NATALE E DINTORNI 3di9: Natale

Se c’è una festa cristiana che ha le radici in Roma, questa è il Natale. In un Cronografo – una specie di almanacco – composto nel 354 d.C. da Furio Dionisio Filocalo, è riportato un frammento di calendario liturgico cristiano in uso a Roma e che risale al 326 o forse è più antico: alla data VIII Kalendas Januarias ovvero al  25 dicembre – si legge: «natus est Christus in Betleem Judaeae». Un’affermazione singolare e sconcertante perché nei vangeli non vi è traccia della data, anzi quello di Luca allude a un periodo diverso affermando: «C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al gregge» (1). E si sa che la pastorizia veniva e viene esercitata in Palestina tra la primavera e l’autunno, come testimonia anche una cerimonia arcaica, poi diventata la Pasqua ebraica, che si svolgeva la notte del plenilunio successiva all’equinozio di primavera e aveva, tra molte funzioni, quella di proteggere pastori e greggi, alla vigilia della partenza annuale per i pascoli, da influenze demoniache.

D’altronde, Clemente Alessandrino  (150-216)  scriveva d’ignorare la vera  nascita  del Cristo, né le ricerche compiute dagli storici moderni sono riuscite ad appurarla.

In realtà il 25 dicembre è una data simbolica che si collega al solstizio d’inverno e a una festa romana di epoca imperiale. Nel Cronografo è riportato anche un calendario civile, chiamato comunemente Filocaliano, che al 25 dicembre nota “N. invicti”, ovvero Natale dell’invitto. L’invitto altri non era che il Sol invictus, divinità solare di Emesa introdotta dall’imperatore Aureliano (270-275), che aveva costruito anche un tempio in suo onore nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro (2).

Ma il culto del Sole era già penetrato da tempo in Roma grazie all’identificazione di Apollo con Helios (3) e al progressivo estendersi negli ambienti militari della religione mitraica. Il Sole non era inteso in senso naturalistico, ma come ipostasi ed epifania del dio che crea e governa il cosmo (4). «Colui che naviga su una barca» ovvero il Sole, come spiegava l’autore dei Misteri egiziani, «fa vedere la signoria che governa il cosmo. Come il pilota presiede al timone restando distinto della nave, così il Sole presiede al timone di tutto il cosmo rimanendone separato. E come dall’alto della prua il pilota dirige tutto, dando con suo lieve movimento il principio primo del corso, così, su un piano di gran lunga superiore, il dio dall’alto dei primi principi della natura genera indivisibilmente le cause primordiali dei movimenti.» (5)

Nella teologia neoplatonica, che avrebbe ispirato l’imperatore Giuliano nella effimera restaurazione pagana del secolo IV, il Sole era una delle ipostasi del Dio unico, ovvero “il mediatore” tra Colui che presiede alle essenze intelligibili e il disco luminoso, il sole del mondo sensibile, che vivifica la terra e dirige il corso alternato delle stagioni. «Sorto da tutta l’eternità dall’essenza feconda del bene», scriveva Giuliano «mediatore fra gli Dei intelligenti, mediatori essi stessi, Helios ne assicura pienamente la continuità, la bellezza senza limiti, l’inesauribile fecondità, l’intelligenza perfetta, e li dota in abbondanza di tutti i beni atemporali. Nel mondo attuale, proiettando le sue luci sul visibile … accorda a questo universo apparente una certa parte di bellezza intelligibile e popola il cielo intero di tante divinità quante ne concepisce la sua intelligenza, costituendo il centro di questa proliferazione indivisibile, unificata perché si collega a lui … anche grazie a lui che sussiste la regione sublunare perché egli vi perpetua la vita e vi distribuisce i benefici che provengono dal corpo sferico. Veglia infine sull’insieme del genere umano, particolarmente sulla nostra città, così come ha creato la mia anima da tutta l’eternità.” (6)

Questa teologia neoplatonica ed ermetica si coniugava con il mithraismo che, da un’originaria radice iranica, comune con il mazdeismo, si era sviluppato tramite l’incontro con la teologia astrale dei Caldei e con riti e credenze dell’Asia Minore. Il mito narrava che Mithra era nato da una roccia presso un albero sacro e ai bordi di un fiume: aveva sul capo il berretto frigio, stringeva in una mano il coltello sacrificale e nell’altra una torcia, simbolo della luce e del fuoco che spandeva sul cosmo. I pastori, che avevano assistito alla sua nascita, gli avevano offerto primizie dei greggi e dei raccolti.

