GENESI parte I: ELOHIM e YHWH

Durante la tua vita ti sarà capitato di sentire almeno una volta la “storia di PUNTO”, ma quella che hai udito non è la “vera” storia di PUNTO”. Intendo dire che ci sono almeno quattro versioni della storia.

<Quattro versioni?>

Sì, quattro!

La prima è quella che parla di un dio terrestre e dell’uomo terrestre; la seconda è quella che riguarda la nascita degli dei, della loro opera sul pianeta terra e la nascita dell’uomo terrestre; la terza è quella che narra della nascita del sistema solare e della terra; per finire, la quarta è quella inerente l’Essere, ossia PUNTO, e solo incidentalmente racconta dell’Uomo, in quanto simbolo dell’archetipo-Essere. È evidente che l’ultima versione, non ha nulla a che vedere con le precedenti tre, salvo che queste non siano prese come archeboli per indicare le versioni successive. Intendo dire che la prima versione può tranquillamente essere utilizzata come simbolo per l’archetipo rappresentato dalla seconda versione, che a sua volta può essere impiegata come simbolo per la versione successiva e così via.

Sperando di non risultare blasfemo, la prima storia è raccontata nel Pentateuco, in ebraico Torah (תורה), “Legge”[1], a partire da Genesi 2-4b. Non tutti sanno che questa storia non è originale, ma è semplicemente un rifacimento, un remake, i cui diritti d’autore non spettano agli Ebrei.[2]

Le incomprensioni, i dubbi, le incertezze, e sono tante, che nascono leggendo la Genesi, in una qualsiasi lingua occidentale, hanno un’origine molto semplice: la traduzione!

Evito, per il momento, di addentrarmi nei meandri “bui e tempestosi” delle problematiche legate alla traduzione; mi limito ad aggiungere che il testo esposto in ebraico antico, e sottolineo antico,[3] diventa poi irriconoscibile, quando la traduzione, che pone già di suo numerosi problemi, sostituita dall’inventiva del traduttore, viene sepolta sotto i tabù, gli equivoci, le superstizioni e, aggiungerei, la “malafede”.

La seconda storia (quella che parla degli dei e della nascita dell’uomo terreste) è, invece, raccontata nella prima parte della Genesi, precisamente nei primi 11 “capitoli”.

Lo sapevi, ad esempio, che anche nella cosmogonia ebraica “tutto” ha inizio con una “pluralità” e non con una “singolarità”?

<Ma che stai dicendo, ti sei bevuto il cervello? Nella Bibbia si parla di un solo Dio che crea!>

Sì, no, forse!

Nella Genesi si parla di due “soggetti”: ELOHIM [4] e YHWH[5].

«In princìpio Dio creò il cielo e la terra». Così recita (più o meno, dipende dalla traduzione) il primo verso della Genesi nelle lingue odierne, peccato l’originale reciti diversamente e precisamente: «In princìpio ELOHIM creò il cielo e la terra», in cui la parola ebraica (traslitterata) Elohim (אלהים) è stata tradotta con il termine Dio, Iddio.[6]

<E qual è il problema?>

Non ci sarebbe alcun problema se tutti fossero d’accordo sul significato da attribuire al termine Elohim.

<Perché non è così?>

Premesso che alcuno sulla faccia della terra sa con precisione cosa voglia indicare la parola Elohim,[7]  se provi a chiedere lumi ad un ebreo al riguardo ti dirà che non c’è alcuna difficoltà nel comprendere il termine, perché trattasi di un “plurale di indefinibilità”, cioè un concetto singolare che viene reso al plurale. Insomma l’opposto di ciò che si ottiene quando con una parola singolare si vuole intendere una pluralità, ad esempio “umanità”, “popolo”, per cui si direbbe che «il popolo, l’umanità ha deciso, ha dato vita, ha creato …» cioè al singolare, mentre si vuole intendere una pluralità.

Essi sostengono, giustamente, che è vero che in ebraico la desinenza “im” indica generalmente sostantivi maschili plurali, ma che esistono eccezioni al riguardo, ad esempio “shammaim“, cielo, “maim“, acqua, che, pur essendo scritti al plurale, si traducono al singolare, come altri nomi puramente astratti “zikunim“, vecchiaia, “neurim“, giovinezza (in questi due casi si tratterebbe di un “plurale di astrazione”).

