L’ELISIR DEL CUORE D’ORO: CIBO E BEVANDA D’IMMORTALITÀ

La “morte” rappresenta il più grande mistero, nonché cruccio, dell’umanità.

Una profonda convinzione accompagnava e, nel contempo, disorientava gli esseri umani nel mondo antico: neppure gli dèi planetari erano eterni!

L’immortalità era infatti garantita loro dal consumo di Ambrosia e Nettare.

Quale dei due fosse il cibo e quale la bevanda non v’è uniformità di vedute.

Talora l’Ambrosia viene addirittura descritta come un unguento da spalmare sulla pelle per sanare ferite e curare malanni o come crema di bellezza.

Si dice anche che fosse ricavata da una pianta che cresceva nel Giardino delle Esperidi – dove erano custodite le “Mele d’Oro” – e che le colombe provvedevano a recapitarla quotidianamente agli dèi dell’Olimpo.

A qualche essere umano imparentato con gli dèi era anche stata offerta o vi era stato immerso dentro, ma per il resto rimaneva un privilegio esclusivo degli dèi.

Per la loro capacità di produrre l’ebbrezza estatica che prelude all’illuminazione spirituale e alla rivelazione sapienziale, tra le bevande destinate al banchetto degli dèi si annoverano anche gli alcolici fermentati a base di latte o di miele, a cominciare dall’idromele, il miele fermentato e aromatizzato.

Vuole il mito che Zeus sia stato svezzato in una grotta del monte Ida da Melissa, la regina delle api, e Amaltea, la regina delle capre, con “Latte e Miele”.

Nel mito indiano la primigenia bevanda d’immortalità è detta Amrita.

Essa affiora dalla “frullatura dell’Oceano di Latte” [vedi immagine sopra], nel quale erano state immerse delle piante sacre, ad opera dei Deva e degli Asura.

Nei Veda si parla invece del Soma, una bevanda eccitante e allucinogena ricavata dalla spremitura di una pianta sacra, da cui si estraeva un succo di colore rosso e a cui si aggiungeva una sostanza di colore bianco, probabilmente del burro chiarificato, consumata nei sacrifici rituali in onore del dio Agni.

«Abbiamo bevuto il soma, siamo diventati immortali. Giunti alla luce, abbiamo trovato gli dèi» (Rg Veda VIII, 48).

Il luogo originario della pianta del Soma è il Paradiso e il suo arrivo sulla Terra è da ascrivere ad un’aquila mitologica in grado di raggiungerlo.

Il tema della “bevanda d’immortalità” si assomma a quello altrettanto importante del “pasto sacro” e, più in generale, del “sacrificio divino”.

Ma, giunti a questo punto del discorso, il terreno entro cui agisce il mito poetico appare superato e, agli occhi dell’uomo moderno, risulta incomprensibile.

Da qui in avanti ci si muove in un contesto religioso, che il pensiero scientifico moderno ha parimenti offuscato.

Il tema della IMMORTALITA’ trova un senso compiuto (ovvero razionalmente accettabile) solo e soltanto se lo si associa all’annoso problema della MORTE.

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Ci si chiede, per cominciare: «Se esiste una Divinità “Eterna” ed infinitamente “Buona”, Artefice della Natura e dell’Umanità (fatta a “Sua immagine e somiglianza”), come si può pensare che possa averle create entrambe “mortali”?».

E dunque: «Quale buon Dio può far gustare la Vita a qualcuno e poi assegnarlo alla morte e magari alla perdizione eterna?».

Solo un Dio cattivo e perverso potrebbe architettare una simile Creazione.

Ma, per fortuna, la Divinità non è cattiva e perversa come taluni la immaginano e dunque non ha creato la Natura e l’Umanità per la “morte” e la disperazione, ma per la felicità della “Vita Eterna”.

La “morte” – tristemente intesa come “fine della storia” e “ritorno al nulla”, ma che invero corrisponde ad un benefico “cambiamento di stato” e che dunque vera morte non è – non può che essere cruciale nell’economia della Creazione divina.

