IDEA, EIDOS, OUSIA

 

È arrivato il momento di puntare i riflettori sulla parola utilizzata da Platone quando parla della “cosa in sé” e che viene tradotta in lingua moderna con il termine Idea.

<Mi sembra chiaro, l’Idea platonica corrisponde a ciò che tu chiami Archetipo.>

Sì, no, forse. Le cose non stanno esattamente così, anche se ovviamente vi sono moltissimi punti di contatto.

<Ma va’?!?>

Comprendere cosa volesse intendere Platone con il termine Idea non è cosa semplice. Come ho già avuto modo di dirti in precedenza, quando ti ho accennato alla “teoria della linea”, il termine idea o eidos (ιδεα o ειδος) utilizzato da Platone non corrisponde al termine “idea” com’è inteso da noi moderni, cioè una sorta di pensiero, concetto, rappresentazione mentale, qualcosa che rientri insomma nella sfera della psiche o del ragionamento.

<E come devo intenderla allora?>

È questo il punto, non è univoco il modo d’intendere il termine Idea. Al riguardo ti riporto quanto disse Aristotele nella raccolta di scritti a cui è stato dato il nome di Metafisica:

Fra le molteplici assurdità che presenta tale dottrina, la maggiore, consiste nell’affermare, da un canto, che ci sono altre realtà oltre quelle che esistono in questo mondo e nell’affermare, dall’altro, che sono uguali a quelle sensibili, con l’unica differenza che le une sono eterne, mentre le altre sono corruttibili. Essi affermano, infatti, che esiste un «uomo in sé», un «cavallo in sé», una «salute in sé», senza aggiungere niente altro e comportandosi, all’incirca, come coloro che affermano che esistono dèi, ma che hanno forma umana. In effetti, gli dèi che costoro ammettono non sono altro che uomini eterni, mentre le Forme che quelli pongono non sono altro che sensibili eterni. [1]

[…]

Ma Socrate non pose le definizioni e gli universali come separati dalle cose; invece gli altri pensatori li posero come separati, e a siffatte realtà diedero il nome di Idee. Di conseguenza, in base a un ragionamento pressoché identico, essi furono indotti ad ammettere che esistono Idee di tutte le cose che si dicono in universale. Ad essi accadde di fare, all’incirca, come colui che, volendo contare certi oggetti, ritenesse di non poter fare questo finché gli oggetti sono troppo poco numerosi e, invece, di poterli contare dopo averne aumentato il numero: le Forme, infatti, sono in certo senso più numerose di quegli individui sensibili, dai quali questi filosofi, con l’intento di ricercarne le cause, hanno preso le mosse per giungere a quelle. Infatti, per ogni singola cosa esiste un corrispettivo essere avente lo stesso nome: ed è cosi, oltre che per le sostanze, anche per tutte le altre cose la cui molteplicità è riducibile a unità: tanto nell’ambito delle cose terrestri quanto nell’ambito delle cose eterne [2]

<Devo forse intuire che anche Aristotele, che ricordo essere un contemporaneo di Platone, nonché suo ex-discepolo, trovasse ostica la “Teoria delle Idee”?>

Così sembrerebbe!

Eppure chi meglio di lui avrebbe avuto tutte le possibilità, tutti gli strumenti per comprenderla appieno; inoltre, essendo un contemporaneo di Platone, avrebbe potuto confrontarsi direttamente con l’autore o con gli autori[3]. Che fine fa in questo caso la cosiddetta “teoria delle dottrine non scritte” portata avanti dalla scuola tedesca di Tubinga (Konrad Gaiser, Hans Kramer, Hans-Georg Gadamer[4]) e ripresa da quella italiana di Milano (Giovanni Reale[5]), secondo cui la parte più importante della “Teoria delle Idee”, e ancor di più il “Principio dell’Uno e della Diade indeterminata del grande-e-piccolo”, sarebbe stata esplicitata in modo più approfondito oralmente, ossia dialetticamente durante le “lezioni” tenute da Platone?

<E lo chiedi a me?>

Non fare lo spiritoso, era una domanda retorica.

