Conoscenza parte I

Esse sono due, nascoste nel segreto dell’infinito: l’Ignoranza e la Conoscenza, ma l’Ignoranza è mortale e impermanente, la Conoscenza è immortale e permanente. Diverso da esse è colui che governa, ad un tempo, l’Una e l’Altra. [Svetashvatara Upanishad, V, 1].

L’uomo per comunicare, ovvero per trasmettere la conoscenza,  utilizza le «parole», i «vocaboli». Apri a caso un vocabolario e soffermati sulla definizione di un termine, anche quello che pensi di conoscere bene, ad esempio la parola «casa», troverai all’incirca la seguente spiegazione: «appartamento in cui si dimora; edificio ad uno o più piani, suddiviso in vani e adibito ad abitazione, costruzione eretta dall’uomo per abitarvi, etc.».

É evidente quanto questa definizione sia del tutto illusoria. Prima di tutto presume che chi legge conosca e, quindi, comprenda il significato dei singoli termini utilizzati. Inoltre, è evidente dalla definizione che la parola implica due concetti: il primo meramente “materiale” ossia la costruzione e il secondo una “funzione” ossia quella di vivere nell’oggetto.

Gli inglesi per distinguere l’oggetto materiale dalla funzione usano due termini distinti: house e home, pensando in questo modo di aver risolto il problema.

Sofferma la tua attenzione sul vocabolo house, ossia la casa in senso materiale. Per poterlo definire è evidente che hai bisogno di termini quali “appartamento”, “edificio”, “costruzione”, ovvero sinonimi. Questo modo di esprimersi prende il nome di tautologia, ossia una forma viziosa del discorso in cui si cerca di spiegare una “cosa” utilizzando la “cosa” che si vuole spiegare.

Il Discepolo domandò: «Cosa è la tautologia?

Il Maestro rispose: «Un cane che tenta di mordersi la coda». [FAKT]

Ti rendi conto, per quanto assurdo, che esistono alcune parole alle quali non si può dare una definizione, una spiegazione, perché il loro “concetto”, il loro “significato” deve esserti noto a priori. A tali parole è stato dato il nome di “concetti primitivi”.

Detto in altro modo, tu hai coscienza, anche se non lo sai, di alcuni concetti, di cui non vi è possibilità di spiegazione. Di essi si può solo dire con dei sinonimi, di cui ovviamente devi avere coscienza.

Tre modi diversi per indicare la parola relazione:

se un uomo ha una relazione con più donne, si parla di poligamia;

se un uomo ha una relazione con due donne, si parla di bigamia.

se un uomo ha una relazione con una sola donna, si parla di monotonia.

Quanto detto è fondamentale, perché ora devi porti la domanda: come fa l’uomo a conoscere e comprendere i concetti primitivi? La risposta è semplice (anche se non è immediata la comprensione): l’uomo ha fatto esperienza di quel concetto.

Esistono due tipi di conoscenza: per argomenti e per esperienza. Le discussioni portano a conclusioni e ci costringono a convenire, ma non provocano la certezza né eliminano i dubbi, lasciando la mente in pace nella verità, a meno che non intervenga l’esperienza. [Ruggero Bacone, Opus Maius]

In conclusione tu puoi comprendere solo ciò di cui hai esperienza. Ma non basta, perché devi avere anche il ricordo, la memoria, di quella esperienza, in altre parole devi avere coscienza di quell’esperienza, altrimenti è come se non l’avessi fatta.

Si è indotti a pensare che l’uomo dovrebbe utilizzare solo concetti primitivi al fine di farsi comprendere da un altro uomo.

A quattro persone fu data un’unica moneta, affinché potessero soddisfare un loro desiderio.

Il primo, un persiano, disse: «Io vorrei un po’ di angur».

Il secondo, un turco, disse: «Io vorrei un po’ di uzum».

Il terzo, un arabo, disse: «Io vorrei un po’ di inab».

Il quarto, un greco, disse: «Io vorrei un po’ di stafil».

