ARCHETIPO E ARCHEBOLO, SIMBOLO E SEGNO

Per poter fornire una possibile interpretazione dei termini archetipo, simbolo, segno, per non parlare dell’archebolo (neologismo coniato impunemente dal sottoscritto) devo liberarli dai vari lacci e lacciuoli dovuti alla psicoanalisi, alla psicoanalitica, alla filosofia, alla religione, alla sociologia, all’antropologia, al fine di non tarpargli le ali[1]. Con questo non intendo dire che la visione fornita dalle suddette “discipline” non sia importante e che non meriti di essere approfondita. Lungi da me un simile pensiero. Intendo solo affermare che, restringendo il loro significato alle “discipline” di cui sopra, c’è il rischio di chiudere in gabbia un animale che va, invece, osservato libero, nel suo ambiente naturale.

Apri il vocabolario etimologico, fonte inesauribile di tesori nascosti, e cerca archetipo. Troverai che deriva dal greco archétypos (ὰρχέτυπος), composto da arché (ὰρχέ), “princìpio”, e týpos (τυπος), “tipo”, “idea”, “esemplare”, per cui il suo significato è all’incirca quello di “idea primaria”, “tipo originario”, o meglio “princìpio tipo”, “princìpio che ha valore di esempio”.

<Che diavolo è una “idea primaria” o un “tipo originario” o ancora “princìpio tipo”?>

Hai intuito subito che l’archetipo rappresenta qualcosa di complesso, non facilmente individuabile e di non semplice interpretazione. La cosa certa è che l’archetipo non è vincolato al tempo e allo spazio, non dipende cioè da fattori storici o geografici. L’archetipo è puro “spirito”. L’archetipo non puoi percepirlo con i sensi. L’archetipo non ha colore (non puoi vederlo), non ha suono (non puoi udirlo), non ha sostanza (non puoi toccarlo), non ha odore (non puoi percepirlo con l’olfatto), non è piacevole o spiacevole, non è buono o cattivo (non puoi gustarlo), non è razionale (non puoi percepirlo con la ragione) e neanche subrazionale, quindi non è bello o brutto. L’archetipo è sovrarazionale, non appartiene alla realtà “ordinaria”; l’archetipo appartiene alla realtà “vera”, è un concetto “assoluto”.

Alla base e più in là dell’universo, del tempo, dello spazio e delle mutazioni, si trova la verità fondamentale, la realtà universale, l’assoluto. [Ermete Trismegisto, Il Kybalion]

<Qual è la differenza tra archetipo, inteso come “idea primaria”, e “concetto primitivo”, di cui hai fatto accenno all’inizio della nostra chiacchierata, sembrano sinonimi?>

Un raggio di luce può trapassare una serie di vetri immaginari, senza potere però distendervi sopra la realtà. È necessario trasformare il vetro in specchio, dopo averlo ricoperto di amalgama. Soltanto allora l’immensità del mondo si ribalterà nella superficie speculare.

Ecco come deve essere la conoscenza, poiché il concetto è un vetro, mentre lo specchio rappresenta il concetto innalzato ad idea [principio-archetipo].

Ogni cosa ha la propria ombra. Questa ombra dell’idea è il concetto. Ma il concetto non è l’idea.

L’idea [l’archetipo] può toccare il concetto, come la tangente la circonferenza, soltanto in un punto. Questa possibilità di fugace contatto è fonte di perpetui errori, giacché si confonde l’idea con il concetto. È compito del processo logico del pensiero innalzare ad idea [ad archetipo] il concetto chiarito, facendogli compiere una sorta di spostamento lungo la circonferenza fino al punto di contatto di questa con la retta. I dati dell’esperienza esteriore coincidono allora con quelli dell’esperienza interiore. Con stupore vedi là, dove solo poco prima comprendevi. [“Il simbolo” in Andrej Belyj, Il colore della parola, Guida Ed.]

Dal punto di vista etimologico, si potrebbe anche affermare che siano tali, essendo il termine “idea” assimilabile al termine “concetto” e l’aggettivo “primario” all’aggettivo “primitivo”, ma l’interpretazione che intendo dare alla parola archetipo è quella di “princìpio tipo”, di “idea principiale”, meglio ancora sarebbe “ciò che è principio”, e non quella di “tipo primitivo” o “concetto primitivo”[2]. Voglio dire che l’archetipo ha carattere “universale”, mentre l’altra interpretazione ha, semplicemente, carattere “individuale”, al più “collettivo”. In tale accezione un concetto primitivo può sempre essere visto come un archetipo, non vale ovviamente il viceversa. Per dirla diversamente, è la stessa differenza che c’è tra l’assioma e il postulato: il primo è una proposizione con carattere di generalità, mentre il secondo è un assioma specifico di quella determinata disciplina scientifica, ad esempio la geometria euclidea. Utilizzare, quindi, il termine archetipo per indicare un’idea, un concetto, una figura, un’immagine, una “forma”, nelle varie discipline (psicologia, sociologia, filosofia, teologia), pur non essendo scorretto nella sostanza, risulta tale dal punto di vista formale.

<Non è molto chiaro, potresti essere più esauriente, fare qualche esempio?>

Per il momento dovrai accontentarti del mio ermetismo, in seguito sarò più esauriente ed esplicito.

La parola simbolo, deriva dal greco sýmbolon (σύμβολον), “segno di riconoscimento”, derivato dal verbo symbállo “mettere insieme”, composto di sýn (σύν), “con”, “insieme” e bállo (βάλλω) “mettere”, “gettare”. Si deduce che il simbolo è qualsiasi segno (da interpretarsi nel senso più ampio possibile, quindi qualsiasi oggetto, gesto, suono, odore, statua o altra cosa come mito, fiaba, leggenda, favola, ma anche un soggetto vivente) che mette insieme, che unisce, che relaziona.

Mette insieme cosa? Che cosa viene unito dal simbolo? Chi sono i soggetti della relazione? E poi, quanti e quali “pezzi” servono per “mettere insieme”? Il simbolo, allora, non è unico e univoco?

Ecco le domande tipiche della mentalità razionale occidentale, classicamente basata sui segni, tanto da confonderli con i simboli.

