LA PIETRA SCARTATA DAI COSTRUTTORI

Il moderno concetto di “Economia Circolare” altro non è che l’applicazione della “circolarità” con cui opera la Natura al settore produttivo.

La Natura da sempre opera attraverso la “circolarità”.

Ma cosa vuol dire CIRCOLARITA’?

Vuol dire CICLICITA’, ovvero “CICLO CHIUSO” e dunque TRASFORMAZIONE e RIGENERAZIONE.

In Natura, «nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma » di continuo.

La Natura non conosce il concetto di SCARTO.

Il processo di produzione naturale non genera “scarti di lavorazione”, come avviene purtroppo per le attività umane.

Ma non solo.

Alla fine del suo ciclo vitale, ogni prodotto naturale – sia vegetale che animale – diventa il substrato di qualcos’altro e così via, fino al suo ritorno all’origine minerale.

Così avviene per le piante, che dalla terra nascono e alla terra ritornano, dapprima le foglie, che diventano humus, e infine l’intero organismo.

Nei processi di degradazione e di trasformazione, essa si serve sia di agenti chimico-fisici, atmosferici e tellurici, che biologici, ovvero piante, microbi e animali.

La Natura trasforma e rigenera tutto, riuscendo nel contempo a compiere una continua “SELEZIONE evolutiva” degli esseri viventi.

La Natura compie anche un altro miracolo.

Utilizza l’energia “rinnovabile” del Sole e quella tellurica della Terra e dunque non “consuma” davvero nulla di ciò che ha a disposizione.

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Fare “Economia Circolare” vuol dire sostanzialmente “riciclare”, cioè “riutilizzare” gli scarti di lavorazione per altre produzioni e “recuperare” i materiali di cui è composto l’oggetto che si è realizzato alla fine del suo ciclo vitale.

In un mondo etico e consapevole, la produzione delle merci dovrebbe sottostare almeno a questi due requisiti basilari.

Poi si potrebbe e si dovrebbe fare di meglio in funzione ambientale e territoriale.

Sviluppare materie prime di origine vegetale, dunque rinnovabili senza intaccare le risorse della Terra.

Ottimizzare ed innovare i processi produttivi, utilizzando solo fonti di energie rinnovabili, ovvero solare, termica o meccanica (vento, onde marine, ecc).

Approvvigionarsi, per quanto possibile, di materie prime nell’ambito territoriale.

Usare mezzi di trasporto delle merci mossi da energie rinnovabili.

Aumentare l’efficienza e la durata dei prodotti, prevedere la loro riparabilità, eliminando l’usa e getta.

Eliminare l’uso di prodotti dannosi per l’ambiente e per l’essere umano.

Produrre solo ciò che serve realmente, evitando l’induzione al “consumismo”.

Fare “Economia Circolare vuol dire in definitiva fare l’opposto di ciò che facciamo oggi, ovvero l’economia lineare, fonte di tutti i mali.

Se a tutto ciò si vanno ad aggiungere le problematiche riguardanti la pura logica del profitto e del signoraggio finanziario, la situazione si complica ulteriormente.

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La distinzione tra “Economia Lineare” ed “Economia Circolare” è la stessa che corre tra “Pensiero Lineare” e “Pensiero Circolare”.

In filosofia, il “Pensiero Lineare” e il “Pensiero Circolare” sottendono, l’uno, la LOGICA FORMALE aristotelica e, l’altro, la LOGICA DIALETTICA hegeliana.

La Logica Formale aristotelica nasce come strumento dimostrativo del corretto ragionamento, ovvero di più enunciati.

Sulla scorta dei suoi tre principi (Identità, Non-Contraddizione e Terzo Escluso), la LOGICA FORMALE è alla base del funzionamento dei moderni computer mediante l’uso del “linguaggio binario”.

La LOGICA FORMALE opera per “esclusione” lineare: o è vero A o, in alternativa, è vero B.

Se si “sceglie” A, bisogna “scartare” B.

Una terza possibilità non è data, in quanto fuori dalla logica binaria.

Il simbolo distintivo della LOGICA FORMALE è o/o.

In latino, AUT-AUT.

La Logica Dialettica nasce invece con Eraclito, viene sviluppata da Platone, poi da Aristotele, quindi da Plotino e Proclo e portata a compimento da Hegel.

Essa assolve, a detta di Aristotele, solo ad una funzione “argomentativa” e non dimostrativa, in quanto partirebbe da premesse probabili (opinioni) e non vere.

La dialettica è invero finalizzata a stabilire la validità di una tesi sulla base delle argomentazioni addotte, rispetto alle quelle a supporto della tesi contrapposta.

