Corna/Corno parte 3: CAPRO/CAPRONE

Capro alato (ansa di un vaso, arte achemenide)

Fatta eccezione per il Serpente/Dragone, nessun altro animale si presta meglio del Capro/Caprone, cioè il maschio della capra, a rappresentare l’archebolo che passa dall’identificare caratteristiche positive all’indicare quelle negative, cioè a mostrare come un archebolo possa modificare di 180° il suo simbolismo, passando da connotati “divini” a quelli “satanici” o “diabolici”.

Come fa osservare René Guénon, il nome Karneios, come pure quello di Kronos con il quale è in stretto rapporto, avendo la stessa radice KRN, esprime essenzialmente le idee di “potenza” e di “elevazione”. Nel senso di “elevazione”, il nome Kronos si addice, calza a pennello anche per Saturno (il corrispondente romano di Kronos), facendo riferimento alla più elevata delle sfere planetarie, il “settimo cielo” o il Satya-Loka della tradizione indù.[1]

Il nome Karneios, “Carneo”, si trasformò, per lo più nel Peloponneso, in epiteto di Apollo; in alcune città, tuttavia, il nome dell’antica divinità continuò a esistere da solo, associato con epiteti propri. Tale divinità era verosimilmente protettrice delle gregge e, secondo l’etimologia tramandata da Esichio kar, kara, karnos, “capro” o “pecora”, il suo significato era quello di capra; anche se, secondo l’antica leggenda, si chiamava krios “capro”, un vecchio indovino che per primo aveva dato ospitalità alle feste in onore di Carneo. Il sacrificio solenne delle feste carnee era appunto quello d’un capro; probabilmente le sembianze del dio erano rappresentate con testa, o almeno con corna di capro: è probabile quindi che sia Apollo Carneo, e non Giove Ammone, il dio la cui testa imberbe e cornuta è raffigurata su diverse monete delle città del Peloponneso, nelle quali è esteso il suo culto.[2]

Sempre nella mitologia greca, Dioniso era dotato di piccole corna da capretto, a ricordo della sua trasformazione in capretto per sfuggire alle “grinfie” di Era (moglie di Giove/Zeus); inoltre era usanza sacrificare un capro durante le sue feste. È da ricordare che Dioniso si trasformò in capro, quando fuggì in Egitto a seguito dell’attacco di Tifone contro l’Olimpo. Il dio, a seguito della sua fuga, giunse in un paese in cui venivano innalzati santuari a un dio capro/caprone – detto Pan dei Greci – mentre gli ieroduli[3] si univano ai caproni. Si trattava di un rito di assimilazione alle forze riproduttrici della natura, al potente slancio d’amore della vita: il capro – come l’ariete, la lepre, la colomba e il passero – era consacrato anche ad Afrodite in quanto animale “dalla natura ardente e prolifica”; inoltre, serviva da cavalcatura alla Dea, la qual cosa accadeva anche per Dioniso e Pan.[4]

Nei paesi scandinavi sarà Thor (dio del tuono, figlio di Odino, padre degli dèi) ad utilizzare due caproni per il trasporto, Tanngnjóstr (“che digrigna i denti”) e Tanngrisnir (“che arrota i denti”). I suddetti caproni, avevano una duplice funzione, quella principale di trainare il carro divino e quella secondaria di essere mangiati dal dio all’occorrenza, per poi essere resuscitati dal dio medesimo e riprendere il loro servile compito di condurre il carro divino.

Thor_caproniThor con i due caproni

In Egitto, Khnum, Dio della fecondità, protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, viene raffigurato come un uomo con la testa di capro (o di ariete, dipende dal tipo di corna usate), a volte sormontata da una croce oppure il classico disco solare, mentre tiene in mano l’ankh.

