Mitologia, mitologema, mito e mitema

Vorrei provare a fare chiarezza su alcuni termini, non per puro piacere filologico, ma perché sono fermamente convinto che la comprensione delle parole aiuti la conoscenza dell’archetipo sotteso.

Ti sei mai soffermato sulla parola “mitologia”?

<In che senso, scusa?>

C’è dell’ironia in essa, perché è rappresentata dall’unione di “mito” e “logia”, ossia mỳthos e lógos, insomma è come tenere insieme “diavolo” e “acqua santa”.

<Effettivamente, dopo ciò che hai detto su mỳthos e lógos non posso che confermare.>

Molti usano impropriamente il termine mitologia, anche autorevoli autori, scambiandolo con la parola mito, se non addirittura con il “fare” mito o “vivere” nel mito, ossia philomytos, la cui traduzione letterale è “amante del mito”. È evidente, da quanto esposto sopra, che così non è, così non può essere. Mitologia, dal punto di vista etimologico, ha il significato di “parlare”, “discernere”, “discutere” di mito, ovvero “studiare” il mito, tale è l’uso del suffisso logia nelle parole composte. La mitologia, quindi, allude al mito, ma non è il mito, non è philomytos, non coincide con il “fare” mito, “vivere” il mito.

<Cosa intendi dire?>

Intendo dire che l’utilizzo di miti al fine di spiegare concetti, pensieri, idee, non “produce” miti, non significa “fare” mito, cioè “vivere” il mito, ma semplicemente dissertare, discutere, dialogare intorno al mito, ovvero sfruttare (in senso positivo) il mito per i propri fini, cioè mitologia.

<Mi stai dicendo che quando un autore, tipo Platone o Aristotele, parla del mito sta facendo della mitologia, ossia sta semplicemente parlando del mito?>

Esatto! Platone e Aristotele, come loro stessi “candidamente” ammettono, non sono philomytos, non sono “amanti del mito”, non vivono nel mỳthos, perché sono completamente assorti nel lógos.

<Fammi capire bene, ma tu per mito casa intendi?>

Il mito è l’archebolo, se preferisci è il simbolo in ambito mitologico, che per essere tale deve essere raccontato, recitato, cantato, rappresentato, vissuto, senza commenti, interpretazioni, disquisizioni di alcun genere, altrimenti diventa mitologia (archebologia, simbologia ovvero psicologia, filologia, antropologia).

<Spiegati meglio.>

Per rendere più chiaro il mio pensiero devo far ricorso al termine mitologema, utilizzato per la prima volta da Károly Kerényi, nella sua opera, scritta con colui che ha dato vita alla psicologia analitica, Carl Gustav Jung, dal titolo Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia. Nel suddetto lavoro, l’autore, noto studioso di religioni, avanza l’ipotesi che la parola “mito sia “troppo complessa”, comunque “troppo usata e vaga”, e che andrebbe sostituita con il termine mitologema, ossia «l’elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che viene continuamente rivisitato, plasmato e riorganizzato, ma che al cuore si mantiene di fatto la stessa storia, lo stesso racconto primordiale». Detto diversamente il mitologema – che con linguaggio semplificato puoi intendere come idea, immagine, eidolon, noumeno – rappresenta, in ambito mitologico, ciò che ho identificato con il termine archetipo[1]. Esso, arricchito da elementi propri di una cultura, dà origine al mito, cioè l’archebolo, di modo che nel “triangolo semiotico”, basato sul ternario “significante, significato, referente” – utilizzato per spiegare il segno linguistico di un termine e di cui ti ho parlato per la prima volta quando ho iniziato a parlare di “simbolo, archetipo e archebolo” (vedi figura) – possa essere aggiornato con una nuova terna “simbolo/immagine, mitologema, mito”.

Ti faccio un esempio, poi, ne farò altri, conosci il mito di Ercole?

Certo, chi non lo conosce!

Bene, sul significato da attribuire al terminie significante, cioè il simbolo, l’immagine, non devo aggiungere altro rispetto a quello già detto a suo tempo, è semplicemente la parola scritta “Ercole”, oppure quella pronunciata ovvero l’immagine, ad esempio il classico disegno di un uomo che a mani nude uccide il leone di Nemea; invece, l’archetipo, ossia l’idea di forza e coraggio smisurati che il simbolo richiama, ad esempio pronunciando la parola “Ercole”, cioè il significato, rappresenta il mitologema di Ercole; infine l’essere fisico, l’archebolo (che sia esistito o meno è del tutto irrilevante, comunque è reale –  per inciso per i greci, che “vivevano” quel dato mito, Ercole è realmente esistito), cioè il referente, indica ovviamente il mito. Ai nostri giorni, ad esempio, un possibile archebolo di Ercole potrebbe essere Arnold Schwarzenegger, il quale, ironia della sorte, ha interpretato nell’emblematico film Ercole a New York (1970) proprio il ruolo di Ercole. La cosa curiosa è che l’Ercole del film è proprio l’Ercole del mito teleportato letteralmente e fisicamente ai nostri giorni da Zeus in persona.