È evidente che resta qualcosa di non spiegato, di non facilmente accettabile in tale teoria. A questo poi aggiungi che Platone, e non solo Lui, per indicare la “cosa in sé” utilizzava almeno tre differenti vocaboli: idea (ἰδέα), eidos (εἶδος), ousia (οὐσία), di cui ti ho già detto[6], per non accennare al “noumeno” (noúmenon, νοούμενoν, dal sostantivo nous, νοῦς, “mente”, “intelletto”, “intelligenza”) termine utilizzato per indicare ciò che è pensato o pensabile dal puro intelletto, indipendentemente dall’esperienza sensibile, quindi le Idee.

<Non ti andrebbe di fare un po’ di chiarezza sull’argomento?>

Ci provo, ma non ti assicuro che la teoria sia più chiara dopo.

<Ok, tu inizia, al resto ci penso io.>

Principio dell’Uno e della Diade

Ti ricordi il “koan del bicchiere”?

<Vagamente, ricordo del bicchiere messo sul tavolo, ma non molto altro.>

Ok, non è importante se non lo ricordi. Facciamo un giochetto. Supponi che su di un tavolo, invece di esserci solo un semplice bicchiere, ci siano anche una bottiglia, una scatola, un barattolo, un portacenere, una tastiera per computer, un foglio. Il giochetto consiste nel capire, senza che vi sia alcuna ombra di dubbio, cioè sicuramente, cosa abbiano in comune i sette oggetti.

<E … cosa hanno in comune i sette oggetti? Non mi sembra abbiano molto in comune … aspetta potrebbero essere fatti con lo stesso materiale, ad esempio la plastica: giusto?>

Sì, potrebbero essere fatti con lo stesso materiale, ma potrebbero anche non essere fatti con lo stesso materiale. Io ho chiesto cosa hanno in comune gli oggetti senza alcuna ombra di dubbio e ora aggiungo, per evitare equi­voci, indipendentemente da qualsiasi aspetto fisico e chimico, quindi composizione, forma, lunghezza, peso e quant’altro possa venirti in mente, suggerita dai tuoi sensi. Detto diversa­mente, non sono interessato al “corpo” degli oggetti presi in considerazione, ma alla loro “essenza”, oserei dire al loro “spirito”, se non fosse che la pa­rola “spirito” crei un po’ di confusione, in altri termini ti sto chiedendo di rispondere alla domanda “cosa sono veramente?”.

<Boh, non so cosa rispondere!>

Perché non ti prendi qualche attimo, prima di rispondere, magari ti viene qualche pensiero, qualche idea.

<Pensiero, idea? Che vuoi che mi venga in mente?>

Si dà troppa poca importanza al pensiero, tutti si riempiono la bocca di parole quali “amore”, “sentimento”, “sensazioni”, con troppa faci­lità parlano di “cuore”, trascurando completamente il “pensiero”. Per aiu­tarti un po’ vorrei ricordarti le parole con cui inizia il Vangelo di Giovanni:

In Principio era il Verbo[7], il Verbo era presso Dio[8] ed il Verbo era Dio[9].

<Ed ora, cosa c’entra il verbo?>

Non ricordi più niente, vero?

<Non ricordo più niente … ma “de che”?>

La Funzione è la Parola, che è il Verbo, che dà origine all’Azione. [F.A.K.T.]

<Ora sì che è tutto chiaro!>

Per il momento lasciamo perdere ciò che hanno in comune i sette oggetti, sai come avrebbe risposto Platone ad un giochetto del genere?

<Sentiamo, come avrebbe risposto?>

Anzitutto avrebbe affermato che c’è un’idea in sé (o idea per sé) per ogni “oggetto” menzionato – e per qualsiasi “oggetto” tu possa menzionare prodotto dall’uomo o dalla natura – per cui esiste, l’oggetto in sé (o oggetto per sé), cioè l’essere in sé (o essere per sé), ad esempio, l’Idea-bicchiere, che racchiude tutti i possibili bicchieri con tutte le possibili forme, colori, materiali possano venirti in mente, non è altro che il Bicchiere in sé.

<Per te, cosa rappresenta, il bicchiere?>

Per me il bicchiere sul tavolo è l’archebolo, la parola utilizzata per indicarlo rappresenta il simbolo e l’Idea ovviamente l’Archetipo.

