il Bambino, senza rinverdire, rifiorisce; ciò avviene pure la  notte di San Giovanni Battista». (9)

Due secoli prima, Amadeo Costa spiegava che la notte di Natale i contadini emiliani usavano bruciare ginepro nelle case o appenderne un rametto nelle stalle come portafortuna oppure sugli usci per impedire alle streghe di entrare nelle case.
Una delle tante leggende nate dalla fantasia popolare narrava che durante la fuga in Egitto i soldati di Erode stavano per raggiungere la Sacra Famiglia quando la Madonna chiese aiuto a molte piante: soltanto il ginepro la salvò riparandola tra i rami. Quando  gli inseguitori si furono allontanati, la Madonna lo benedisse predicendogli che avrebbe auto l’altissimo onore di fornire il legno per l’albero della Croce, divenendo così un perfetto archebolo della Croce.
Amadeo Costa, ispirandosi a Dioscoride e a Plinio, che avevano attribuito molte virtù alla pianta – il suo profumo, sostenevano, scaccerebbe i serpenti, il succo delle foglie e delle bacche guarirebbe dai morsi delle vipere e delle altre serpi velenose – ne traeva molti simboli. Chi è infatti il serpente, scriveva, se non l’archebolo di colui che ha spinto alla caduta Adamo ed Eva? Dunque i morsi delle vipere non sono se non i nostri peccati. Per guarirne «non tardiamo a correre al ginepro facendo profumi per mezzo della nostra confessione» che scaccerà le serpi; poi, «prendendo le foglie di esso, che al toccarle sono pungenti, mortifichiamo con la penitenza il corpo e l’anima; infine, gustando il succo delle bacche amare, piangiamo le colpe commesse, guarendo così dal morso dei peccati». Quanto al ginepro bruciato la notte di Natale, «questo carbone», commentava l’immaginifico Costa, «acceso e coperto della propria cenere, dura e conservasi vivo per un anno intero; di qui caviamo documento morale che dobbiamo accenderci del fuoco della carità verso Dio e il prossimo ricoprendoci con la cenere del ginepro, che dinota l’umiltà nel cospetto di Dio e degli uomini». (10)

Ma il ginepro è anche un legno che durerebbe, secondo gli antichi, centinaia di anni, inattaccabile dai tarli. Plinio racconta a questo proposito che Annibale fece costruire un tempio a Diana Efesia con travi di ginepro perché sopravvivesse nei secoli. E il Costa commenta: «Noi potiamo imparar da questo che dobbiamo prendere il legno del Ginepro, cioè la Croce del Redentore, facendone travi grandi nel tempio dell’anima nostra».
Dalla pianta si possono ricavare altri emblemi. I Greci e i Romani bruciavano legno di ginepro come incenso, immagine delle loro preghiere che salivano al cielo. Così, soggiunge il Costa, «le nostre orazioni devono ascendere e arrivare all’orecchio di Dio acciò che ivi gionte ci impetrino da sua Divina Maestà una purità di mente e di core; e grazia d’emendarci presupponendo che ogni buono e timorato cristiano s’abbia a confessare in questo Santissimo Natale per rinascere col nascente Salatore a vita più lodevole e migliore».

Amadeo Costa spiegava infine il significato della mancia natalizia, un uso che è giunto fino a noi: “Suol darsi la mancia in quelle Santissime Feste di Natale in memoria della gran liberalità del N. Sig. Dio il quale diede se stesso a tutto il mondo, e in memoria di quella  gran  Mancia  della  Pace,  che  dagli  Angeli  nella  Natività  di  esso  fu  data  e annunciata in terra a tutti gli uomini e per caparra ancora del preziosissimo sangue ch’egli era per cominciare a spargere nel giorno della Sua Santissima Circoncisione, il quale doveva poi versare affatto nella sua passione sul duro legno della Croce».