È evidente che il Kerényi intenda utilizzare il mitologema come sostituto del mito, non sottolineando in modo chiaro e preciso che non si tratta della stessa cosa, perché il primo, il mitologema, è l’archetipo, mentre il secondo, il mito, è l’archebolo, ovvero il simbolo, il modello che richiama l’archetipo. I due termini quindi non sono interscambiabili, così come non sono sinonimi i termini archetipo e archebolo altrimenti si crea confusione.

L’abbandono di un figlio che sopravvive (il cosiddetto puer aeternus) e, divenuto grande, sarà causa di profonde trasformazioni, rappresenta il mitologema; Ermes, Sargon, Mosè, Paride, Romolo sono i miti – presenti praticamente su tutti i cinque continenti con nomi, ovviamente, diversi – che da esso hanno preso vita. Di sfuggita ti faccio notare che i suddetti miti, presi nella loro “realtà”, nella loro “manifestazione” rappresentano l’archebolo, mentre le parole, i termini “Ermes”, “Sargon”, “Mosè”, “Paride”, “Romolo” sono i simboli.

Il conflitto sempiterno tra padre e figlio, tra vecchio (senex) e giovane (puer), presente ovunque sulla faccia della terra dall’alba dei tempi (oserei dire dall’inizio della creazione), che può sfociare nell’omicidio del padre o nell’assassinio del figlio, è il mitologema; Urano e Cromo/Saturno (con i suoi fratelli Titani), Cromo/Saturno e Zeus/Giove (con i suoi fratelli Poseidone/Nettuno e Ade/Plutone) sono i miti da esso originati.

La distruzione della terra mediante il “diluvio universale” e il relativo “ometto” che si salva, insieme alla famiglia e un bel po’ di animali vari ed assortiti, rappresenta il mitologema; Utnapishtim (epopea di Gilgamesh), Noè (Genesi), Deucalione (figlio di Prometeo), Satyavrata (settimo Manu nel poema Matsya Purāṇa) e altri 99 nomi, espressi in lingue diverse di altrettante civiltà, sono il mito che da esso hanno avuto il princìpio.

<Basta così, ho capito, ma in questo contesto il termine mitologia dove lo metti?>

Dove vorresti metterlo? Te l’ho già detto, con il termine mitologia indichiamo semplicemente (si fa per dire) tutto ciò che è a contorno del mito: la disquisizione, la dissertazione, l’interpretazione, la lettura, lo studio del mito (che ti ripeto rappresenta l’archebolo), insomma esattamente quello che sto facendo io in questo momento. Tutto il lavoro che fanno gli studiosi sul mito, gli psicologi, gli storici, i filosofi, non è altro che mitologia. Che poi la mitologia possa essere vista, metaforicamente, anche come una partitura musicale, come sostiene Károly Kerényi, lo lascio decidere alla tua fantasia ed immaginazione.

     Il paragone più appropriato – che io devo sempre ripetere per illustrare questo aspetto della mitologia – è quello con la musica. Mitologia in quanto arte e mitologia in quanto materiale sono fuse in un unico e identico fenomeno, nella stessa maniera in cui lo sono l’arte del compositore e il suo materiale, il mondo sonoro. L’opera musicale ci mostra l’artista quale plasmatore e nello stesso tempo ci fa vedere il mondo sonoro nell’atto di plasmare se stesso. Nei casi in cui non ci sia in primo piano nessun modellatore di spirito particolarmente eccezionale, come nelle grandi mitologie degli Indi, dei Finni e degli Oceaniani, si può parlare con ancor maggiore ragione di siffatta relazione: di un’arte cioè che si manifesta nel plasmare e di un particolare materiale che si plasma, come di unità inscindibile di un unico e identico fenomeno. [“Introduzione” in Károly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia]

 Kerényi sembra quasi voglia sfuggire il termine mito, non sa proprio come utilizzarlo, o meglio, non vuole utilizzarlo: “mitologia in quanto arte” posso anche comprenderlo, ma cosa intenda dire con la frase “mitologia in quanto materiale”, non lo comprendo. Intende far riferimento al mito in quanto tale?

<Non chiederlo a me.>

Stai tranquillo, non lo chiedo a te.

Anche James Hillman[2] usa la metafora della partitura,  ma per fortuna ne parla in termini di mito e non di mitologia, fino a quando, però, non confonde il mito con la sua interpretazione, la sua lettura, il suo significato, la sua  comprensione, cioè con la mitologia.