Il simbolo mette insieme, unisce, relaziona il cosmo della realtà intima dell’uomo, quello che, in modo impreciso, è indicato come il microcosmo, e il cosmo al di fuori della realtà intima dell’uomo, quello che, sempre in modo impreciso, viene individuato come il macrocosmo; insomma è l’interfaccia[3] tra l’interno e l’esterno, tra l’alto e il basso, tra la luce e l’oscurità.[4]

<Non vorrei apparire un rompiscatole, ma non è molto chiaro.>

Hai ragione, non è molto chiaro. Prima di ampliare il significato di simbolo, però, vorrei soffermarmi sul termine segno, apparentemente simile al simbolo, in realtà distinto e distante da questi.

La parola segno deriva dal greco semeion (σημεῖον) o sema (σῆμα), da cui il latino signum, a cui è associato il verbo signàre, “segnare”, ma anche “contrassegnare”, “marcare”, “notare”; “delineare”, “disegnare”, “firmare”.  Il segno serve, dunque, a marcare, a tracciare, a delineare, a separare, ciò che viene rappresentato da ciò che non lo è; in un certo senso, il segno ritaglia, dall’ambiente circostante, la cosa indicata.[5]

Pensa a un segnale stradale (ad esempio al divieto di sosta), oppure a tutti i segni che puoi incontrare in una stazione di servizio (ad esempio la figura della pompa di benzina), ovvero a quelli che puoi vedere in un albergo (ad esempio l’immagine di un piatto con posate annesse, alludente chiaramente al ristorante); soffermati sui marchi di fabbrica, sulle insegne, su tutte le abbreviazioni per identificare un’organizzazione (ONU, UNESCO, FIFA). Tutti questi non sono simboli, sono semplici segni che servono appunto a indicare, a marcare, a individuare qualcosa di specifico, non sono legati all’archetipo, sono semplici icone prive di valenza archetipica. Hanno un solo scopo: denotare gli oggetti cui sono riferiti. È per convenzione, e quindi riconoscimento comune, che essi acquistino un significato, ma in sé non sono descrittivi, non più di quanto un “cavallino rampante” ovvero un “cerchio con tre raggi” possa descrivere un complesso sistema tecnologico rappresentato dalla Ferrari ovvero dalla Mercedes.

Tutt’altra cosa è il simbolo!

Con questo non intendo ovviamente affermare che un segno non possa essere “letto”, “visto”, “interpretato”, “utilizzato” come un simbolo. Pensa, ad esempio, al segno della X nel “divieto di sosta” o nell’operazione di “moltiplicazione”, oppure al segno della croce + che indica la “Croce Rossa” o l’operazione di addizione, ovvero al “cerchio con i tre raggi” identificante la Mercedes, tutti questi segni possono tranquillamente essere visti, utilizzati come simboli, infatti su di essi la letteratura si spreca.

Viceversa non è detto che un simbolo non possa diventare un segno, anzi molti di essi sono nati prima come simboli e dopo come segni. Considera i tre simboli di cui sopra, oppure quello del caduceo, che è identificato da tutti come il “segno della farmacia”, questi simboli sono ovviamente diventati segni solo in un secondo momento.

<Se ho capito bene, non c’è una grande differenza tra un segno e un simbolo.>

Non hai capito affatto bene! Anche se alcuni di essi possono essere interscambiabili, non significa che vi sia uguaglianza, oppure similitudine e, neanche, analogia. Segno e simbolo hanno in comune soltanto una cosa.

<Quale sarebbe?>

Sono stati creati dall’uomo!

<Mi sembra di aver letto da qualche parte che nel medioevo i segni erano definiti come “qualcosa che sta per qualcos’altro”.>

Sì, nella scolastica si affermava qualcosa di simile; in questa accezione è evidente che si crea similitudine tra segno e simbolo, oltre che ingenerare confusione. Se a questo, poi, aggiungi che in semiotica non viene proprio preso in considerazione il simbolo, ma esclusivamente il segno, allora puoi comprendere perché accada che, a volte, qualcuno estenda al segno il significato che andrebbe invece attribuito al simbolo.

Al riguardo, per non produrre confusione – anche se non dovrebbe nascere – ho pensato “bene” di creare un neologismo[6], che dovrebbe tagliare la testa al toro: archebolo.

<Carino, suona bene, ma che cavolo è un “archebolo”?>

Il termine archebolo è composto dalle parole archetipo e simbolo, per cui è un archetipo-simbolo, cioè un archetipo richiamato da un simbolo, ovvero, se preferisci, un simbolo che richiama un archetipo.

Insomma, per farla breve, invece di utilizzare la parola simbolo, hai introdotto un nuovo vocabolo.

Non esattamente! Il termine simbolo è una restrizione del termine archebolo, che ha invece carattere universale. Il simbolo è il segno (bidimensionale o tridimensionale) creato dall’uomo al fine di richiamare l’archetipo[7], mentre l’archebolo è una generalizzazione del concetto di simbolo e fa riferimento a qualsiasi cosa manifestata, vivente o non vivente, animata o non animata, creata o non creata dall’uomo, possa servire per richiamare l’archetipo, ad esempio un uomo, un animale, un albero, una montagna, una pietra, una nuvola, un tavolo, una sedia, una bottiglia, un bicchiere.

<Insomma una specie di ipostasi dell’archetipo.>

Più o meno, ti faccio un esempio con un animale: ti sei mai soffermato sul significato e sull’importanza che avesse il bisonte per i nativi americani, i cosiddetti “Pellerossa”?

Perché aveva un significato particolare? Da quello che ricordo mi sembra che il bisonte fosse per i nativi americani ciò che il maiale rappresenta per noi occidentali, della serie “non si butta niente”, insomma costituiva la loro principale fonte di sostentamento alimentare, oltre a procurare, con la pelle, la materia prima per il vestiario. Le ossa e le corna venivano utilizzate, se non ricordo male, per la creazione di svariati utensili per la casa, ma anche per il lavoro.

Quello che dici è soltanto una parte della “verità”, l’altra parte, non meno importante, è data dal fatto che il bisonte, per i nativi americani, indicava l’archebolo per antonomasia, rappresentava la relazione, il legame, l’interfaccia tra la natura (il macrocosmo) e l’uomo (il microcosmo). Il bisonte bianco (molto raro, sembrerebbe ne nasca 1 ogni 10.000.000)[8] era, ed è ancora, in particolare, l’archebolo di Wakan-Tanka (il “Grande Spirito”, ossia l’archetipo-PUNTO).