Qualcuno potrebbe obiettare che la “morte” avrebbe fatto la sua apparizione dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Giardino edenico e che pertanto l’essere Umano (e non Dio) sarebbe auto-responsabile della propria “morte”.

Ma, anche in questo caso, la spiegazione (adottata dalla dottrina cristiana) contrasta con l’assioma della Divinità infinitamente “buona”.

Domanda: «Quale buon Dio potrebbe aver “perfidamente” messo nel proprio Sacro Giardino qualcosa che conduca alla morte, sotto forma (ma solo per mera ipotesi) di “Albero della Conoscenza” del bene e del male?».

Ed ancora: «Quale buon Dio avrebbe permesso all’astuto serpente – animale della “selva oscura” e simbolo dell’angelo “de-caduto” – di entrare nel proprio Giardino paradisiaco per tentare la novella “coppia umana” e convincerla a trasgredire ad un incomprensibile divieto alimentare?».

Questa visione della Divinità è assolutamente fallace.

La spiegazione canonica dell’Albero della Conoscenza è la seguente: l’Albero – si legge in una nota posta in calce alla Bibbia CEI – rappresenta “una PROVA a cui fu sottoposto l’uomo per sollecitare un atto di riconoscimento dell’autorità di Dio, della dipendenza da lui e della fiducia in lui”.

Dio avrebbe insomma creato l’uomo “libero” (e fin qui nulla da eccepire) per poi sottoporlo ad una “prova di sottomissione, nel segno della fedeltà e dell’obbedienza volontaria”, come quella del vassallo medioevale nei riguardi del signore feudale.

La messa a dimora divina dell’Albero della Conoscenza sarebbe stato l’espediente per testare l’uso della libertà o, meglio, del libero arbitrio donato da Dio all’Umanità.

In altre parole, l’essere uomo sarebbe stato creato libero di pensare e di agire, ragion per cui Dio – non “sapendo” come egli si sarebbe comportato – lo avrebbe messo alla prova, per verificare se fosse meritevole o meno di tale dono.

Anche questa spiegazione ripugna alla sana ragione umana.

Dio viene qui dipinto come un artigiano che costruisce uno strumento e poi lo collauda, sottoponendo ad una prova di funzionalità, per vedere se ha fatto un buon lavoro o se deve eventualmente intervenire per “modificarlo”.

Ma Dio non è un essere Umano che deve provare e riprovare ciò che fa, per verificare se ha fatto un buon lavoro, oppure no.

Dio, in quanto tale, è Onnisciente e Perfetto nel Pensiero e nell’Azione.

Ed allora, se Dio è Onnisciente e Artefice di ogni Perfezione, altrimenti che Dio sarebbe, avrebbe dovuto sapere fin da subito che l’essere Umano avrebbe “mangiato dell’Albero della Conoscenza”.

Ci si chiede, pertanto: «Che senso potrebbe mai avere, per Dio, la “messa in prova” dell’essere Umano primigenio?».

Nessuno, visto che Egli sapeva come si sarebbe comportato l’Adam, e difatti la spiegazione dell’Albero della Conoscenza non può che essere questa.

Da ultimo, gli stessi esegeti che hanno elaborato la soluzione della messa in prova umana operata dal divino, per non inficiare l’infinita Bontà divina, sostengono che Dio aveva comunque previsto un “piano di salvezza” umana, così da rimediare alla “eventuale” trasgressione di Adamo ed Eva.

In questo modo, troverebbe a loro dire giustificazione anche il “discernimento” delle anime in “buone e cattive” – a seconda del loro assecondamento o meno al “piano di salvezza” messo in atto da Dio – e il conseguente “premio” paradisiaco per le anime obbedienti o la “punizione” infermale, tra l’altro eterna (sic), per le anime ribelli.

Siamo all’acme dell’insipienza dottrinale.

L’esegesi cristiana del Giardino dell’Eden appare errata e forviante.