<Fino qui niente di complicato, almeno così mi sembra, infatti, se ho ben compreso, posso affermare per estensione di ragionamento che esiste la Bottiglia in sé, la Scatola in sé, il Barattolo in sé, il Portacenere in sé, la Tastiera in sé, il Foglio in sé e, andando oltre, anche la Montagna in sé, il Lago in sé, il Fiume in sé, la Nuvola in sé, l’Uomo in sé, il Cavallo in sé, il Cane in sé, l’Aquila in sé, il Gabbiano in sé e via dicendo in molteplicità indefinita. Dico bene?>

Dici bene! Resta ancora la fatidica domanda: cosa è che accomuna i sette oggetti sul tavolo?

<Platone al riguardo cosa avrebbe risposto?>

Platone si sarebbe rifugiato nell’Uno, affermando che ogni oggetto ha in comune con l’altro l’Unità. [10]

<Ti andrebbe di spiegare meglio, grazie?>

Platone afferma semplicemente che ogni “oggetto” è un’unità, di conseguenza tutti gli “oggetti” hanno in comune l’Unità, che è diretta conseguenza dell’Uno, quindi l’Uno si identifica con il principio, la causa di ogni oggetto sostanziale. Detto diversamente, gli esseri in sé (o esseri per sé o sostanziali) sono esseri differenziati, definiti e determinati, e ogni cosa che è differenziata, definita e determinata, lo è nella misura in cui è “una”, ossia nel momento in cui è in relazione con l’Unità, quindi con l’Uno.

È più chiaro ora?

<Diciamo di sì.>

Fino qui niente di complicato, anche Aristotele non avrebbe avuto niente da ridire.

<Perché c’è dell’altro?>

Non solo c’è dell’altro, ma è anche la parte più difficile da digerire, quella più complicata da mandare giù, insomma la parte relativa alla “dualità”.

<Uhm … la dualità? Intendi la Diade indeterminata del grande-e-piccolo?>

Esatto! Di essa avrei preferito parlarti in altro momento, ma devo per forza accennare qualcosa ora, altrimenti ti formeresti un pensiero incompleto sull’eidos platonico. Esistono due tipi di essere (ousia), e quindi di idea (eidos): l’essere in sé, ossia l’idea in sé, di cui ti ho già detto sopra e, poi, l’idea duale, ossia l’essere duale, quello che “non può essere da solo”, quello che è in rapporto, in relazione con l’altro. A sua volta, per la “legge dello spacchettamento” anche l’essere (o idea) duale può e deve essere visto sotto due aspetti: da una parte, l’essere (o idea) polare e opposto (o contrario) e, dall’altra, l’essere (o idea) complementare e interdipendente (o correlato[11]).

<Non ho capito una mazza!>

Per quanto riguarda l’essere (o idea) in sé non dovresti avere problemi: qualsiasi essere sostanziale, tu possa prendere in considerazione nella sua molteplicità, ha la sua sinossi nell’idea in sé, per cui la molteplicità degli uomini trova la sua sinossi nell’idea-Uomo, quella degli alberi nell’idea-Albero, quella dei fiori nell’idea-Fiore, quella delle montagne nell’idea-Montagna, quella dei fiumi nell’idea-Fiume, quella degli animali nell’idea-Animale e via dicendo in molteplicità indefinita.

<Fino qui ci sono, vai avanti.>

Per quanto riguarda il resto, ritorna con la mente ai sette oggetti sul tavolo, pensi che siano “belli”?

<E che ne so? Dipende da come sono fatti, da chi li ha fatti, dal mio gusto, insomma il bello è relativo.>

Supponiamo, che gli oggetti siano fatti di materiale pregiato, che un grande artista, un grande designer li abbia prodotti e che incontrino il tuo gusto. Ti rifaccio la domanda: “pensi che siano belli?”

<Suppongo di sì, perché?>

Perché Platone in questo caso avrebbe sostenuto la tesi che c’è il bello negli oggetti di cui sopra, ovvero che tu riconosci il bello in essi, per la semplice ragione che esiste l’idea-Bello e non per le svariate ragioni sensoriali (o d’altro genere) da te addotte, per altro ovvie e vere.

<Se io avessi risposto che gli oggetti fossero brutti, sarebbe cambiato qualcosa?>

No! Gli oggetti sono brutti perché esiste il brutto in sé, ossia l’idea-Brutto, semplice no?

