NATALE E DINTORNI 1di9: Solstizio d’inverno

Il solstizio d’inverno è un momento particolare, di frattura fra un semestre e l’altro. Infatti al solstizio il sole giunge nel punto più meridionale dello zodiaco celeste o, per spiegarci meglio, tocca a mezzogiorno il punto più basso dell’orizzonte. In tutto l’anno è la giornata in cui le ombre sono più lunghe. A piazza San Pietro a Roma lo si constata facilmente perché l’obelisco proietta la sua ombra sul selciato dove sono disegnati i vari segni astrologici. Dopo aver toccato questo punto il sole ricomincia a crescere in cielo, tant’è vero che pochi giorni dopo è già possibile vedere l’ombra dell’obelisco leggermente più corta.

Nel passato s’interpretò il solstizio d’inverno come una morte e rinascita simbolica del sole, che era la manifestazione del Sole invisibile. Scriveva a questo proposito l’imperatore Giuliano: «Sorto da tutta l’eternità dall’essenza feconda del bene, mediatore fra gli dei intelligenti, Helios ne assicura pienamente la continuità, l’inesauribile fecondità, l’intelligenza perfetta, e li dota in abbondanza di tutti i beni atemporali. Accorda a questo universo apparente una certa parte di bellezza intelligibile e popola il cielo intero di tante divinità quante ne concepisce la sua intelligenza … Veglia infine sull’insieme del genere umano e particolarmente sulla nostra città, così come ha creato la mia anima da tutta l’eternità» (1) . A sua volta l’autore ignoto dei Misteri egiziani diceva del Sole, che immaginava come un pilota sulla barca del mondo: «Come il pilota presiede al timone restando distinto dalla nave, cosi il Sole presiede al timone di tutto il cosmo rimanendone separato. E come dall’alto della prua il pilota presiede al timone restando distinto dalla nave, così il sole presiede al timone di tutto il cosmo rimanendone separato. E come dall’alto della prua il pilota dirige tutto, dando con un suo lieve movimento il principio primo del corso, così su di un piano di gran lunga superiore il dio dall’alto dei primi principi della natura genera indivisibilmente le cause primordiali dei movimenti … Ma poiché gli esseri che lo ricevono chi in un luogo chi in un altro si muovono intorno a questo dono indiviso del dio e poiché essi ricevono dal sole potenze multiformi secondo i propri corsi, per questa ragione la dottrina dei simboli con il gran numero dei doni vuol significare il dio uno e con le potenze multiformi rappresentare la sua potenza unica». (2)

Il solstizio d’inverno non capita sempre nella stessa data e alla stessa ora: c’entra il fatto che il nostro calendario non è del tutto preciso. Quest’anno la data è il 21 dicembre, mentre l’anno scorso è stato il 22 dicembre. Il cambio di data non rappresenta un’eccezione: dipende infatti dalla differenza che c’è tra il nostro calendario(quello gregoriano, che si basa sull’anno solare) e la durata dell’anno sidereo, cioè il tempo che effettivamente la Terra impiega per compiere un giro completo intorno al Sole, che è di 365 g, 6 h, 9 m, 6 s. Tale discrepanza viene bilanciata annualmente facendo slittare in avanti gli orari di solstizi ed equinozi. Il ritardo accumulato è per la precisione di 5 h, 48 m, 46 s: nel calcolo rientrano infatti anche una ventina minuti che vanno sottratti a causa della precessione degli equinozi (cioè lo spostamento dell’asse attorno al quale la Terra compie la propria rotazione quotidiana). Per evitare il graduale scollamento tra il calendario e il ciclo delle stagioni serve l’aiuto dell’anno bisestile, che ogni quattro anni rimette a posto le cose aggiungendo un giorno al mese di febbraio (6×4 = 24 ore). La conseguenza di tutto ciò è che il solstizio d’inverno può oscillare tra il 21 e il 22 dicembre, anche se in alcuni casi eccezionali può addirittura cadere il 20 o il 23 dicembre. Succederà ad esempio nel 2080 (20 dicembre) o nel 2303 (23 dicembre), ma tanto noi non ci saremo 😀 