Tutti e quattro volevano la stessa cosa: un po’ di uva. Non lo sapevano, perché mancava la “conoscenza”, così iniziarono a litigare su come spendere la loro moneta. [Par. “Anguruzuminabstafil”, in Idries Shah, I Sufi]

Soffermati ora sul vocabolo “home”, ossia la casa nella sua funzione. Pensi che due uomini diversi abbiano la stessa esperienza della parola casa? Supponi che entrambi abbiano una famiglia e che il primo uomo “viva male” la sua esperienza familiare, mentre il secondo la “viva bene”. Cosa pensi che assocerà alla parola “home”? Pensieri positivi oppure negativi? Sensazioni positive oppure negative? Voglia di passare molto tempo in casa oppure di scappare?

Ora hai presente cosa è la contraddizione, ossia dire, fare, pensare, sentire il contrario di ciò che dice, fa, pensa, sente un altro.

Un giorno fu chiesto al Mullah Nasrudin di fare il giudice per dirimere una causa di furto. Nasrudin accettò. Furono portati davanti al Mullah sia il ladro sia il commerciante che aveva subito il furto. Nasrudin chiese al ladro di esporre la sua versione dei fatti. Dopo che il ladro ebbe esposto i fatti, Nasrudin esclamò: «Hai ragione!».

Quindi si rivolse al commerciante e gli chiese di esporre i fatti. Dopo che il commerciante ebbe esposto i fatti, esclamò: «Hai ragione!».

Il cancelliere, lì presente, sentendo Nasrudin dare ragione sia al ladro sia al commerciante, disse: «Non è possibile dare contemporaneamente ragione all’uno e all’altro!»

«Hai ragione!» concluse Nasrudin. [Racconto Sufi]

E non è finita qui!

<Che “rottura”, ancora, c’è dell’altro?>

Si, c’è ancora qualcosa che devi sapere. Immagina un uomo che abbia litigato con il partner e che, sbattendo la porta, esca di casa. Subito dopo, incontra un amico che gli chieda: «A casa, tutto bene?». Cosa assocerà in questo caso l’uomo alla parola “home”?

Il matrimonio è davvero complicato.

Il primo anno lui parla, e lei lo ascolta.

Il secondo anno lei parla, e lui l’ascolta.

Dal terzo anno in poi parlano tutti e due, e i vicini ascoltano.

Adesso immagina lo stesso uomo, quello di prima, che faccia “pace” con il partner, faccia sesso, vada a dormire soddisfatto e sereno; il mattino seguente baci il compagno, accarezzi i figli (se ne ha), ed esca di casa. Subito dopo incontra lo stesso amico della volta precedente, che gli faccia la stessa domanda: «A casa, tutto bene?». Cosa assocerà in questo caso, lo stesso uomo alla stessa parola “home”?

Un uomo torna a casa all’improvviso e sorprende la moglie a letto con l’amante. Il marito, che è un cacciatore, prende il fucile e lo punta contro l’uomo.

«Ti prego non sparare!», grida la moglie terrorizzata, «chi credi che abbia comprato la pelliccia? Chi pensi che abbia comprato la Mercedes? E, quella casa in riva al mare?»

«È stato lui?» chiede il marito.

 «Si, proprio lui!»

«Cosa aspetti a coprirlo: potrebbe prendere freddo e beccarsi un raffreddore!»

Nel comunicare utilizziamo una lingua fatta di parole, ma queste parole possono avere centinaia di associazioni, di significati diversi, perché dipendono dal differente bagaglio culturale, sociale, sentimentale e altro[1], sia di colui che parla sia di colui che ascolta. Non ci rendiamo conto di quanto le parole siano soggettive e relative e quanto le cose che diciamo abbiano un significato divergente, anche se impieghiamo le stesse parole. Pensiamo erroneamente di possedere una lingua comune e di comprenderci reciprocamente, ma questa è pura illusione. Può accadere che due uomini dicano la stessa cosa, ma con termini differenti, e discutere per questa semplice ragione per ore e ore, senza rendersi conto di questo stato di fatto. Oppure può accadere esattamente l’opposto, due uomini credono di essere d’accordo e di comprendersi reciprocamente, per la semplice ragione che utilizzano le stesse parole, in realtà possono sentire cose differenti e non comprendersi affatto. Ogni giorno nei differenti rami della scienza nascono nuovi termini, nuove parole, al fine di tentare di spiegare nuovi concetti, nuove sensazioni, nuovi pensieri. La confusione, l’incomprensione reciproca, invece di diminuire, non fa che aumentare. E vi sono tutte le ragioni per ritenere che questo stato di cose non potrà che crescere sempre di più. [2]

Mentre rifletti sulle conseguenze che derivano dal fatto che le parole sono sempre relative e soggettive, mai oggettive, sorridi.