Nel mithraismo dell’impero romano Mithra era considerato il figlio del dio supremo: figlio del Sole e Sole egli stesso. Cooperava con Ohrmazd, personificazione delle forze del bene, nella lotta contro Ahriman, personificazione delle malefiche, che sarebbe stato vinto alla fine dei tempi (7).

Il Natale del Sole invitto era stato fissato dall’imperatore Aureliano al 25 dicembre, ovvero qualche giorno dopo il solstizio invernale, quando il “nuovo sole” era salito percettibilmente sull’orizzonte. Si celebrava con cerimonie e giochi, fra cui trenta corse di carri che si addicevano bene alla sua terza ipostasi, il sole visibile che sul fulgido carro simbolico portava ogni giorno la luce al mondo.

Molti cristiani erano attirati da quelle feste spettacolari; e la Chiesa romana, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mithraismo, che con la sua morale e spiritualità, non dissimile dal cristianesimo, poteva frenare se  non arrestare la diffusione del vangelo, pensò di celebrare nello stesso giorno il Natale del Cristo come vero Sole. Non era una sovrapposizione infondata perché fin dall’Antico Testamento Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole. Isaia, ad esempio, scriveva: «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (8); «La luce di Israele diventerà un fuoco, il suo santuario una fiamma” (9); «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce» (10); «Il tuo sole non tramonterà più né la tua luna si dileguerà perché il Signore sarà per te la luce eterna» (11).

Malachia lo chiamava Sole di giustizia: «Per voi invece, cultori del mio nome” diceva il Signore tramite il profeta “sorgerà con raggi benefici il Sole di giustizia, e voi uscirete saltellanti come vitelli di stalla» (12).

A sua volta Giovanni affermava nel Nuovo Testamento: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre …», e: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (13).

Per questi motivi già nei primi secoli l’accostamento del sole al Cristo era  abituale, come testimonia Tertulliano: «Altri … ritengono che il Dio cristiano sia il sole perché è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il sole che sorge e che nel giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dir il vero per una ragione del tutto diersa dall’adorazione del sole» (14). Sicché ai fedeli romani non doveva sembrare una decisione infondata quella di celebrare la nascita del Cristo il 25 dicembre. D’altronde, alla luce della mentalità mitico-simbolica di quell’epoca, la scelta di una data secondo un’astro-logica, e non secondo i dati storici, era perfettamente legittima.

Successivamente nel secolo V, papa san Leone Magno diede a questa solennità il fondamento teologico, polemizzando tutta via con quei cristiani che continuavano a onorare il sole alla maniera dei pagani. «Tanto e stimato religioso un comportamento simile che alcuni cristiani» scriveva «prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo, dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto in parte per ignoranza e in parte per mentalità pagana. Infatti, anche se alcuni intendono venerare il Creatore della luce leggiadra, e non la luce stessa che e una creatura, devono astenersi da ogni apparenza di ossequio perché chi ha lasciato il culto degli dei, qualora trovasse tra noi una simile usanza, potrebbe praticare, come incensurabile, questo elemento delle vecchie credenze perché lo vedrebbe comune ai cristiani e agli infedeli.» (15)

La preoccupazione di san Leone Magno era piu di carattere pastorale che teologico: dopo i primi secoli dell’era cristiana , durante i quali si erano utilizzati simboli pagani per l’evangelizzazione, occorreva in una seconda fase sradicare completamente gli ultimi residui delle religioni solari. Ma quasi un millennio dopo, all’inizio del secolo XV, un dottore della Chiesa, san Bernardino da Siena, aveva l’abitudine di mostrare ai fedeli, al termine delle sue prediche, una tavoletta sulla quale erano incise in oro le lettere JHS, contornate da un cerchio di raggi fiammeggianti.