<Interessante!>

Tralascio gli effetti nefasti che seguirono allo sterminio del bisonte da parte dell’uomo “bianco”, non essendo ciò, in modo specifico, l’oggetto del nostro dialogo. Quello che mi preme sottolineare è che il disegno del bisonte, essendo un archebolo, serviva come simbolo, come mandala, sia nella preghiera-meditazione sia per fini curativi.[9]

Se ho capito bene, nulla vieta, allora, di trasformare l’archebolo in simbolo, disegnando l’uomo, l’animale, l’albero, la montagna, la pietra, la nuvola, in altre parole utilizzando un segno che richiami gli archeboli di cui sopra.

Esatto! Non fa eccezione al riguardo neanche il “suono” (ad esempio la musica, la parola) che rappresenta l’archebolo se percepito con l’udito, mentre diventa simbolo quando è espresso mediante la scrittura. Il “mito” (di cui ti dirò dopo) è l’esempio emblematico di quanto espresso dalla parola.

Il simbolo, per essere un archebolo, deve possedere la capacità di evocare, di sintetizzare, di sondare, di stimolare, di trasmettere la “vera” conoscenza, e questo in contrasto con la mera pratica della trasmissione di un’informazione.

Le informazioni dovrebbero essere come le gonne di una donna: abbastanza brevi da attirare l’attenzione, ma abbastanza lunghe per capire l’essenziale.

Le informazioni, ammesso e non concesso che siano vere, hanno una scarsa rilevanza se non vengono opportunamente decodificate, trasformate e filtrate. L’attuale civiltà sommerge l’uomo d’informazioni, quasi sempre prive di valenza.

Un giornalista si reca in un paese sperduto sulle montagne per scrivere un articolo sui costumi di una popolazione ancora lontana dalla civiltà. Incontra un vecchietto e gli chiede di raccontargli un qualche evento memorabile del passato. Il vecchio racconta: «Bene! Anni fa il mio asino si era smarrito fra i monti, così io e i miei vicini, dopo aver fatto rifornimento di bottiglie di vino, per via del freddo, siamo andati a cercarlo. Dopo giorni di ricerca, finalmente, lo abbiamo trovato. Ci siamo presi una solenne sbronza e poi, ad uno ad uno, ci siamo fatti l’asino. Non può immaginare quanto ci siamo ci divertiti!».

Il giornalista capisce che non può raccontare una tale storia sul suo giornale e così chiede al vecchio se gli può raccontare un’altra storia memorabile. Questi, senza farselo ripetere due volte, racconta: «Bene! Una volta la moglie di un mio vicino si perse sui monti, così io e tutti gli uomini del villaggio, dopo aver fatto rifornimento di bottiglie di vino, per via del freddo, siamo andati a cercarla. La trovammo, ci siamo bevuti tutto il vino e, dopo, ad uno ad uno, ci siamo fatti la donna. Fu molto divertente!».

Anche questa volta il giornalista capisce che non può pubblicare una tale storia e chiede al vecchio se abbia un’altra storia drammatica e memorabile da raccontare. Il vecchietto, dopo una breve pausa, con una lacrima che gli cola dal viso, con espressione triste, racconta: «Bene! Una volta io mi persi sui monti … »

Il simbolo, in quanto tale, non parla alla mente analitica ma a quella analogica ed intuitiva, per questo supera i limiti imposti dalla mente razionale ed è compreso ad un livello sovrarazionale; di conseguenza, ogni essere umano ha in sé la capacità per la sua decodificazione. Certamente il significato analogico-istintivo-intuitivo può derivare dall’esperienza personale, dalla propria cultura e dai condizionamenti dell’appartenenza ad una determinata forma di società, ma, riferendoci all’accezione di simbolo sopraesposto, si può affermare che in ogni essere umano è presente una capacità “universale” per la sua decodificazione.

In semiotica, c’è un triangolo interessante che va sotto il nome di “triangolo semiotico” basato sul ternario “significante, significato, referente”, utilizzato per spiegare il segno linguistico, ma che ritengo ancor più valido per esplicitare il legame “simbolo, archetipo, archebolo”.

Il legame evidenziato dal triangolo è esplicitato dalla frase seguente: il significante rappresenta la parte fisicamente percepibile del segno (in altri termini, il “simbolo”), ossia l’insieme degli elementi fonetici e grafici che vengono associati al significato, cioè l’idea (nel nostro caso, l’”archetipo”), che rimanda al referente, ossia l’oggetto di cui si parla (nella fattispecie, l’”archebolo”).

<Non ho capito una mazza!>

Ti faccio un esempio. Pensa all’albero, poi disegnalo, scrivici sotto “albero”, quindi pronuncia la parola “albero”.

<Fatto!>

Bene. L’albero che hai disegnato ovvero che hai scritto, o hai pronunciato, per i semiotici è il significante, ossia la parte fisicamente percepibile del segno, per me è semplicemente il simbolo. In altri termini il significante, ossia il simbolo, è l’insieme degli elementi fonetici (quando pronunci la parola “albero”) e grafici (quando scrivi “albero” o disegni un albero) che vengono associati al significato di albero, cioè all’idea, meglio all’archetipo-albero, che si manifesta mediante un albero specifico, ad esempio quello di un giardino pubblico, quello di un bosco, quello del cortile di casa tua. L’albero specifico, l’albero reale, l’albero vivente è il referente, cioè quello che io indico come archebolo, l’oggetto manifestato del significato-archetipo-albero e che, in semiotica, diventa l’elemento extralinguistico di cui si parla.

<Vediamo se ho capito, provo a fare una semplificazione, che spero sia anche una sintesi:>

L’archetipo genera l’archebolo, che è simbolizzato, poi, mediante un segno. [F.A.K.T.]

Sì, mi piace! Soltanto una piccola precisazione, al contrario dei semiotici, personalmente preferisco distinguere tra ciò che è “suono” come percezione uditoria e “suono” come scrittura, tipici esempi sono la musica e la parola. Preferisco utilizzare il termine archebolo per la musica o per la parola come espressione fonetica (che diventa quindi il “referente”), mentre riservo il termine simbolo per la musica o la parola scritta (che rimane il “significante” in senso stretto).

Ricorda comunque che il simbolo, per essere un archebolo, deve possedere sette proprietà: indipendenza dalla parola; trasmissione diretta della conoscenza; riferimento diretto alla consapevolezza; stimolo della coscienza, intuizione dell’essenza della realtà; evocazione della verità e, quindi, sollecitazione del risveglio.