Marito e moglie sono a letto. Il marito bacia la moglie e le chiede: «Cara, vorresti…?»

La moglie risponde: “Scusa, ma ho proprio un mal di testa tremendo. Ho avuto una giornata molto pesante e sono terribilmente stanca».

Il marito: «Capisco, mi dispiace».

La notte successiva, lui ci riprova e la moglie risponde: «Mi spiace, ma ho un tremendo mal di testa che mi perseguita da ieri».

Lui dice: «Capisco, non preoccuparti».

La terza notte fa un altro tentativo e questa volta la moglie urla:

«Maniaco sessuale! Tre notti di fila!»

Al marito non resta altro da fare che aspettare l’occasione giusta per prendersi la rivincita.

Marito e moglie vanno allo zoo.

Davanti alla gabbia del gorilla il marito scherza e dice: «Dai, cara, non c’è nessuno. Fagli vedere un po’ le gambe!»

 La moglie divertita mostra le gambe al gorilla, il quale incomincia ad eccitarsi: «Ahr! Urgh!»

 «Dai, muoviti un po’ e vediamo cosa fa!» chiede il marito.

 «Ma, caro, mi vergogno!» risponde la moglie.

 «Dai, tanto non c’è nessuno!» ribatte il marito.

E la moglie divertita si muove sinuosamente verso il gorilla. All’improvviso il gorilla, tutto eccitato, allunga una zampa e riesce ad afferrare la donna, con chiari intenti libidinosi.

Il marito, senza scomporsi, esclama:

«Ecco cara, adesso prova a spiegare a lui che hai mal di testa!».

Immagina una conversazione con la presenza di sette persone: ad esempio, un “religioso”, un medico, un ingegnere edile, uno statistico, un commercialista, un avvocato, un vegetariano. Durante la conversazione viene utilizzata spesso la parola famiglia, cosa pensi che assoceranno i vari conversatori alla suddetta parola?

<Cosa vuoi che associno alla parola famiglia: due o più persone legate dal vincolo del matrimonio e/o dal vincolo del sangue, che possono o non possono vivere insieme.>

Credi? Non è che per caso ognuno assocerà alla parola famiglia un significato diverso, ponendosi quesiti diversi, cioè con accezioni diverse, perché influenzati dal loro lavoro, oppure dalla loro condizione in quel dato momento, cioè dal loro sentire, ovvero dalle emozioni di quell’istante?

<Non so! Dovrebbero?>

Il primo, il religioso, potrebbe porre la sua attenzione sul lato religioso e quindi domandarsi se sia una famiglia cristiana, ebrea, musulmana ovvero altro. Il secondo, il medico, potrebbe chiedersi se si tratta di una famiglia composta da persone sane oppure malate. Il terzo, l’ingegnere edile, potrebbe concentrarsi sulla casa in cui vive la famiglia. Il quarto, lo statistico, potrebbe porre l’accento sulla numerosità dei componenti la famiglia e, quindi, se siano in media oppure no. Il quinto, il commercialista, potrebbe domandarsi se, per la dichiarazione dei redditi, i componenti compilino il modello 730 oppure il modello 740, se si servono di un commercialista oppure fanno da soli. Il sesto, l’avvocato, potrebbe domandarsi se ci siano separazioni in famiglia oppure no. Il settimo, il vegetariano, con buona probabilità, potrebbe interessarsi della quantità di carne consumata in famiglia, e quindi se vi siano dei potenziali vegetariani. 