San Leone Magno parlava nei sermoni sul Natale del valore salvifico dell’evento affermando che il mistero della natività del Cristo non era soltanto un ricordo del passato, «ma quasi lo vediamo al presente» (16). Sant’Agostino a sua volta aveva spiegato che al centro del Natale vi e lo scambio di «Dio che si e fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio» (17). Il primo atto dello scambio si opera nell’umanità del Cristo poiché il Verbo ha assunto ciò che era nostro per darci ciò che era suo. Il secondo atto consiste nella nostra reale e intima partecipazione alla divina natura del Verbo: il Salvatore del mondo, nato il 25 dicembre, ci ha rigenerati come figli di Dio e ha assunto in sé tutto il creato per sollevarlo dalla sua caduta e per reintegrare l’universo nel disegno del Padre, come spiega il secondo prefazio di Natale.

Perciò il Natale, secondo il concilio Vaticano II, ci rivela che «soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo»: Cristo infatti, che e il nuovo Adamo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa conoscere la sua altissima vocazione (18), che è di diventare figlio suo nel Figlio, e dunque fratello degli altri uomini secondo il modello del Salvatore nella sua donazione suprema.

La data convenzionale del Natale

Secondo la tradizione il Cristo sarebbe nato il 25 dicembre del 743° anno dalla fondazione di Roma, considerato il primo della nostra era. Ma è una datazione inesatta, dovuta a un errore. Nel 531 d.C. negli ex territori occidentali dell’Impero romano si calcolavano gli anni partendo dalla fondazione di Roma oppure, in ambiente cristiano, dal 284, primo anno di regno dell’imperatore  Diocleziano. In quell’anno un abate sciita, Dionigi il Piccolo, che abitava a Roma sull’Aventino, calcolando le date della Pasqua per il futuro sulla base di un nuovo metodo di calcolo, si accorse che la numerazione degli anni si basava su un personaggio che era stato un famoso persecutore dei cristiani; sicché, come ebbe a scrivere a un vescovo di nome Petronio, preferì «calcolare e designare gli anni in base alla incarnazione di Nostro Signore allo scopo di rendere più noto il fondamento della nostra speranza e più manifesta la causa della redenzione dell’uomo». Stabilì che il Cristo era nato proprio 531 anni prima; ma non conoscendo ancora il numero zero, che gli Arabi avrebbero fatto conoscere in Occidente nei secoli successivi, considerò l’anno 1, corrispondente al 747 dalla fondazione di Roma, il primo della nostra era, quello che noi chiamiamo ora l’1 dopo Cristo, mentre sarebbe l’anno zero. Inoltre si sbagliò nei calcoli perché Erode il Grande, l’autore della strage degli Innocenti, voluta proprio per eliminare il re dei Giudei annunciato dai Magi, era morto quattro anni prima: nel 751, ovvero nel 4 a.C.

Quando Gesù sia effettivamente nato non lo sappiamo. Qualcuno avanza l’ipotesi che la famosa stella dei re Magi sia stata una stella apparente, la congiunzione dei tata dai pianeti Saturno e Giove, interpretata dai Magi, che erano astrologi, come il segno di un avvenimento importante, la nascita di uno di quei Salvatori che a ogni era, secondo la religione mazdeica, apparivano sulla Terra: sicché si potrebbe congetturare che proprio intorno a quella data sia nato Gesù. D’altronde è curioso notare come precedentemente sant’lppolito aveva indicato il Natale di Cristo al 2 aprile del 5500° anno del mondo dal— la creazione, che corrispondeva al 752 dalla nascita di Roma, ovvero al 5 a.C. secondo il nostro calendario. Ma c’è anche un altro problema: il giorno del 25 dicembre non è storicamente sostenibile perché nel vangelo di Luca si racconta che in quel periodo nelle campagne di Betlemme alcuni pastori vegliavano di notte facendo la guardia al gregge. Siccome i pastori ebrei partivano per i pascoli all’inizio di primavera tornando in autunno, è evidente che il Cristo nacque tra la fine di marzo e il primo autunno; tant’è vero che fino al principio del IV secolo il Natale veniva festeggiato, secondo i luoghi, o il 28 marzo o il 18 aprile o il 29 maggio.

