La zuffa delle due lucertole ovvero Non ci sono piccole zuffe

Ai tempi in cui le creature della terra si capivano ancora tra di loro, un capofamiglia benestante viveva in un piccolo villaggio di una fertile contrada. La sua vecchia madre abitava ancora con lui. Nel vasto recinto circondato dalle capanne dei vari membri della famiglia, giravano liberamente alcuni animali, fra cui un cane, un gallo, un caprone, un bue e un cavallo.
Un giorno, in un villaggio situato a due giorni circa di cammino, un vecchio, noto per la sua saggezza, morì. Il capofamiglia fu obbligato ad assentarsi per recarsi al suo funerale.
«Mi sento molto stanca», gli disse la vecchia madre. Torna prima che puoi.
«Sta’ tranquilla, mamma, fra cinque o sei giorni al massimo sarò di ritorno.
La madre, dopo avergli dato la sua benedizione, andò a riposarsi nella capanna.
Al momento della partenza, il capofamiglia chiamò il cane: «cane, durante la mia assenza sarai il guardiano della casa. Sta’ qui, all’entrata del recinto. Sorveglia tutto ciò che succede dentro e fuori e non lasciare il tuo posto in alcun caso! Se avviene un incidente all’interno, se ne occupino il gallo, il caprone, il bue o il cavallo e rimettano ordine se bisogna. Mi hai capito bene?»
«Sì, padrone!» E, unendo il gesto alla parola, scodinzolò presentando la testa per essere accarezzato.

Due giorni dopo la sua partenza, sul far del mattino, quando i primi raggi del sole cominciavano appena a indorare il tetto delle capanne, il cane udì un rumore strano che sembrava provenire dalla capanna della vecchia mamma. Costei, al riparo di una zanzariera, stava ancora riposando. Una lampada a olio le ardeva debolmente accanto. Il gallo di casa era intento a razzolare davanti alla capanna della vecchia, alla ricerca di qualche grano di miglio sfuggito ai mortai.
«Gallo! Gallo!», chiamò il cane.
«Che vuoi, cane?»
«Che cos’è il rumore che sembra provenire dalla capanna?»
«Sono due lucertole che si battono attaccate al soffitto della capanna. Si disputano già da un pezzo il cadavere di una mosca morta.»
«Ti prego, gallo, va’ a chieder loro di porre fine alla lotta. Se non vogliono saperne, obbligale a separarsi.»
«Come, cane!» esclamò indignato il gallo, con la cresta fremente, «tu chiedi a me, re del cortile, incaricato di annunciare ogni mattino il sorge del sole, di andare a occuparmi di una zuffa di lucertole?»
«La madre del nostro padrone è ammalata, insistette il cane, il rumore prodotto dalle lucertole può disturbarla; e poi, non ci sono piccole zuffe, come non ci sono piccoli incendi, nessuno sa quali possano esserne le conseguenze.»
«Va’ dunque a separarle tu stesso!»
«Non posso, il padrone mi ha ordinato di non muovermi da questo posto.»
«Allora arrangiati, non è affar mio! Del resto chi può occuparsi della zuffa di due lucertole?» Sollevando le lunghe piume della coda, il gallo ricominciò a razzolare qua e là.

Passò il caprone, barbuto come un patriarca.
«Caprone! Caprone!» chiamò il cane.
«Che vuoi?» chiese il caprone.
«Vorresti andare a separare le due lucertole che si battono nella capanna della nostra padrona? Non ci sono piccole zuffe …»
«Per chi mi prendi?» Belò il capone. «Ti rivolgi proprio a me che sono il signore incontrastato di un’intera famiglia di capre, quando il gallo stesso non ha voluto occuparsi della faccenda? Se la zuffa ti dà fastidio, perché non te ne occupi personalmente?»
«Ho ricevuto l’ordine del padrone di non lasciare l’entrata durante tutta la sua assenza».
«Allora rimani all’entrata, non seccarmi e lascia le lucertole alla loro zuffa! Tutto ciò che può loro accadere è di cadere e di fracassarsi la testa sul pavimento, che poi è quello che meritano! Una battaglia di lucertole non ha mai nociuto a nessuno.»
Sollevando sprezzantemente la barba, il caprone si allontanò.