E questo è niente: cosa succede quando nel comunicare, oralmente o per iscritto, utilizziamo concetti che sfuggono completamente al “senso comune”. Solo per fare qualche esempio pensa a termini quali “infinito”, “anima”, “spirito”, “dio”, ecc. In altre parole, supponi di voler trasmettere alcuni concetti metafisici[3], allora i “guai” diventano veramente seri.

Immagina di voler descrivere un albero ad un cieco dalla nascita: come procedi?

<Non penso proprio di procedere! Come faccio a descrivere un albero, ma anche qualsiasi altro oggetto, ad un cieco? È impossibile! Come posso descrivere i colori, come gli trasferisco il “senso” del fusto, le foglie, i rami, le radici, per non parlare delle emozioni che provo nell’osservare un albero?>

Questa è la condizione dell’uomo! Siamo tutti ciechi. Siamo prigionieri di un sogno e nel sogno crediamo inconsapevolmente di essere svegli.

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.

Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra».

Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.

Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.[4] [Genesi 11:1-9]

Ora puoi dirlo.

<Quale follia è mai questa?>

Benvenuto fra noi “fratello” ovvero” sorella”. Adesso sai di essere “pazzo”. Sei arrivato nel mondo dell’uomo, il mondo della follia. Ma, sei abbastanza cosciente di esserlo?

Se fai attenzione, noterai che ci siamo tutti; però, alcuni (pochi) sono coscienti di esserlo, altri (molti) non sono coscienti, vivono tranquillamente la loro illusione di sanità.

Dove impera l’ignoranza sono gli stolti ad avere ragione. [FAKT]

Prima di sfogarti ascolta questo antico racconto millenario (probabilmente sufi) noto come “l’acqua che rende folli”:

Dio, accorgendosi dal loro comportamento che gli uomini si credevano superiori agli animali, per una ragione che oltrepassa la nostra comprensione (altrimenti non sarebbe Dio) decise di rendere gli uomini più folli delle altre specie di animali. Per ottenere tale obiettivo, aveva deciso di modificare un certo giorno la composizione dell’acqua del globo terrestre in modo che coloro che avessero bevuto l’acqua, avrebbero avuto la falsa illusione di essere svegli e, nel sonno, avrebbero pensato di essere intelligenti, coscienti e oggettivi; in realtà, essendo addormentati, sarebbero stati dei folli nel senso di stupidi, non coscienti, relativi e soggettivi.

Dio, che non per nulla viene chiamato «il Giusto», decise di risparmiare un uomo, chiamato Sapiens, notevolmente retto, buono, onesto, coraggioso e pieno di saggezza. Dunque, Dio apparve in sogno a Sapiens e, avendogli rivelato il suo progetto, gli diede una settimana perché potesse costruirsi un’immensa cisterna sufficiente per mettervi l’acqua necessaria a un centinaio di uomini per un centinaio d’anni. Quando la cisterna fu finita e piena, una certa notte, l’acqua della terra fu modificata improvvisamente e tutti gli uomini della terra diventarono folli. Sapiens, non cambiando niente nel suo modo di vivere, beveva solo l’acqua attinta dalla sua cisterna. Viveva serenamente la sua vita, ma gli abitanti, lo considerarono presto strano, quindi anormale: «Sapiens è pazzo, fa sempre il contrario di quel che è logico fare!», dicevano.

Il Re, messo al corrente di quel che succedeva, chiese al suo medico personale di andare a visitare Sapiens. Il medico, scuotendo la testa, concluse: «Quest’uomo, effettivamente, è anormale ma penso di poterlo curare con una delle mie tisane miracolose». Sapiens si guardò bene dal bere la tisana del dottore fatta con piante rare e acqua attinta alla fontana vicina. Ne buttava un bicchiere pieno ogni giorno per far contento il dottore. Gli anni passavano così, senza cambiamenti, se non per il fatto che Sapiens, invecchiando, sentiva sempre più l’ardente desiderio di fondare una famiglia e avere dei bambini. Andò a chiedere la mano di una ragazza bellissima, che aveva risposto con un sorriso al suo sorriso, ma il padre di Lei gli sbatté la porta in faccia: «Non darò mai la mano di mia figlia ad un anormale!», disse. La storia si ripeté per diversi anni, con tutti i padri di tutte le ragazze, belle o brutte.