Nel Vecchio Testamento, in particolare nel Levitico[5], si estrinseca il concetto del capro espiatorio[6]. È nel capitolo 16, che individua il Giorno dell’espiazione (yom kippūr), che il concetto è ben espresso:

5 Dalla comunità dei figli d’Israele prenderà due capri per un sacrificio per il peccato e un montone per un olocausto. 6 Aaronne offrirà il suo toro del sacrificio per il peccato e farà l’espiazione per sé e per la sua casa. 7 Poi prenderà i due capri e li presenterà davanti a JHWH all’ingresso della tenda di convegno. 8 Aaronne tirerà a sorte per vedere quale dei due debba essere di JHWH e quale di Azazel[7]. 9 Poi Aaronne farà avvicinare il capro che è toccato in sorte a JHWH, e l’offrirà come sacrificio per il peccato; 10 ma il capro che è toccato in sorte ad Azazel sarà messo vivo davanti a JHWH, perché serva a fare l’espiazione per mandarlo poi ad Azazel nel deserto. [Levitico 16:5-10]

Dal testo si evince, quindi, che sono due i capri espiatori: il primo, quello indicato dal sommo sacerdote, chiamato in senso stretto “espiatorio”, veniva sacrificato nei pressi dell’altare dei sacrifici, posto all’ingresso dell’edificio del Tempio (il “Santo”). Il suo sangue era utilizzato per purificare il tempio e l’altare profanati dai peccati degli Israeliti. Il secondo, nominato “emissario”, veniva “caricato” di tutti i peccati, mediante un rito specifico: il sommo sacerdote poneva le sue mani sulla testa del capro e confessava i peccati del popolo di Israele. Il capro veniva poi condotto in un’area desertica, a circa 12 chilometri da Gerusalemme, dove secondo la tradizione rabbinica veniva precipitato da una rupe, oppure abbandonato a sé stesso.[8]

In relazione alla funzione di capro espiatorio, il caprone potrebbe essere visto come archebolo di Cristo, essendo colui che ha assunto in sé i mali dell’uomo e del mondo; il caprone avrebbe potuto, quindi, comparire in qualsiasi “bestiario del Cristo”, ma altra sorte, evidentemente, era prevista per il nostro simpatico/antipatico animale, a cui fu preferito l’archebolo ariete/montone, perché si prestava decisamente meglio alla bisogna, essendo il capo maschio del gregge ed essendo la pecora, per le sue caratteristiche di pazienza, mansuetudine, archebolo del fedele.

Relazionato al Capro c’è il simbolo zodiacale del Capricorno (dal 21/12 al 19/1). Rappresenta l’inizio dell’Inverno, la stagione più difficile per la vita, il punto più basso dell’onda, da cui si può solo risalire, infatti è nel segno del capricorno che cade il solstizio invernale (21-22 dic.). Il solstizio d’inverno rappresentava occasione di festività di vario genere: il Sol Invictus per i pagani; Saturnalia e Angeronalia nell’antica Roma; il Natale per il cristianesimo; Yule nel neopaganesimo.

La natura sembra apparentemente immersa in un grande sonno, il seme, accolto nel grembo della madre terra, deve crearsi le opportune difese per poter sopravvivere al grande freddo e al temibile gelo, che attentano alla vita della futura pianta. Simbolo di Terra, sede dell’esaltazione di Marte e domicilio (primario) di Saturno e (secondario) di Urano; caduta di Venere e esilio di Luna. Al riguardo ti riporto la sintesi esposta da Lisa Morpurgo[9]:

Capricorno: La stasi invernale. Il seme sepolto affronta il periodo più difficile, quando tutto sembra allearsi contro di lui. La lotta per difendersi dal gelo mortale, nemico della vita, deve essere condotta con l’aiuto della ragione (domicilio di Saturno) sorretta dalla forza di decisione pratica (domicilio di Urano) e da un’aggressività concentrata nell’autodifesa (esaltazione di Marte) senza concessioni alla pietà e ai sentimentalismi (esilio della Luna). La durezza affettiva, l’indifferenza alla gioia dei contatti umani e la conseguente misantropia sono indispensabili per reggere al peso di una solitudine imposta dalla natura (caduta di Venere).