Inoltre, ciò che vale, ciò che è detto per il simbolo, vale anche per l’archebolo, non è vero però che valga sempre il viceversa.

Non puoi entrare in rapporto diretto con l’archetipo, ma puoi percepire i suoi effetti per mezzo dell’archebolo o del simbolo, in altre parole l’archetipo si manifesta sul piano della realtà “ordinaria” attraverso l’archebolo, ma non devi assolutamente, categoricamente, tassativamente confonderlo con esso.

L’archetipo, che è immanifesto, si manifesta mediante l’archebolo. L’archebolo rende esprimibile l’archetipo, che è inesprimibile. L’archebolo permette di avere un’immagine dell’archetipo che altrimenti non sarebbe visibile. [F.A.K.T.]

Lo stesso archetipo può manifestarsi con differenti archeboli, quindi non è l’archebolo a produrre, a generare l’archetipo, ma viceversa. L’archetipo è la “linfa vitale” affinché l’archebolo abbia vita. L’archetipo è assoluto, l’archebolo è relativo. L’Assoluto non necessita del relativo, ma per potersi manifestare ha bisogno di esso. Il relativo ha bisogno dell’Assoluto per “giustificare” la sua esistenza.[10]

Quando smetterai di adorare e amare la brocca? Quando comincerai a cercare il vino? Impara la differenza fra il colore del vino e il colore del bicchiere. [Jalâl âlDîn Rûmî]

La relazione esistente fra archebolo e archetipo puoi comprenderla meglio attraverso alcune metafore.

Come l’ancora viene impiegata per agganciare una nave al fondale di uno specchio d’acqua per far tenacemente presa su di esso, opponendosi al moto di deriva della nave, così l’uomo si serve dell’archebolo (ancora) per agganciare (archetipo) l’uomo alla realtà, per non mandare il “microcosmo” alla deriva nelle profondità del “macrocosmo”.

Come il microscopio è utile all’uomo per la sua capacità di ingrandire al fine di conoscere, comprendere, analizzare il micromondo ovvero la vita nelle sue piccole componenti, così l’archebolo (microscopio) grazie alla sua capacità di rendere visibile (archetipo) è un ausilio per l’uomo al fine di sondare, conoscere, comprendere, analizzare le componenti più nascoste, più profonde del “microcosmo”.

Come il telescopio per la sua capacità di avvicinare al proprio campo visivo oggetti altrimenti troppo distanti per poter essere interpretati, così l’uomo utilizza l’archebolo (telescopio) per la sua capacità di avvicinare a sé (archetipo) le componenti troppo lontane del “macrocosmo”.

L’archebolo è la saldatura, il punto d’incontro, il tramite, la relazione tra la realtà “apparente” e la realtà “vera”. [F.A.K.T.]

Gli archeboli sono le chiavi per aprire delle porte che permettono l’accesso alla “comprensione della vita”, alla “vera” natura dell’uomo, alla “vera” conoscenza.

Vorrei riproporti di nuovo il triangolo semiotico, però sostituendo ai termini Archetipo (significato), Archebolo (referente), Simbolo (significante) rispettivamente le lettere A, B, C e i numeri 3, 1 2.

Perché hai detto 3, 1, 2 e non semplicemente 1, 2, 3?

Osserva la figura sottostante:

Triangolo_Semiotico_2 Triangolo_Semiotico_Lettere_Numeri

Cosa osservi?

«Che la lettera A è associata al numero 3, la B al numero 2 e la C al numero 1, e allora?»

Allora, il modello sopra disegnato descrive il Processo   Archetipo-Archebolo-Simbolo e da esso puoi apprendere due cose:

  • Le lettere A, B, C indicano il cammino da seguire per comprendere come l’Archetipo (lettera A, il Non-Manifestato) generi l’Archebolo (lettera B, il Manifestato) per poi essere trasformato dall’uomo sotto forma di Simbolo (lettera C, l’Immagine); il triangolo si chiude con il Simbolo che rimanda all’Archetipo (il Processo è interno, la Via è non visibile).
  • Però, affinché il Simbolo possa rimandare all’Archetipo, ossia chiudere il triangolo, nella realtà ordinaria il punto di partenza non è A, cioè l’Archetipo, che è sempre e comunque inconoscibile, non-manifestato, atemporale e aspaziale – e soprattutto non è residente in nessun cilindro magico chiamato “inconscio colletivo – ma l’Archebolo (il numero 1, relazionato con il tempo e lo spazio), che l’uomo trasforma (meditando, riflettendo, studiando, sognando) in Simbolo (il numero 2); questi poi, per tutto quello che ti ho detto sul Simbolo, rimanda all’Archetipo (il numero 3), che chiude il triangolo generando l’Archebolo, mediante il processo precedentemente descritto. (il Processo è esterno, la Via è visibile).

Tutto chiaro?

«Sì, devo rifletterci un po’ su, ma non sembra complesso.»

Utilizzerò il modello descritto sopra anche in altri contesti, essendo dal mio modesto punto di vista importante, perché semplice ed esplicativo del “Processo”, ti chiedo la cortesia di soffermarti su di esso.

 Il modello di cui sopra ti permette anche di rispondere alla domanda, senza tirare in ballo il fantomatico “inconcio collettivo (che non mi stancherò mai di ripetere è presente solo nella testa di Jung e dei suoi seguaci): «perché sulla faccia della terra spesso accade che, anche in tempi e luoghi completamente differenti, ritroviamo gli stessi simboli, gli stessi miti, gli stessi racconti?»

«Ho capito, almeno credo, perché sulla faccia della terra, indipendentemente dal tempo e dallo spazio, ci sono quasi ovunque gli stessi archeboli!»

Bravo! Lo vedi che, quando vuoi, sei perspicace.

«Mi è venuto un dubbio: come devo indicare tutte le immagini che sono presenti nei sogni?»

Semplicemente immagini oniriche (chi ha orecchie per intendere intenda)! Se preferisci, rappresentazioni oniriche. Solo alcune di esse poi saranno immagini simboliche, ovvero simboli, ma solo alcune di esse. Sui sogni comunque ti dirò in seguito, per cui dovrai attendere.

Ho una richiesta da farti, senza farmi scervellare troppo, non è che per caso puoi farmi due esempi in cui metti in evidenza il triangolo Archetipo-Archebolo-Simbolo e come esso si generi?