Fu così che un giorno, invece di bere l’acqua della sua cisterna, Sapiens, disperato, si recò alla fontana pubblica più vicina e bevve un gran bicchiere dell’acqua che rende folli. Da quel momento anche Sapiens divenne normale. I vicini gridarono al miracolo e cantarono: «È dei nostri, non è più strano» Il medico accorse e annunciò fieramente: «Vedete la mia tisana era miracolosa!»

Il Re gli appuntò una medaglia in più sul suo abito da medico. Tutti i padri della città accorsero accompagnati dalle loro figlie agghindate e profumate. Sapiens ebbe l’imbarazzo della scelta ma da buon folle qual era diventato, chiaramente scelse la più folle, da cui ebbe molti bambini: tutti perfettamente folli. [“L’acqua che rende folli” in F. Saiko e H. Plée, L’arte Sublime ed Estrema dei Punti Vitali, Ed. Mediterranee]

Ora puoi sfogarti.

<Allora tutti i libri di questo mondo, non servono a niente? Tutti i discorsi sono futili, inutili, vuoti, privi di significato?>

Si, no, forse.

I nomi che vengono dati alle cose terrestri racchiudono un grande inganno, perché distolgono i cuori da concetti che sono autentici verso concetti che non sono autentici. Chi sente la parola “Dio” non intende ciò che è autentico, ma intende ciò che non è autentico. Così pure per “Padre”, “Figlio”, “Spirito Santo”, “Vita”, “Luce”, “Resurrezione”, “Chiesa” e tutti gli altri nomi non s’intende ciò che è autentico, ma s’intende ciò che non è autentico. [A meno che] si sia venuti a conoscenza di ciò che è autentico, [questi nomi] sono nel mondo per ingannare. [Vangelo di Filippo 11]

Non c’è altro da aggiungere, la risposta è: sì, no, forse.

Un uomo andò a trovare Ahmad Yasavi, il Maestro Sufi del Turkestan, e gli disse: «Insegnami senza libri, e fa che io impari a comprendere senza il tramite di un maestro tra me e la verità, visto che gli uomini sono fragili e la lettura dei testi non mi illumina.»

Yasavi rispose: «credi di poter mangiare senza servirti della tua bocca o di poter digerire senza stomaco? Ti piacerebbe forse camminare senza piedi e comprare senza pagare? Io potrò fare ciò che mi chiedi solo quando tu stesso potrai fare a meno dei tuoi organi fisici, dato che desideri di poter fare a meno di ciò che è previsto per gli organi spirituali. Prova ad immaginare per un attimo di poterti nutrire senza apparato digerente, di entrare in contatto con i Sufi senza averne mai sentito parlare per mezzo di parole – quelle stesse parole che tu denigri – di desiderare la saggezza senza la presenza di una fonte appropriata al tuo stato. Immaginare si possa imparare senza il tramite dei libri e conoscere per esperienza senza l’aiuto di un maestro, è senza dubbio un passatempo divertente, così come pensare alla magia e ai miracoli è un passatempo divertente. Divertimento a parte, che cosa se ne ricava realmente?». [“L’uno senza l’altro” in Idries Shah, Cercatore di Verità]

Non ti perdere in speculazioni filosofiche, in sofismi. La risposta è sempre: sì, no, forse.[5]

Si dice che qualsiasi monaco pellegrino possa fermarsi e pernottare presso un monastero Zen, a patto che dimostri una conoscenza “superiore” a quella dei monaci residenti nel monastero; in caso contrario deve andare via.

In un monastero vivevano due monaci. Il primo era saggio e anziano mentre il secondo era giovane e aveva un difetto: era cieco ad un occhio. Ovviamente il difetto non era la sua cecità parziale, ma la sua cecità mentale. In altre parole, la realtà veniva vista, percepita sempre attraverso il suo occhio cieco. Un giorno si presenta al monastero un monaco errante che chiede ospitalità. Il monaco anziano, essendo impegnato in alcune faccende, chiede al giovane monaco di ricevere l’ospite.