Di sfuggita ti faccio notare l’importanza del pianeta Marte nei due simboli dell’Ariete e del Capricorno, così come la caduta di Saturno e l’esilio di Venere in Ariete, mentre in Capricorno la caduta di Venere e l’esilio di Luna.

Nella Grecia antica era venerato Pan, il dio con zampe e testa di caprone, venne associato a Fauno nel pantheon romano.[10] Pan non è l’immagine “perfetta” della divinità, non ha un corpo bello è armonioso, è sessualmente insaziabile e violentatore di Ninfe, salace, con odore forte e acre, come l’animale di cui riproduce la forma. «Insomma, la bestia divina, così vicina agli istinti da rappresentarne la realizzazione psicologica: sessualità, impulso vitale, ira, paura, rabbia.»[11] Pan, da cui il termine “panico”, è associato a tutto ciò che è selvatico e che produce “paura”. A volte Pan è identificato col “demone meridiano” che favorisce incubi e allucinazioni nell’ora più assolata del giorno; i pastori, per non farlo incollerire, evitavano di suonare la siringa nell’ora del meriggio ridestandolo dal sonno. Quale miglior archebolo per indicare il “Dio del male, della perdizione, del peccato, della deviazione”.

È in questa ottica che la simbologia del capro/caprone vira di 180° e passa dall’aspetto positivo, come archebolo di potenza e forza generativa, di vitalità procreatrice, di luce e divinità, di purezza, a quello negativo, di forza lasciva, libidinosa, peccaminosa, sulfurea, di male e oscurità, di corruzione; insomma niente di nuovo sotto il sole, come ogni simbolismo, anche quello del capro può essere analizzato almeno sotto due aspetti in opposizione tra loro. Nasce spontanea così l’associazione tra il capro, simbolo di abominio e di riprovazione, e le forze demoniache, diaboliche, iconograficamente rappresentate con corna, testa e corpo caprino, piedi biforcuti: il capro ormai non è altro che un simbolo di maledizione. «L’occidente giudaico cristiano ha proiettato sull’impulso sessuale compulsivo del caprone in calore e sul suo forte odore la figura del diavolo: un uomo-capra nero con il corpo umano, gli zoccoli caprini, la testa barbuta e le corna, simbolo del desiderio carnale e della magia nera.»[12]

Non bisogna meravigliarsi allora se, nel Giudizio Universale, i malvagi, i futuri dannati, siano rappresentati come capri e messi alla sinistra del padre. Nelle rappresentazioni artistiche, un capro a capo di un gregge di capre funge da archebolo per i potenti che inducono i deboli su una cattiva strada, mediante l’utilizzo del potere, della fama e, soprattutto, del denaro. Nelle immagini cristiane, durante il Sabba è ormai usuale raffigurare Satana come un Caprone e le streghe in groppa a dei capri, in sostituzione delle fatidiche scope.[13]

Goya_sabba
 Francisco Goya (1997-98), Museo Lázaro Galdiano, Madrid

In una leggenda africana del popolo Peul, il capro appare con una duplice polarità, da una parte, come un simbolo della potenza generatrice e della potenza tutelare e, dall’altra, coperto da un lungo pelo, come simbolo malefico, archebolo della libidine, della bramosia. La leggenda africana di Kaydara descrive un capro barbuto: «girava intorno a un ceppo, su cui saliva, discendeva e risaliva incessantemente; ad ogni salita il maschio caprino eiaculava sul ceppo, come se si accoppiasse con una capra; malgrado la grande quantità di sperma versata, non riusciva a calmare il suo ardore sessuale».[14]