Uhm … ok, farò due esempi. Mi servirò di due esempi per esplicitare come si possa realizzare il triangolo Archetipo-Archebolo-Simbolo. Per farlo mi servirò prima di una “cosa”, sfuggente per sua natura, come è l’Amore, poi di un esempio meno sfuggente, qual è ad esempio un animale, il Bisonte. Si possono fare tutti gli esempi che si vuole, basta seguire sempre lo stesso meccanismo, oserei dire la stessa logica.

L’Archetipo-Amore, cioè quello che “move il sole e le altre stelle”, l’AMORE, a noi non è dato conoscere, perché fa parte della Realtà nonManifestata. Cosa è dato a noi conoscere? L’amore “profano” o “sensibile”! Non sto facendo riferimento al sesso, ma all’amore verso i figli, gli animali, gli alberi, la montagna (anche la montagna? Sì, anche la montagna), ma anche all’amore tra alberi, due animali, o tra due uomini, ecc … Questo è ciò che è manifestato e che può trasformarsi in Archebolo, cioè nel simbolo-Amore, che indica, che funge da specchio, per l’archetipo-Amore, altrimenti inconoscibile, nel senso che non si può percepire con la ragione, ossia con la mente razionale, e temo neanche con l’intelletto, a differenza dell’Archebolo che invece è alla sua portata. È chiaro che l’amore profano o sensibile, affinché sia riconoscibile dall’Intelletto, e quindi si trasformi in archebolo-Amore, ha bisogno dell’intervento dell’Anima, “centro” della Psiche, sul cui significato ovviamente non posso trattenermi, perché è variegato e richiederebbe la spiegazione del “modello di Mente” adottato, non bisogna dimenticare però che la Mente è composta di Psiche (con le sue tre componenti: sub-cosciente, cosciente e iper-cosciente) e Spirito (con le sue tre componenti: sub-razionale, razionale e iper-razionale) e non di sola Psiche, come vorrebbero gli psicologi, comunque su di essa ti dirò in seguito.

Accade a volta che un uomo, grazie alla sua Anima, a seguito di un accidente, di una fune scesa dal cielo, di un incidente di qualsiasi natura, o … lascio alla tua immaginazione altri casi, percepisca nel suo amore profano o sensibile, qualcosa di “trascendente”, di “meraviglioso”, di “numinoso”, in quel preciso istante è un epifania, nasce l’archebolo-Amore, che permette al nostro fortunato eroe (sto scherzando) di intravedere l’archetipo-Amore. Il passaggio al simbolo-Amore (un quadro, una scultura, una statua, un disegno, una poesia, una canzone, un libro) per mezzo dell’Intelletto, meglio dell’iper-razionale, dovrebbe essere pura formalità, che colui cha ha acquisito “coscienza” dell’archebolo-Amore (siamo nell’iper-coscienza volendo essere precisi) utilizza strumentalmente per richiamare quell’istante assoluto della sua vita.

Non ci sono altri modi per intravedere l’archetipo-Amore?

In verità sì, ci sarebbero anche altri due modi, meglio, due vie, di cui una secca e l’altra umida, ma è per pochi, veramente pochi fortunati, su cui non è il caso di intrattenersi ora.

Passiamo al prossimo esempio. Mi servirò in questo caso di una mirabile leggenda che ancora oggi è tramandata presso il popolo dei Lakota Siouk e che oltre ad evidenziare il triangolo Archetipo-Archebolo-Simbolo chiarisce cosa debba veramente intendersi per inconscio collettivo, in cui l’aggettivo “collettivo” è utilizzato nella forma corretta, cioè come gruppo, insieme ristretto di uomini o, come dicono i nativi americani, come “popolo” e non come cilindro magico modello Jung da cui estrarre i coniglietti noti come “archetipi”, che per inciso non sono Archetipi, come spiego nella mia confutazione a Jung. Essa narra di un tempo lontano in cui una wakan, ossia una donna santa, sia giunta presso la tribù per aiutarli in un periodo particolarmente difficile, di grandi carestie, guerre e divisioni tra i diversi popoli. Ovviamente esistono differenti versioni della leggenda a seconda di chi la racconta. La versione sotto riportata è dovuta a Joseph Chasing Horse, ambasciatore presso le Nazioni Unite del popolo Lakota Sioux.

LA LEGGENDA DELLA DONNA-BISONTE-BIANCO

 

La storia inizia con due giovani che, andando in cerca di cibo, si imbatterono in una bellissima donna vestita di pelle bianca, avvolta da una luce calda e da una nebbia di lampi di luce.

La donna era accompagnata da un bisonte bianco. Era alta, slanciata e indossava un vestito con ricami sacri, una piuma e foglie di salvia strette in mano. Era bellissima, tanto che uno dei giovani guerrieri non indugiò ad avvicinarsi con lussuria per possederla. Eppure, appena prima di toccarla, una nube scura comparve sopra il guerriero colpendolo con un raggio di fuoco, carbonizzandolo in pochi secondi.

Il secondo giovane guerriero, spaventato a morte, si inginocchiò in segno di rispetto per paura di fare la stessa fine. La donna, al contrario, gli accarezzò i capelli e parlando la sua stessa lingua gli confessò di essere una wakan, una donna santa venuta per aiutarli.

La donna fu calorosamente accolta dal popolo Lakota. Le prepararono il miglior tipì (“tenda”) per farla riposare, fin quando la giornata volse al tramonto e una luce ambrata con scintille rosate avvolse quelle terre tanto aride e carenti. Nonostante la povertà, le persone offrirono alla donna tutto quello che avevano di più buono: radici, insetti, erba secca e acqua fresca.

Dopo essersi rifocillata, la donna del bisonte bianco insegnò agli abitanti del popolo Lakota a fumare la pipa, offrendo loro tabacco di corteccia di salice rosso, a realizzare dei cerchi attorno alle tende per onorare il sole e creare così un circolo di forza con la vita. In seguito, li iniziò a una serie di pratiche spirituali attraverso le quali rendere grazia alla natura, insegnando loro le giuste parole da usare in preghiera e riportando alla loro memoria riti ancestrali ormai dimenticati.