Festa di Yule
Le tradizioni nel mondo in occasione del Solstizio d’inverno sono molteplici. Tra le tante si rammenta anche quella che affonda le sue radici nella cultura germanica e celtica e che va a coincidere con la festa di Yule (3). Rappresenta uno degli otto giorni solari, o sabbat (4); viene celebrata intorno al 21 dicembre nell’emisfero settentrionale e intorno al 21 giugno in quello meridionale. Ripresa come festa dalla moderna Wicca, si tratta di una antica festa pagana nella quale affonda le sue radici anche il vicino Natale, come specificherò meglio in altro articolo. Tale festa, secondo i racconti più accreditati, viene celebrata sin dal IV secolo tra le popolazioni gotiche tedesche ed è strettamente connessa alla Caccia Selvaggia, al dio nordico Odino e all’anglosassone Mōdraniht. La festa di Yule viene generalmente collegata al periodo dell’inverno ed alle luci. Non a caso il solstizio d’inverno per le antiche popolazioni rappresentava un momento fondamentale in cui si facevano profonde preghiere e si sperava che arrivasse presto la stagione primaverile, onorando la “luce”. Durante questa celebrazione anche per questo venivano accesi fuochi e realizzati banchetti., come specificato meglio negli articoli che seguono.

Il vischio: la pianta del solstizio invernale
In queste settimane si raccolgono per le feste natalizie i rametti di vischio, pianta semiparassita e sempreverde che vive sui rami di tanti alberi, soprattutto del pino silvestre, del melo e del pero, ma anche della quercia. Il vischio ha foglie carnose, verdi-giallastre, e bacche bianche perlacee e sferiche che maturano proprio in questo mese. Lo si considera di buon augurio. L’usanza di appenderlo sull’uscio o in casa risale ai Celti che lo ritenevano una pianta misteriosa, giunta dagli dèi, poiché non aveva radici e cresceva sul ramo di un’altra pianta, quasi fosse caduta dal cielo. Lo si coglieva nella sesta notte dopo il solstizio invernale, detta «notte madre». Il capo dei druidi, loro sacerdoti, lo tagliava con una falce d’oro; gli altri, vestiti di tuniche bianche, lo ponevano in un bacile d’oro che esponevano poi alla venerazione del popolo. Siccome al vischio attribuivano tante proprietà curative, lo immergevano nell’acqua che poi distribuivano a chi la desiderava per guarire da qualche male o per preservarsi da future malattie. Quell’acqua era considerata anche un antidoto contro malefici e sortilegi. Le usanze druidiche continuarono in Francia anche dopo la sua cristianizzazione, tant’è vero che ancora nel secolo XV la gente andava a coglierlo in quella notte considerata magica.

Del vischio parla il padano Virgilio nell’Eneide quando la Sibilla Cumana spiega a Enea che non potrà mai scendere nel Tartaro per rivedere il padre Anchise se non avrà staccato da un albero «il virgulto dalle foglie d’oro»:

Si cela in un albero ombroso
un ramo d’oro nelle foglie e nel flessibile vimine,
consacrato a Giunone inferna; tutto il bosco
lo copre, e lo racchiudono ombre in oscure convalli.
Ma non si può scendere nei segreti della terra, prima
di avere staccato dall’albero il virgulto dalle fronde d’oro.

La bella Proserpina stabilì che si recasse tal dono
proprio per lei. Spiccato il primo, ne spunta
un altro d’oro, e frondeggia una verga di uguale metallo.
Dunque esplora profondamente con gli occhi e, trovatolo,
strappalo con la mano, secondo il rito; ti seguirà da solo,
docile e agevole, se i fati ti chiamano; altrimenti
con nessuna forza potrai vincerlo o staccarlo col duro ferro. (5)

Enea si pone alla ricerca del «ramo d’oro» che riesce a scoprire grazie a una coppia di colombe, inviate dalla dea:

Quale suole nelle selve col freddo invernale il vischio
verdeggiare di nuova fronda, poiché la sua pianta
non germina, e avvolgere i tronchi rotondi con un frutto giallastro,
tale era l’aspetto dell’oro frondeggiante sull’ombroso
elce, cosi crepitava la lamina al lieve vento. (6)

Certo, le foglie del vischio non sono dorate, ma secondo il Frazer la descrizione si ispirava a una superstizione popolare secondo la quale il rametto di vischio splendeva in certi istanti di un’aureola d’oro. (7)

Al vischio allude anche un indovinello bardico citato da Robert Graves ne La dea bianca:

Il giorno che non è giorno richiede un albero
che non è un albero, di crescita umile e tuttavia elevata.
Quando la pallida regina d’autunno getta via le foglie,
le mie foglie hanno appena guarnito di ciuffi i suoi rami.
Quando il melo selvatico lascia cadere i suoi buoni frutti,
il mio frutto che è una panacea matura sui suoi rami.
Guarda i pilastri gemelli del tempio color verde e oro,
l’architrave di pietra che fa loro ombra di color bianco.