<Una sorta di idea-Qualità, insomma?>

Esatto! Quanto detto vale per qualsiasi aggettivo ti venga in mente; ad esempio, Bello, Brutto, Alto, Basso, Grande, Piccolo, Buono, Cattivo, Acuto, Grave, Pesante, Leggero, Immobile, Mobile, Indivisibile, Divisibile, Uguale, Disuguale, Dispari, Pari, Limitato, Illimitato, Determinato, Indeterminato, sono tutti idee. Alcune di esse, inoltre, essendo più importanti di altre, sono identificate come metaidee o idee generalissime.

Ora, soffermati sulle seguenti due coppie: Immobile-Mobile. Grande-Piccolo, secondo te sono dello stesso tipo?

<In che senso, scusa?>

In cosa si differenziano?

<Fai sempre domande strane.>

Voglio semplicemente dire che la coppia Immobile-Mobile fa parte di quelle idee-duali classificate come polari e contrarie (o opposte), anche indicate come metaidee o idee generalissime, mentre l’altra coppia, Grande-Piccolo, è identificata con le idee-duali raccolte come complementari e correlate (o interdipendenti)

<In base a cosa fai la classificazione? Cosa caratterizza e distingue le une dalle altre?>

Le idee polari e contrarie (o opposte) non possono coesistere insieme, la presenza dell’una fa scomparire l’altra, viceversa l’assenza dell’una produce la manifestazione dell’altra. Un oggetto può essere in moto oppure immoto, ma non può essere contemporaneamente entrambe le cose. Quanto detto ci permette di affermare anche che non ci sono vie di mezzo, non c’è gradazione, non è possibile essere un po’ Immobile, non c’è un “più o meno” per il primo essere-idea della coppia, non è possibile essere “più o meno” immobile, mentre per quanto attiene al secondo membro della coppia si può parlare di gradazione, è normale insomma concepire un essere “più o meno” mobile. Così per altre coppie, ad esempio, l’Indivisibile non può essere “più o meno” indivisibile, mentre il Divisibile sì; il Determinato non può essere “più o meno” determinato, mentre l’Indeterminato può essere “più o meno” indeterminato. Quanto detto ha come conseguenza che il primo essere-idea della coppia è riportabile all’Unità, e quindi all’Uno (che rappresenta l’uguale a sé medesimo in maniera principiale), mentre il secondo essere-idea della coppia è in relazione con la Diade indeterminata e indefinita.

Le idee complementari e interdipendenti (o correlate), al contrario delle precedenti, devono per forza coesistere, se scompare l’una anche l’altra svanisce, se fa capolino l’una anche l’altra si presenta, perché sono complementari l’una è legata all’altra, non può esserci il grande senza la presenza del piccolo, è impossibile l’alto senza il basso, il più senza il meno, l’acuto senza il grave. Sono, inoltre, interdipendenti o correlati, ammettono una sorta di gradazione fra di loro, cioè se diminuisce una l’altra aumenta e, viceversa, se cresce una l’altra decresce; questo porta ad affermare che è sempre possibile stabilire il “più e meno” e che esiste un idea-Mediana tra le due; ad esempio, tra il Grande è il Piccolo c’è l’Uguale, tra l’Acuto è il Grave fa capolino l’Armonico, tra un generico Più e Meno c’è la possibilità di un Sufficiente. Non c’è da scandalizzarsi, allora, se le suddette idee sono poste in relazione con la Dualità indeterminata ed indefinita.

<Che manicomio!>

Provo a fare un piccolo riassunto.

<Grazie, ne avevo bisogno.>

In relazione alle coppie nominate sopra, devi considerare facenti parte della prima categoria, polari e opposti (o contrari), anche indicate come metaidee o idee generalissime, le coppie Immobile-Mobile, Indivisibile-Divisibile, Uguale-Disuguale, Limitato-Illimitato, Determinato-Indeterminato, Dispari-Pari, dove il primo essere-idea della coppia è legato all’Uno, mentre il secondo alla Dualità o Diade.