C’è invece una pianta che non è mai tramontata nelle usanze natalizie: il vischio, archebolo beneaugurante di rigenerazione e di immortalità. il suo uso risale all’antichità precristiana ed era tipico dei popoli celtici, lo coglievano i loro sacerdoti, i Druidi.
«I Druidi – così si chiamano i maghi di quei paesi – non considerano niente di più sacro del vischio e dell’albero su cui esso cresce, purché si tratti di un rovere»,
riferiva Plinio il Vecchio, «Già scelgono come sacri i boschi di rovere in quanto tali, e non compiono alcun rito religioso se non hanno fronde di questo albero, tanto che il termine di Druidi può sembrare di derivazione greca. In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Peraltro il vischio di rovere è molto raro a trovarsi e quando viene scoperto lo si raccoglie con grande devozione: innanzi tutto al sesto giorno della luna (che segna per loro l’inizio del mese e dell’anno e del secolo, ogni trent’anni), questo perché in tale giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. il nome che hanno dato al vischio significa “che  guarisce  tutto”. Dopo avere apprestato secondo il rituale il sacrificio e il banchetto ai piedi dell’albero, fanno avvicinare due tori bianchi a cui per la prima volta vengono legate le corna. il sacerdote, vestito di bianco, sale sull’albero, taglia il vischio con un falcetto d’oro e lo  raccoglie  in  un  panno  bianco.  Poi  s’immolano le vittime pregando il dio perché renda il suo dono propizio a coloro ai quali l’ha destinato. Ritengono che il vischio, preso in pozione, dia la capacità di riprodursi a qualunque animale sterile, e che sia un rimedio contro tutti i veleni.» (11)
Il vischio, si sa, è una pianta parassita: non ha radici in terra, cresce sui rami di molti alberi formando ciuffi tondi che restano verdi tutto l’anno. Come mai una pianta parassita è diventata beneaugurante?  Perché si diceva che, discesa dal cielo, fosse emanazione divina. Per questo motivo i Druidi la raccoglievano con un falcetto d’oro – l’oro è archebolo del divino – ed evitavano che toccasse terra.
Nell’Eneide Virgilio paragona il Ramo d’oro al vischio, quasi suggerendone l’identità, e aggiunge che era consacrato a “Giunone infera”, ovvero a Proserpina, perché sarebbe servito a Enea per scendere nell’Averno e affrontare i suoi spaventosi spettri. (12)
Questa pianta simbolica pagana è stata cristianizzata facilmente: se infatti il vischio è emanazione del divino che crea e nutre il cosmo, come non vedere in esso l’archebolo del Verbo incarnato? Allo stesso modo si può tradurre in linguaggio cristiano il viaggio di Enea con il Ramo d’oro secondo il metodo allegorico dei Padri  alessandrini: per attraversare questa vita e risorgere dal peccato, dobbiamo portare con noi il Ramo d’oro-Cristo, la sua grazia santificante.

Un’altra pianta natalizia, da non estirpare perché è ormai rara, è l’agrifoglio che, come il ginepro, è considerato un amuleto e un portafortuna. Le sue proprietà archeboliche si esprimono nelle foglie che sono dure, coriacee, frastagliate e pungenti, e nelle bacche rosse che alludono al Sole-Bambino, luce del mondo nell’aurora natalizia.

Superstizioni? Se attribuiamo a queste piante soltanto la funzione di portafortuna, forse. Ma che cos’è una superstizione se non ciò che sopravvive a se stesso, ovvero la “lettera morta”? La quale lettera morta può riacquistare vita poiché lo spirito che soffia dove vuole e quando vuole può sempre rivivificare gli archeboli e i riti, e restituire loro, con il senso perduto, la pienezza della virtù originale. (13)
In realtà ogni pianta, come ogni essere, è la rappresentazione di uno o più archeboli – che sono cosa viva, non sono cosa morta – nascosti da un velo impalpabile, che soltanto l’evocazione della mente può rendere più o meno trasparenti. Se la nostra mente riesce a percepire quel che è celato dall’oggetto-archebolo, ottiene un’esperienza spirituale sovramondana autentica, un contatto ontologico con l’archetipo. Allora, come osservava Pavel  Florenskij  parlando delle icone, l’oggetto-simbolo traboccherà di linfa vitale, diventando un’onda propagatrice o una delle onde propagatrici della  realtà spirituale che rappresenta  (14) sicché le energie divine si connetteranno al nostro cuore offrendogli i benefici che gli sono necessari.