Nell’aspetto notturno, questo fetido animale rappresenta il maschio in perenne erezione. È l’uomo che disonora la sua grande barba da patriarca con copulazioni contro natura. È l’uomo che spreca i preziosi germi della riproduzione. Immagine del disgraziato – degno di compassione a causa dei suoi vizi incontrollabili – e dell’uomo disgustoso, raffigura un essere da cui si deve fuggire turandosi il naso. Nell’aspetto diurno, rappresenta l’animale feticcio che capta il male e le influenze dannose, facendosi carico di tutte le disgrazie che minacciano il villaggio. In ogni villaggio vi è sempre un capro, con il ruolo di protettore, e non viene picchiato né disturbato, perché intercetta tutto il male, come il parafulmine attira e canalizza il fulmine. Più è barbuto e puzzolente, più è efficace; ne viene sempre tenuto in serbo un altro, pronto a sostituirlo quando muore.[15]


[1] René Guénon, Simboli della Scienza sacra, op.cit., p.173.

[2] Tratto da Enciclopedia on line Treccani alla voce Carnee (Κάρνεια) – Antiche feste greche in onore di Apollo Carneo che si celebravano nel mese Carneo (a Sparta corrispondente ad agosto-settembre) in varie città doriche. Diffuse specialmente a Sparta, erano considerate la solennità nazionale dei Dori e prevedevano il sacrificio di un capro (κάρνος).

[3] Gli schiavi al servizio nel tempio.

[4] Voce “Capro” in J. Chevalier – A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, op.cit., pp. 202-203.

[5] Il terzo libro del Pentateuco, cioè il Levitico, è una raccolta di antiche regole rituali, con lo scopo precipuo di spiegare i sacrifici essenziali al culto. Tra gli animali destinati al sacrificio vi sono i classici ariete, capro, toro, bue, bovini in generale, nonché alcuni uccelli, quali tortore e piccioni. «Viene data così una presentazione sistematica di tutti i riti sacrificali, di cui si può immaginare la lunga storia di sperimentazioni e modifiche lungo i secoli e nei diversi luoghi della terra d’Israele. L’autore però rivolge la sua attenzione quasi esclusivamente ai sacerdoti, così che non è possibile farsi un’idea completa di quello che faceva il popolo durante lo svolgimento del culto attorno ai sacerdoti officianti: forse canti, prostrazioni, sermoni, danze, e a volte il pasto sacro. I capitoli 1-5 espongono come i sacerdoti devono compiere i riti, mentre i capitoli 6-7 determinano le parti degli animali sacrificati che spettano ai sacerdoti. I capitoli 8-10 rappresentano la parte più antica del libro e descrivono il culto inaugurato nel deserto sotto la tenda dell’incontro. Particolare importanza riveste la consacrazione di Aronne e dei suoi figli, i primi sacerdoti. Nei capitoli 11-15 si presenta la legge di purità, che esprime le istanze di protezione dell’identità fisica ed etnica dei singoli israeliti e di tutto il popolo, normando il cibo, la nascita, la procreazione, le malattie e in genere i pericoli per la vita. Il capitolo 16 espone la “festa dell’espiazione” associando due riti di origine diversa. Il primo, che vivrà nella liturgia del tempio, consiste nell’entrata del sommo sacerdote all’interno della parte più nascosta del tempio, dove aspergere con il sangue la copertura dell’arca dell’alleanza detta propiziatorio. Il secondo riprende un’antica usanza semitica: un capro viene sacrificato al Signore, mente un altro è mandato nel deserto, sede del demone Azazel. Questo capro (il capro espiatorio) porta con sé tutte le colpe degli israeliti.» [Cristianesimo. La Bibbia. Antico Testamento 1, nella collana “Le grandi religioni del mondo” ed. Mondadori, Milano, 2000 p. 149.]