Non essendo un linguista, né tantomeno un filologo, e avendo una conoscenza dell’ebraico rasente la nullità, non mi avventuro neanche nella querelle, faccio solo presente che la problematica non è recente (come qualcuno ingiustamente pensa[8]) ma è abbastanza vecchia[9] e non è mai stata risolta completamente per il semplice fatto che nessuno può affermare al cento per cento che Elohim trattasi di un “plurale di indefinibilità” o di un “plurale di astrazione”, soprattutto alla luce dei testi sumeri, su cui ovviamente pesa il dubbio della traduzione, ma da cui, comunque, non si può prescindere[10].   

<Allora quella parola così “ambigua” come andrebbe tradotta in una lingua moderna?>

Come ho avuto modo di dirti in precedenza, non è una questione di traduzione. Il vocabolo è un simbolo, in quanto tale è vivo, quindi va vissuto. Non è una questione cervellotica, come alcuni erroneamente credono o pensano, avendo ormai completamente smarrito il profondo significato della Parola-Simbolo.

Personalmente ritengo che la cosa migliore sarebbe non tradurre certe parole, così come non andrebbe mai tradotto YHWH. Il nome YHWH appare per la prima volta in Genesi 2:4b. Nelle versioni correnti il nome YHWH, la cui traduzione letterale potrebbe essere “Colui che è”, viene tradotto con “il Signore Dio”. Poiché le versioni consuete traducono anche ELOHIM con la parola “Dio”, tra i termini YHWH e ELOHIM non è possibile notare alcuna differenza.

<Non capisco! Perché nella Genesi vengono utilizzati due termini diversi per indicare lo stesso soggetto?>

Se avessi letto la nota, questa domanda potevi evitarla. Te l’ho già detto, la Genesi non racconta una sola storia, ma almeno 2 contemporaneamente: quella del “Codice E” e quella del “Codice J”. Nel Documento E viene utilizzata la parola ELOHIM, mentre si incontra per la prima volta la parola YHWH soltanto a partire dal Documento J. Il Documento J racconta la storia del “Dio” degli Ebrei.[11]

La terza storia, la terza versione se preferisci, è narrata nell’Enuma Elish babilonese, che a sua volta si rifà alla mitologia sumera, da cui gli ebrei hanno attinto per scrivere la Genesi. Nella prima parte l’Enuma Elish si sofferma sulla “creazione” del sistema solare, per poi passare, nella seconda parte alla “descrizione” del empireo divino e soprattutto alla “nascita” dell’uomo, con relative peripezie.

La quarta storia, l’ultima, quella di PUNTO, deve ancora essere scritta e probabilmente non sarà mai scritta, anche perché non può essere scritta.


[1] Insieme dei primi cinque libri dell’Antico Testamento (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio) attribuiti dalla tradizione a Mosè, colui che trasse in salvo gli Israeliti dalla schiavitù in Egitto. Alcuni studiosi moderni ritengono che questa attribuzione non sia sostenibile, e che i primi cinque libri della Bibbia non siano il frutto del lavoro di un unico autore, ma il risultato di compilazioni accurate di materiali provenienti da fonti diverse. Comunque, anche se fosse opera di un unico autore, questi non potrebbe essere Mosè. Personalmente non so se i libri dal due al cinque (Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) siano stati scritti o no da Mosè, ma di una cosa sono sicuro: la Genesi, ed in particolare i primi undici capitoli, non è opera di Mosè! Il primo a formulare il contenuto di tale ipotesi fu Baruch Spinoza nel suo Tractatus theologicopoliticus, pubblicato anonimo nel 1670. Anche Jean Astruc divulgò in forma anonima nel 1753 tale ipotesi. Quindi, agli inizi del XX secolo, lo studioso tedesco Julius Wellhausen, riordinando varie ipotesi, e partendo dal fatto che le tradizioni sono racconti tramandati nel tempo in forma orale e poi messi per iscritto, postulò la teoria documentaria, detta anche teoria delle quattro fonti, o teoria JEDP (dalle iniziali del loro nome), ipotizzando che alla base del Pentateuco ci siano quattro diverse tradizioni. La tradizione Jahvista (codice J) è originaria del X/IX secolo a.C. In essa, Dio è visto molto vicino al suo popolo, in alcuni casi è quasi antropomorfizzato (quando ad esempio passeggia nel giardino dell’Eden); è indicato con le quattro lettere JHWH (Tetragrammaton). La fonte Elohista (codice E) usa per la maggior parte dei casi Elohim come nome di Dio. Si è formata in epoca successiva, VIII secolo a.C., nel Regno del Nord, dopo la divisione dello stato di Israele. Dio è visto in modo più trascendente, parla dal cielo, appare nei sogni, parla per mezzo di mediatori: gli angeli. La tradizione Deuteronomista (codice D) è chiamata così in quanto dominante nel libro del Deuteronomio. È fatta risalire al VII secolo a.C. nel Regno del Sud. Ha come fine principale intenti didattici riguardanti la Legge e sarebbe il rotolo che, ritrovato nel Tempio, diede il via alla riforma religiosa del regno di Giosia re di Giuda nel 621 a. C. La tradizione Sacerdotale o Priestercodex (codice P) raccoglie testi anche molto antichi, ma sviluppati in epoca post esilio, VI secolo a.C.. Riguarda essenzialmente norme liturgiche e rituali. È predominante nel Levitico. I vari documenti furono uniti probabilmente intorno al V secolo a.C., all’epoca in cui gli Ebrei tornarono a Gerusalemme dall’esilio babilonese. I “curatori” della versione, peraltro discutibile, che è giunta a noi (mi riferisco alla versione ebraica e non alla traduzione greca che avviene solo nel 250 a.C., nota come “Traduzione dei Settanta”), preoccupati di recare il minor danno possibile all’uno e all’altro documento, non si resero conto, o quantomeno non diedero peso, alle possibili contraddizioni che in questo modo si ingeneravano. La cosa più importante, comunque, è che la Genesi, in particolare, non è il frutto della “inventiva” ebraica, ma l’unione, la fusione appunto, di racconti che, a partire dal 3000-3500 a.C. circolavano tra i popoli che stazionarono nell’area tra il Tigri e l’Eufrate, la cosiddetta Mesopotamia, e che hanno origine, con ogni probabilità, a partire da un popolo noto come Sumeri.

