𝑪𝒉𝒖𝒂𝒏𝒈 𝑻𝒛𝒖 – 4. 𝑵𝒆𝒍 𝒎𝒐𝒏𝒅𝒐 𝒖𝒎𝒂𝒏𝒐

“𝐷𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑎.” 𝑑𝑖𝑠𝑠𝑒 𝐶𝑜𝑛𝑓𝑢𝑐𝑖𝑜 “𝑇𝑖 𝑑𝑖𝑐𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎…”

“ 𝐷𝑎 𝑚𝑒𝑠𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑏𝑒𝑣𝑜 𝑣𝑖𝑛𝑜, 𝑛𝑒́ 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑜 𝑐𝑎𝑟𝑛𝑒” 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑒 𝑌𝑎𝑛 𝐻𝑢𝑖

“ 𝑃𝑢𝑜̀ 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑑𝑒𝑟𝑎𝑡𝑜 𝑢𝑛 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑜? 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑜𝑓𝑓𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑠𝑎𝑐𝑟𝑖𝑓𝑖𝑐𝑖𝑜, 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒”

“𝑃𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑒𝑑𝑒𝑟𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑠𝑖𝑎 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒?”

“𝑈𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑙𝑎 𝑡𝑢𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎̀. 𝑁𝑜𝑛 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑜𝑟𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜, 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒.

𝐴𝑛𝑧𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑖𝑜 𝑣𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒. 𝐿’𝑜𝑟𝑒𝑐𝑐ℎ𝑖𝑜 𝑠𝑖 𝑓𝑒𝑟𝑚𝑎 𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑜, 𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑖 𝑓𝑒𝑟𝑚𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑟𝑒𝑠𝑒𝑛𝑡𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒.

 ð¼ð‘™ 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑖𝑜 𝑣𝑖𝑡𝑎𝑙𝑒 𝑒̀ 𝑣𝑢𝑜𝑡𝑜 𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑎. 𝐼𝑙 𝑇𝑎𝑜 𝑠𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑣𝑢𝑜𝑡𝑜.

𝐼𝑙 𝑣𝑢𝑜𝑡𝑜, 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑒̀ 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑔𝑖𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒.”

“𝐺𝑙𝑖 𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑜𝑛𝑡𝑎𝑔𝑛𝑎 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖 𝑛𝑒𝑚𝑖𝑐𝑖;

𝑖𝑙 𝑔𝑟𝑎𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑜𝑟𝑐𝑖𝑎 𝑎𝑙𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑖𝑙 𝑓𝑢𝑜𝑐𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑜 𝑏𝑟𝑢𝑐𝑖𝑎;

𝑙’𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑛𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑠𝑐𝑜𝑟𝑡𝑖𝑐𝑎𝑡𝑜

𝑝𝑒𝑟 𝑣𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑐𝑜𝑟𝑡𝑒𝑐𝑐𝑖𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑒𝑠𝑡𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒;

𝑙’𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑙𝑎𝑐𝑐𝑎 𝑓𝑎 𝑠𝑖̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑙’𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑑𝑢𝑐𝑒 𝑣𝑒𝑛𝑔𝑎 𝑡𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑜.

𝑇𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑙’𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑢𝑡𝑖𝑙𝑒,

𝑚𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒 𝑙’𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑖𝑛𝑢𝑡𝑖𝑙𝑒.”

 

“Il Vuoto, questo è il digiuno della mente”. Giusto meditare su questa frase dell’introduzione di questo capitolo.

In questo quarto capitolo Zhuang Zi affronta il non facile percorso dell’essere taoista nel mondo dell’uomo, soprattutto nei tempi in cui il Tao non è riconosciuto dagli uomini.

Innanzitutto Zhuang Zi scomoda Confucio in questa storiella. Ma attenzione, non mescoliamo il Confucianesimo con il Taoismo. Il Confucianesimo è una corrente filosofica quasi complementare, per così dire al Taoismo. Nel Confucianesimo ci si occupa del lato mondano, del governare, del rapporto tra uomo e società, dell’etica e della pratica. Il Confucianesimo ha un substrato umanistico profondo ma sul versante del momento essenzialmente profano. Essa è quindi la filosofia dell’attività e del momento in cui l’uomo è integrato e immerso nel mondo umano.

