ESEMPI DEL TRIANGOLO ARCHETIPO, ARCHEBOLO, SIMBOLO

– Ho una richiesta da farti, senza farmi scervellare troppo, non è che per caso puoi farmi qualche esempio in cui metti in evidenza il triangolo Archetipo-Archebolo-Simbolo e come esso si generi?

Uhm … ok, farò due esempi. Mi servirò di due esempi per esplicitare come si possa realizzare il triangolo Archetipo-Archebolo-Simbolo. Per farlo mi servirò prima di una “cosa”, sfuggente per sua natura, come è l’amore, poi di un esempio meno sfuggente, qual è ad esempio un animale, il bisonte. Si possono fare tutti gli esempi che si vuole, basta seguire sempre lo stesso meccanismo, oserei dire la stessa logica.

L’archetipo-AMORE, cioè quello che “move il sole e le altre stelle”, l’AMORE, a noi non è dato conoscere, perché fa parte della Realtà nonManifestata. Cosa è dato a noi conoscere? L’amore “profano” o “sensibile”! Non sto facendo riferimento al sesso, ma all’amore verso i figli, gli animali, gli alberi, la montagna (anche la montagna? Sì, anche la montagna), ma anche all’amore tra due alberi (al riguardo https://www.archeboli.it/i-due-ciliegi-innamorati/ ), due animali, o tra due uomini, ecc … Questo è ciò che è manifestato e che può trasformarsi in archebolo, cioè nel simbolo-Amore, che indica, che funge da specchio, per l’archetipo-AMORE, altrimenti inconoscibile, nel senso che non si può percepire con la ragione, ossia con la mente razionale, e temo neanche con l’intelletto, a differenza dell’archebolo che invece è alla sua portata. È chiaro che l’amore profano o sensibile, affinché sia riconoscibile dall’Intelletto, e quindi si trasformi in archebolo-Amore, ha bisogno dell’intervento dell’Anima, “centro” della Psiche, sul cui significato ovviamente non posso trattenermi, perché è variegato e richiederebbe la spiegazione del “modello di Mente” adottato, non bisogna dimenticare però che la Mente è composta di Psiche (con le sue tre componenti: subcosciente, cosciente e ipercosciente) e Spirito (con le sue tre componenti: subrazionale, razionale e sovrarazionale) e non di sola Psiche, come vorrebbero gli psicologi, comunque su di essa ti dirò in seguito.

Accade a volta che un uomo, grazie alla sua Anima, a seguito di un accidente, di una fune scesa dal Cielo, di una scala proveniente dalla Luna, di un incidente di qualsiasi natura, o … lascio alla tua immaginazione altri casi, percepisca nel suo amore profano o sensibile, qualcosa di “trascendente”, di “meraviglioso”, di “numinoso” (sul termine “meraviglioso” ti invito a leggere l’articolo https://www.archeboli.it/la-meraviglia-come-principio-del-mito-e-della-filosofia/, mentre su quello di “numinoso” l’articolo https://www.archeboli.it/il-numinoso/), in quel preciso istante è un epifania, nasce l’archebolo-Amore, che permette al nostro fortunato eroe (sto scherzando) di intravedere l’archetipo-AMORE. Il passaggio al simbolo-amore (un quadro, una scultura, una statua, un disegno, una poesia, una canzone, un libro) per mezzo dell’Intelletto, meglio del sovrarazionale, dovrebbe essere pura formalità, che colui che ha acquisito “coscienza” dell’archebolo-Amore (siamo nell’ipercoscienza volendo essere precisi) utilizza strumentalmente per richiamare quell’istante assoluto della sua vita.

– Non ci sono altri modi per intravedere l’archetipo-Amore?

In verità sì, ci sarebbero anche altri due modi, meglio, due vie, di cui una secca e l’altra umida, ma è per pochi, veramente pochi fortunati, su cui non è il caso di intrattenersi ora.