In realtà si tratta di una data convenzionale. Nella seconda metà del III secolo si affermò nella Roma pagana il culto del Sole di cui l’astro non era se non una manifestazione sensibile. In suo onore l’imperatore Aureliano aveva istituito una festa al 25 dicembre, il Natalis Solis Invicti, il Natale del Sole lnvitto, celebrandovi il nuovo sole «rinato» dopo il solstizio invernale con cerimonie grandiose e giochi. Molti cristiani erano attirati da quelle cerimonie spettacolari; sicché la Chiesa romana, preoccupata per la nuova religione, che poteva ostacolare la diffusione del cristianesimo più delle persecuzioni, pensò bene di celebrare nello stesso giorno il Natale del Cristo. La festa, già documentata nei primi decenni del secolo IV, si estese, a poco a poco, al resto della cristianità. Ma nel secolo V il Natale pagano del Sole Invitto era ancora vivo, tant’è vero che papa san Leone Magno ammoniva i suoi fedeli a non parteciparvi. e soprattutto a non onorare il sole: «Alcuni cristiani» scriveva accorato «prima di entrare nella basilica di San Pietro, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro. Siamo angosciati per questo fatto che viene ripetuto in parte per ignoranza e in parte per mentalità pagana». (19)

La notte magica di Natale 

Nella notte di Natale accadono prodigi. «In quella notte» riferisce Valentino Ostermann a proposito di una leggenda delle valli del Natisone, in Friuli «i fiori germogliano sotto la neve, nelle fontane l’acqua si muta in vino, gli animali parlano e v’è chi ne intende il linguaggio, le anime di coloro che muoiono volano dritte in Paradiso e le nuvole predicono, a chi le osservi da un crocicchio, tutto ciò che deve avvenire nel nuovo anno.» (20) Secondo una credenza abruzzese alla nascita del Bambino gli asini si inginocchiano e le punte delle corna di buoi e vacche diventano luminose.

Queste credenze sono nate probabilmente sulla scia di un celebre episodio narrato da un apocrifo, il Protovangelo di Giacomo. Giuseppe era andato a cercare una levatrice perché Maria aveva ormai le doglie: «E io Giuseppe stavo camminando, ed ecco non camminavo più. Guardai per aria e vidi posata una scodella e alcuni operai sdraiati intorno, con le mani nella scodella: e quelli che stavano masticando, non masticavano più, e quelli che stavano prendendo cibo non lo prendevano più, e quelli che stavano portandolo alla bocca non lo portavano più, ma i volti di tutti erano rivolti in alto. Ed ecco alcune pecore erano condotte al pascolo e non camminano ma stavano ferme; e il pastore alzava la mano per percuoterle con il bastone, e la sua mano restava per aria. Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano … e insomma tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso» (21)

Anche a Natale si dice che, come all’Epifania, gli animali parlino fra loro e sia pericolosissimo ascoltarli perché si rischia la morte.

Chi nasce a mezzanotte in punto avrà un destino straordinario: qualche volta buono, spesso cattivo. Chi poi, concepito alla mezzanotte dell’Annunciazione, nascesse alla mezzanotte di Natale sarebbe fatalmente strega o lupo mannaro o folletto. Per evitare questo pericolo – si raccomandava una volta in Abruzzo – la levatrice deve incidergli qualunque parte del corpo, tranne la regione del cuore perché il neonato morrebbe all’istante; oppure il compare deve ferirlo leggermente con un ferro facendogli uscire almeno una goccia di sangue; oppure il padre per tre notti di seguito deve incidere con un ferro rovente una piccola croce su un piede della malcapitata creatura.

Gesù Bambino all’Ara Coeli

Là dove i doni non sono portati da san Nicola, ovvero da Babbo Natale, da santa Lucia o dalla Befana, è Gesù Bambino a svolgere la loro funzione nella notte di Natale. I bimbi gli scrivono le loro letterine a Roma, a Santa Maria d’Ara Coeli, sulla cima del Campidoglio, dove egli dimorerebbe. Questa chiesa è celebre per una leggenda che ha come protagonista l’imperatore Augusto. Quando i senatori, ammirati dalle sue virtù gli comunicarono che volevano adorarlo, il sovrano convocò a palazzo la sibilla di Tivoli chiedendole consiglio. Dopo tre giorni di digiuno lei rispose enigmaticamente: «Segno del giudizio: presto suderà la terra e dal cielo verrà il re dei secoli». Mentre l’imperatore la stava ascoltando, il cielo si squarciò e una luce abbagliante scese
su di lui che vide una vergine bellissima sedere su un altare tenendo un bimbo fra le braccia. Contemporaneamente una voce gridava dal Cielo: «Questo è l’altare del Figlio di Dio». Allora Augusto si prosternò in segno di adorazione: la visione era avvenuta nella camera dell’imperatore dove si sarebbe costruita successivamente la chiesa di Santa Maria d’Ara Coeli.

