NATALE E DINTORNI 2di9: Avvento

Al Natale si collega strettamente l’Avvento come periodo di preparazione alla solennità del 25 dicembre; ed è proprio con l’Avvento che comincia l’anno liturgico. (1)

Inizieremo dunque il nostro viaggio sul finire dell’autunno, tempo di attesa del nuovo sole solstiziale, del sole bambino destinato a crescere nel cielo sino a risorgere, dopo la crocifissione sulla linea dell’equinozio, nella parte settentrionale dello zodiaco, sfolgorando infine nella primavera e offrendo le sue energie al cosmo.

Nella Roma precristiana adventus significava la venuta, una volta all’anno, della divinità nel suo tempio; quella venuta o presenza si protraeva per tutto il periodo consacrato alla sua festa. Il nome assunse poi anche il significato di visita dell’imperatore o di anniversario della sua festa.

Il cristianesimo adottò il termine per designare inizialmente l’incarnazione del Cristo: Adventus   Domini   è   detta   nelle   omelie   dei   padri, nelle   orazioni   degli   antichi sacramentari, nei primi calendari cristiani.

L’Avvento vero e proprio, come tempo di preparazione al Natale, sorse invece relativamente tardi, fra il VI e il VII secolo, in occidente, perché in oriente la preparazione era – ed è limitata a pochi giorni. Inizialmente vi si coniugava il memoriale dell’attesa del Messia vissuta dal popolo di Dio all’attesa della sua venuta futura con il compiersi della storia; ma l’aspetto escatologico cominciò presto ad appannarsi per scomparire del tutto.

Oggi con la riforma liturgica l’Avvento ha riacquistato l’originaria dimensione escatologica sicché lo si suole dividere in due parti: nella prima, che va dai vespri della prima domenica d’Avvento (la quartultima prima del Natale secondo il rito romano) fino al 16 dicembre, si sottolinea l’aspetto escatologico, il non ancora; nella seconda, dal 17 al 24, ci si prepara al Natale, al memoriale del già, della nascita del Cristo.

Ma l’Avvento non è soltanto memoria del passato e attesa colma di speranza nel compimento unviersale della salvezza. Vi è un altro Adventus Domini che si colloca fra i due: è la venuta del Cristo nel presente storico. Egli infatti viene ininterrottamente poiché è «Colui che era, che è, che viene», secondo l’Apocalisse (1, 8); è Colui che è sempre presente fra i credenti’ “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro” promette Gesù ai discepoli (Matteo 18, 20), e ripeterà’ “Ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Matteo 28, 20).

Sicché l’attesa del Cristo è vissuta nell’Avvento come memoriale del passato, come speranza nella parusìa e come attesa dell’incontro personale con l’Emmanuele («Dio è con noi»): attesa vissuta nella preghiera e nella vigilanza, secondo le parole del salmo 34, Ad te levavi animam meam, detto anche “tromba dell’Avvento” perché è collocato alla prima domenica. il salmo è una supplica di un uomo che implora perdono per i peccati e chiede luce ed aiuto, simboleggiando la condizione umana prima della nascita del Cristo.

«A te, o Signore,» comincia «elevo l’anima mia. Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Non trionfino su di me i miei complici. Chiunque spera in te non sia deluso.»

Protagonisti biblici dell’Avvento sono per l’Antico Testamento i profeti, soprattutto Isaia che lo annunciò: «Ecco il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio, e i suoi trofei lo precedono … Nel deserto preparate la via del Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio». Poi nel Nuovo Testamento protagonista diventa il “resto di Israele”, il vero popolo di Dio che è rimasto fedele all’Alleanza e attende il compimento della promessa: gli uomini giusti e pii come il Battista, Zaccaria ed Elisabetta, Simeone, i battezzati da Giovanni, i pastori di Betlemme, i Magi che partono dall’oriente per testimoniare che tutte le religioni attendono il Salvatore, e sopra tutti Maria di Nazareth.