Qualcuno potrebbe allora chiedersi: «Ma se l’Albero della Conoscenza – il cui frutto sarebbe responsabile della “morte” – non rappresenta una prova per testare la sottomissione umana all’autorità divina, cosa simboleggia davvero e perché Dio (che è l’Essere più “buono” che ci sia) lo ha posto al centro del Giardino dell’Eden, insieme all’Albero della Vita, malgrado l’effetto mortale che avrebbero i suoi frutti?».

Ed ancora: «Poteva Dio fare a meno di metterlo nel Giardino edenico?».

Questa domanda fa il paio con un altro rompicapo che attanaglia la mente umana ogni qual volta si trova a riflette sul problema del male nel mondo: «Si Deus est, unde malus?», ovvero: «Se Dio (che è buono) esiste, perché c’è il male?».

E dunque: «Perché Dio non ha creato la Natura e l’Umanità degne della Sua Bontà e Perfezione?».

Se Dio avesse creato Adamo ed Eva “immortali”, nonché “conoscitori del bene e del male”, non sarebbe sorta la necessità di porre a dimora un Albero così famigerato come quello della “Cono-Scienza”, il cui frutto li avrebbe condotti alla morte.

Eccoci giunti al nocciolo della questione.

«Poteva Dio creare un’Umanità eterna, buona, sapiente e perfetta come Lui fin da subito?».

Trovare una spiegazione logica e razionale alla narrazione biblica del Giardino edenico risolverebbe sia il dilemma del male nel mondo, che quello della morte, insieme al significato della ricerca spasmodica dell’IMMORTALITA’ da parte dell’essere Umano.

Personalmente ritengo di averla trovata e provo dunque ad illustrarla in maniera necessariamente telegrafica.

Tutto ruota intorno alla «Creazione dell’Altro da Sé».

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Per quanto paradossale possa apparire, «Dio non può creare nulla», né di “male”, in quanto sarebbe contrario alla Sua Essenza benefica, ma neanche di “bene”, giacché, in tal caso sarebbe obbligato a farlo come Lui, ovvero eterno, sapiente e perfetto.

Ma, sempre in quest’ultimo caso, si tratterebbe di un Suo “duplicato”, di un Suo “clone”, di una “copia conforme” all’Originale e ciò non è possibile neanche a Dio

Se, infatti, si ammette che Dio è il Sommo Bene, la Verità, la Sapienza e la Perfezione Assoluta, va da sé che non possono esistere “due Sommi Beni”, “due Verità”, “due Sapienze” e “due Perfezioni Assolute”.

Una delle due sarebbe “fasulla” o quanto meno immaginaria o irreale.

Dio, in definitiva, non può duplicare la sua Essenza divina.

DIO non può che essere UNICO.

Ecco la motivazione dell’apparentemente incomprensibile agire divino.

«Ma se questa è l’incredibile verità, non sarebbe stato meglio per Lui astenersi dal Creare la Natura e l’Umanità?».

La risposta non può che essere negativa.

Dio è pur sempre Dio e, se ha deciso di Creare “Altro da Sé” (cioè una diversa Identità) e non un suo clone, vuol dire a Dio nulla è impossibile.

Se è vero ciò che ho seppur brevemente illustrato, trova un senso compiuto la collocazione nel Giardino edenico dell’Albero della Conoscenza.

Dio può creare Altro da Sé e dotarlo nel contempo della Sua Essenza Perfetta solo nel “divenire”, ovvero attraverso l’EVOLUZIONE INFINITA.

In altre parole, la Creazione dell’Altro da Sé può aver luogo soltanto nello spazio-tempo, ovvero EVOLVENDOSI “asintoticamente” verso la Perfezione Assoluta di Dio e, solo in questo modo, diventa possibile a Dio creare un’IDENTITÀ ALTERA rispetto a Sé, ma corrispondente alla Sua ESSENZA Buona e Perfetta.

La parola chiave della Creazione divina è “TRASFORMAZIONE”.

La VITA – umana o naturale che sia – se vuole evolversi verso la Perfezione divina, delle TRASFORMARSI continuamente e indefinitivamente, secondo un “circolo dialettico”.

Non solo Dio non può creare nulla, né di “male” e né di “bene”, in tal caso se non attraverso un processo di EVOLUZIONE INFINITA, di modo che la Creazione possa crescere nella Perfezione, senza però mai ultimarla (cioè asintoticamente).