Passiamo al prossimo esempio. Mi servirò in questo caso di una mirabile leggenda che ancora oggi è tramandata presso il popolo dei Lakota Siouk e che oltre ad evidenziare il triangolo Archetipo-Archebolo-Simbolo chiarisce cosa debba veramente intendersi per inconscio collettivo, in cui l’aggettivo “collettivo” è utilizzato nella forma corretta, cioè come gruppo, insieme ristretto di uomini o, come dicono i nativi americani, come “popolo” e non come cilindro magico modello Jung da cui estrarre i coniglietti noti come “archetipi”, che per inciso non sono Archetipi, come spiego nella mia confutazione a Jung. Essa narra di un tempo lontano in cui una wakan, ossia una donna santa, sia giunta presso la tribù per aiutarli in un periodo particolarmente difficile, di grandi carestie, guerre e divisioni tra i diversi popoli. Ovviamente esistono differenti versioni della leggenda a seconda di chi la racconta. La versione sotto riportata è dovuta a Joseph Chasing Horse, ambasciatore presso le Nazioni Unite del popolo Lakota Sioux[1].

LA LEGGENDA DELLA DONNA-BISONTE-BIANCO

 

La storia inizia con due giovani che, andando in cerca di cibo, si imbatterono in una bellissima donna vestita di pelle bianca, avvolta da una luce calda e da una nebbia di lampi di luce.

La donna era accompagnata da un bisonte bianco. Era alta, slanciata e indossava un vestito con ricami sacri, una piuma e foglie di salvia strette in mano. Era bellissima, tanto che uno dei giovani guerrieri non indugiò ad avvicinarsi con lussuria per possederla. Eppure, appena prima di toccarla, una nube scura comparve sopra il guerriero colpendolo con un raggio di fuoco, carbonizzandolo in pochi secondi.

Il secondo giovane guerriero, spaventato a morte, si inginocchiò in segno di rispetto per paura di fare la stessa fine. La donna, al contrario, gli accarezzò i capelli e parlando la sua stessa lingua gli confessò di essere una wakan, una donna santa venuta per aiutarli.

La donna fu calorosamente accolta dal popolo Lakota. Le prepararono il miglior tipì (“tenda”) per farla riposare, fin quando la giornata volse al tramonto e una luce ambrata con scintille rosate avvolse quelle terre tanto aride e carenti. Nonostante la povertà, le persone offrirono alla donna tutto quello che avevano di più buono: radici, insetti, erba secca e acqua fresca.

Dopo essersi rifocillata, la donna del bisonte bianco insegnò agli abitanti del popolo Lakota a fumare la pipa, offrendo loro tabacco di corteccia di salice rosso, a realizzare dei cerchi attorno alle tende per onorare il sole e creare così un circolo di forza con la vita. In seguito, li iniziò a una serie di pratiche spirituali attraverso le quali rendere grazia alla natura, insegnando loro le giuste parole da usare in preghiera e riportando alla loro memoria riti ancestrali ormai dimenticati.

Li invitò a intonare con lei canti che omaggiassero la Terra, melodie, versi e intonazioni in grado di raggiungere i quattro angoli dell’universo. Ricordò loro anche l’importanza di praticare la cerimonia della pipa della pace. Una cerimonia dove uomini e donne si riunivano per onorare le loro anime, la propria tribù e la loro appartenenza ad essa.

La donna del bisonte bianco, infine, li lasciò rassicurandoli sul fatto che da lì in avanti, ogni qual volta avessero celebrato tutti quei riti e quelle cerimonie imparate e reso omaggio alla Terra, lei li avrebbe protetti. E appena prima di partire, fece scendere dall’orizzonte una gigantesca mandria di bisonti neri. Talmente tanti da coprire di oscurità le montagne e far tremare la terra sotto i piedi. Era il mondo che pulsava con forza davanti all’arrivo di quegli animali, il cui scopo era la sopravvivenza dei nativi d’America.

Quando la donna wacan svanì, mandrie di bisonti comparvero presentandosi alla gente. E a partire da quel giorno, il bufalo non fa mai mancare loro carne, pelli per vestiti e tende e ossa per costruire utensili.