Essa si esplica nel confronto diretto, attraverso il dialogo, al fine di giungere a delle conclusioni quanto più valide è possibile sulla base della loro coerenza concettuale.

La sua migliore espressione si ritrova nella “maieutica” socratica, intesa come “parto” della verità condivisa, per successive approssimazioni.

La dialettica si occupa di discorsi più ampi rispetto ai più semplici enunciati della logica formale e dunque si avvicina di più alla complessità della realtà esistenziale.

Con Plotino, la dialettica assume la forma “circolare”, con una fase di “andata”, analitica e deduttiva, e una di “ritorno” al Principio, sintetica e induttiva.

Hegel utilizza il “circolo dialettico” di Plotino per elaborare una logica dialettica in tre fasi: “tesi, antitesi e sintesi”, già articolata in questa forma da Fichte e definita “sintesi degli opposti.”

La dialettica hegeliana rappresenta il modo in cui il pensiero umano può riuscire a superare le contraddizioni insite nelle “opposte” manifestazioni della realtà.

La realtà stessa si muove dialetticamente, secondo Hegel, mediante il passaggio dell’Idea nella Natura, attraverso cui si risolve la “fenomenologia dello Spirito”.

La LOGICA DIALETTICA funziona per “inclusione” circolare: è sia A e sia B.

La scelta di A non disconosce anche la successiva scelta di B.

E’ vero A, quindi è vero B e poi di nuovo A, come avviene per il giorno e la notte, dipende solo dal momento e dal punto di vista attraverso cui si coglie la realtà.

Il principio A positivo si negativizza dialetticamente nel suo opposto B e in questo modo viene a cadere la negatività “assoluta” del polo contrario.

Eraclito, molto apprezzato da Hegel, aveva definito il “divenire” della realtà come “enantiodromia”, ovvero “corsa nell’opposto”.

La DIALETTICA tende, in definitiva, a superare il principio di non contraddizione logica, mediante il principio di contraddizione dia-logica.

Il simbolo distintivo della LOGICA DIALETTICA è pertanto: e/e.

In latino, ET-ET.

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L’Economia Lineare ricalca il Pensiero Lineare e questi la Logica Formale.

Essa opera con modalità “separative”:

– da un lato, c’è lo SCARTO, che viene ELIMINATO, in quanto rifiuto;

– dall’altro, c’è la SCELTA, che viene SELEZIONATA, in quanto valore.

Il modo in cui è considerato lo SCARTO nell’Economia Lineare è emblematico di un modo di pensare e di agire sbagliato, per il quale parte di ciò che esiste e dunque si produce sia un rifiuto da “bruciare”, da “disperdere” nell’ambiente o da “interrare” in una discarica.

Ciò che accade per l’economia, vale ancor di più nell’ambito della vita umana.

In Natura, questo modo di operare non è contemplato.

Nulla in essa è considerato uno SCARTO da ELIMINARE, bensì una risorsa fondamentale per altre forme di vita.

La Natura riutilizza lo SCARTO, reintegrando in sé tutto ciò che produce, e in questo modo si mantiene sempre in una condizione di perfetto equilibrio.

La Natura opera in armonia, secondo le leggi del Pensiero Circolare.

Lo SCARTO da ELIMINARE diventa così la SCELTA da SELEZIONARE!

Lo SCARTO e la SCELTA esistono in quanto esiste l’OPZIONE, ovvero il poter decidere tra più possibilità.

Diversamente, lo SCARTO e la SCELTA non sarebbero tali, bensì un obbligo.

L’OPZIONE è, a sua volta, la condizione intermedia che regola la dialettica circolare tra la SELEZIONE e l’ELIMINAZIONE.

Il processo è unico e sequenziale, senza divisioni, né cesure.

Ambedue le forme coesistono: e lo SCARTO e la SCELTA.

Più precisamente, lo SCARTO si trasforma in SCELTA e, così facendo, l’ELIMINAZIONE si risolve in SELEZIONE.

Lo schema concettuale contenente i suesposti cinque concetti – rappresentativo del Pensiero Circolare – è, a mio avviso, la dimostrazione del modo in cui funziona e si svolge la realtà esistenziale e a cui anche l’essere umano dovrebbe adeguarsi.

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L’insegnamento che segue è mutuato da un noto libro dello psicologo esoterico Thorwald Dethlefsen: “Il destino come scelta”.

La premessa è che ogni SCELTA scaturisce da una DECISIONE, la quale dipende a sua volta da un GIUDIZIO, a cui si giunge tramite un RAGIONAMENTO.

Questa dovrebbe essere la sequenza ordinaria, ma può accedere di peggio.

