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In questo capitolo iniziale di uno dei testi più importanti del Tao (o Dao), il Chung Tzu (o Zhuangzi), Zhuang il filosofo scrittore dell’opera, ci mostra con estrema semplicità lo stato dell’Essere nelle sue diverse forme e di come ogni forma nel suo vivere naturale, deve trovare la propria “centratura” e quindi susseguente felicità essendo semplicemente ciò che è senza cercare di essere altro. In uno stato di continua calma e osservazione l’essere trova la pace riconoscendo il proprio ruolo all’interno dell’universo.

Il pesce Kun nell’acqua della creazione rappresenta l’aspetto femminile del creato nella parte sottostante, l’uccello Peng, nei venti e negli spazi superiori rappresenta invece il volo della parte maschile. Questi 2 animali, nella loro dimensione metafisica del Tao e nella loro funzione creatrice ed equilibrante del creato, sono visti in modo distaccato dalle creature che vivono fisicamente nel Tao fenomenico. Non vi è sforzo o anelito a raggiungere Kun o Peng, non vi è senso di distacco e limitatezza, anzi esse sono ben contente della loro dimensione e semplicità, in quanto grazie a queste caratteristiche e alla loro dimensione ridotta rispetto al macrocosmo, possono vivere serene ed in modo pieno di ciò. Il loro mondo, pur essendo finito e persino nella sua limitatezza quasi insignificante, è altresì più che sufficiente e bastante a procurare sazietà e felicità ad esse. Zhuang è molto esplicito su questo punto che è un caposaldo del Tao, e nel capitolo rinforza in 2 passi.

Nel primo dice: “La cicala e la tortora ridono di questo racconto e dicono: quando ci innalziamo in volo arriviamo fino in cima all’olmo o alla quercia. A volte non ci arriviamo neppure e cadiamo a terra prima! Cos’è questa favola di innalzarsi a 90.000 miglia e volare verso il sud?”.

Nel secondo passo, il discorso è ancora più vicino al mondo dell’uomo con spunti di riflessione pratici che ci inducono al semplice e al senso della misura: “Se vai a fare una passeggiata nei boschi vicino a casa e porti con te cibo per 3 pasti, torni con lo stomaco ancora pieno. Se intraprendi un viaggio di cento miglia, devi macinare i cereali la notte prima e se vai a mille miglia di distanza devi portare provviste per 3 mesi. La conoscenza del piccolo non è commensurabile con la conoscenza del grande, né l’esperienza di pochi anni con quella di molti anni.”

Fatta questa premessa filosofica, il capitolo si sviluppa su altri aspetti classici del Tao: non cercare fama o riconoscimenti, il santo non ricerca neppure la felicità poiché essa arriva naturalmente senza sforzo quando si è nel Tao. Tutto il discorso si dipana sulla necessità di assenza di sforzo nel nostro vivere, nel nostro fluire, poiché nel Tao, vivere in armonia significa non fare scelte, non avere obiettivi, non rifiutare nulla e non giudicare nulla. Tutto è uno scorrere morbido e flessibile, un fluire armonico e armonioso, vivificante e rigenerante; le persone che si affannano nel riconoscimento o negli onori, nelle conquiste materiali, si consumano e spesso nuotando controcorrente sono preda degli abbagli di ciò che luccica ma non è Tao, essi sono quindi visti con distacco dall’uomo che vive centrato in sé tramite il Tao.

Yao, un imperatore mitico, offrì un giorno tutto il suo regno a Xuyou, il suo Maestro. Xuyou gli rispose senza esitazione:” Il mondo è già ben governato. Se ti sostituissi, lo farei dunque per la fama? La fama non è che un ospite della realtà. Lo farei dunque per compiacere un ospite? Alla cincia, nel profondo del bosco basta un solo ramo per fare il suo nido. La talpa in riva al fiume beve solo quanto basta per riempirsi la pancia. Torna al tuo posto tranquillamente signore: non saprei che farmene dell’impero.” Zhuangzi conclude questo passo con un argomento interessante: “Anche se il cuoco non sa gestire la cucina, l’orante e il rappresentante del defunto non scavalcano la tavola delle offerte e le coppe per prendere il suo posto”.

Qui Zhuangzi ci dice, in modo praticamente uguale a Krishna nella Bhagavad Gita, che ognuno nel mondo ha un suo posto e ruolo ben preciso e che quando si è nel Tao, nessuno cerca di prendere il posto di un altro, anche quando non si fa il proprio dovere come si dovrebbe, poiché l’armonia del Tao, anche negli errori del proprio compito, è sempre comunque nel fare ciò per cui si è preposti.

