Corna/Corno Parte 2: ARIETE/MONTONE


Amon, Ra, Khnum, tre archeboli, un solo archetipo

L’ariete, o montone, è il maschio della pecora[1]. Simbolo di forza, di potenza, d’energia, di vitalità, di dinamismo e, come vedremo in seguito, di fecondità, di rinnovamento, di rigenerazione.

È l’archebolo dell’Ammone egizio, dio dell’aria e della fecondità dalla testa di ariete, nonché del Zeus-Ammone greco. Nel libro dei morti egiziano si parla di Amon, come “il signore dalle due corna”; tra gli animali sacri al dio c’era l’ariete, archebolo del dio medesimo, raffigurato con le corna proprie dei maschi della specie, oppure con le corna ondulate di una razza preistorica ormai scomparsa.[2] Non meraviglia quindi che l’Oracolo di Amon dell’oasi di Siwa, uno dei più famosi oracoli dell’antichità, rappresentasse Zeus-Ammone – dato che Zeus era assimilato ad Amon – con corna d’ariete. Anche Alessandro Magno finì per essere raffigurato con corna d’ariete, a seguito dell’evento che lo vide protagonista quando si rivolse all’Oracolo di Amon per avere presagi sulle sue campagne militari. Ricevette dall’Oracolo la rivelazione di essere figlio di Zeus-Ammone, quindi ebbe conferma della sua missione divina di fondare un impero universale.

Ra, dio solare, in seguito associato ad Amon, divenendo Amon-Ra (la più potente divinità del pantheon egiziano) con il nome di Efu Ra è rappresentato, anch’egli, con testa di ariete con tanto di corna. Gli egizi immaginavano che Ra viaggiasse su due barche solari: la prima chiamata Mandjet (barca del mattino); la seconda chiamata Mesektet (barca notturna). Tali imbarcazioni lo trasportavano nel suo viaggio attraverso il cielo e l’oltretomba (il Duat). Quando si trovava sulla nave Mesektet, con cui percorreva l’aldilà, Ra veniva raffigurato con testa di ariete, conservando l’usuale attributo del disco solare sul capo, in questo caso adagiato sulle corna.

Ra_con_barcaRa su barca solare (Mandjet)

Sempre in Egitto, Khnum, Dio della fecondità, protettore delle sorgenti del Nilo e della potenza creatrice delle inondazioni, viene raffigurato come un uomo con la testa di ariete (o di capro, dipende dall’occhio di chi guarda), a volte sormontata da una croce, mentre tiene in mano l’ankh.

Anche Osiride, Dio dal simbolismo multiplo (Dio della morte, Dio della resurrezione, Dio della rigenerazione[3]; assimilabile a Plutone/Ade – si incarnava nell’ariete sacro di Mendes.

L’ariete, in quanto maschio adulto della pecora, è l’archebolo della prosperità, della fecondità, perché assicura la discendenza della comunità degli ovini, i quali rappresentavano, per i pastori dediti alla pastorizia, il simbolo concreto della ricchezza e della sopravvivenza. Era chiaro il valore economico del montone per il proprietario del gregge. Sacrificare agli Dei un ariete rappresentava, quindi, uno dei capi più pregiati da offrire sull’altare agli Dei. In particolare, secondo la legislazione mosaica, l’ariete o il caprone è uno dei capi prescelto per il sacrificio quando si vuole riacquistare “punti” agli occhi del Signore:

1 L’Eterno chiamò Mosè e gli parlò dalla tenda di convegno, dicendo: 2 ‘Parla ai figliuoli d’Israele e di’ loro: Quando qualcuno tra voi recherà un’offerta all’Eterno, l’offerta che recherete sarà di bestiame: di capi d’armento o di capi di gregge. […] 10 Se la sua offerta è un olocausto di capi di gregge, di pecore o di capre, offrirà un maschio senza difetto.  [Levitico 5: 1-10]