Doni natalizi, Tombola, Strenne

Con l’avvicinarsi delle feste natalizie si avverte per le vie un’atmosfera elettrizzata, un desiderio di vacanza, di giochi, di incontri, di pranzi e soprattutto di regali. Qualche moralizzatore l’attribuisce alla smania di consumi che sarebbe indotta artificialmente da chi ha interesse a rastrellare la provvidenziale tredicesima. C’è invece chi ne critica l’atteggiamento poco consono alla festa cristiana.

In effetti questa atmosfera non si ispira certo al Natale cristiano se non per una coincidenza di date. È dovuta invece al radicamento nella psiche di atteggiamenti che originano comportamenti costanti in occasione delle feste che chiudono un ciclo e ne aprono un altro, segnando la fine di un anno e l’avvento di uno nuovo: comportamenti che esprimono la volontà conscia o inconscia di un totale rinnovamento.

La volontà di rigenerazione si è espressa nel mito dell’eterno ritorno, presente in quasi tutte le tradizioni, che narra della distruzione periodica dell’universo e dell’umanità cui seguiranno un nuovo universo e una nuova umanità. Questo ciclo potrebbe essere paragonato a un Grande Anno rispecchiato e simboleggiato da quello solare. Come il Grande Anno comincia con una creazione, continua con un’esistenza, che è la storia del suo progressivo degenerare, si conclude con un ritorno al caos, cosi l’anno solare nasce e si sviluppa nel corso dei mesi impoverendosi giorno dopo giorno fino alla sua morte nel caos, in un generale rimescolamento: per poi nascere nuovamente. Nei periodi di passaggio da un anno all’altro, si sono sempre svolti riti e cerimonie di purificazione e di espulsione di demoni con lo scopo di sopprimere il passato con i suoi drammi, mali e peccati. Per mimare il caos della fine, la fusione di tutte le forme nella vasta unità indifferenziata, si manifestano comportamenti orgiastici e intermezzi carnascialeschi fino al rovesciamento dell’ordine normale.

Nella Roma antica questo periodo cominciava con la festa dei Saturnali sulla cui allegra “confusione” regnava il mitico dio dell’età dell’oro, Saturno. I Saturnali venivano celebrati lietamente per una settimana, fra il 17 e il 20 dicembre, e, in epoca imperiale, continuavano fino al 24 conglobando altre feste. Durante quei giorni, come in ogni periodo di caos rituale, la gente si scambiava i ruoli: per esempio i padroni servivano gli schiavi. Inoltre si permetteva il gioco d’azzardo che, proibito durante il resto dell’anno, era originariamente un atto rituale in stretta connessione con la funzione rinnovatrice di Saturno il quale distribuiva le sorti agli uomini per il nuovo anno; sicché la fortuna del giocatore non era dovuta al caso ma al volere della divinità. Per questo motivo durante i Saturnali si giocava con la tavoletta, una specie di dama su cui si muovevano minuscole quadriglie d’avorio a imitazione degli spettacolì del circo; oppure ai calculi, trentadue pedine d’avorio o vetro o metallo, distinte per il colore in due gruppi e usate per un gioco simile agli scacchi, in cui al doveva evitare che la pedina restasse circondata e, quindi, catturata.

Il ricordo sbiadito di quei giochi e l’attuale tombola che si usa nel giorno di Natale. Anche le statuette d’argilla che ci si scambiava come doni durante la festa erano collegate al gioco divino: simboleggiavano gli uomini che vi erano raffigurati, mentre le candele di cera, anch’esse donate, alludevano alla luce che miticamente aveva portato Saturno con l’età dell’oro.