La donna li lasciò dicendo: toksha ake wacinyanktin ktelo (“tornerò ancora”). Un messaggio colmo di speranza che al giorno d’oggi viene ripetuto da tanti Lakota che sognano un ritorno di questa splendida figura femminile, affinché possa ancora una volta purificare il mondo, portare armonia, equilibrio e spiritualità a tutte le nazioni.

Pensi ci sia bisogno da parte mia di qualche commento? Pensi che dovrei specificare che il Bisonte per i Lakota Sioux funga da archebolo per l’archetipo Dea Madre o Madre Terra? Ti meraviglieresti di vedere il simbolo del Bisonte disegnato, scolpito, rappresentato ovunque fra i membri del popolo dei Lakota Sioux, ma anche tra altri popoli dei nativi americani?

Ed ora dimmi, tu che non sei un Lakota Siouk, chiameresti simbolo una veste con il disegno di un bisonte o una statuetta in legno o pietra ritraente un bisonte? E se qualche personaggio famoso, rispettato, riverito, tirasse fuori dalla terra una statuetta di una donna grassa, risalente a 10.000 o 20.000 anni fa, sostenendo che sia il simbolo o, peggio, l’archetipo della Dea Madre, cosa gli risponderesti? Pensi che si offenderebbe se gli facessi notare che l’Archetipo è inconoscibile e che quello che Lui chiama archetipo altro non è che un segno tridimensionale che ai tuoi occhi di “moderno”, e non solo ai tuoi, ma anche a quelli di tutti gli altri “moderni”, non dice nulla e che la sua importanza è relegata alla storia, all’archeologia, alla semiotica, volendo essere generosi, alla Simbologia, meglio, all’Archebologia? Non è un “ciondolo” o uno scarabocchio, più o meno ben eseguito su un pezzo di legno, sul marmo o su una pergamena. Non va confuso con l’immagine, e men che meno con quella onirica, non essendo l’archetipo da essa richiamato e, soprattutto, non ha nulla da spartire, insieme con l’archebolo e l’archetipo, con i conigli che spuntano dal cilindro magico noto come “inconscio collettivo”, che, per inciso, risiede solo nella testa di Jung e dei suoi seguaci.

– Mi è sorto un dubbio, per pervenire all’archetipo, devo per forza passare prima dall’archebolo? Voglio dire non è possibile pervenire all’archebolo direttamente dal simbolo ovvero dal simbolo all’archebolo e da questi all’archetipo; insomma non si può fare il processo al contrario? 

È chiaro che d’istinto la mia risposta tenderebbe ad essere negativa, così da non lasciare adito a dubbi ed incertezze: non si può far resuscitare un cadavere! Poi penso che almeno una volta questo è successo, così credo sia meglio dare una risposta più articolata alla tua domanda.

Quattro_simboli_elementari

Fig. 7.3 – Quattro simboli elementari

Immagina che io faccia vedere i segni sopra riportati ad un ragazzo di oggi – non solo ad un ragazzo, anche ad un adulto che non si sia mai interessato di archebologia – cosa pensi possa rispondere alla domanda: «Cosa rappresentano?»

– Non lo so! Aspetta, ora che ci penso, forse potrebbe rispondere che sono i tasti che si trovano sul “controller” della Playstation oppure banalmente: un cerchio, un triangolo, un quadrato e una croce.

Già! Cosa pensi di dire o fare per permettere al nostro baldo giovane di pervenire, di passare dal segno al simbolo, da cui l’archebolo e, quindi, l’archetipo?

– Che ne so, sei tu l’esperto!

Sì, però io non sono esperto di “magie” ovvero di “resurrezioni”, insomma non sono un taumaturgo! 😊 Inoltre ti faccio presente che seguendo il percorso al contrario non abbiamo bisogno di un triangolo, ma di un un tetraedro (Fig. 7.4a). Per la verità, si potrebbe anche sfruttare il triangolo mettendo ai vertici il segno, il simbolo e l’archebolo, mentre al centro del triangolo inserire l’archetipo (Fig. 7.4b), che poi altro non sarebbe che l’immagine proiettata sul piano orizzontale del tetraedo. Nelle immagini ho preferito utilizzare dei numeri e precisamente 1≡ Archetipo, 2≡ Archebolo, 3≡ Simbolo, 4≡ Segno.