L’immacolata Concezione «Con lei, eccelsa figlia di Sion, dopo la lunga attesa della promessa» afferma la costituzione Lumen gentium del concilio Vaticano II «si compiono i tempi e si instaura una nuova economia allorché il Figlio di Dio assunse da lei natura umana per liberare con i misteri della sua carne l’uomo dal peccato.» Per questo motivo la festa più importante dell’Avvento è la solennità dell’immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, la Santissima tra i santi, prototipo dell’umanità redenta. In lei, come canta il prefazio del giorno, «Dio ha segnato l’inizio della Chiesa, sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza».

Immacolata Concezione: ovvero Maria senza peccato originale. L’angelo la saluta all’Annunciazione “piena di grazia”, dunque colmata del favore divino, come indica il suo nome che significa “amata da Dio” (2).

Questa festa è antichissima, testimoniata in oriente fin dal principio del secolo VIII – al 9 di dicembre – con il titolo di Concezione di sant’Anna, e ispirata al Protovangelo di Giacomo che risale all’inizio del secolo II. L’apocrifo narrava che Gioacchino era un uomo molto ricco e pio perché faceva le sue offerte al tempio in misura doppia. Un giorno mentre stava portando per primo le offerte, fu affrontato da un uomo della sua tribù, Ruben, che gli disse: «Tu non hai diritto di presentare per primo le offerte perché non hai generato prole in Israele».

Gioacchino andò a consultare l’archivio delle dodici tribù per controllare se quel che diceva Ruben fosse vero, scoprendo che tutti gli uomini pii e osservanti avevano avuto figli. Se ne addolorò così tanto che invece di tornare dalla moglie si ritirò nel deserto digiunando per quaranta giorni e quaranta notti. «Non scenderò di qui» diceva fra di sé «né per mangiare né per bere finché il Signore mio Dio non mi avrà guardato benignamente, e la preghiera sarà per me cibo e bevanda”.

Anche la moglie Anna era addolorata.  «Piangerò la mia vedovanza» si lamentava «e piangerò la mia sterilità». Ma un giorno la sua serva Giuditta la rimproverò: «Fino a quando avrai l’animo abbattuto? Ecco: è venuto il gran giorno del Signore e non ti è lecito stare in tristezza. Prendi questa fascia per i capelli che mi ha regalata la padrona del laboratorio: a me non è conveniente cingerla perché io sono serva ed essa ha un’impronta regale».

Dopo aver esitato a lungo, Anna decise di accettarla; poi, abbandonate le vesti da lutto, indossò gli abiti da sposa profumandosi il capo d’unguenti. All’ora nona scese in giardino, fermandosi all’ombra di un lauro sotto il quale non poté trattenersi dall’implorare il Signore: «o Dio dei nostri padri, benedicimi ed esaudisci la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara e le hai dato un figlio Isacco!». Continuò a lungo a lamentarsi per la sterilità finché un angelo compare dicendole: “Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai, e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”.

E lei rispose: «Com’è vero che vive il Signore mio Dio, se io metterò al mondo un figlio, sia maschio che femmina, lo darò come offerta al Signore mio Dio e starà al suo servizio per tutti i giorni della sua vita».  Poco dopo giungevano due messaggeri annunciandole: «Ecco, Gioacchino sta tornando con le sue greggi». Infatti un altro angelo era sceso nel deserto comunicando al marito che il Signore aveva esaudito la sua preghiera: «Scendi di qui poiché tua moglie Anna concepirà nel suo ventre» (3).

Secondo una credenza, che ha goduto di una larga diffusione tra i fedeli e si ispirava a un altro testo non canonico, il Vangelo dello Pseudo Matteo, Anna avrebbe concepito Maria senza intervento umano.

«Infatti Dio ha suscitato in lei un germe di vita (perciò rendi ringraziamento a Dio)» era scritto nell’apocrifo «e questo germe sarà benedetto, ed ella sarà benedetta e sarà costituita madre di benedizione eterna.» Era un’interpolazione di qualche copista se poche righe prima si affermava l’opposto: «Sappi infatti che ella dal tuo seme ha concepito una figlia» diceva il Signore a Gioacchino. Ma i medievali privilegiarono nelle loro leggende il concepimento divino di Maria.