Nel frattempo, le due lucertole continuavano ad avvinghiarsi, a mordicchiarsi, a darsi delle zampate e a lanciare squittii furiosi. Preoccupato, il cane chiamò il bue che stava ruminando tranquillamente in un angolo del cortile: «Bue! Bue!
«Che vuoi? Muggì il bue, senza dubbio strappato a qualche sogno piacevole.»
«Due lucertole si battono nella capanna della padrona. Vorresti andare a separarle? Nessuna zuffa è piccola. Nessuno sa quali possano essere le conseguenze.»«Una zuffa di lucertole?» scoppiò a ridere il bue. Tu vuoi che io, il più forte e il più vecchio degli animali di questa casa, mi occupi di una zuffa di lucertole? Non una parola di più cane o con un colpo delle mie corna affilate ti trafiggo il ventre!»
Il cane, abbassando le orecchie, tacque.

Vedendo passare il cavallo, il cane fece un ultimo tentativo: «Cavallo! Cavallo!»
«Che cosa c’è, cane?»
«Vorresti andare a separare le due lucertole che si battono per una mosca morta nella capanna della vecchia madre? Come sai, non ci sono piccole zuffe …»
«Insomma, cane» nitrì il cavallo «hai una ben cattiva opinione di me! Dopo che il gallo, il caprone e il bue hanno rifiutato di occuparsi di questa faccenda ridicola ora vorresti che fossi io ad occuparmene, il più nobile degli animali, un purosangue consacrato unicamente alla corsa? Che vuoi che me ne importi di una stupida zuffa di lucertole per una mosca morta! Va’ dunque ad occupartene tu stesso!»
«Non posso» disse il cane «ho ricevuto l’ordine di non lasciare il mio posto»
«Ebbene restaci, una zuffa di lucertole non ha mai dato fastidio a nessuno!» e cosi dicendo, scuotendo la criniera, il cavallo si allontanò.

Smarrito, non sapendo più che fare, il cane tacque. Con le orecchie basse, il muso posato sulle zampe anteriori, guardava tristemente il cortile in cui ciascuno badava ai propri affari, passeggiava o si riposava senza curarsi di nulla.
Mentre il cane rifletteva, ecco che le nostre due lucertole, a forza di contorcersi, si staccano dal soffitto e finiscono sulla lampada ad olio. Lo stoppino acceso esce dalla lampada, sfiorando la zanzariera che prende fuoco. In breve le fiamme avvolgono il letto. La vecchia madre grida aiuto. Nel recinto si levano grida da ogni dove. Accorrono, estraggono la povera donna e, a forza di gettare zucche piene d’acqua, riescono a spegnere l’incendio. Purtroppo la povera vecchia è gravemente ustionata. Respira ancora, ma la sua vita è appesa ad un filo.

Viene chiamato il guaritore del villaggio, che esaminata la malata, scuotendo il capo, sentenzia: «Bisogna spennellare le bruciature con sangue di pollo; trovatemene uno immediatamente, lo sacrificherò pronunciando su di esso le parole rituali; poi fate un brodo con i resti e cercate di farne bere alla malata.»
«C’è un gallo nel cortile!» esclama qualcuno.
Tutti si precipitano fuori per dare la caccia al gallo, che capita l’antifona, corre da tutte le parti per non farsi catturare, sbattendo le ali ed emettendo striduli di protesta. Fatica sprecata, presto un uomo l’acciuffa. Mentre passa davanti al cane, appeso per le zampe, con la testa ballonzolante e la voce rauca per il troppo gridare, il gallo geme: «Ah, cane, se solo mi fossi occupato di quella zuffa di lucertole, oggi, non sarei in questa condizione.»
Dopo il sacrificio del gallo, spennellano le ustioni della malata con il sangue raccolto e preparano il brodo. Qualcuno va a gettare le ossa al cane.
«Povero gallo!» rifletté il cane «Se solo avesse accettato di valerti della tua autorità per fermare quella zuffa, oggi non mi darebbero da mangiare le tue ossa.»