Tetraedo

(a)

Tetraedo_Proiettato

(b)

Fig. 7.4 – Segno≡4, Simbolo≡3, Archebolo≡2, Archetipo≡1

Proviamo con la maieutica, di socratica memoria, iniziamo con lo spiegare[2] al nostro giovane apprendista che quei quattro segni hanno visto la luce moltissimi anni fa a seguito dell’intelletto illuminato di alcuni nostri antenati che, in uno stato di grazia (personalmente sono portato a parlare di  “ipercoscienza e sovrarazionalità”) hanno ritenuto utile “bloccare”, “cristallizare”, “fotografare”, quel loro istante “numinoso”, di profonda gratitudine, mediante un segno grafico bidimensionale, per cui quei segni, non sono semplici segni ma simboli.

– Non capisco: come dovrebbe fare il giovane ad “immaginare” quello che tu chiami istante “numinoso”?

Mica posso fare tutto io! Qualcosa dovrà pur fare il nostro baldo apprendista, o no? E poi non ci sono le scuole iniziatiche preposte a questo scopo? 😊

– Come sei spiritoso!

Sì, a volte mi capita. Dopo cercherò di chiarire qualcosa sui suddetti simboli elementari, ma non ora perché ci allontanerebbe dall’obiettivo. Il problema è tutto qui! Passare dal segno al simbolo e, quindi, all’archebolo, non è cosa facile, ci vuole l’atmosfera, la comunità, la tribù, la respirazione (intesa come aria sociale che si respira), insomma ci vogliono le condizioni giuste, bisogna “riprodurre” in qualche modo lo spazio e il tempo che diedero vita a quel determinato simbolo (qualcuno potrebbe identificarla come “iniziazione”, ma non è proprio così). Ecco perché ritengo estremamente difficile il processo contrario.

Supponiamo che ciò accada, cioè che agli occhi del nostro giovane apprendista quel segno non sia più un semplice segno, ma un simbolo, resta un problema: come identificare l’archebolo corrispondente, come riconoscere il simbolo vivente che richiamerà l’archetipo, ossia come individuare ciò che appartiene alla Realtà manifestata in relazione con quel simbolo? Nuovo problema, ancora più serio questa volta.

– Perché più serio?

Perché un simbolo come ho già avuto modo di dirti non ha un unico verso, ma due. Inoltre può essere utilizzato per indicare più archeboli, per non dire che un archebolo può essere in relazione con più simboli.

– La faccenda si complica!

Vedo, con piacere, che incominci a comprendere. Finché si tratta di passare da un disegno colorato di un bisonte su un vestito, o una statuetta di una matrona di 20.000 anni fa, il passaggio è sufficientemente indolore, ma qui non ci sono appigli facilmente riconducibili a qualcosa di sensibile, ossia percepibile con i sensi, qui occorre che intervenga l’intelletto puro, visto come insieme di ipercosciente e sovrarazionale: la vedo un po’ più difficile.

– Ciò non toglie che potrebbe accadere.

Sì, potrebbe accadere, perché tutto è possibile, ma ricorda che non tutto è ugualmente probabile, ed in questo caso la probabilità rasenta lo zero. Comunque, nel caso il soggetto in questione “trovasse”, “percepisse” l’archebolo corrispondente, non dovrebbe far altro che pervenire all’archetipo relativo.

– Però resta sempre da capire come fare?

Basta togliere il “Velo”: buona fortuna a te e al nostro baldo eroe!

– Con tutto questo discorso cosa intendi affermare: che non si possa discutere, disquisire intorno al simbolo, ossia fare semplicemente simbologia, ovvero archebologia?

Assolutamente no, finché resti sul piano razionale non c’è niente di male, anzi fa bene disquisire, come dici tu, sul simbolo, ma sappi che così rimani nell’ambito puramente accademico, se preferisci nell’area della semiologia, altra cosa invece è vivere il Simbolo, esattamente come accade con la relazione Mito e mitologia (https://www.archeboli.it/mitologia-mitologema-mito-e-mitema/).