La decisione muove talora da un pre-giudizio, fondato sull’esperienza pregressa o su un semplice gusto personale.

Dal dover compiere ogni volta una SCELTA nasce il problema dello SCARTO da ELIMINARE, causa prima del blocco che si determina nel processo di identificazione dell’anima umana con l’UNO-TUTTO divino.

Ciò accade per mancanza di UNITA’ nella mente, prevalendo in essa il pensiero lineare, il quale offusca la giusta conoscenza della realtà esistenziale.

T. Dethlefsen ritiene che la migliore soluzione sia quella di non compiere alcuna SCELTA, ma di accettare tutto, a maggior ragione ciò che si vorrebbe SCARTARE.

Una persona consapevole dell’UNITA’ del Tutto non SCEGLIE nulla, ma accetta l’esistenza di tutto e, in questo modo, non è obbligato a SCARTARE niente.

Sostiene T. Dethlefsen, ma non solo lui, che la mente sia POLARIZZATA, come la realtà esistenziale e anche il giudizio.

Essa non appare perciò in grado di cogliere l’UNITA’ del TUTTO, ma soltanto la POLARITA’ delle cose che lo compongono, ovvero i suoi due aspetti contrapposti in successione, i quali altro non sarebbero che le due facce della stessa medaglia.

In questo consiste il pensiero lineare, dal quale occorre emendarsi.

La mancanza di UNITA’ nel pensiero svierebbe il processo di conoscenza della realtà esistenziale, ingenerando un comportamento erroneo nell’essere umano.

La consapevolezza dell’UNITA’ del TUTTO dovrebbe pertanto essere il fine da perseguire, prima nel pensiero, poi nell’azione e infine nella totalità dell’essere umano.

Anche per Freud, la mente umana agisce in maniera DUALISTICA, sulla base del “principio di piacere/dolore”, il quale la spinge ad “accettare” ciò che le dà “piacere” e a “rifiutare” ciò che invece le provoca “dolore”.

A dirla tutta, è il pre-giudizio sull’oggetto o sull’evento a generare piacere o, di contro, a provocare dolore, determinando l’accettazione di una parte e il rifiuto dell’altra.

Quindi, più che del “principio di piacere/dolore”, si dovrebbe ritengo parlare del “pregiudizio del compiacersi/dispiacersi”.

E’ ciò che ci “dispiace” a generare “dolore” e ad essere pertanto SCARTATO, ovvero “rimosso, per sprofondare così nell’inconscio (ELIMINAZIONE), mentre è ciò che ci “compiace” a generare “piacere” e ad essere quindi SCELTO, entrando a far parte della coscienza (SELEZIONE).

Questa duplice meccanismo mentale è deleterio per chi ne è afflitto.

Succede infatti che la mente umana tende a far rivivere il materiale psichico rimosso, in quanto costituisce un blocco che ostruisce il cammino evolutivo.

Non a caso, si dice: « La lingua batte dove il dente duole ».

Il materiale psichico SCARTATO e gettato nell’inconscio risale nostro malgrado nella coscienza, generando malessere nell’anima e malattia nel corpo.

Accettare tutto, sia ciò che ci compiace, che ciò che ci dispiace: questo è il cammino da perseguire.

Altrimenti, si resta nella polarità e si scivola nella malattia.

La realtà è unitaria, sebbene si manifesti sotto forma di polarità.

Un polo (SELEZIONE) vive dell’esistenza dell’altro (ELIMINAZIONE).

Chi ha compreso la legge di polarità, sostiene T. Dethlefsen, sa che un polo si può raggiungere solo attraverso l’accettazione e l’integrazione dell’altro.

il pensiero circolare si basa proprio su questo principio.

Il rifiuto del polo negativo, ovvero la sua eliminazione dall’orizzonte mentale, blocca il cammino circolare che conduce all’identificazione con l’UNO-TUTTO, mentre la sua accettazione lo agevola e lo accompagna.

Si tratta in sostanza di un “viaggio agli inferi”, la cui destinazione finale è il paradiso” celeste, come ci insegna anche Dante nella Divina Commedia.

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La psicologia esoterica di T. Dethlefsen trova fondamento in un concetto cardine del grande analista e studioso C. G. Jung: l’INTEGRAZIONE DELL’OMBRA.

L’archetipo dell’OMBRA, insieme a quelli della PERSONA, dell’ANIMUS-ANIMA e del SE’, trova collocazione in ciò che egli chiama il processo di “INDIVIDUAZIONE”.

L’OMBRA, lo rivelo subito, corrisponde allo SCARTO e dunque a tutto ciò che “dispiace” alla mente umana e che perciò rifiuta di accettare e di integrare in sé.