«Vai tu e, mi raccomando, sii cortese e chiedigli il dialogo muto» disse l’anziano monaco.

Dopo qualche minuto, il forestiero cerca il monaco anziano, per congratularsi sulla profonda conoscenza della dottrina da parte del giovane monaco.

«Riferiscimi il vostro dialogo» chiese l’anziano.

«Io ho iniziato alzando il dito indice, per indicare il Buddha. Lui ha subito risposto alzando l’indice e il medio, per alludere al Buddha e al suo Insegnamento. Io ho risposto alzando tre dita, per sottintendere il Buddha, il suo Insegnamento e i suoi Seguaci. Lui ha ribattuto mostrandomi il pugno, per farmi comprendere che senza unità tutto è vano: il Buddha, l’Insegnamento e l’Ordine sono una sola cosa. Non sapendo cos’altro aggiungere, ritenendomi sconfitto, sono venuto a cercarti per avvisarti che vado via.»

Dopo la dipartita del monaco errante, sopraggiunge il giovane monaco.

«Dove è quel monaco maleducato?»

«Perché?» – chiese l’anziano monaco – «Riferiscimi il vostro dialogo».

«Lui ha iniziato alzando l’indice, alludendo al fatto che ho un solo occhio buono. Io sono stato cortese con Lui, come tu mi avevi chiesto, e ho mostrato l’indice e il medio, per congratularmi che avesse entrambi gli occhi buoni. Ma, quella sottospecie di monaco, ha insistito nell’offesa e mi ha mostrato tre dita, per ricordarmi che in due possedevamo solo tre occhi buoni. A questo punto, ho perso la calma, e gli ho fatto vedere il mio pugno, affinché comprendesse che se non smetteva di insultarmi, rischiava di prenderlo sul naso. Immediatamente ha capito e se n’è andato». All’anziano monaco non restava altro che ridere. [Par. “Dialogo commerciale per avere alloggio” in N. Senzaki e P. Reps, 101 Storie Zen]

Spesso ascolti con le orecchie ma non senti veramente; spesso guardi con gli occhi ma non vedi veramente. Eppure è stato detto che

Arriverà il giorno in cui i sordi udranno le parole del libro e, liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno con chiarezza. [Isaia 29:18]

A patto ovviamente che tu abbia voglia di vedere, che tu abbia voglia di udire.

L’ONU decide di effettuare un sondaggio per testare il grado di sensibilità dei vari popoli sulla povertà nel mondo. La domanda principale era: «Per piacere, dica onestamente qual è la sua opinione sulla scarsità di alimenti nel resto del mondo». Stranamente pochissimi hanno risposto al sondaggio. I motivi sono stati vari:

molti europei non capivano cosa fosse la “scarsità”;

molti africani non sapevano cosa fossero gli “alimenti”;

molti americani hanno chiesto il significato di “resto del mondo”;

molti cinesi, straniti, hanno chiesto maggiori delucidazioni sul significato di “opinione”;

nel parlamento italiano, poi, si sta ancora discutendo su cosa significhi “onestamente”.

Comunque, quando conoscerai la Legge del Tre, allora, forse, la risposta sarà più evidente.

Ma, che cavolo è la legge del tre?

Dopo, dopo. È opportuno portare la follia alle sue estreme conseguenze, entrare nei meandri della contraddizione, da una parte, e della tautologia, dall’altra; tentare di spiegare, nei limiti del possibile, alcuni concetti fondamentali.

Tratto da FAKT, Zero, Infinito, Punto, Uno, di prossima pubblicazione.

[1] “Per altro” intendo far riferimento ai differenti livelli (sette per la precisione) tra gli esseri umani.