Il racconto, sorto in ambiente popolare di là da ogni dato storico attendibile, contiene tuttavia «una prima presa di coscienza intuitiva» scrive René Laurentin «della santità perfetta e originale di Maria nella sua stessa concezione» (4). Era la fede popolare a intuire questa verità nonostante le perplessità se non addirittura il parere contrario della maggior parte dei teologi (5) che tuttavia non riuscivano a frenare il progressivo estendersi della festa documentata verso il secolo XI nell’Italia meridionale e subito dopo in Inghilterra e in Francia alla data dell’8 dicembre.

Nonostante un periodo di declino dovuto all’opposizione di alcuni teologi, essa non venne abbandonata dai fedeli tanto che i romani ottennero nel secolo XV da Sisto IV che venisse adottata nel calendario liturgico della città. Un secolo dopo, il concilio di Trento dichiarava che Maria non era inclusa nel peccato originale, pur senza definire il dogma (1556); e nel 1661 Alessandro VII, sollecitato da più parti, si dichiarava con la bolla “Sollicitudo a favore dell’immacolata Concezione” vietando di negarla sotto qualsiasi forma.

I papi si limitavano a registrare il sensus fidei del popolo cristiano che nel secolo XVII si espresse addirittura in una decisione clamorosa: nel 1617 l’università di Granada,  seguita da quelle spagnole e italiane, emise il votum sanguinis, ovvero il giuramento di difendere l’immacolata Concezione fino al martirio.

Pochi anni dopo, nel 1621, anche i francescani seguivano l’esempio delle università mentre i catechismi di Bellarmino e poi di Bossuet non esitavano a presentarla come verità di fede. Era ormai una marea che montava da ogni parte sicché Clemente XI si sentì in dovere, nel 1708, di estendere la festa romana alla Chiesa universale pur senza definire ancora l’immacolata Concezione dogmaticamente.

Nel secolo scorso Pio IX, dopo aver interrogato tutti i vescovi con l’enciclica Ubi primum (1849) e aver ottenuto un consenso quasi plebiscitario a favore della definizione dogmatica (546 su 603), tanto che si parlò di un “concilio scritto”, proclamò l’8 dicembre del 1854 il dogma con la bolla Ineffabilis Deus: «…Dichiariamo,  pronunciamo  e  definiamo che la dottrina, la quale ritiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente e in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia della colpa originale, è rivelata da Dio e perciò da credersi fermamente da tutti i fedeli» (6).

Dunque, la proclamazione del dogma è il frutto di una verità che, pur non affermata esplicitamente dalla Scrittura, era sentita dai fedeli come una logica conseguenza della Rivelazione. Nel nostro secolo poi un’ulteriore riflessione di san Massimiliano Kolbe ha apportato nuovi elementi di riflessione sul dogma, spiegando che essendo Maria «congiunta in modo ineffabile con lo Spirito Santo, poiché è sua sposa», ne consegue che lo Spirito Santo «dimora in lei, vive in lei, e ciò dal primo istante della sua esistenza». Non si tratta evidentemente di un’unione ipostatica – il che sarebbe un’affermazione eretica – ma di un mistero sul quale il santo polacco non esita ad affermare: «in Gesù vi sono due nature (la divina e l’umana) e un’unica persona (quella divina), mentre qui vi sono due nature e due sono pure le persone, lo Spirito Santo e l’immacolata: tuttavia l’unione con l’umanità supera qualsiasi comprensione» (7).

Sicché l’Immacolata Concezione è «il frutto non avvelenato dal serpente, il paradiso concretizzato nel tempo storico, la primavera i cui fiori non conosceranno più il pericolo della contaminazione e della putredine” (8).

