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Dopo i primi 2 capitoli che ci hanno introdotto ai concetti filosofici fondamentali del Tao, ecco un capitolo che tratta i risvolti pratici del vivere nel Tao.
In questo capitolo, che è corto, e presto capiremo perché, Zhuangzi ci parla del famoso Wei Wu Wei, azione non-azione (o agire senza agire), da alcuni erroneamente chiamato solo Wu Wei, cioè non-azione (non-agire), erroneamente perché fuorviante come vedremo presto.
Cominciamo subito col dire che questo concetto è molto utile e lontano intellettualmente a noi occidentali.
Nella nostra cultura l’uomo forte e vincente è colui che sfida il destino, colui che riesce a piegare, con la sua forza (Diomede), col suo ingegno (Ulisse), con la sua divinità (Achille) il fato e il volere degli dei. In ogni caso, che si tratti di forza, ingegno o talento, l’uomo lotta e deve lottare per avere successo. Questo ci viene insegnato fin da piccoli. Ariosto ci insegna che gli uomini sono come navi nel mare, preda dei venti, delle tempeste, soggetti alla deriva, solo gli eroi sono coloro che riescono a navigare, a volte usando la corrente, a volte remando controcorrente, solo essi riescono ad approdare al porto desiderato.
Tutto il nostro concetto occidentale di uomo forte si basa su questa idea, sulla capacità di dominare e asservire la natura, gli altri esseri viventi, inclusi gli uomini, e le forze dell’universo. È un argomento interessante che pone il punto su una differenza sostanziale tra occidente e oriente sul versante filosofico.
Ding il cuoco, spiega al suo principe l’arte dell’azione nel Tao. Egli all’inizio vedeva il bue, (il mondo delle 10.000 cose) e poiché non sapeva tagliarlo bene, il coltello doveva essere affilato spesso, una volta al mese. Tagliare incontrando ossa, legamenti e articolazioni, come ben sappiamo, ci rovina la lama, questo è l’agire dell’uomo comune nel mondo, cercando di non seguire la corrente del Tao. Per questo il nostro coltello deve essere affilato nuovamente e spesso. Ma a poco a poco il cuoco comincia a non vedere più il bue per ciò che appare nel mondo, incomincia a percepirlo per ciò che è nel mondo dello Spirito. Egli si armonizza sempre più con esso su piani più sottili ed ecco che il nostro coltello deve essere affilato 1 sola volta all’anno.
In questa fase il cuoco non è ancora immerso completamente nel Tao, ma sta percorrendo il percorso e ne vede i frutti tangibili. Capisce che tagliare solo la carne è la cosa giusta, e dove ci sono parti più dure e comunque non adatte ad essere tagliate, egli si deve fermare e passare oltre senza intervenire.
Questo è un processo di comprensione e di consapevolezza molto sottile, in quanto si possono leggere tutti i libri di anatomia e conoscere nei minimi dettagli la costituzione dell’animale, ma questo non farà mai di noi un ottimo macellaio. E parimenti non farà di noi un ottimo cuoco neanche il continuare a macellare buoi come si è sempre fatto.
Per diventare il cuoco Ding è necessario unire la pratica continua con una consapevolezza di cosa significhi tagliare la carne nella sua dimensione più profonda, ossia fare di ciò che facciamo un’arte, anche quando essa non appare come arte…come nel caso del macellaio che taglia la carne.
Ecco perché Zhuangzi sceglie il cuoco e il taglio della carne: essere immerso nel Tao non significa essere un asceta che filosofeggia e si cura di calligrafia o musica in una grotta lontana, rimanendo staccato dalle difficoltà della vita del mondo materiale. Qui vi è una differenza sostanziale tra il monaco Tao e il “Sanyasi” o asceta indiano: il primo può vivere sia isolato che nel mondo senza alcuna particolare preferenza, egli si lascia guidare dalla vita ovunque essa lo porti, il Sadhu invece pratica la rinuncia “attiva” e vivendo nella foresta in piena povertà rifiuta ogni parte del mondo che possa essere per lui fonte di attaccamento o distrazione materiale.
Zhuang Zi ci mostra come il Tao abbia delle connotazioni molto specifiche che rendono unico questo approccio mistico-filosofico verso la vita, sia rispetto all’occidente che all’India stessa.