– Da quello che dici sembra non ci siano più simboli, che l’uomo moderno non possegga più archeboli, ovvero simboli che richiamino archetipi.

Non ho mai fatto una simile affermazione, ad esempio io ho alcuni archeboli, per giunta appartenenti al passato, a cui faccio continuamente riferimento, ossia vivo alcuni simboli che fanno parte integrante della mia vita.

– Ma va? Da non crederci! E quali sarebbero?

Siccome fai lo spiritoso, mi verrebbe voglia di dirti fatti gli affari tuoi, però sono gentile, così te li mostro:

Tetraktis Seme_Vita

Fig. ‎7.5 Tetractis e Seme della Vita

– Questi simboli li conosco, il primo rappresenta la Tetraktis pitagorica e il secondo il cosiddetto Seme della Vita, dove sarebbe la novità?

E chi ha mai parlato di novità? Tu comprendi a modo tuo e, poi, ti meravigli? Io ho detto ben altro: io ho detto semplicemente che il Simbolo è cosa viva, non è cosa morta, ma soprattutto che è in relazione con il singolo soggetto ovvero con la collettività, da non confondere con l’universalità che è ben altra cosa, che va contestualizzato nel tempo e nello spazio, cioè con la Realtà manifestata; ciò non esclude, quindi, che, pur verificandosi raramente, possa anche appartenere al passato.

Comunque, io ho un simbolo personale che non posso, non devo, ma soprattutto non voglio mostrarti; l’unica cosa che posso dirti è che non l’ho “inventato” io, mi è apparso alla finestra quando avevo all’incirca quindici anni. È molto semplice, niente di particolare, ma non sono mai riuscito a riprodurlo esattamente come mi apparve alla finestra; quando lo vidi per la prima volta mi sembrava perfetto, di una semplicità e bellezza sconvolgente. All’epoca non c’erano i cellulari di oggi e non avevo una fotocamera con me, per cui non ebbi la possibilità di fotografarlo.

– Sul tuo simbolo non ti chiedo niente, però devo chiederti un piccolo favore, non avendo afferrato proprio tutto perfettamente, non ti andrebbe di fare un esempio che sia esplicativo di quanto detto, partendo proprio da uno dei quattro segni che tu hai definito “simboli elementari”?

Insomma, non vuoi proprio “fare” niente da solo, vuoi che sia io a “lavorare” per te? Va bene, ma non farci l’abitudine! Ricorda le parole del maestro: “sforzo cosciente, sofferenza intenzionale o volontaria”.

Prendiamo in considerazione l’ultimo dei quattro segni, quello della croce per intenderci[3]. Supponi di farlo vedere ad un occidentale, cosa pensi risponderà alla domanda: «cosa rappresenta?».

– In questo caso è facile la risposta, non bisogna essere un genio per indovinare.

Esatto! A meno che l’occidentale in questione non abbia mai sentito parlare di cristianesimo (cosa, peraltro, impossibile), il segno in questo caso ha svolto bene il suo compito ossia rimandare a qualcosa d’altro. Già, ma cosa con precisione?

– Al simbolo per eccellenza del cristianesimo, simbolo della passione, morte e risurrezione di Gesù, al Cristo morto in croce con tutto ciò che ne consegue, al sacrificio compiuto dal Figlio per l’umanità, simbolo di speranza, ricordo dell’invito evangelico ad imitare Gesù in tutto, accettando pazientemente anche la sofferenza, il sacrificio in nome di una verità più “alta”.

Eppure devi sapere che non sempre il suddetto segno ha rappresentato un simbolo per i cristiani; nel I secolo essi preferivano altri simboli quali il pesce, il pane, l’ancora.  Ci sono buone probabilità che il suddetto simbolo non nasca, quindi, con la morte di Gesù sulla croce, ma con quello di tutti i martiri cristiani ad opera dei romani nel I e II secolo, tanto che alla fine del II secolo è già simbolo consolidato.[4]

– Per l’archebolo, immagino non ci siano problemi, con tutte le migliaia e migliaia di crocifissioni nei primi due secoli dei cristiani sia sulla croce a forma di +, sia su quella di sant’Andrea, a forma di X.Comunque sia, riconosci che è qualcosa in più, non è un semplice segno, è qualcosa di diverso dal puro segno che rimanda a qualcosa d’altro, è un simbolo! Cosa è che viene unito in questo caso e, soprattutto, dov’è l’archebolo?