L’ariete più celebre del Vecchio Testamento è quello che viene sacrificato al posto di Isacco:

13 Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone e l’offerse in olocausto invece di suo figlio.  [Genesi 22: 13]

L’episodio, considerato da tutti nella letteratura patristica come prefigurazione del sacrificio di Gesù Cristo, è stato poi raffigurato eloquentemente, sia in epoca paleocristiana sia in quella medioevale, per la sua funzione catechetica nell’iniziazione cristiana. In alcune statue romaniche, sembra quasi che molti artisti siano attenti nel cercare di far apparire, in qualche modo, il montone impigliato nei cespugli. Risulta chiara comunque l’associazione con tra l’ariete/capro espiatorio e il Cristo che si sacrifica, si immola per salvare l’umanità dal peccato. Anche in virtù del suo essere guida del gregge, l’ariete può essere accostato a Gesù Cristo che è capo della sua Chiesa, Così, ad esempio, è raffigurato nel mosaico absidale della chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Roma, dove il Cristo è rappresentato come un ariete, al centro di dodici pecore, simbolo degli apostoli.[4]

Secondo René Guénon, il simbolismo delle corna dell’ariete/montone è di carattere solare, mentre quello del toro/bue è di carattere lunare.[5] Sul simbolismo del toro/bue dirò dopo. Relativamente al carattere solare, invece, accenno ora.

L’Ariete (dal 21/3 al 20/4), non a caso, è il primo simbolo della ruota zodiacale. Simbolo di rinnovamento, rappresenta l’inizio della Primavera, nei campi è tutto un germogliare, la natura si rinnova, la vita manifesta tutta la sua energia, l’inizio della vita, la giovinezza, la spensieratezza, l’incuria del pericolo fanno capolino. Simbolo di Fuoco, sede dell’esaltazione di Sole e domicilio (primario) di Marte e (secondario) di Plutone; sempre in Ariete abbiamo la caduta di Saturno e l’esilio di Venere e X. Al riguardo ti riporto la sintesi esposta da Lisa Morpurgo nel suo evergreen Introduzione all’Astrologia[6]:

Ariete: L’inizio della primavera. Gli steli di grano spuntano nei campi, le gemme sugli alberi. La natura è condizionata da un grande slancio verso la vita, da profondi fermenti fecondatori (domicilio di Plutone) che si manifestano in baldanza virile (domicilio di Marte). Lo sforzo compiuto da ogni germoglio per erompere dalle zolle o dai rami richiede aggressività e audacia (Marte), disprezzo del pericolo favorito dall’incoscienza e dalla mancanza di riflessione (caduta di Saturno), scarsa indulgenza per la raffinatezza e per gli agi (esilio di Venere), [rifiuto di protezione (esilio di X)][7], intensa fiducia nel proprio Io (esaltazione del Sole).

Simbolo di Fuoco e esaltazione di Sole, non deve quindi stupire l’associazione con Apollo (Apollon Karneios) e, cosa non sottolineata a sufficienza, con Marte (Dio guerriero) e Plutone (Dio delle profondità).

Relazionato al sole, e quindi all’oro, è il mito del “vello d’oro”. Secondo la mitologia greca, il vello d’oro non è altro che il manto dorato dell’ariete di nome Crisomallo – generato da Poseidone e Teofane – un ariete alato capace di volare. Atamante ripudiò la moglie Nefele per sposare Ino. Quest’ultima odiava Elle e Frisso, i figli che Atamante aveva avuto da Nefele, e cercò di ucciderli per permettere a suo figlio di salire al trono. Venuta a conoscenza dei piani di Ino, Nefele chiese aiuto ad Ermes/Mercurio che le inviò Crisomallo. Grazie al suo aiuto, i due fratelli volarono verso le Colchide, regno del re Eete. Purtroppo Elle cadde in mare durante il volo ed annegò, Frisso, invece, arrivò sano e salvo a destinazione. Frisso sacrificò l’animale agli dei, donando il vello a Eete, che lo nascose in un bosco, ponendovi un drago di guardia. Il vello divenne un “mito” perché aveva il potere di guarire le ferite, quindi in questo senso è associabile al “santo Graal”. Il vello d’oro fu in seguito rubato da Giasone, grazie all’aiuto di Medea, figlia di Eete, ma questa è un’altra storia, che non è qui il caso di affrontare con tutti i suoi risvolti mitologici e psicologici. Mi preme solo sottolineare l’associazione del vello con l’oro, quindi con il sole, e del drago posto a guardia del “tesoro”. Ricordi i due draghi presenti nel “sogno della scala e della montagna”?[8] 