[2] Per una versione più antica della Genesi ti consiglio di leggere Bottero J., Kramer S.N., Uomini e Dei della Mesopotamia, Einaudi, Milano, 1992. Se poi ti va una versione con un’interpretazione “leggermente” diversa dell’Enuma Elish, e di altri testi Babilonesi e Sumeri, ti consiglio i vari testi dal titolo Le cronache terrestri di Zecharia Sitchin, Edizioni PIEMME, in particolare il primo: Il Pianeta degli Dei. Molto “istruttivo”, almeno più interessante, al riguardo è anche un altro testo dello stesso autore, Il libro perduto del Dio ENKI, (un remake del testo sumerico Il Poema di Atraḫasîs o del Grande Saggio che puoi trovare nel libro già citato in nota Id., Uomini e Dei della Mesopotamia, Ibid.)  in cui il “Dio-Serpente” in prima persona narra la storia dell’umanità dalle Origini fino al Diluvio (i primi undici capitoli della Genesi, che sono anche quelli più interessanti).

[3] Faccio riferimento al protoebraico, quindi decisamente prima della versione masoretica  databile  tra il I e il X secolo d.C., che è comunque posteriore alla versione greca dei settanta (in latino septuaginta LXX), databile intorno al III secolo a.C.

[4] Elohim (in ebraico: אֱלוֹהִים , אלהים) è un plurale della parola “dio” – Eloah (אלוה). Una delle possibili etimologie del termine lo vorrebbe composto dall’unione di due radici antiche: El e Hoa. Hoa sarebbe l’antica radice che indicava l’«Essere Supremo», «Colui che esiste di per sé», che non è generato ma ha vita in se stesso. Il prefisso El corrisponderebbe al nostro “Colui”, indicando la persona in senso astratto. “Colui che ha vita in sé” sarebbe quindi il significato del termine El-Oha. Il termine Elohim, quindi, assumerebbe anche il senso di “Coloro che hanno vita in se stessi” cioè che sono la Fonte della Vita. Un’altra interpretazione vuole il termine Elohim derivare da Ul – “essere forte” da cui successivamente El o da Alah – “aver timore”, per cui Elohim equivarrebbe fondamentalmente al Numen tremendum, oggetto di terrore da parte dell’uomo. Alcuni studiosi considerano Elohim come un plurale oppure un aumentativo di El, da cui si sarebbe formato più tardi il singolare Eloah. Sebbene Elohim abbia una forma plurale, nella Bibbia moderna ha significato di singolare e così viene costruito con un verbo al singolare (constructio ad sensum) quando si riferisce al Dio degli Ebrei. La forma plurale di Elohim è stata considerata come un residuo di politeismo nella letteratura biblica, come se originariamente indicasse vari esseri divini. Attualmente però il nome viene interpretato come un plurale maiestatico o, meglio, di intensità: per ricalcare l’idea noumenica ed elevata della divinità si sarebbe forgiato il plurale aumentativo di El per uso popolare. Nella letteratura extrabiblica abbiamo casi paralleli dell’uso al plurale dell’assiro ilu (El) con significato singolare. Tale uso viene confermato dalle lettere di Tell-el-Amarnah, dove il faraone è designato come ilani-ia (lett. «miei dei») e dai testi cuneiformi di Bogazkoy, dove il plurale ilani si riferisce a una divinità concreta. Nei testi di Ras Samrah, El appare come il nome proprio di una divinità concreta. Numerosi i passi, nell’Antico Testamento, in cui è presente la forma plurale (anche come pronome): « Dio disse: facciamo l’uomo, con la nostra immagine, a nostra somiglianza […] Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi » [Genesi 1,26; 3,22] Il monoteismo ebraico indica con il termine Elohim figure molto diverse tra loro: gli Angeli della Corte Celeste [Salmo 138,1]; esseri creati [Ebrei 1,5] e identificati come figli di Dio [Giobbe 1,6; 29,1; 89,7]; esseri di natura non divina [Apocalisse 22,8/9]. Alcuni studiosi di lingue antiche imputano questo uso non univoco del termine alla maggior semplicità della lingua ebraica rispetto a quella greca – nella quale vi è una netta distinzione tra il termine “Angelo” (ἄγγελoς, ággelos, pron. ánghelos) e il termine “Dio” (θεός, theos). [Sintesi di vari commenti, non ultimo Wikipedia]