Esatto! Per quanto attiene all’«unione», mi sembra anche altrettanto ovvio: quella tra il Fedele e il suo Dio.

– E l’Archetipo?

Non c’è che l’imbarazzo della scelta: Il Signore (nelle sue tre componenti), l’Amore, la Speranza, il Perdono, il Sacrificio, ecc. Per ulteriori informazioni rivolgersi ad un “vero” cristiano, ammesso che ci sia.

– Come sarebbe a dire ammesso che ci sia? Ci sono centinaia di milioni di cristiani sparsi nel mondo.   

Nominalmente sì, ma credimi non è affatto facile essere un “vero” cristiano. Quelli che affermano di esserlo, quasi sempre si illudono di esserlo, ma non lo sono, basta provocarli un po’, per far venire fuori tutto ciò che in loro non ha nulla da spartire con il cristianesimo, che poi significa sostanzialmente seguire nella vita di tutti i giorni i Vangeli (canonici e anche non canonici). La maggior parte di essi neanche sa cosa siano i Vangeli, intendo dire averli letti almeno tre volte con la dovuta attenzione, riflessione, meditazione e, poi, operazione difficilissima, veramente per pochi, solo per coloro in odore di santità, metterli in pratica, cioè vivere in funzione di essi.

Secondo Jung la croce cristiana, cioè il crocifisso, avrebbe perso il suo significato di simbolo, per non dire dell’archetipo, perché è stato decodificato, cioè si è trasformato in semplice segno, un puro fatto identificatorio. Per quanto mi riguarda le cose sono leggermente diverse, le mie conclusioni sono analoghe a quelle di Jung in riferimento alla croce cristiana, ma è il modo con cui pervengo alle medesime che cambia. il segno tridimensionale croce cristiana ha perso la sua valenza come simbolo, non perché è stata decodificata, ma semplicemente perché non ci sono più veri cristiani in circolazione, ossia non ci sono più uomini che vivono il simbolo della croce come facente parte della loro realtà. Ti ripeto quanto scritto da Tertulliano (160-230) a costo di sembrare ripetitivo e noioso:

«Ad ogni passo o movimento in avanti, ad ogni entrare o uscire, quando indossiamo i vestiti e i calzari, quando ci bagnamo, quando sediamo a tavola, quando accendiamo la lampada, nell’andare a letto, nel sedersi, in tutte le azioni ordinarie della vita quotidiana, noi tracciamo sulla nostra fronte il segno» [Tertulliano, De corona militis, III]

Quanto detto sulla croce cristiana vale ovviamente, mutatis mutandis, per qualsiasi altro segno bi o tridimensionale per quanto interessanti possano essere dal punto di vista storico, archeologico o altro, dal mio punto di vista sono e resteranno semplici segni bi o tridimensionali, anche se qualcuno afferma, per quanto autorevole, che trattasi di simboli (ovviamente sbagliando). Essi erano Simboli soltanto agli occhi dell’Adepto del tempo in cui furono prodotti, in sostanza immersi nella loro realtà. Ai nostri occhi di “moderni” non hanno alcuna valenza in quanto Simboli, perché hanno perso la loro carica vitale, mentre resta inalterata la loro importanza in quanto segni.

Io affermo, inoltre, che non può esserci un simbolo, se prima non viene determinato l’archebolo e quindi l’archetipo corrispondente. Insomma per farla breve, il simbolo della croce cristiana, come tutti i simboli, nasce a posteriori, non a priori come pensa erroneamente Jung. Senza il terno, il triangolo Archetipo-Archebolo-Simbolo, non si può parlare di simbolo, ma di semplice segno. Il Simbolo non è né laico né religioso e neanche una questione di fede, ma è cosa vivente, non è cosa morta, il Simbolo è pura realtà. Ma di questo avrò modo di parlarti in modo sufficientemente esaustivo quando ti parlerò di “Archetipi e Simboli in C.G. Jung”, in cui metterò in evidenza la sua visione e le mie confutazioni e critiche alla suddetta visione. [per scaricare il capitolo del mio libro con la suddetta confutazione clicca qui, ricorda la password FAKT070893]

– Mi è sorto un dubbio: sei per caso un cristiano?