[6] In senso figurato, un “capro espiatorio” è qualcuno a cui è attribuita tutta la responsabilità di malefatte, errori o eventi negativi e deve subirne le conseguenze. La ricerca del capro espiatorio è l’atto di voler identificare in una persona, un gruppo di persone, o una cosa la causa responsabile di gravi problemi, spesso con il celato obiettivo di nascondere le vere cause o i veri colpevoli. Il rito di mandare il capro al demone Azazel sembra abbia un’origine arcaica, quindi non dovrebbe appartenere alla legislazione mosaica in senso stretto, perché importata da un passato premosaico non ben definito. La tradizione del capro espiatorio è presente praticamente in ogni luogo e in ogni tempo, rappresentando la tendenza profonda dell’uomo a scaricare all’esterno, quindi su altro da sé, la propria colpa, i propri peccati, mettendo così a tacere la coscienza, la quale altrimenti farebbe continuamente sentire la sua voce, il suo disaccordo, essendo sempre alla ricerca di un responsabile, di un castigo, di una vittima. 

[7] Azazel è il nome di un demone che abita nel deserto fuori da Israele, terra maledetta da JHWH, dove egli non esercita la sua funzione fecondatrice e dove vengono relegati i suoi nemici. Nel testo Demonographia, di J.A.S. Collin De Plancy, è considerato un demone di “seconda” classe e denominato guardian of the goat, “custode della capra”, oppure scapegoat, “capro espiatorio”, infatti è iconograficamente accompagnato da una capra. Secondo Milton è il primo gate-master, “mastro del cancello” delle schiere infernali. Secondo la nuova tendenza dei “moderni” satanisti di associare i vari “demoni” agli dei sumeri, Azaziel sarebbe il gemello di Astaroth (la dea sumera Inanna). Entrambi sarebbero nipoti di Beelzebub (il dio sumero Enlil) e quindi i figli del figlio di Beelzebub, Sin/Nannar, e della moglie di Sin, Ningal. Ovviamente per i “moderni”, seguaci delle idee di Zecharia Sitchin, i vari dèi e/o demoni altri non sono che extraterrestri atterrati sulla Terra dal pianeta Nibiru. Ai posteri l’ardua sentenza.

[8] Osserva che la bestia non viene offerta né a YHWH né ad Azazel, proprio perché i peccati la rendono impura e perciò inadatta ad essere vittima sacrificale.

[9] Lisa Morpurgo, op. cit., p. 121.

[10] «Il Satiro è una figura mitologica di origine antichissima che, con il suo aspetto a metà tra uomo e animale, testimonia il passaggio dalla religione teriotropica del Paleolitico, adoratrice degli animali, all’uranotropismo delle civiltà pastorizie ed alla antropomorfizzazione degli dèi. Divinità silvestre, il Satiro rappresenta la sopravvivenza di un mondo sacrale più antico in seno al pantheon greco, nel quale, come i consimili Pan e i Sileni e come anche i Fauni della religione romana primitiva, è relegato in un ruolo di dio minore, rimanendone sostanzialmente estraneo nonostante i tentativi di omologazione. La contraddizione si risolve con il rivoluzionario arrivo in Grecia del “dio straniero” Dioniso, nella cui sfera queste divinità minori trovano idonea collocazione. Nonostante l’assunzione di Dioniso tra le divinità olimpiche, i due mondi, l’apollineo e il sopravvenuto dionisiaco, resteranno sostanzialmente separati, pur formando una nuova e più ricca unità spirituale.» Gianfranco Romagnoli, Il satiro nella mitologia, Conferenza. Palermo, Conservatorio Musicale Statale “V.Bellini”, 26 febbraio 2011 in Il nuovo bestiario, a cura di Gianfranco Romagnoli, vers. pdf non definitiva, free.

[11] Giulio Guidorizzi, Il mito greco, ed. A. Mondadori, Milano, 2009, p. 619

[12] AA.VV., Il libro dei simboli, Taschen, Köln, 2011, p. 318.

[13] Voce “Capro” in J. Chevalier – A. Gheerbrant, op.cit., p. 203.

[14] Id., p.204.

[15] Id., pp.204-205.