Fanno invece parte della seconda categoria, complementari e interdipendenti (o correlati), le restanti coppie Bello-Brutto, Alto-Basso, Grande-Piccolo, Buono-Cattivo, Acuto-Grave, Leggero-Pesante; in questo caso entrambi gli esseri-idee della coppia sono posti in relazione con la Diade o Dualità.

<Mi è sorto un dubbio: perché Platone ha messo la coppia Dispari-Pari nel primo gruppo, non sarebbe stato più logico inserirla nel secondo?>

Giusta osservazione. Secondo te perché?

<Se avessi avuto la risposta non l’avrei chiesto!>

Uhm … quale sia la risposta “reale” di Platone, la conosce solo Platone, ovviamente, ma ho un sospetto.

<Quale?>

Platone credo non volesse far riferimento ai numeri Dispari e Pari come quantità, ma volesse utilizzarli alla maniera pitagorica. Intendo dire che intendesse vedere i numeri Dispari, oltre che maschili, anche come archeboli del Principio, ossia di Inizio-Fine, Nascita-Morte, che, come ti ho detto a suo tempo, rappresenta UNO; i numeri Pari, viceversa, oltre che vederli come femminili, intendesse far riferimento a loro come archeboli della Funzione, che evidentemente è molteplice. Alla luce di ciò è naturale che la coppia Dispari-Pari, ovvero Principio-Funzione sia da annoverare come una diade del tipo 1-2 (uno-molti), mentre la coppia dispari-pari, in relazione alla quantità, deve essere classificata come del tipo 2-2 (molti-molti).

Ci sarebbe dell’altro da dire, per ora, però, io mi fermerei qui e riprenderei l’argomento in un momento più opportuno, cioè quando introdurrò DUE.

<Solo una piccola precisazione, tutte le idee-duali, che si tratti di polari e opposti (o contrari) ovvero di complementari e interdipendenti (o correlati) devo considerarli archetipi.>

Ovviamente!

<Devo, quindi, considerare come archebolo l’essere manifestato che possiede come qualità quella determinata idea, ossia è in relazione con quella data idea, ossia è generato da essa?>

Incominci a farti strada nel buio bosco pieno di rovi e spine.

<Ovviamente, se schizzo un disegno o utilizzo una parola per indicare l’archebolo o costruisco una statuetta o un crocifisso da portare con me, insomma un oggetto tridimensionale personale, allora sto utilizzando un simbolo?>

Le nubi si diradano, la tempesta si placa, il sereno incomincia a fare capolino all’orizzonte.

Tratto da FAKT, Zero, Infinito, Punto, Uno, di prossima pubblicazione.


[1] Aristotele, Metafisica (a cura di Giovanni Reale), Rusconi, Milano, 1997, B2, 997b 5-12

[2] Id., M4, 1078b 30-35 – 1079a 0-5

[3] Quando parla della “teoria delle idee” Aristotele nei suoi scritti fa riferimento sempre ad un generico plurale “autori” e mai ad un singolare “autore”.

[4] Konrad Gaiser, La dottrina non scritta di Platone, Vita e Pensiero, Milano 1994; H. Kramer, Platone e i fondamenti della metafisica. Saggio sulla teoria dei principi e sulle dottrine non scritte di Platone con una raccolta dei documenti fondamentali in edizione bilingue e bibliografia. (Introduzione e traduzione di G. REALE), Milano 1982, 1994; H.G. Gadamer, Studi platonici, 2 voll. (a cura di G. MORETTO), Marietti, Casale Monferrato 1983-1984

[5] Reale Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone alla luce delle dottrine non scritte, ibid.

[6] Vedi capitolo “Teoria della linea II”.

[7] “In Principio era il Verbo” significa che il Verbo deve essere visto come inizio nella Manifestazione, così come bisogna partire dal DUE e non dall’UNO nella Manifestazione.

[8]  “Il Verbo era presso Dio” significa che l’Essenza ha in sé il Verbo.

[9]  “Il Verbo era Dio”, significa che tra Essenza e Sostanza non c’è alcuna differenza essendo UNO.

[10] UNO è l’unità, ma è anche altro. L’uno che individua l’unità si ritrova, si manifesta in DUE.

[11] In statistica con il termine correlazione s’intende la misura della interdipendenza, ma è evidente che i due termini possono tranquillamente essere utilizzati come sinonimi.