Al contrario il Taoismo è una filosofia naturalistica, che mette il filosofo in ascolto con sé stesso, il suo mondo interiore e la natura. Tocca alcuni punti del confucianesimo, come l’arte del buon governo, ma lo fa sempre da una posizione esterna e mai fondamentale, centrale. Esso è la filosofia del momento Sacro ed è per la persona che, stanca del vissuto nel mondo profano, vuole ritirarsi dal mondo dell’uomo per approfondire i suoi aspetti più sottili e mistici.

Perché quindi scomodare Confucio come il maestro in questo 4 capitolo?

Per 2 motivi: il primo è appunto che questo capitolo tratta del mondo dell’uomo, un tema centrale del Confucianesimo. Il secondo è per la regola dell’impersonalità. Nel Tao, come anche nei RosaCroce, e gli Alchimisti europei, vige la regola che qualsiasi testo venga scritto debba essere considerato come originato dall’egregore dell’Ordine piuttosto che dallo scrittore stesso. Sono infatti quasi tutti firmati con ‘Anonimo’ o pseudonimi. Similmente, nei capitoli del Zhuang Zi, ecco che a parlare è a volte lui stesso, a volte il macellaio Ding, altre volte Confucio oppure altri vari personaggi. Il testo ci parla quindi indirettamente anche di questi aspetti non secondari, insegandoci la regola dell’impersonalità come strumento per andare oltre il senso dell’ego e dell’importanza di sé stessi.

Entriamo ora nel testo di questo capitolo.

Il capitolo inizia con Confucio che dissuade un suo discepolo, Yan Hui, dall’andare a fare da consigliere al Principe di Wei, dalla condotta sconsiderata. Leggendo si entra in un discorso articolato. Per consigliare gli altri, il testo ci insegna ad aver innanzitutto completato il proprio percorso di studioso.

Ecco un passaggio chiave: “Predicare a forza benevolenza, giustizia ed etica a quell’uomo violento vuol dire servirti della sua malvagità per far risaltare la tua bontà. Questo è detto ‘dissodare gli esseri umani’, e chi ‘dissoda’ gli altri verrà da essi a sua volta ‘dissodato’. Questo è ciò che ti accadrà.”

Un passaggio profondo filosoficamente, dove la forza del taoismo è assolutamente esente da falsi o veri moralismi e vari approcci etici. Ecco una differenza chiave con molte filosofie contenenti morale ed etica. Nel Taoismo non c’è la volontà di voler rendere il mondo o le persone migliori, non c’è, come abbiamo già visto, un anelito di evangelizzazione attraverso la filosofia e il filosofo stesso. Nel Tao l’unica persona su cui lavorare (aggiungerei: senza volerla migliorare) è il filosofo stesso, e il mondo che gli gira attorno è solo un tramite nel suo percorso, ma sempre visto in chiave introspettiva.

Yan Hui, incalzato dalle domande del maestro, espone diversi possibili approcci per migliorare il principe, e Confucio gli mostra come ognuno dei suoi metodi sia destinato al fallimento. Alla fine, quando Yan Hui non ha più altre strade, Confucio gli mostra una possibilità: “Digiuna! Ti dirò cosa significa. Esserci e agire, pensi sia facile? Con questo il cielo luminoso non è in accordo. (…) Unifica la tua volontà. Ascolta con il soffio vitale” E Yan Hui, cominciando a capire: “Se Hui ancora non è arrivato a fare uso di questo digiuno è per via della sua identificazione con il proprio io?”

Entriamo qui nel verso più rivelatore del capitolo, l’insegnamento su come educare una persona che non vuole imparare e che ha potere su di noi:

“Ti dirò come penetrare le difese del principe evitando di ferire la sua reputazione…”

Quante volte ci siamo trovati in questa situazione? Parenti, figli, sul lavoro, con alcuni amici… una delle sfide più difficili: la vita ci pone in una posizione dove possiamo aiutare qualcuno, ma la persona non vuole essere aiutata, per i motivi più disparati, mancanza di ascolto, chiusura (emotiva od intellettuale), ego, paura ad aprirsi…

“Se ti accoglie, puoi cantare la tua canzone. Se non ti lascia entrare fermati.”

In queste poche parole c’è tutto quello che serve. Su questa frase gira tutto il capitolo. Aiuta quando la persona ti apre le sue porte. Ma fermati quando essa le ha chiuse. È un gioco di equilibri, di ascolto, di empatia. Di pazienza. Di tempi perfetti.