Ecco che qui è forte il richiamo al nostro occidentale Nosce Te Ipsum, Conosci Te Stesso.

Ed ecco che unendo questi 2 concetti si svela un approccio alla vita completo ed utile nella pratica quotidiana.

Solo capendo chi siamo, quale è la nostra funzione nell’universo e per quale motivo siamo venuti al mondo, in quanto Anima, in questo corpo, in questo posto, in questo tempo e con questi attributi, solo capendo tutto questo, conoscendo quindi noi stessi nel senso più profondo e vero, possiamo centrarci sia in noi stessi ( microcosmo – interiore) come essere su tutti i livelli, dal materiale all’animico, sia nel mondo esterno (macrocosmo – esteriore) nei rapporti che abbiamo con la natura, con l’universo e con gli altri attori della ruota della vita fenomenica.

Nel comprendere tutto questo e quindi di conseguenza accettando il nostro ruolo come una parte di una realtà infinitamente più grande di noi, lasciando quindi da parte la parte egoica che ci depone sempre e imprescindibilmente al centro del nostro mondo, possiamo fare ciò per cui siamo stati chiamati a vivere in estrema semplicità e mancanza di tensione. Divenendo in pienezza noi stessi e vivendo in consapevolezza e amore il nostro ruolo e la nostra missione parteciperemo alla danza universale in piena armonia, ricambiati dall’universo per il nostro contributo reciprocamente. Ecco che, in tale disposizione d’animo la felicità arriva senza sforzo come ci dicono i maestri Tao. Ecco la tortora e la cicala che non intendono andare oltre l’olmo. Ecco Xuyou che rifiuta la proposta di Yao.

Tutto il capitolo verte attorno a questo tema dell’essere noi stessi nella naturalezza del ruolo che ci è stato dato, rifiutando anche proposte allettanti che in realtà ci chiamano con la forza della fama, del benessere o dell’orgoglio, poiché il primo passo nel comprendere la forza e la profondità del vivere nel Tao è innanzitutto comprendere noi stessi e il nostro posto in esso. Ecco perché Zhuangzi pone questo insegnamento nel primo capitolo come caposaldo nel percorso di ingresso al Tao.

Verso la fine del capitolo Zhuangzi ci mostra la forza che deriva dall’essere centrati in noi stessi con un dialogo nel quale il Maestro Zhuangzi (lui stesso) mostra al Sofista Huizi (lo stereotipo del suo antagonista, ossia il filosofo che cerca la verità nella dialettica e nel ragionamento logico) la superiorità della visione Tao rispetto a quella logica-razionale. Huizi lamenta l’inutilità di un dono fattogli dal re: i semi di una zucca gigante. Egli afferma che le zucche cresciute erano inutilizzabili poiché i recipienti e i mestoli fatti da queste zucche erano troppo grandi per essere utili. Zhuangzi gli risponde mostrandogli come egli, col suo ragionamento non riesca a capire le cose grandi. E gli mostra come, invece di farne contenitori e mastelli, secondo la tradizione classica, pensando in modo più aperto e creativo, avrebbe dovuto farne un galleggiante per navigare.

In questo dialogo Huizi utilizza la sua conoscenza intellettuale cercando di applicare alle sue precostituite strutture mentali il dono del re. Ma essendo questo dono troppo particolare, ecco che la struttura razionale precostituita fallisce. Il Maestro Tao invece che non utilizza l’arte sofista per risolvere le sfide della vita, cambia paradigma di pensiero e tramuta la zucca in qualcosa di totalmente nuovo, ma altrettanto utile rispetto ai classici contenitori e mestoli, ossia un’imbarcazione.

I semi della zucca gigante rappresentano qui l’ignoto, l’irrazionale, l’inclassificabile, la vita che ci si pone davanti con le sue eterne sfide…i momenti in cui dobbiamo dimostrare di essere pronti, di essere esperti, di essere veri iniziati all’arte, per differenziarci dal volgo e dalla massa che invece non coglie queste finezze ed esiste solamente.

Huizi mostra la persona desiderosa di comprendere, di cogliere questi portali, di divenire altro dalla gente comune, ma ciononostante è ancora troppo legata alla mente comune, precostituente, tecnica, e razionale. Egli affronta le sfide in consapevolezza ma con la sua metodica ancora troppo grezza e pesante, costruita in anni di studio, di perfezionamento e di classificazioni sempre più fini, ma pur sempre incapace di andare oltre ciò che appare, impossibilitata nell’entrare nel cuore delle cose e delle questioni.