Nel Cinquecento venne posta in una cappella della sacrestia di Santa Maria d’Ara Coeli la scultura del Santo Bambino che, secondo la leggenda, sarebbe stata intagliata due secoli prima da un francescano nel legno di un ulivo dell’orto di Getsemani. Le furono attribuiti subito poteri miracolosi. Nel secolo XIX Alessandro Torlonia metteva a disposizione ogni giovedì una carrozza appartenuta a papa Leone XII per portare la statuetta ai malati che non potevano recarsi in chiesa. Sull’altare in cui la statua è esposta si ammucchiano le lettere che i bambini di tutto il mondo hanno inviato a Gesù Bambino. I bambini romani recitano invece la poesia di Natale proprio nella cappella del Bambinello. Tranne che nel periodo delle feste natalizie, il Santo Bambino  viene sempre conservato in una custodia di vetro: dal Natale all’Epifania si pone invece la statuetta nel presepio appositamente allestito e davanti al quale i bimbi di Roma recitano una preghierina.
Alla mezzanotte di Natale gli zampognari scesi dai monti salgono la scalinata dell’Ara Coeli per suonare i loro inni in onore del Santo Bambino il quale, nel giorno dell’Epifania, viene portato in processione fin sul sagrato della chiesa per benedire tutta la città.

Il presagio delle Calende

A Natale, che si può considerare una festa di «capo d’anno» poiché originariamente celebrava la rinascita del nuovo sole, del Sole Bambino, si possono trarre presagi per l’anno nuovo. Una volta in molte regioni italiane, dal Veneto all’Abruzzo, In sera della vigilia si ponevano nel camino, vicino al fuoco, dodici chicchi di grano che rappresentavano i mesi. Nessuno doveva toccarli fino alla mattina seguente quando si osservavano i loro eventuali spostamenti: se qualcuno si era mosso in avanti, nel mese che esso simboleggiava il prezzo del grano sarebbe aumentato; se era rimasto al suo posto il prezzo sarebbe stato stabile.

Nelle valli del Natisone, in Friuli, le ragazze che volevano conoscere la propria sorte si facevano portare sulle spalle da un’amica fino alla porta del porcile: il numero degli anni che mancavano alle nozze veniva dedotto da quello dei grugniti che il maiale emetteva sentendola arrivare. Non si sorrida per quest’usanza perché, come si è già ricordato, il maiale in ogni tradizione mediterranea è un animale sacro alla Grande Madre e simbolo di fecondità. Mentre la ragazza si recava al porcile con l’amica, i suoi familiari nascondevano una fede, un pettine e una chiave, ciascuno sotto un piatto. Al rientro lei doveva scoprire un solo piatto e guardare che cosa ci fosse sotto di esso: la fede significava matrimonio d’amore, il pettine matrimonio controvoglia, mentre la chiave indicava che sarebbe diventata un’ottima massaia. (22)

Ancora oggi si pratica il «presagio delle Calende» detto in epoca bizantina «dei dodici giorni». In realtà il termine Calende non sarebbe il più adatto a indicare il presagio di Natale perché riguarderebbe propriamente il primo dell’anno. Consiste nel prevedere lo stato del tempo dell’anno nuovo dall’osservazione delle condizioni meteorologiche dei dodici giorni compresi nel periodo solstiziale. A ciascuno di questi si fanno corrispondere i dodici mesi: se la giornata è bella anche il mese corrispondente sarà contrassegnato da tempo sereno e viceversa. In alcune regioni dell’Italia settentrionale, dal Friuli fino alla Lombardia e all’Emilia, al conteggio dei dodici giorni segue talvolta una verifica: si osservano anche i dodici successivi, ma li si abbinano ai mesi in ordine inverso (il primo corrisponde a dicembre e così via fino all’ultimo che viene abbinato a gennaio). In caso di discordanza fra i due cicli si deduce che il tempo sarà incerto. Il periodo esaminato per il computo varia da zona a Zona. I giorni indicatori sono compresi in tre cicli: il primo va dal 1 al 12 di quel mese; il secondo dalla festa di Santa Lucia che, una volta, era data solstiziale, fino al 25 dicembre; la terza dal 25 dicembre al 5 gennaio.