E qui l’arte è capire proprio i tempi del nostro ‘Principe di Wei’, sentire momento per momento la sua predisposizione d’animo. Agire quando è aperto e fermarsi e portare pazienza quando non lo è. Sembra facile scrivendolo o leggendolo. Diviene invece un’arte quando siamo nella vita reale e spesso siamo anche coinvolti emotivamente. Eppure, in questa frase c’è tutto quanto dobbiamo sapere. Il resto non è meno importante, ma viene solo dopo questa comprensione che è il perno dal quale si dipana tutto il resto.

A questo punto il testo torna sulla necessità di essere centrati sul Tao quando è il momento di agire. Ecco un passaggio in questa parte:

“Hai udito parlare della conoscenza acquisita mediante la conoscenza, ma non ancora della conoscenza acquisita mediante la non conoscenza. Penetra il segreto di quella stanza chiusa, la camera vuota in cui si genera la luce!”

Do qui la mia personale interpretazione di queste 2 frasi ermetiche. Nella prima vi è forte il richiamo alla filosofia Socratica del “Sapere di non sapere”. Questo concetto è espresso esplicitamente, oltre che in Socrate, anche nel capitolo 71 del Tao The Ching. Data la sua brevità (e bellezza) vediamolo per intero:

“Sapere che non si sa è la cosa migliore.

Non sapere di non sapere è una malattia.

In verità, solo chi vede la malattia come una malattia

Può evitare la malattia.

Il saggio non è malato,

Perché vede la malattia come una malattia.

Quindi non è malato.”

Nel Tao la vera conoscenza parte dal comprendere che la si può acquisire non attraverso il sapere del mondo degli uomini, ma attraverso l’intuizione che nasce direttamente da noi stessi. Questa è la non-conoscenza a cui si fa qui riferimento.

La seconda frase è più enigmatica, si potrebbe pensare ad un richiamo all’intelligenza cardiaca che viene direttamente dal cuore attraverso tecniche di alchimia interiore, una materia sicuramente molto praticata dai taoisti. L’intelligenza cardiaca, o intelligenza del cuore, è un tema trattato e studiato in diverse scuole misteriche, e quindi non c’è da stupirsi che anche il Tao, senza parlarne esplicitamente in un testo essoterico, ne faccia menzione. Sull’intelligenza del cuore, e come essa sia collegata, attraverso l’intuizione, a tutta la conoscenza universale, ecco un passaggio di una delle più studiate Upanishad, la Chandogya: “Vasto come questo spazio esterno è il minuscolo spazio dentro al nostro cuore: in esso si trovano il cielo e la terra, il fuoco e l’aria, il sole e la luna, la luce che illumina e le costellazioni, qualunque cosa quaggiù vi appartenga e tutto ciò che non vi appartiene, tutto questo è raccolto in quel minuscolo spazio dentro al vostro cuore”.

Gli studi delle neuroscienze di questi ultimi decenni hanno ormai dimostrato come nel cuore (e nella pancia) vi siano neuroni e neurotrasmettitori, argomento affascinante che possiamo solo accennare per motivi di spazio.

Il testo, cambiando personaggio e situazione, a questo punto entra in un altro tema interessante, la capacità di non avere attaccamento emotivo verso l’esito delle nostre azioni. Un tema trattato approfonditamente anche nella Bhagavad Gita.

Un altro discepolo di Confucio, Zigao, chiede al maestro come riuscire ad essere un ambasciatore senza sofferenza e preoccupazione nel compito che gli spetterà a breve. Per quanto Zigao abbia chiaro che tutto avviene nel Tao egli è preoccupato per l’esito positivo della sua prossima missione da ambasciatore.

Confucio risponde: “Nel mondo ci sono 2 grandi regole: una è fato, l’altra è dovere”.

Zhuang Zi spiega come alcune situazioni ci vengano direttamente dal Tao attraverso il destino e come altre ci vengano attraverso le nostre scelte personali, ossia il dovere che deriva dalle situazioni nelle quali noi stessi ci siamo posti (un velato accenno al libero arbitrio?).

“L’amore nei confronti dei Genitori è fato. Il servizio di un ministro nei confronti del suo sovrano è dovere.”

Egli spiega quindi a Zigao come porsi nei confronti di queste 2 regole: “Riguardo alla propria mente, non lasciare che sia turbata da gioia e tristezza, riconoscere ciò che non possiamo cambiare e accettarlo come fato, questo è il culmine della virtù. (…) Se agisci come la situazione richiede, senza darti pensiero per te stesso, troverai forse il tempo per amare la vita e odiare la morte? Vai dunque in questo spirito.”