Oggi a Natale sono scomparsi i comportamenti carnascialeschi dei Saturnali mentre è più viva che mai l’usanza delle strenne che i Romani offrivano al primo dell’anno, in un periodo collegato al rinnovamento annuale. Nell’Antichità le strenne erano costituite da rametti di una pianta propizia (15) che si staccavano da un boschetto sulla via Sacra, consacrato a una dea di origine sabina, Strenia, apportatrice di fortuna e felicità. Secondo Varrone «quasi fin dalle prime origini della città di Roma si adottò l’uso delle strenne istituito da Tito Tazio, il quale per primo prese come buon auspicio per l’anno nuovo il ramoscello di una pianta propizia [arbor felix] dal bosco della dea Strenia». Poi, poco a poco, si chiamarono strenae anche doni di vario genere e addirittura monete.
La strena è dunque l’antenata, per così dire, dei regali di Natale, detti appunto strenne, e anche delle mance natalizie. Queste ultime così furono cristianamente interpretate in epoca barocca: «Suol darsi la Mancia in queste santissime Feste di Natale in memoria della gran liberalità del Nostro Sigor Dio, il quale diede se stesso a tutto il mondo, e in memoria di quella gran Mancia della Pace, che dagli Angeli nella Natività di esso fu data e annunciata in terra a tutti gli uomini e per caparra ancora del preziosissimo sangue ch’egli era per cominciare a spargere nel giorno della Sua Santissima Circoncisione, il quale doveva poi versare affatto nella sua Passione sul duro legno della Croce». (16)

TRATTO da:
1. Alfredo Cattabiani, Lunario, ed. Mondadori, Milano, 2019.
2. Alfredo Cattabiani, Calendario, ed. Rusconi, Milano, 1994.

NOTE:
(1) Katha Upanishad (VI,1).
(2) Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. II, Firenze, 1980, pp. 402-403.
(3) Mircea Eliade, cit. vol.III, Firenze, 1983, p.247.
(4) Völupsá, strofa 45.
(5) «Che a cibarsene procurava una vita senza fine» commenta nel secolo XII Ruperto di Deutz in De sancta Tinitate e operibus eius, CCM 21, Turnhout, 1971, lib. II, p. 218.
(6) Beda, Libri quator in principum genesis usque ad nativitatem Isaac et eiectionem Ismahelis adnotationum, CC 118/A, Turhout, 1967, II 1, p. 47.
(7) Cit. pp. 215 e 218.
(8) Sul simbolismo cristiano dell’albero della vita cfr. Gèrard de Champeaux e Sébastien Sterckx  I simboli del medioevo, Milano, 1981, pp.376-377 e pp. 307-377; inoltre AA.VV., Genesi (a cura di Umberto Neri), Torino, 1986, pp. 52-55.
(9) Cfr. Angelo De Gubernatis, Storia comparata degli usi natalizi in italia e presso gli altri popoli indo-europei, Milano, 1878, p. 105, nota 1.
(10) Amedeo Costa, Curioso discorso intorno alla Cerimonia del Ginepro, aggiuntavi la dichiarazine del metter Ceppo e della Mancia solita a darsi nel tempo di Natale, Bologna, 1621.
(11) Naturalis Historia, XVI, 249-256.
(12) Eneide VI 133-134 e 205-209. Sulla funzione del vischio nelle varie tradizioni, cfr. J. G. Frazer, Il ramo d’oro, pp. 1015 ss e 1077 ss.
(13) Cfr. René Guènon, Simboli della scienza sacra, Milano, 1975, p. 59.
(14) Pavel Florenskij, Le porte regali, Milano, 1977, pp. 34-87.
(15) Si donavano anche, come benauguranti, fichi e datteri con ramoscelli di lauro, usanza che si ritrova ancora nell’Italia meridionale: per esempio in Campania  i fichi essiccati al sole vengono avvolti in foglie di lauro.
(16) Angelo De Gubernatis, op. cit., p.119.