Con la nascita di Maria si accende un fuoco simbolico nella notte dell’Attesa, certezza nella futura nascita del Sole di giustizia, simboleggiata dal solstizio invernale. Per questo motivo oggi ancora in arie cittadine italiane si accendono falò nella sera dell’Immacolata, come a Chiaravalle Centrale, in provincia di Catanzaro, o a San Mango Piemonte, in provincia di Salerno; oppure si illumina il cielo notturno con fuochi d’artificio, come a Palermo. Ma la cerimonia che meglio festeggiava simbolicamente l’Immacolata Concezione si svolgeva nel secolo scorso a Cataldo, in provincia di Caltanissetta. Il 7 dicembre i notabili del luogo andavano a cogliere nelle campagne grossi rami di lauro con le loro fronde. Poi li trasportavano in una casa e ne strappavano i rametti che gettavano dal balcone ai paesani. I più svelti s’impossessavano di un rametto con il quale partecipavano, la sera seguente, alla processione illuminata da lumini e fiaccole in onore della Madonna: quei rametti di lauro erano il simbolo del Salvatore di cui Maria era figlia e madre nello stesso tempo (9).

Due giorni dopo, il 10 dicembre, si celebra nelle Marche la Solennità della Beata Vergine Maria di Loreto, una festa che risale ai primi decenni del secolo XVI e in cui le due verità dell’incarnazione e dell’esenzione della Madonna dal peccato originale sono compresenti. Secondo un’antica tradizione nella chiesa di Santa Maria di Loreto si conserva la Santa Casa della Madonna a Nazareth dove lei nacque e ricevette l’annunzio della divina maternità. La leggenda narra che quando i musulmani occuparono Nazareth, gli angeli sollevarono la Casa della Madonna e la trasportarono prima nella Dalmazia, e poi a Recanati, nel bosco di una donna chiamata Loreta, e infine su un monte dove oggi sorge il santuario, nella notte fra il 9 e il 10 dicembre del 1294. Quale che sia la verità storica, la leggenda esprime una verità che si situa in una dimensione meta-storica, meta-fisica (10). La “Casa della Madonna” è una ierofania misteriosa, un luogo sacro che sprigiona energie spirituali; altrimenti non si spiegherebbe la plurisecolare devozione alla Madonna di Loreto, già venerata alla fine del secolo XV al punto che nel febbraio del 1493 l’equipaggio di Cristoforo Colombo, sorpreso dalla tempesta durante il viaggio di ritorno, si votò a lei promettendo di inviare un “romeo” al santuario. Oggi più di due milioni di fedeli giungono ogni anno a Loreto il cui nome in latino, Lauretum, significa boschetto di lauri, simboli solari di vittoria e di regalità. E la sera del 9 si accendono in tutte le campagne del Piceno grandi falò detti in dialetto “focaracci”, che servono, secondo la tradizione, a illuminare il cammino degli angeli.

Nel periodo dell’Avvento si ricordano nel calendario vari santi la cui memoria è obbligatoria per la Chiesa universale: il 30 novembre sant’Andrea apostolo, fratello di Pietro e patrono dei pescatori; il 3 dicembre san Francesco Xavier, il compagno di Ignazio di Loyola e missionario in oriente; il 7 sant’Ambrogio; il 13 santa Lucia; il 14 san Giovanni della Croce, compagno spirituale di santa Teresa di Gesù, uno dei massimi poeti mistici di ogni tempo.

Sant’Ambrogio

Fra questi ha una particolare rilevanza in Italia sant’Ambrogio che, nato a Treviri, nelle Gallie, da una famiglia aristocratica romana, la gens Aurelia, è il patrono di Milano. Ambrogio, il cui nome significava nel paganesimo “immortale” – dal greco ambrosios, formato da a privativo e brotos, mortale – e poi nel cristianesimo “destinato alla vita eterna, alla salvezza spirituale”, si trova nel 374 a Milano come consularis delle province della Liguria e dell’Emilia quando venne eletto Vescovo per acclamazione pur essendo ancora un semplice catecumeno, perché godeva della fiducia popolare per il suo buongoverno.