In India, Agni, dio del fuoco, figlio del cielo e della terra, archebolo delle forze della luce, invincibile guerriero e signore del luogo della cremazione e del fuoco della foresta – suo è il “calore” generato nelle pratiche yoga – è spesso rappresentato nei Veda come un essere di colore rosso con due teste, quattro braccia e tre gambe, occhi scuri e fiamme che gli fuoriescono dalla bocca, sempre a cavallo di un ariete. La sua principale manifestazione è “il fuoco che brucia sull’altare dei sacrifici”; è un mediatore tra gli dei e gli uomini, brucia i demoni che minacciano di distruggere tali sacrifici. È evidente quindi l’associazione dell’ariete-Agni con il simbolismo solare- fuoco-calore.

AgniAgni su ariete sacro

In Africa occidentale, presso i Dogon, si ritrova il mito di un ariete celeste che porta fra le corna una zucca, archebolo del sole, in chiara analogia con il simbolismo di Ra, di Amon, di Khnum. Le sue corna, che servono a sorreggere la zucca, fungono anche da testicoli al fine di fornire il seme al pene, presente tra le due corna, per fecondare la zucca, con chiaro richiamo al simbolo della potenza virile. Nel frattempo l’animale è raffigurato mentre urina le piogge e le nebbie che scendono a fecondare la terra. Questo ariete ha manto fatto di rame rosso (simbolo dell’acqua fecondatrice) e si sposta lungo la volta celeste durante la stagione delle piogge. In una variante del mito, il manto è costituito da foglie verdi, richiamando così il simbolismo dei due colori rosso e verde.[9]

Tratto da FAKT, DUE e Dualità, di prossima pubblicazione.


[1] «Il nome montone deriva probabilmente da una voce di origine celtica, accostata al latino “montare”, cioè “coprire nell’accoppiamento”. Il termine ariete, invece, è un latinismo, in cui si sarebbe conservata la radice indoeuropea “ui”, che indica “ciò che è primordiale, all’origine”.» Voce “L’ariete” in Luca Frigerio, Bestiario Medioevale, ed. Ancora, Milano, 2014.

[2] Mario Tosi, Dizionario delle divinità dell’Antico Egitto, ed. Ananke, Torino, 2011, p. 15. I testi non dicono nulla su questo animale sacro, sul luogo ove viveva a Karnak e neppure su una sua eventuale apparizione nel tempio.

[3] Gli Egizi celebravano ogni anno la morte e la rinascita del Dio, imitando così il continuo rinnovarsi della natura e della terra.

[4] Voce “L’ariete” in Luca Frigerio, Bestiario Medioevale, op.cit., pp.153-157.

[5] René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Ed. Adelphi, Milano, 1978, p.173.

[6] Lisa Morpurgo, Introduzione all’Astrologia, Longanesi & C, Milano, 1982, p. 73.

[7] Tra parentesi quadre, mia aggiunta.

[8] Amrob (il drago rosso o nero) e Agodrinama (il drago bianco), presenti nel cap. “Sogno della scala e della Montagna” in FAKT, Zero, Infinito, Punto, Uno.

[9] Voce “Corno” in J. Chevalier – A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, op.cit. p. 322.