Esiste un problema ancora più grande che Dio ha dovuto risolvere.

Per creare “ALTRO da SÉ” è necessario anche trovargli una collocazione.

Se Dio è TOTALITA’ e PIENEZZA Infinita – in altre parole è TUTTO PIENO – dove mai avrebbe potuto ubicare la Creazione?

Non ci sarebbe stato posto per collocare “ALTRO da SÉ”.

La soluzione è il Suo “annullamento”, la KENOSI, ovvero un “ritiro” strategico, ciò che nella Cabala di Luria è detto “TZIM-TZUM” (https://it.wikipedia.org/wiki/Tzimtzum)

La Divinità ha prodotto quindi in Sé il VUOTO (finto) e il NULLA (apparente), per poi instillarvi il proprio “afflato” vitale, lo Spirito.

Nasce così la CREAZIONE nel VUOTO (gr. Kenon) e dal NULLA (gr. Meden).

Tecnicamente questa Creazione non prende il nome di TEISMO (Dio trascendente rispetto alla Creazione), né di PANTEISMO (Dio immanente rispetto alla Creazione), ma di PANENTEISMO (Dio trascendente nell’immanenza https://it.wikipedia.org/wiki/Panenteismo ).

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Dio – che per la dottrina ebraico-cristiana appare come un Padre – si comporta in realtà come una “MADRE”.

Che cos’è il VUOTO che crea dentro di Sé, se non una “Placenta” e che cos’è la Creazione stessa, se non il “Figlio” che porta in grembo?

La ricerca compulsiva di un cibo e/o di una bevanda che emendino dalla MORTE e rendano IMMORTALI accompagna da sempre il cammino umano.

Questo cibo e questa bevanda non possono che provenire dalla Divinità Eterna.

Può trattarsi talora di una pietra vivente, un frutto, una pianta, un’acqua viva zampillante, una manna celeste, ma questi sono soltanto simboli di qualcosa di più immateriale qual è l’energia spirituale.

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Chi crede nell’esistenza di una sostanza materiale o di un’energia immateriale che possano rendere IMMORTALE il corpo fisico si sta piamente illudendo.

Si può pensare ad un Elisir di Lunga Vita, ad una Panacea che curi o prevenga ogni male, ma il fine ultimo della ricerca non è l’IMMORTALITA’ del corpo.

L’unica concessione a questa via materialistica verso l’IMMORTALITA’ potrebbe essere rappresentata dall’uso di una sostanza “psicotropa” in grado di attivare delle funzioni cerebrali assopite tali da consentire un’esperienza visionaria chiara e distinta dell’Essenza divina e sviluppare quello che nel gergo religioso è detto “Corpo di Luce”.

Ogni dottrina religiosa e/o disciplina esoterica rappresenta una specifica “via” per giungere alla formazione del “Corpo di Luce” animico.

A questo punto, si apre una questione importante: «Se l’anima è già di per sé IMMORTALE, che senso ha la ricerca di un “rimedio” per ottenere l’IMMORTALITA’ dell’anima?».

E allora: «Come dev’essere inteso l’Elisir di IMMORTALITÀ?».

Premesso che l’anima non è altro in senso assoluto rispetto al corpo, le soluzioni sono più o meno due:

1) L’anima è IMMORTALE “in potenza”, ma non “in atto” e dunque se vuole esserlo davvero deve trasformarsi in coscienza, ovvero in “Corpo di Luce”, ed in questo consiste l’Elisir di IMMORTALITA’.

2) L’IMMORTALITA’ è da intendersi come uno stato VITALE quanto più simile a quello della Divinità Creatrice Eterna, rispetto alla quale l’anima umana, nella condizione in cui si trova, altro non è che un’entità “mortificata”.

In entrambi i casi, la ricerca dell’Elisir di IMMORTALITA’ è una questione che riguarda l’anima, da realizzare, sia chiaro, in questa precisa dimensione corporale.

Autore: Paolo Scalise. Seguimi su Facebook