Secondo il biografo Paolino, che mescola elementi elogiativi alla cronaca, quell’anno il popolo e i vescovi della regione si erano riuniti a Milano per eleggere il successore del vescovo ariano Assenzio; ma i contrasti fra cristiani e ariani erano così vivaci da compromettere l’ordine pubblico. Allora Ambrogio, che era responsabile della tranquillità cittadina, si recò nella chiesa per esortare alla pacificazione. Mentre parlava, una voce di fanciullo pare esclamasse: «Ambrogio Vescovo!». E tutti i presenti, ariani e cattolici, come uniti miracolosamente, ripeterono il grido (11).

Di là dal racconto tessuto di elementi leggendari, è accertato che Ambrogio, acclamato vescovo a furor di popolo, era incerto se accettare per un alto senso di responsabilità. Pur essendo stato educato cristianamente, non aveva ancora ricevuto il battesimo, e il canone II del concilio di Nicea proibiva l’elezione dei neofiti. Ma la scelta fu ritenuta la migliore possibile dai vescovi e dall’imperatore Valentiniano, che, nonostante il canone niceno, diedero la loro approvazione. Il 30 novembre del 374, Ambrogio riceveva il battesimo e il 7 dicembre la consacrazione episcopale, data che divenne poi la festa del Santo anziché quella del 4 aprile, quando morì nel 397: la tradizione vorrebbe infatti che la memoria di un santo sia fissata nell’anniversario del giorno della scomparsa o, meglio, della “nascita” alla vera vita nella comunione divina.

Come scriveva egli stesso, gli uomini prima imparano, poi insegnano: a lui era toccata la sorte di insegnare prima di aver imparato. Si applicò allo studio della Sacra Scrittura e dei Padri sotto la direzione del presbitero Simpliciano, il suo futuro successore; e in breve tempo fu in grado di emulare per dottrina chi lo aveva preceduto, come testimoniano i suoi scritti che gli han valso il titolo di Dottore della Chiesa. Ma era anche un pastore esemplare sia nella vita privata sia in quella pubblica. «Ricordati» ammoniva il suo clero «di quelli che sono in carcere: devono essere presenti alla tua mente i malati che non possono gridare alle tue orecchie.» (12)

Egli stesso, che aveva donato alla Chiesa tutti i suoi beni, applicò questa esortazione nel 378 quando i barbari, invaso l’impero, rapivano uomini e donne riducendoli in schiavitù: non esitò a spezzare i calici d’oro e a trasformarli in verghe per pagare il riscatto dei prigionieri. il gesto suscitò molte critiche alle quali il vescovo di Milano rispose: «Se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo ma per donarlo a chi ne ha più bisogno. Se non l’avessi dato, il Signore mi avrebbe potuto dire: “Come hai sopportato che tanti poveri morissero di fame? Come mai hai permesso che tanti prigionieri fossero uccisi? Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”. Avrei potuto forse rispondere che non potevo privare il tempio del conveniente splendore? il Signore mi avrebbe detto: “I sacramenti non hanno bisogno dell’oro perché non è con l’oro che si ottengono”» (13).

Grazie alla sua autorità Ambrogio riuscì a imporsi anche agli imperatori ammonendoli: «L’imperatore è nella Chiesa, non al di sopra della Chiesa», ovvero nemmeno la corona esime dalla legge morale di cui sono custodi i ministri di Dio. E seppe anche ridurre l’influenza dell’eresia ariana, secondo la quale nella Trinità divina soltanto il Padre può considerarsi veramente Dio, non generato né creato, e dunque eterno e immutabile; mentre il Figlio, pur esistendo nella volontà e nel consiglio di Dio prima dei tempi e dei secoli, è stato creato dal nulla come intermediario fra Dio e il mondo, e dunque, come spiegava l’alessandrino Ario, morto a Costantinopoli nel 336, «non sarebbe esistito se Dio non ci avesse voluto creare». L’eresia, condannata nel 325 dal concilio di Nicea, che aveva proclamato il Figlio consustanziale al Padre, avrebbe tuttavia proliferato tra i barbari fino al secolo VII. 