[5] Il Tetragramma (ossia composto di quattro lettere) י (yod), ה (heh), ו (vav), ה (heh) diventa YHWH oppure IHWH oppure JHWH, dipende dalla traslitterazione utilizzata per le lettere ebraiche.

[6] Personalmente, se proprio devo, preferisco la traduzione del sottovalutato studioso francese Fernand Crombette, che, servendosi del copto antico monosillabico per tradurre l’ebraico, nel suo libro La rivelazione della Rivelazione Vol. 1, pag. 122, così interpreta il primo verso della Genesi: «Avendo in primo luogo posto la Forma  Esemplare [l’Archetipo], Colui che ideò di fare le cose dell’alto e quelle del basso [Elohim], fece, per mezzo della Parola, il sistema che è disposto sospeso in moto circolare intorno ai cieli, poi il sistema che si mantiene sotto, la terra, tratta dal sole.». Come vedi ben altra cosa rispetto ad un misero «In princìpio Dio creò il cielo e la terra».

[7] Per non parlare della pronuncia, che meriterebbe una discussione a sé.

[8] Basta vedere al riguardo i vari gruppi di discussione su internet.

[9] Faccio riferimento, come esempio, ad un solo testo del 1827, scritto da Michelangelo Lanci, La Sacra Scrittura illustrata con monumenti fenico-assiri ed egiziani, Arché-Edizioni PiZeta, Milano, 2005, che, nel capitolo secondo, illustra il significato del vocabolo “Eloim” (nella traslitterazione, senza “h”, come si può notare). Nel suddetto capitolo egli si sforza di dimostrare che Eloim è vocabolo singolare anche se scritto al plurale: «Imprendiamo ora l’analisi di que’divini nomi, che furono oggetto di gravissime discussioni per la intelligenza del Sacro Testo, e per la concordanza di que’principi, che sono la base della nostra augustissima Religione …».

[10] Vedi nota precedente.

[11] Per la verità, in Genesi 2:4 si trova l’espressione congiunta בְּיֹום עֲשֹׂות cioè YHWH ELOHIM. Secondo il già citato studioso francese Fernand Crombette, in La rivelazione della Rivelazione Vol. 1, pag.194, «è notevole che Mosè, dopo aver detto che la creazione era stata compiuta, non chiama più Dio solo con Ehèlohidjm [trans. in copto antico monosillabico di Elohim], il Fabbricatore sovrano, poiché Egli ha cessato di fare del nuovo e non farà più che mantenerlo, ma anche l’essere sostanziale per eccellenza: Djehoouôh [trans. in copto antico monosillabico di Yhwh], quello che merita ogni adorazione per il solo fatto che esiste. Questo nome divino è stato letto Jéhova, Yaweh, o differentemente con il senso generale di Dio, ma, secondo l’analisi che ne abbiamo fatto noi, significa: Io sono per natura Quello che è certamente o in principio.[…] Da notare che è dall’abbreviazione Dje-O, Io sono, che i Greci hanno tratto Theos, giacché essi non avevano la consonante sibilante Dj, e i latini, Deus, giacché a loro mancava il Th greco.»