Mentre il cane era assorto nei suoi tristi pensieri, ahimè, la vecchia madre, senza neanche aver mandato giù un sol sorso di brodo, essendo ustionata in modo troppo grave, rendeva l’ultimo respiro. Mentre tutti i familiari levavano lamenti, un uomo va a prendere il puro sangue, lo sella e lo fa montare da un ragazzo abituato a far correre i cavalli. Porgendogli un frustino, gli dice: «Fa’ presto! Precipitati al villaggio dove si trova il capo famiglia, annunciagli il decesso di sua madre e riportalo qui immediatamente. Lui solo può occuparsi del funerale.»
Il ragazzo balza in groppa al purosangue e, lanciando un grido, incomincia la sua folle corsa. Lo fa galoppare e galoppare per ore, frustandolo, per farlo correre il più veloce possibile. Il povero animale, ansimando, con la schiuma che gli gronda dalle mascelle, arriva al villaggio verso la fine della mattinata, proprio quando il sole si trova dritto sopra le teste. Il ragazzo scorge il capofamiglia fra gli uomini riuniti e va ad annunciargli l’accaduto. Sconvolto, questi senza cercare un cavallo più fresco, insieme al ragazzo, balza in groppa al purosangue, ancora madido di sudore, e incomincia a frustarlo per fargli raggiungere il prima possibile il villaggio della vecchia madre morta.
Povero purosangue, che si considerava troppo nobile per occuparsi di una volgare zuffa di lucertole. Non era mai stato sottoposto a una prova simile: frustato, spronato, con un doppio carico sul dorso, eccolo costretto a rifare al gran galoppo la lunga strada che aveva già percorsa il mattino con grande dispendio di energie. Coperto di schiuma, con i fianchi insanguinati, gli occhi fuori dalle orbite, verso la fine del pomeriggio arriva finalmente a destinazione.
Il padrone e il ragazzo saltano a terra e raggiungono i membri della famiglia. Quanto al povero cavallo, con i polmoni in fiamme, sputando una schiuma rossastra, fa alcuni passi, poi, con il cuore stremato, come dicono in Africa “con il cuore scoppiato”, si accascia accanto al cane. Prima di esalare l’ultimo respiro, però, trova il tempo e la forza per dire: «Ah, cane, se solo avessi ascoltato il tuo consiglio, non perderei oggi la vita per colpa di una zuffa di lucertole!»

Nel frattempo, il capofamiglia, si appresta ad agire secondo quelle che sono le consuetudini del suo popolo, cioè prima di seppellire la madre, deve aprire ritualmente il sepolcro versandovi del sangue di caprone; la carne dell’animale poi servirà a nutrire i visitatori venuti a presentare le condoglianze.
Subito due uomini afferrano il caprone che, senza diffidenza poltriva in cortile. Il caprone, mentre lo tirano per le corna verso il luogo del sacrificio, passando vicino il cane esclama: «Oh, cane, quanto avevi ragione! Se solo mi fossi occupato di quella zuffa di lucertole, oggi non mi sacrificherebbero!»
Una volta sgozzato il caprone, un anziano ne raccoglie il sangue e va ad «aprire» ritualmente la tomba della vecchia mamma. Fa arrostire il resto della carne per nutrire i visitatori e un pezzo della carne viene dato al cane.

Quaranta giorni dopo il decesso, momento in cui l’anima dei defunti si libera degli ultimi legami che la trattengono ancora nel mondo terreno, arrivano persone da tutti i villaggi vicini per partecipare alla “quarantena”. Per nutrire tutta questa gente, il capofamiglia è costretto a sacrificare il bue. Prima di morire, questi dice al cane: «Ah, cane, se solo avessi accettato di occuparmi di quella zuffa di lucertole, ora non mi troverei in fin di vita.»
Pieno di pietà, il cane fa un gran sospiro, ma quando, poco dopo, gli portano una bella porzione di ossa e di carne del bue, la divora senza troppi complimenti.

Così, a causa di una trascurabile battaglia tra due piccole insignificanti lucertole per una mosca morta, di cui nessuno volle occuparsi, non solo i nostri fieri amici ci rimisero la pelle, ma ne conseguì un incendio e la morte della vecchia madre, che gettò nel lutto tutto il villaggio. Solo il cane, fedele al suo dovere, ne uscì indenne e vi trovò persino una ricca ed inattesa ricompensa sotto forma di cibo.

Tratto da: Amadou Hampâté Bâ, Racconti dei saggi d’Africa, L’Ippocampo, Milano, 2010.