Ambrogio dev’essere ricordato nel nostro calendario soprattutto perché ha contribuito in modo determinante allo sviluppo del rito che si chiama in suo onore ambrosiano, ovvero l’insieme delle norme e degli usi culturali, giuridici e amministrativi propri delle chiese locali che facevano capo alla Chiesa di Milano. Ancor oggi il rito ambrosiano si distingue da quello romano nel calendario come nella liturgia. Per quanto riguarda il calendario, l’ambrosiano vi differisce sia per il tempo proprio che per l’ordinario (14). Il tempo proprio prevede infatti sei domeniche per l’Avvento invece delle quattro «romane»; e posticipa il tempo della Quaresima che decorre non dal mercoledì delle Ceneri, assente nell’ambrosiano, ma dai primi vespri della prima domenica di Quaresima. Quanto al tempo ordinario, e più lungo di 4 giorni il periodo che va dal lunedì successivo alla domenica dopo l’Epifania fino alla Quaresima ambrosiana perché, come s’é detto, essa s’inizia 4 giorni dopo il mercoledì delle Ceneri” mentre e più breve di 2 settimane il periodo dal lunedì dopo la Pentecoste fino alla prima domenica dopo il 12 novembre, vigilia dell’Avvento ambrosiano. Conseguentemente la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo – ultima domenica del tempo ordinario – viene celebrata con un anticipo di due domeniche rispetto alla liturgia romana (15).

TRATTO da:
1. Alfredo Cattabiani, Lunario, ed. Mondadori, Milano, 2019.
2. Alfredo Cattabiani, Calendario, ed. Rusconi, Milano, 1994.

NOTE:

(1) Cfr. Jean Daniélou, Il mistero dell’Avvento, Brescia, 1958.

(2) Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta mutuato dall’ebraico מִרְיָם (Miryam) – tale nome è passato in greco anche come Μαριαμ (Mariam), dove le due forme erano intercambiabili , giungendo poi in italiano come Miriam. Sono numerose le ipotesi riguardanti la sua etimologia e il suo significato. La teoria più accreditata propone un’origine egizia, basata su mry o mr (rispettivamente “amata” e “amore”) . Tale teoria è supportata anche dal fatto che l’unico personaggio che porta questo nome, nell’Antico Testamento, è la sorella di Mosè Miriam, nata proprio in Egitto. Una teoria sviluppata all’inizio del XX secolo accosta al termine egizio il nome di Yam (un dio del Levante, correlabile a YHWH), dando il significato di “amata da YHWH” o “che ama YHWH”. Sono però numerose e propugnate da diversi studiosi altre teorie che vedono Miryam come un nome originatosi direttamente all’interno della lingua ebraica.

(3) Protovangelo di Giacomo I-V.

(4) René Laurentin, Maria nella storia della salvezza, Torino 1972, p. 139.

(5) Cfr. G. Söll, Storia dei dogmi mariani, Roma 1981.

(6) V. Sardi, La solenne definizione del dogma dell’immacolato concepimento di Maria Santissima. Atti e documenti, 2 Voll., Roma, 1904-1905.

(7) San Massimiliano Kolbe, Chi sei, o immacolata, Roma 1982, pp. 29-30 e 41-44.

(8) L. Boff, Il volto materno di Dio, Brescia, 1981, p. 226.

(9) Cfr. Angelo De Gubernatis, La mythologie des plantes, Parigi 1882, Vol. II, p. 189.

(10) Si sa certamente che dal 1194 esisteva a Loreto una chiesa donata ai monaci di Fonte Avellana e diventata più tardi meta di pellegrinaggi e di culto speciale alla Madonna.

(11) Paolino, Vita 6; ma cfr. anche Rufino, Historia Ecclesiastica XI 11.

(12) De officiis II 102 ss.

(13) Ivi II 136 e ss.

(14) Per la distinzione fra tempo proprio e tempo ordinario, cfr. c. I, p. 41.

(15) Per un ulteriore approfondimento: Borella, Il rito ambrosiano, Brescia, 1964; V. Maraschi, Le particolarità del rito ambrosiano, Milano 1938.