Alcuni proverbi sostengono a loro volta: «Natale al sole, Pasqua delle nuvole»; «Natale al sole e Pasqua vicino al fuoco»; «Tempo buono per Natale, cattivo per Pasqua». 

TRATTO da:
1. Alfredo Cattabiani, Lunario, ed. Mondadori, Milano, 2019.
2. Alfredo Cattabiani, Calendario, ed. Rusconi, Milano, 1994.

NOTE:

(1 )Luca 2, 8. D’altronde fino al secolo IV le date più comunemente proposte per il Natale erano il 28 marzo, il 18 aprile o il 29 maggio. Per questo motivo l’anonimo autore del Vangelo armeno dell’infanzia, sostenendo che fosse nato il 6 gennaio, soggiungeva: «Ma in quel momento i pastori e i boari non c’erano perché era inverno» (VIII 5). Nella Chiesa  orientale  la  nascita  di  Gesù  si  celebrava,  fino  al  secolo  IV-V,  nella  festa dell’Epifania, il 6 gennaio, insieme con il battesimo di Gesù e il primo miracolo a Cana. Questa data, che risaliva a un’antica festa gnostica, venne giustificata con un calcolo curioso  convinti che Gesù fosse vissuto esattamente 30 anni – contando però dal momento del concepimento e non dalla nascita – si partiva dalla data della morte, ritenuta per alcuni scrittori orientali il 6 di aprile, e gli si assegnavano 29 anni e 3 mesi di vita reale (gli altri 9 mesi erano quelli della gestazione). Così la nascita veniva a cadere il 6 di gennaio.
(2) Scriptores Historiae Augustae, Aurelianus 5 e 35, 3.
(3) Orazio, Carmen Saeculare 9. Successivamente Caracalla (211-217) aveva incoraggiato il culto di un dio solare siriaco, Sol Invictus, ed Eliogabalo aveva introdotto a Roma il culto del dio di Emesa, El Gabal, di cui era anche sacerdote.
(4) I corpi celesti infatti, secondo la teologia neoplatonica, hanno i loro principi nell’intelligibile: da questo è retto tutto nell’universo con un solo atto infinito intellettuale che costituisce l’unità del mondo. Nell’intelligibile risiedono i prototipi divini (gli archetipi), di cui è un riflesso l’espressione visibile degli dèi, per esempio i corpi celesti (gli archeboli). L’unità che esiste fra archetipo, archebolo e simbolo si origina nella sfera intellettiva, perciò l’archetipo non dipende dall’archebolo e neanche dal simbolo-immagine ma, al contrario, il simbolo dipende dall’archebolo che a sua volta dipende dall’archetipo, che può esistere autonomo rispetto all’archebolo e al simbolo.
(5) Cfr. Giamblico, De mysteriis ,VII , 252, 11-18. Oggi quest’opera è attribuita ad un esponente della scuola di Giamblico.
(6) Su Elio re, 156c-157a
(7) Cfr. Franz Cumont, Textes et monuments figurés relatifs aux mystères de Mithra, Bruxelles, 1899.
(8) Isaia 9, 1.
(9) Isaia 10, 17.
(10) Isaia 60, 1.
(11) Isaia 60, 20.
(12) Malachia 3, 20.
(13) Giovanni 1, 4-5, 9.
(14) Ad Nationes I 13.
(15) San Leone Magno, 7° Sermone tenuto nel Natale del Signore (XXVII) 4.
(16) San Leone Magno, 9° Sermone tenuto nel Natale del Signore (XXIX) 1.
(17) Sant’Agostino, Sermone 198.
(18) Costituzione conciliare Gaudium et spes 22.
(19) San Leone Magno, 7° Sermone tenuto nel Natale del Signore (XXVII) 4.
(20) Valentino Ostermann, La vita in Friuli, Udine, 1940, p.83.
(21) Protovangelo di Giacomo XVIII 2. In realtà questo passo è una parte dell’interpolazione del testo primitivo, detta Apocryfum Josephi (XVIII 2-XXI).
(22) Cfr. Giuliana Valentinis, “Tempo di Natale”, in AA.VV., I giorni del magico (a cura di Gian Paolo Gri e G. Valentinis, Corte Sant’Ilario, Gorizia, 1985, pp.30-33.