[2] «Gli uomini oggi sono in parte consapevoli dell’instabilità del loro linguaggio. Ogni branca della scienza elabora la propria terminologia, la propria nomenclatura, il proprio linguaggio. Nel campo della filosofia, [e non solo, aggiungo io, nel campo della filosofia, ma anche in tutti gli altri campi dello scibile umano] prima di usare una parola si cerca di precisare in che senso essa verrà usata; ma nonostante tutti i tentativi di dare alle parole un significato stabile nessuno finora ci è riuscito. Ogni scrittore si sente obbligato ad elaborare la propria terminologia, e a cambiare quella dei suoi predecessori, per poi, alla fine, contraddirsi a sua volta. In breve, ognuno dà il proprio contributo alla confusione generale.» [“Per uno studio esatto è necessario un linguaggio esatto” in G.I. Gurdjieff, Vedute sul mondo reale, Neri Pozza ed., Vicenza, 2006]

[3] Il termine “metafisica” (dal greco metàphysikè, composto da metà, ossia “dopo”, e physikè, cioè “fisica”, derivato da physis, “natura”) è da intendersi nell’accezione attribuitogli da René Guenon, nella sua opera Introduzione generale allo studio delle dottrine Indù: «Il suo senso più naturale, anche etimologicamente, è quello secondo il quale essa definisce ciò che è “di là dalla fisica”, inteso qui per “fisica”, come per gli antichi, l’insieme di tutte le scienze della natura considerato in maniera del tutto generale, e non semplicemente una di esse in particolare, secondo l’accezione ristretta propria dei moderni. […] Diremo ora che, intesa in questo modo, la metafisica, è essenzialmente la conoscenza dell’universale, o, se si vuole, dei princìpi di ordine universale, ai quali soli conviene del resto propriamente il nome di princìpi; non vogliamo però dare con ciò una vera e propria definizione di metafisica, cosa che sarebbe rigorosamente impossibile proprio a causa di quella universalità che noi consideriamo come il primo dei suoi caratteri, dal quale tutti gli altri discendono. In realtà non è definibile se non ciò che è limitato, e la metafisica è al contrario, nella sua essenza stessa, assolutamente illimitata, ciò che non permette evidentemente di racchiuderne la nozione in una formula più o meno restrittiva; in questo caso una definizione sarebbe tanto più inesatta quanto più ci si sforzasse di renderla precisa». Aristotele non usava il vocabolo “metafisica”, ma l’espressione “filosofia prima” o, anche, il termine “teologia”, per distinguerla dalla “filosofia seconda” o “fisica” (il cui significato, ovviamente, si differenzia da quello inteso oggi); il termine “metafisica” fu utilizzato più tardi e preferito dalla posterità, tanto da essere consacrato definitivamente come tale. Si dice sia stato Andronico di Rodi, filosofo peripatetico del I secolo a. C, a utilizzarlo per primo; avendo pubblicato il trattato di Aristotele sulla “filosofia prima o “teologia”, in 14 volumi, subito dopo la “fisica”, gli sembrò naturale definirlo “metafisico” ossia “dopo la fisica”). Aristotele  fornisce quattro definizioni che possono far comprendere l’ambito in cui la metafisica risiede: a) la metafisica studia le cause ed i princìpi primi o assoluti; b) la metafisica s’interessa dell’essere in quanto essere; c) la metafisica analizza, scruta la sostanza; d) la metafisica indaga su Dio. Le suddette quattro affermazioni sono in perfetta armonia tra loro, l’una è la diretta conseguenza dell’altra, insieme formano un’unità.

[4] Solo il commento di questi versi meriterebbe un libro a sé. Perché il Signore disse «che gli uomini avrebbero potuto fare ciò che si proponevano»? Cosa significa che gli uomini vogliono farsi un “nome” ? Cosa rappresentano la “città” e la “torre”? Non rappresenta forse la città un simbolo di “unione? E la “torre” non è forse un simbolo implicante l’ascesa verso il “divino”: atto di superbia? I tempi non erano maturi? Perché il Signore parlò al plurale: «scendiamo»: problemi di traduzione? Oppure c’è dell’altro? L’unica cosa certa è che in origine gli uomini parlavano una lingua sola e poi fu “Babele”!

[5] In evidente contrapposizione logica con il princìpio Aristotelico del “tertium non datur”, ossia un terzo (o una terza) non è dato (o data). La frase significa che una terza soluzione (una terza via, o possibilità o alternativa) non esiste rispetto a una situazione che paia prefigurarne soltanto due. Si potrebbe leggere quindi come: “non ci sono altre possibilità eccetto queste due”.