Li invitò a intonare con lei canti che omaggiassero la Terra, melodie, versi e intonazioni in grado di raggiungere i quattro angoli dell’universo. Ricordò loro anche l’importanza di praticare la cerimonia della pipa della pace. Una cerimonia dove uomini e donne si riunivano per onorare le loro anime, la propria tribù e la loro appartenenza ad essa.

La donna del bisonte bianco, infine, li lasciò rassicurandoli sul fatto che da lì in avanti, ogni qual volta avessero celebrato tutti quei riti e quelle cerimonie imparate e reso omaggio alla Terra, lei li avrebbe protetti. E appena prima di partire, fece scendere dall’orizzonte una gigantesca mandria di bisonti neri. Talmente tanti da coprire di oscurità le montagne e far tremare la terra sotto i piedi. Era il mondo che pulsava con forza davanti all’arrivo di quegli animali, il cui scopo era la sopravvivenza dei nativi d’America.

Quando la donna wacan svanì, mandrie di bisonti comparvero presentandosi alla gente. E a partire da quel giorno, il bufalo non fa mai mancare loro carne, pelli per vestiti e tende e ossa per costruire utensili.

La donna li lasciò dicendo: toksha ake wacinyanktin ktelo (“tornerò ancora”). Un messaggio colmo di speranza che al giorno d’oggi viene ripetuto da tanti Lakota che sognano un ritorno di questa splendida figura femminile, affinché possa ancora una volta purificare il mondo, portare armonia, equilibrio e spiritualità a tutte le nazioni.

Pensi ci sia bisogno da parte mia di qualche commento? Pensi che dovrei specificare che il Bisonte per i Lakota Sioux funga da archebolo per l’archetipo Dea Madre o Madre Terra? Ti meraviglieresti di vedere il simbolo del Bisonte disegnato, scolpito, rappresentato ovunque fra i membri del popolo dei Lakota Sioux, ma anche tra altri popoli dei nativi americani?

Ed ora dimmi, tu che non sei un Lakota Siouk, chiameresti simbolo una veste con il disegno di un bisonte? E se qualche personaggio famoso, rispettato, riverito, tirasse fuori dalla terra una statuetta di una donna grassa, risalente a 10.000 o 20.000 anni fa, sostenendo che sia il simbolo o, peggio, l’archetipo della Dea Madre, cosa gli risponderesti? Pensi che si offenderebbe se gli facessi notare che l’Archetipo è inconoscibile e che quello che Lui chiama archetipo altro non è che un segno tridimensionale che ai tuoi occhi di “moderno”, e non solo ai tuoi, ma anche a quelli di tutti gli altri “moderni”, non dice nulla e che la sua importanza è relegata alla storia, all’archeologia, alla semiotica, ma di certo non alla simbologia, meglio, all’archebologia?

Durante la nostra “chiacchierata” capiterà che a volte usi indifferentemente i due termini archebolo e simbolo. Non è un problema e neanche un errore, ciò che conta, ciò che deve essere chiaro è che l’archebolo, e quindi il simbolo, è interpretabile a tre livelli – che possono però diventare nove (il nove, a sua volta, può essere visto come sette o dodici, ma questa è un’altra storia, che potrò raccontarti solo in seguito) o, se preferisci, è un linguaggio a tre livelli, a cui corrispondono i tre livelli dell’esistenza o della realtà: letterale o materiale o corporeo, figurato o emozionale o animico, spirituale o archetipico o sacro o metafisico.[11]

Letterale o materiale o fisico o corporeo, nel senso che l’archebolo corrisponde al significato che ha nell’uso comune, nel linguaggio comune, per esempio il significato che ha il termine ruota qualora sia associato alla “ruota di un carro”, oppure quello di luce nell’espressione “la luce del sole”.

Figurato o allegorico o emozionale o animico, nel senso che l’archebolo assume connotati metaforici, allegorici e, quindi, psichici, siano essi consci o inconsci, per esempio il significato che ha la parola ruota qualora venga associata al sole, oppure il termine luce nella frase “ha una luce nello sguardo”.

Spirituale o archetipico o sacro o metafisico, nel senso che l’archebolo trascende i due precedenti piani, e assume connotati metafisici, direi oscuri (nel senso di nascosti) ed è percepibile solo agli occhi dell’iniziato; per esempio il significato che ha l’archebolo ruota qualora sia associato alla “ruota della vita” oppure l’archebolo luce nella frase «l’io è la luce del mondo».

L’archebolo è, in sostanza, la conoscenza al di fuori della scrittura, ovvero della parola in generale. Le parole sono false, ingannevoli, danno luogo ad interpretazione, a fraintendimenti, quasi mai sono in grado di trasmettere un concetto essenziale. Per quanto uno possa essere bravo nell’uso della parola, padrone della lingua, non sarà, comunque, mai in grado di trasmettere l’“essenza” della conoscenza, la “vera” natura delle cose. Si cerca l’aiuto in metafore, allegorie, metonimie o altre figure retoriche, ma sempre parole restano. Per non dire, poi, che la parola può essere manipolata, utilizzata, sfruttata proprio al fine di ingannare. L’inganno non può mai avvenire con l’archebolo. Questo concetto è da sempre espresso da tutti i Ricercatori della Verità, a qualsiasi latitudine e longitudine sulla terra, eppure l’uomo continua ad aggrapparsi alla parola, trascurando l’archebolo.

Un uomo possedeva un uccello che teneva in gabbia. Dovendo fare un viaggio nel paese dal quale l’uccello proveniva, chiese all’uccello se desiderasse qualcosa.

L’uccello rispose: «Liberami!».

«Questo è impossibile, lo sai, chiedimi un altro favore», disse l’uomo.

«Allora, quando arrivi nel mio paese, racconta agli altri uccelli a me simili, la mia condizione di prigioniero», disse l’uccello.

«Va bene!», rispose l’uomo, e partì.

Giunto a destinazione, il suo primo pensiero fu quello di rivolgersi al primo uccello, simile a quello che lui teneva in gabbia, per raccontargli la condizione di segregazione di un suo simile.

Quando l’uccello finì di ascoltare il racconto, cadde stecchito dal ramo su cui sostava: sembrava morto.

L’uomo fu molto dispiaciuto dell’accaduto. Pensò che fosse stato il suo racconto a far morire l’uccello. Subito dopo, però, non ci pensò più e continuò il suo viaggio.

Al ritorno, la prima cosa che gli venne in mente di fare, fu di rendere noto dell’accaduto al suo uccello in gabbia.