 

TRATTO  da:
1. Alfredo Cattabiani, Lunario, ed. Mondadori, Milano, 2019.
2. Alfredo Cattabiani, Calendario, ed. Rusconi, Milano, 1994.
inoltre …

NOTE:
(1) Giuliano, Su Elio re, 156d-157a.
(2) Cfr. Giamblico, De mysteriis, VII, 250-252.
(3) Yule è la variante inglese del norreno Jól e del tedesco Jul. L’etimologia della parola non è chiara. È diffusa l’idea che derivi dal norreno Hjól (“ruota”), con riferimento al fatto che, nel solstizio d’inverno, la “ruota dell’anno si trova al suo estremo inferiore e inizia a risalire”. I linguisti suggeriscono invece che Jól sia stata ereditata dalle lingue germaniche da un substrato linguistico pre-indoeuropeo. Nelle lingue scandinave, il termine Jul (danese e svedese) o Jól (islandese, faroese, e Jol in norvegese) ha entrambi i significati di “Yule” e di “Natale”, e viene talvolta usato anche per indicare altre festività di dicembre. Il termine si è diffuso anche nelle lingue finniche per indicare il Natale (in finlandese Joulu), sebbene tali lingue non siano di ceppo germanico. [voce “Yule” in Wikipedia]
(4) I sabbat o meglio Sabba Neo Pagani sono le otto feste della Wicca e del Neo paganesimo, legate ai movimenti del sole.
Sono otto, 4 sabba minori (YuleMabonOstaraLitha) e 4 sabba maggiori (SamhainImbolcLammasBeltane). I Sabba sono giorni di venerazione, di potere, e festività. Nella Wicca, Pur essendo legate alle fasi solari, le cerimonie, solitamente si svolgono di notte, e traggono ispirazione dalle feste stagionali tipiche di un’Europa pre-monoteismo. Queste festività raccontano la vita del Dio e della Dea, attraverso miti che possono differire da una tradizione all’altra. In genere la prima festività è Samhain, e l’ultima è Mabon, secondo l’ordine che segue:

  • Samhain, pronunciato /ˈsawənʲ/, (Approssimativamente il 31 ottobre) è il capodanno pagano
  • Yule, durante il solstizio d’inverno, (Approssimativamente il 21 dicembre) è calcolato in relazione alla posizione del sole, si attende che il sole abbia raggiunto il punto più lontano.
  • Imbolc o anche ImbolgImbolicOimelcBrigid Bride (Approssimativamente il 2 febbraio), questa festa cade il giorno in cui il sole raggiunge la quindicesima casa dell’Aquario.
  • Ostara o anche Eostre Eostar, il giorno della Dea, (equinozio di primavera, approssimativamente il 21 marzo), calcolato quando il sole attraversa l’equatore procedendo verso nord.
  • Beltane Beltaine (Approssimativamente il 1º maggio), cade quando il sole si trova nella quindicesima casa della Toro.
  • Litha o mezza estate, (solstizio d’estate, approssimativamente il 21 giugno), quando il dì raggiunge la massima durata nel corso dell’anno.
  • Lughnasadh (scritto anche Lunasa o Lughnasa) oppure Lammas (Approssimativamente il 1º agosto e vigilia), cade quando il sole si trova nella quindicesima casa del Leone.
  • Mabon o Modron, chiamato anche Casa del raccolto (equinozio d’autunno, approssimativamente il 23 settembre), indica quando il sole attraversa l’equatore muovendo verso sud.

Le festività indicate sono calcolate in base alla posizione del sole nell’emisfero nord. Del resto si rifanno ad una tradizione pagana europea e quindi rispecchiano lo scorrere delle stagioni dell’emisfero settentrionale. Le festività Druidistiche ed Eteniste hanno approssimativamente gli stessi nomi. Nel Druidismo troviamo la Festa del fuoco, che differisce dalle feste sopra elencate. Inoltre i druidi non si riuniscono per le feste lunari (Esbat). [Voce “sabbat” in Wikipedia]
(5) Virgilio, Eneide, (a cura di Ettore Paratore, traduzione di Luca Canali), Milano, 1981, libro VI, vv.136-148.
(6) Ib. vv. 205-209.
(7) James G. Frazer, Il ramo d’oro, Torino, 1950, p. 1080.