Zhuangzi impersonifica invece il maestro Tao che ha trasceso tale livello. Egli è semplice, diretto, quasi bambinesco nella sua spontaneità imbarazzante. Esso vede ciò che gli sta davanti senza classificazioni particolari, denudando il contenuto dalle strutture e dalle classificazioni del suo vissuto, rendendolo quindi fruibile da molte più prospettive e potenzialità all’interno di un fluire dove non vi è distacco o contingenza tra soggetto e oggetto. Nel Tao ogni sfida è nuova, è un ricominciare, è un saper creare attraverso un’elaborazione dinamica e metasimbolica di ciò che ci si trova davanti. Il maestro Tao crea continuamente fluidificando in modo costante il mondo fenomenico verso una dimensione quasi onirica, piena di paradossi e di humor. In questa dimensione plastica le soluzioni si mostrano alla visione del maestro semplicemente perché il Tao si canalizza in modo spontaneo nella sua consapevolezza aperta e predisposta in questa dimensione percettiva fine e ipersensibile.

In questo ultimo dialogo, oltre a dare un giudizio, neanche troppo velato, tra l’utilità della filosofia intellettuale logica rispetto a quella più cardiaca-del Tao, Zhuangzi accenna anche al tema del capitolo successivo dove verrà trattato un tema altrettanto importante anche se molto più complesso e articolato filosoficamente: il linguaggio come forma di conoscenza.

Il capitolo viene concluso con un ultimo dialogo dove Huizi nuovamente non riesce a trovare un utilizzo pratico ad un albero immenso. Zhuangzi nuovamente gli mostra come non riesca a vedere le cose per ciò che sono e che possono dare partendo dalla filosofia Tao: “Piantalo nella terra del non-essere, nel campo senza estensione, e sdraiati senza far nulla ai suoi piedi, libero e senza pensieri. Nessuna ascia lo abbatterà prematuramente, nessuno gli nuocerà. Poiché non ha uso, cosa mai potrà privarlo della sua pace?”

Ecco la filosofia Tao, essa appare come poesia in tutta la sua bellezza alla prima apparenza, tuttavia allo studioso attento e profondo essa si mostra per ciò che realmente è, una filosofia pratico operativa di una utilità sconcertante nella sua finezza e acutezza. Essa ci mostra una tecnica su come affrontare una delle nostre massime sfide: vivere il quotidiano nella sua costante dimensione di consapevolezza percettiva per ciò che è in realtà e non ciò che appare ai sensi ingannatori.

Essa aiuta il Maestro a sciogliere tutti i nodi e tutte le afflizioni che angustano Huizi, centrato nel razionale e nel mondo delle 10.000 cose. Huizi conosce molto, quasi tutto di tale mondo, ma non può uscirne. Nel Tao invece il mondo delle 10.000 cose è la premessa, è il solo incipit…poi si entra in altro: la poesia, l’irrazionalità e la fantasia, abbinata alla centratura del capire il proprio ruolo nell’universo; queste sono le 2 forze opposte che aiutano l’uomo a trovare il cardine che lo renderà saldo nello scorrere incessante del tutto attorno al continuo fluire del Tao. Questo è il compito del Saggio. Trovare il cardine per vedere tutto scorrere intorno a sé, e vivere in questo scorrere con la visione e presenza felice del proprio essere in esso. Senza sforzo, tensione attaccamento o desiderio.

Ecco che dopo aver letto tutto questo, possiamo finalmente capire lo spirito del titolo di questo capitolo: Vagabondo Libero senza meta.

Il Maestro Tao nel proprio essere, non ha mete da raggiungere, non ha costrizioni od obiettivi, vive il momento, ed essendo in questo stato, liberamente, percepisce e vive il Tao in tutte le sue sfumature e sensazioni apprezzandone, con il dovuto distacco, la bellezza e lo spettacolo che gli si mostra davanti, grazie alla danza delle 10.000 cose che infinitamente si mescolano e ricompongono in innumerevoli modalità. L’approccio Tao a questa danza permette al Maestro di vivere il tutto pur restando centrato sia come spettatore che come attore allo stesso tempo.

Questa è la magia e l’arte del Tao, nella sua apparente semplicità, una filosofia non speculativa come molti pensano, ma di una disarmante praticità, spesso troppo fine e sottile per essere capita, spesso troppo fine e sottile per essere praticata.

Autore: Federico Gualdi. Seguimi su Facebook