Perché, ti do questa sensazione?

– Sembrerebbe di sì, da come ne parli.

Te l’ho già detto, essere un cristiano è cosa molto rara e difficile, non alla portata di tutti, di certo non alla mia. Io sto solo dissertando di segni, simboli, archeboli e archetipi, niente di più, niente di meno. Mi sarebbe piaciuto analizzare il simbolo della croce da un punto di vista non cristiano, essendo tale simbolo antecedente al cristianesimo, ma non mancherà occasione per farlo, per il momento credo sia sufficiente così, salvo ricordarti, se mai ce ne fosse bisogno, che lo stesso simbolo può essere associato a differenti archeboli e, quindi, differenti archetipi, ovviamente può accadere anche il viceversa.


NOTE:

[1] Per una versione alternativa fai riferimento a Erdoes R. – Ortis A., Miti e Leggende degli Indiani d’America, ed. Paoline, Milano, 1989, p.45.

[2] Senza farci depistare dalla semioica e dal triangolo utilizzato da Charles Sanders Peirce, in cui si afferma che il segno può essere visto sotto tre differenti forme (icona, simbolo, indice), altrimenti non ne veniamo fuori vivi. Intento dire, se mai ce ne fosse bisogno, che non è un problema che possa essere affrontato con la semiotica.

[3] Il quarto segno, a scanso di equivoci, indica una figura nota come “croce greca”, ossia una croce formata da quattro braccia di uguale misura che si intersecano ad angolo retto. La stessa figura, ruotata di 45 gradi, cioè a formare una X, è nota come “croce di Sant’Andrea”. Non è però su queste distinzioni che devi porre la tua attenzione, ma semplicemente sul fatto il segno indica semplicemente una croce.

[4] La centralità della croce nel pensiero e nel culto cristiano trova abbondante testimonianza sin dai testi scritti nel II secolo, in alcuni casi pochi decenni dopo la redazione dei vangeli. Ad esempio:

  • Nella Lettera di Barnaba, un autorevole scritto subapostolico (scritto fra il 70 e il 130), si collega con la croce di Cristo la forma grafica della lettera greca tau presente nel numero 318, che compare in Genesi 14,14.
  • Giustino (100-162/168), che scrive verso la metà del II secolo, confronta l’olocausto dell’agnello pasquale nel Tempio di Gerusalemme con la morte in croce di Gesù e nota che anche l’agnello viene sacrificato su una croce, quella formata dai due spiedi; uno longitudinale e l’altro trasversale per legarvi gli arti [Giustino Martire, Dialogo con Trifone, a cura di G. Visonà, ed. Paoline, 1988, 40,3].
  • Tertulliano (160-230) afferma che i cristiani sono Crucis religiosi (“devoti della Croce”) e polemizza con i pagani, che avevano una venerazione religiosa per le proprie insegne militari (i vexilla o labari), ironizzando che anch’essi adoravano una croce, solo la coprivano con un vestito perché si vergognavano di adorarne una nuda [Tertulliano, Apologeticus adversus gentiles pro christianis, Pars IV, cap. XVI, 8].

Non sorprende, quindi, che il simbolo della croce fosse universalmente associato al cristianesimo almeno dalla fine del II secolo quando compare negli argomenti anti-cristiani citati da Marco Minucio Felice [Octavius, capitoli IX e XXIX.]. Anche Clemente di Alessandria, morto fra il 211 e il 216, [Stromata, libro VI, cap. IX] ritiene il simbolo della croce così tipicamente cristiano da chiamarlo “il segno del Signore” (τὸ κυριακὸν σημεῖον) senza timore di alcuna ambiguità [voce “croce cristiana” in Wikipedia]