Questi, appena finito il racconto, cadde dal suo trespolo: sembrava morto.

L’uomo molto contrariato per tutta la vicenda, sentendosi colpevole per la morte di due “esseri”, liberò l’uccello dalla gabbia e lo depose sul davanzale della finestra aperta.

L’uccello, non si sa come, non si sa perché, immediatamente ritornò in vita e volo via. [Par. “L’uccello indiano” in Idries Shah, La Strada dei Sufi]

Pensa agli egiziani. Essi utilizzavano una lingua per l’uso quotidiano, mentre per esprimere la conoscenza facevano uso di un linguaggio completamente simbolico: il geroglifico. La parola geroglifico deriva dal greco hieroglyphikós (ἱερογλυϕικός), composto di hierós (ἱερός) “sacro” e dal verbo glýphein (γλύϕω) “incidere”, a cui bisogna sottintendere grámmata (γράμματα) “lettere”, quindi l’intero sintagma è grámmata hieroglyphikà (γράμματα ἱερογλυϕικός), ossia “lettere sacre incise”.

Il geroglifico è un particolarissimo linguaggio a tre livelli. Il primo livello, serve per parla­re; il secondo livello, per significare; e il terzo livello, per nascondere ai non iniziati. A questa triplice struttura linguistica corrisponde una triplice struttura della conoscenza del reale. In questo senso ogni singolo oggetto della realtà è un archebolo perché può essere inteso a tre diversi livelli, e ogni livello rappresenta un mondo a sé stante: quello del corpo, quello dell’anima e quello dello spirito.

Nell’Avatamsaka Sutra si legge:

Domanda: «Dov’è la dimora di tutti i Bodhisattva?»

Risposta: «Essi hanno la loro dimora nell’altissima verità suprema. Questa è la verità che non conosce né la nascita né la morte, né la perdita né la distruzione, né l’andare né il venire: queste sono tutte parole, e la verità non ha nulla a che fare con le parole; è molto al di là di esse, è impossibile descriverla, non ha nulla a che fare con il ragionamento ozioso e con la speculazione filosofica. Poiché, fin dall’inizio, non ha parole per esprimersi, è essenzialmente silenziosa, e può essere percepita soltanto nella coscienza interiore del saggio.»

L’archebolo, e quindi il simbolo, è come una freccia che va dritta al cuore. Come una scorciatoia per arrivare al luogo prescelto, nel più breve tempo possibile, ma senza comodità, senza l’aiuto del panorama e di segnali stradali.

Devi sapere che esistono archetipi “elementari” e archetipi “composti”.

Gli archetipi “elementari” rappresentano i “mattoni” con cui è possibile creare qualsiasi costruzione, ossia gli archetipi “composti” .

Hai presente il gioco per bambini noto come “LEGO”. È un gioco in cui si forniscono al bambino piccoli pezzi con forme varie. Ogni pezzo possiede la caratteristica di potersi unire con gli altri pezzi. Puoi costruire con i pezzi tutto quello che vuoi, il limite è la tua intelligenza. Gli archetipi elementari sono i singoli pezzi, quello che costruisci è l’archetipo composto. La costruzione ovviamente avviene nel “mondo degli archetipi”.

Nella manifestazione gli archeboli elementari sono in relazione con gli archetipi elementari e gli archeboli composti sono in relazione con gli archetipi composti.

Ad un archetipo possono corrispondere molteplici archeboli, così come ad un archebolo possono corrispondere differenti simboli. Ogni simbolo inoltre presenta sempre due versi, per cui può indicare, variando il tempo e lo spazio, due archetipi opposti, cioè i simboli (e quindi gli archeboli) non sono atemporali e aspaziali.

<Non ho capito molto!>

Non ti preoccupare, ti sarà tutto più chiaro in seguito. Per il momento, l’importante è ricordare che

l’ARCHETIPO è assoluto, mentre l’archebolo o il simbolo è, sempre e comunque, soggettivo e relativo, ma mai arbitrario.  [F.A.K.T.]

L’archetipo, a meno che non ci sia confusione, è quasi sempre espresso con termini scritti in lettere maiuscole, ad esempio volendo indicare l’archetipo-uomo posso fare uso del termine “UOMO” (in maiuscolo per l’appunto), mentre per indicare l’archebolo-uomo del termine “Uomo” oppure “uomo” (tutto in minuscolo, qualora volessi indicare una determinazione specifica dell’Uomo).

Tratto da FAKT, ZERO, INFINITO, PUNTO, UNO, di prossima pubblicazione.


[1] In un gruppo che trattava di psicologia su Facebook ricordo di un iscritto che affermava che l’unico ad aver parlato di “achetipi” fosse stato Jung, quindi l’unica interpretazione che accettava era quella fornita da costui (sic!).

[2] Nel Vocabolario Treccani si legge: «Princìpio s. m. [dal lat. principium, der. di princepscĭpis nel sign. di «primo»: v. principe]. – 1. a. L’atto e il fatto di cominciare, inizio: il p. di una azione, di un’impresa; il p. di una nuova vita; dare p., avviare, intraprendere (l’oratore diede p. al suo discorso; fu allora che l’istituzione diede p. alla sua nuova attività; meno com. avere p., avere inizio: questa storia ebbe p. sei anni fa); l’incidente di frontiera segnò il p. della guerra; iron.: e questo non è che il p.!, alludendo al continuare o all’intensificarsi di un’azione che potrebbe avere conseguenze poco piacevoli per qualcuno; in partic., la fase iniziale di un determinato periodo di tempo, di una stagione, un’età, ecc.: il p. dell’inverno, della primavera; il p. dell’anno (anche assol., nell’espressione augurale buona fine e miglior p.); il p. e la fine di qualcosa; dal p. alla fine, per tutta la durata o l’estensione (ho seguito il tuo discorso dal p. alla fine; è un libro noioso dal p. alla fine). «Primitivo agg. [dal lat. primitivus «primo», der. dell’avv. primĭtus «in primo luogo», der. di primus «primo»]. – 1. Che è relativo a, o proprio di, un periodo di tempo anteriore a quello attuale: egli in se stesso faccendo della sua p. vita comparazione alla presente, se medesimo schernendo ramemora (Boccaccio). Più comunem., proprio del periodo iniziale, delle origini: restituire una costruzione alla sua forma p.; dopo il restauro il quadro ha riacquistato i suoi colori p.; ricondurre una parola al significato p.; il p. nome di Ivrea fu Eporedia
Dalla lettura del significato dei due termini sembrerebbero sinonimi. Personalmente però faccio una leggera distinzione, sostenendo che il termine Principio faccia rifermento ad un “primo” atemporale, mentre il termine Primitivo indica un “primo” temporale, cioè un primo “storico”, ossia “un periodo di tempo anteriore a quello attuale”.