Essa rappresenta per Jung il lato nascosto e tenebroso della psiche, quello più pericoloso e potenzialmente distruttivo, ma anche il più stimolante: l’inconscio.

L’OMBRA è l’immagine più pregnante del MALE-SSERE interiore dell’Io.

Fino ad un certo punto, nel pensiero di Jung, l’OMBRA è una manifestazione psichica limitata alla singola persona.

Ad un’analisi più approfondita – che lo porterà alla definizione dell’Inconscio Collettivo – l’OMBRA gli appare possedere una dimensione cosmica, come quella di una gigantesca nube che incombe sull’intera umanità.

Essa viene in tal caso da lui identificata con il MALE assoluto.

Riconoscere la propria OMBRA e accettarla, al fine di integrarla nella luce spirituale della coscienza, così da risolvere ogni conflitto e realizzare armoniosamente il proprio Sé, diventa il passaggio chiave della psicologia analitica junghiana.

Si tratta di una vera e propria “trasmutazione alchemica”, come quella operata sulla Materia Prima grezza, trasposta sul piano psichico.

La psicologia sperimentale, di cui fa parte la psicologia analitica junghiana, è una disciplina moderna, nata del XIX secolo.

Il lavoro sull’OMBRA (e sulla LUCE) è invero molto più antico.

Dell’OMBRA se ne sono occupate in passato la religione e la filosofia, ma ancor prima le discipline esoteriche, come conviene lo stesso T. Dethlefsen.

Nel pensiero antico, l’OMBRA simboleggia non solo il MALE ma anche l’ANIMA – il “doppio” per eccellenza – la quale si nasconde furtiva nelle profondità del corpo.

Con l’identificazione dell’OMBRA con l’ANIMA, si accede nel cuore pulsante della dottrina esoterica.

L’OMBRA-ANIMA riveste le sembianze di un “fantasma” interiore che si agita e si manifesta nel sogno, nella speranza di essere “liberato” dalle sue catene.

La liberazione dell’OMBRA-ANIMA dai suoi patemi – mediante la trasformazione dell’Io nell’Altro da Sé, per usare la terminologia psicologica – esula dal tema trattato.

Ad ogni modo, va detto che l’OMBRA-ANIMA è un’entità intermedia.

Essa non possiede né la purezza della dimensione spirituale, né la corruttibilità della dimensione corporale.

L’OMBRA-ANIMA deve trasformarsi in COSCIENZA, per poter accedere alla dimensione dello Spirito, avendo assunto la forma di un “Corpo di Luce”.

La discesa agli inferi dell’eroe di turno altro non è, dal punto di vista psicologico, che un viaggio nelle profondità dell’inconscio, alla ricerca dell’OMBRA-ANIMA.

L’essere umano è chiamato a trasformarsi in un eroe per riuscire a strappare l’ANIMA – che vive come un’OMBRA – alla morte, ovvero al suo inesorabile degradare verso gli stati inferiori dell’Essere.

Nell’avviarmi alla conclusione, resta da illustrare lo schema concettuale a croce circolare che, dalla PENOMBRA, conduce alla LUCE suprema.

La PENOMBRA è un fenomeno ottico di lieve oscuramento di una superficie, causato dalla interposizione di un oggetto dinanzi ad una sorgente luminosa.

Si tratta, in fin dei conti, di una “proiezione negativa” determinata dall’interruzione di un fascio luminoso.

L’OMBRA, ben più marcata della PENOMBRA, resta comunque un’apparenza illusoria, il lato fuggevole, irreale e mutevole delle cose.

Aumentando sempre di più l’OMBRA si giunge al BUIO ed è qui che la LUCE assume il suo massimo valore espressivo e simbolico.

Il BUIO è per definizione “assenza di LUCE”, ma è anche la condizione ideale attraverso cui diventa possibile prendere coscienza della LUCE.

L’ILLUMINAZIONE spirituale o interiore, tanto ricercata dagli iniziati, nota come il “Sole di Mezzanotte”, è possibile soltanto in una condizione di BUIO profondo.

Da qui ha inizio l’emiciclo inverso che, dal RIFLESSO e quindi dal RIVERBERO, conduce alla LUCE.

L’integrazione della PENOMBRA nella LUCE assume a questo punto il valore strategico di un “male” solo apparente, ma in fin dei conti benefico, come qualunque cosa che all’apparenza vorremmo SCARTARE, ma che finisce per essere SCELTA.

Spero possano trovano, a questo punto, il giusto valore le parole dei Maestro: «La Pietra SCARTATA dai costruttori è diventata PIETRA ANGOLARE ».

Autore: Paolo Scalise