Incredibilmente simile alla risposta di Krishna ad Arjuna nella Bhagavad Gita. Il Cap 18 verte tutto su questo insegnamento e sulle conseguenze che seguono le azioni fatte. Come Zhuang Zi, Krishna è esplicito e non da adito a dubbi. Riporto solo un paio di versi:

“1 Arjuna disse: Parlami, o Krishna, dell’effettiva distinzione tra la rinuncia (astensione dall’azione) e la rinuncia ai frutti dell’azione (arresa).

2 Krishna disse: Il sapiente (colui che pratica la sapienza come conoscenza dalla radice mentale) considera come rinuncia l’astensione dall’attività ispirata da desideri (egoistici), mentre il saggio (colui che è in armonia con il Brahman) considera come rinuncia l’abbandono dei frutti dell’azione (ovvero di ogni aspettativa di ricompensa per le azioni compiute).”

Vi sono quindi altri insegnamenti, per così dire più pratici, per aiutare a districarsi nel mondo degli uomini. Ne cito alcuni:

“Quando le 2 parti (colui che parla con colui che ascolta) sono compiaciute vi è un eccesso di positività. Quando le 2 parti sono adirate vi è un eccesso di negatività. Nelle faccende umane ogni esagerazione è pericolosa.” Insegnamento pratico che spesso molti non focalizzano, ma che con la dovuta presenza di spirito può invece tornare molto utile.

“Le gare di forza e abilità solitamente cominciano nello spirito yang, ma alla fine prevale lo yin ed emergono i comportamenti scorretti” Un invito alla prudenza e moderazione nei rapporti umani.

“Quando un contendente si sente con le spalle al muro, inevitabilmente ricorre a mezzi sleali, senza neanche sapere perché lo fa.” Un invito a non mettere mai le persone in situazioni troppo difficili per evitarne le reazioni imprevedibili.

Vi è poi un accenno alla necessità della pazienza sia nell’azione che, soprattutto, nell’elaborazione di una strategia: “Premere per una rapida risoluzione è pericoloso. L’elaborazione di una buona soluzione richiede tempo. Una volta che una cattiva soluzione è stata adottata è troppo tardi per cambiarla. Puoi permetterti di essere imprudente?”

Tra gli altri un richiamo alla giusta via di mezzo: “Chi alleva una tigre non osa nutrirla con animali vivi, per timore di eccitarne la furia nell’uccidere, né osa darle pezzi di carne per timore di eccitarne la furia nello sbranare. Regola l’orario dei pasti in modo da tenere sotto controllo la mente feroce della tigre.”

Vi sono alla fine 3 pagine di racconti riguardo alla ‘utilità dell’inutilità’, un concetto tipicamente Tao.

Zhuang Zi vuole qui fare un richiamo alla necessità che i saggi debbano tenere uno stato riservato e modesto nel mondo degli uomini, nei tempi in cui non possono essere capiti i loro insegnamenti. Il racconto dell’albero, che non viene tagliato poiché non ha alcuna utilità pratica il suo legno, è il momento centrale di questa parte.

“Ora che sono quasi giunto al fine della mia vita, ci sono riuscito. La mia inutilità mi è molto utile. Se fossi stato utile, come avrei potuto raggiungere queste dimensioni?” Ecco l’albero inutile che mostra l’utilità nel non poter interagire in alcun modo col mondo degli uomini.

La conferma di questo atteggiamento è in una frase alla fine del capitolo che risulta fin troppo esplicita: “Quando il mondo ha il Tao, il saggio può realizzare la sua opera; quando il mondo non ha il Tao il saggio può solo preservare la sua vita. (…) Basta, basta cercare di influenzare gli esseri umani per mezzo della virtù!””

Il saggio taoista, nei tempi il cui Tao non è capito dal mondo degli uomini, deve quindi avere un profilo basso, essere prudente e paziente. Solo quando il Tao tornerà ad essere il perno della vita umana, egli potrà tornare attivo e compiere la sua opera.

Un capitolo, a differenza del precedente, articolato e con molti insegnamenti pratici. Non possiamo che ringraziare Zhuang Zi, per queste perle così diverse fra loro.

Autore: Federico Gualdi. Seguimi su Facebook