[3] Con terminologia moderna si potrebbe identificare con il “sistema operativo” di un computer.

[4] Per inciso cosmo significa “ordine” ed è composto di archetipi. Mentre il mondo, l’universo, è una rappresentazione del cosmo, è composto di simboli, ed è soggetto all’entropia ossia al disordine, per lo meno così appare ai nostri sensi.

[5] La scienza che si occupa dei segni e del senso da attribuire loro si chiama “semiotica” (dal greco semeion [σημεῖον], appunto “segno”). Anche la “semiologia” (termine composta dal greco semeion [σημεῖον], “segno” e logos [λόγος], “parola”, “discorso”) studia i segni ma, a differenza della semiotica, si occupa prevalentemente di linguaggi verbali, o comunque attribuisce al linguaggio verbale un’importanza centrale. Anche la “semantica” (dal greco semantikos [σημαντικός], “significato”, derivato da sema [σήμα], “segno”), studia il significato dei segni ma con riferimento specifico alla parola scritta, per cui si può dire che è la scienza che si occupa del significato delle parole, delle frasi, dei testi.

[6] Con l’accompagnamento di tutti gli strali del caso da parte di quello che io considero un Maestro e che ha nome G. I. Gurdjieff: «Gli uomini oggi sono in parte consapevoli dell’instabilità del loro linguaggio. Ogni branca della scienza elabora la propria terminologia, la propria nomenclatura, il proprio linguaggio. Nel campo della filosofia, prima di usare una parola si cerca di precisare in che senso essa verrà usata; ma nonostante tutti i tentativi di dare alle parole un significato stabile nessuno finora ci è riuscito. Ogni scrittore si sente obbligato a elaborare la propria terminologia, e a cambiare quella dei suoi predecessori, per poi, alla fine, contraddirsi a sua volta. In breve, ognuno dà il proprio contributo alla confusione generale.»

[7] Anche se così non dovrebbe essere. Il simbolo, in senso stretto, non è una creazione dell’uomo, in quanto è già presente nella manifestazione. Tutto ciò che è manifestato può essere preso come simbolo, purché correttamente compreso. Per non ingenerare confusione, però, ho introdotto di proposito il neologismo “archebolo”.

[8] Presso i Sioux c’è una leggenda che parla di una donna, manifestazione di Wakan-Tanka, che dopo essere rimasta con i Sioux per alcuni giorni, accese la pipa, la offrì prima al Cielo, quindi alla Terra, infine ai quattro venti, poi fece il giro della tenda, secondo il cammino del sole, e lentamente si allontanò dall’accampamento; a breve distanza si voltò e, sotto gli sguardi della tribù, si trasformò in un bianco bisonte.

[9] Una caratteristica assai sorprendente del ramo nordamericano del Sanatana Dharma primordiale è la dottrina dei quattro yuga: l’animale sacro degli Indiani delle praterie, il bisonte, simbolizza il mahâyuga, e ognuna delle sue gambe rappresenta uno yuga. All’inizio di questo mahâyuga il Grande Spirito pose un bisonte all’Ovest per trattenere le acque che minacciavano la terra; ogni anno quel bisonte perde un pelo, e ogni yuga perde un piede. Quando avrà perso tutti i peli e tutti i piedi, le acque sommergeranno la terra e il mahâyuga sarà concluso. L’analogia col toro del Dharma nell’Induismo è notevolissima; a ogni yuga il toro ritira un piede, e la spiritualità perde la sua forza; e ora siamo vicini alla fine del kali-yuga. I Pellerossa tradizionali, al pari degli Indù ortodossi, hanno questa convinzione, che evidentemente è vera nonostante tutto l’ottimismo ordinario del mondo moderno; ma aggiungiamo che la compensazione del nostro tempo assai oscuro è la Misericordia del Santo Nome, come sottolineano il Manava Dharma Shastra, lo Shrimad Bhagavata e altre scritture sacre. [Frithjof Schuon, Il sole piumato, ed. Mediterranee, Roma, pp. 131-132]

[10] C’è un versetto coranico (15,21) che ne costituisce sia il leitmotiv che la spiegazione: «Non c’è cosa di cui presso di Noi non esista il deposito (khazā’in), e noi non la facciamo discendere se non in quantità stabilita». Per il nostro autore e i suoi confratelli il concetto coranico di “deposito”  altro non è se non quello di archetipo. È attraverso un “discesa degli archetipi” dai mondi superiori che bisogna spiegare ogni fenomeno del nostro mondo terrestre, compresi i fenomeni cromatici. [“Prologo” in Henry Corbin, Realismo e simbolismo dei colori nella cosmologia Shī’ita, SE, Milano, 2012]

[11] Nel III secolo Origene (Alessandria d’Egitto, 185 – Tiro, 254) propose la teoria dei quattro sensi per l’interpretazione delle Scritture sacre. LETTERALE (informa sui fatti come si sono svolti), ALLEGORICO (vede la realizzazione delle Scritture nel Cristo), MORALE (indica ciò che si deve fare), ANAGOGICO (orienta verso l’escatologia, la realtà a venire). Duecento anni dopo, Giovanni Cassiano, estende il significato dei quattro sensi alla città santa, Gerusalemme, da intendersi in senso: STORICO (la città degli Ebrei), ALLEGORICO (la Chiesa del Cristo), MORALE (l’anima dell’uomo), ANAGOGICO (la città celeste). Dante Alighieri, nel Convivio, Libro II, Cap. 1, riprende ls teoria dell’interpretazione secondo i quattro sensi per applicarla ad un testo letterario: LETTERALE (quello di superficie, immediato), ALLEGORICO (la verità che si cela dietro l’invenzione poetica, ad esempio Ovidio quando parla di Orfeo che «facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sé muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre),  MORALE (riguardante l’etica, cioè l’insegnamento che si poteva trarre dalla lettura applicabile ai comportamenti), ANAGOGICO (relativo alla dimensione spirituale).



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