[…] Per quanto riguarda l’aspetto della somiglianza, il principale punto che assodai[3] fu che, proprio come in una partitura musicale, è impossibile comprendere un mito come una sequenza continua. Ecco perché dovremmo renderci conto che se cerchiamo di leggere un mito come leggiamo un romanzo o un articolo di giornale, cioè riga per riga, leggendo da sinistra a destra, non lo comprendiamo, poiché dovremmo invece coglierlo come una totalità e scoprire che il suo significato fondamentale non è trasmesso dalla sequenza degli eventi ma, per così dire, da fasci di eventi, anche se questi eventi appaiono in momenti diversi della storia. Perciò dobbiamo leggere il mito più o meno come leggeremo una partitura orchestrale, non una strofa dopo l’altra, ma sapendo che è necessario cogliere il senso dell’intera pagina e che le parole della prima strofa all’inizio della pagina acquistano significato solo se vengono considerate parte e porzione di ciò che è scritto più avanti nella seconda strofa, nella terza e così via. Bisogna cioè leggere non solo da sinistra a destra, ma contemporaneamente in senso verticale, da cima a fondo. Dobbiamo capire che ogni pagina è una totalità. E solo trattando il mito alla stregua di uno spartito orchestrale, scritto strofa per strofa, possiamo comprenderlo come totalità ed estrarne il significato. [“Il mito e la musica” in Claude Lévi-Strass, Mito e significato]

Ti ricordi quando ti ho parlato del simbolo e dell’archebolo e ho affermato che all’archetipo possono corrispondere più archeboli o simboli e viceversa?

<Uhm … vagamente.>

Non fa niente, tanto lo ripeto: ad ogni mitologema possono corrispondere più miti e viceversa. Inoltre i miti, così come gli archeboli, possono essere elementari (ovvero semplici) e composti (ovvero complessi).[4]

I miti elementari (ovvero semplici), che possono essere visti come unità minime elementari, i famosi mattoncini del gioco noto come LEGO, sono stati chiamati mitemi dal noto antropologo Claude Lévi-Strauss.

<Ora ricordo, i mattoncini con la caratteristica di potersi unire con gli altri mattoncini, in questo modo è possibile creare qualsiasi cosa. Immagino a questo punto che tu voglia dirmi che con i mitemi sia possibile costruire miti, ovvero un mito (che devo vedere come un simbolo o archebolo composto) può essere concepito come l’unione di tanti mitemi (cioè simboli o archeboli elementari). Ovviamente ad un mito elementare (ovvero semplice) corrisponde un mitologema elementare (ovvero semplice), inoltre ogni mito composto (ovvero complesso) è in relazione con un mitologema composto (ovvero complesso).>

Esatto! Quando vuoi sei perspicace.

Lévi-Strauss, analizzando, comparando e scomponendo i miti in mitemi, pervenne alla conclusione che tutti i miti hanno la grande capacità di chiudersi in punti complementari, ossia ogni mito, quindi anche ogni mitema, è sempre composto da due elementi in contrapposizione. Detto con altre parole, Lévi-Strauss pervenne alla conclusione, nota da secoli[5], che ogni mito, simbolo, archebolo, presenta sempre due versi, come il Mullah Nasrudin insegnò, tanti anni fa, cavalcando l’asino al contrario o, meglio ancora, come narrava Gino che, pur non sapendo assolutamente niente di mitologia e mitologema, di mito e mitema, metteva in risalto le contraddizioni (almeno così sembravano alle mie orecchie di ragazzino) del mito di Speptoon, alternando momenti di grande generosità con quelli di menefreghismo totale, situazioni da oscar della bontà con quelle meno esaltanti di una certa cattiveria, direi quasi crudeltà “diabolica”.

Tratto dal capitolo sul “Mito” del mio libro “Zero, Infinito, Punto, Uno“, che spero di pubblicare quanto prima.


[1] Volendo seguire l’esempio del Kerényi, in archebologia, cioè la “scienza” che studia gli archeboli, l’archetipo andrebbe chiamato con il termine archebologema, ovviamente preferisco evitare il termine per non inflazionare quello originale e a me più gradito.

[2] Vedi il capitolo “Ouverture” (che è poi l’Introduzione) al suo Il crudo e il cotto. Tutti i capitoli del libro sono in chiave musicale, nel senso che hanno termini presi dal linguaggio musicale. Tutto il libro è da interpretarsi, quindi, come una partitura.

[3] Si riferisce al suo lavoro Il crudo e il cotto, il primo dei quattro libri sulla mitologia, nonché al suo quarto e ultimo L’uomo nudo.

[4] Anche in questo caso, seguendo le indicazioni del Lévi-Strauss, potrei chiamare gli archeboli elementari (ovvero semplici) con il termine archebolotema, ma come per il caso del termine archebologema, preferisco tenermi il primo, sempre per non inflazionare il termine originale.

[5] Sotto questo cielo, cambia il linguaggio, non la cosa in sé: non resta che ripetere, sperando di non essere troppo noiosi.