Essere veramente un praticante Tao significa essere in grado di vivere nel mondo delle 10.000 cose e riuscire a rimanere immersi e imperturbati nel Tao, qualsiasi cosa ci chieda di fare, dal grande diplomatico o persino re (come Marco Aurelio, che nella sua scelta di diventare imperatore controvoglia ha sicuramente fatto un gesto di accettazione nel Tao) fino all’ultimo mendicante della strada.
Zhuang zi sceglie dunque un macellaio volutamente, come sempre col suo divertente senso del paradosso e dello humor. Il Macellaio insegna al Principe. Spesso nello Chuang Tzu i ruoli si invertono.
Cosa è dunque il wei wu wei? Non è, come molti intendono, soprattutto in occidente, la “non azione”, cioè l’astenersi dall’agire, questa è una lettura semplicistica che pone molti occidentali nella comoda situazione di passare da una smodata iperattività ad una altrettanto sbagliata ipoattività.
L’azione non azione è bensì l’agire in conformità piena al Tao. Quando si è completamente immersi nel Tao e ci si lascia andare alla sua corrente in piena arrendevolezza e grazia, ecco che esso ci fa “cantare” proprio come i tronchi della foresta che abbiamo visto nel secondo capitolo. Quando avviene questo, nello Spirito del Tao, si compie la “azione non azione”.
L’azione non azione è quindi azione, chiariamolo, ma essa non è guidata dalla nostra singolarità, dalla nostra presenza nel mondo.
Il monaco Tao si svuota della propria singolarità quando agisce nell’azione non azione. Ritengo il termine ego fuorviante in questa trattazione poiché si dà ad esso un’accezione negativa, mentre in questo contesto non si vuole dare un giudizio sull’essere singolo in sé, ma si vuole semplicemente intendere che nel Tao l’essere entra in ascolto e armonia con l’intero universo e quindi non solo l’ego, ma tutta la sua singolarità viene ad essere trascesa.
Questo ulteriore passaggio è importante per capire dove la filosofia Tao ci vuole portare, altrimenti, rimanendo alla sola (e solita) necessità di trascendere il livello dell’ego, faremmo comunque una scelta attiva, utilitaristica e quindi, infine, personale, e questo non sarebbe wei wu wei.
Nel wei wu wei del Tao questo discorso, questa lotta verso l’ego, è assente, qui si va oltre tutta la singolarità, non solo in fase negativa ma anche positiva (gli eroi occidentali).
Spero di aver reso con la dovuta sintesi questo aspetto non di poco conto.
Abbiamo già visto infatti (sempre nel Cap 2) come nel Tao il concetto di giusto o sbagliato, in contrapposizione al confucianesimo, è considerato come un basso livello di comprensione del mondo.
Nel wei wu wei, entrando completamente nel Tao e divenendo il Tao noi stessi, entriamo nel flusso della vita, nel flusso dell’universo e respiriamo con esso.
Quiete della mente, apertura allo Spirito dell’universo, arrendevolezza, fiducia, grazia, presenza nel momento. Raggiungendo tutto questo, le nostre azioni sorgeranno spontaneamente in noi senza alcuno sforzo, esse ci dirigeranno dove il Tao ci vuole portare e la nostra visione di ciò che accade e ci accade diverrà sempre più chiaro e acuto. E tutto questo non solo ci permetterà di vivere senza combattere e senza sforzo, ma ci arricchirà interiormente di una energia vivificante dato che vivere in armonia col Tao significa raccogliere la forza della sua corrente.
Arriveremo inoltre all’assenza di giudizio.
Ecco che noi occidentali rimaniamo spiazzati. Ci è stato insegnato di lavorare duro, essere ambiziosi, che il successo è nel conquistare e controllare, analizzare; tuttavia sappiamo bene come molti di noi soffrono di depressione, ansietà, iperemotività e insonnia.
Può essere lo studio, e soprattutto la pratica del Tao una risposta a tutto questo?
Confondiamo la passività con la pigrizia? La gentilezza con la paura? L’astensione dal parlare e l’ascolto con la mancanza di idee?
Crediamo che i risultati del nostro mondo provengano unicamente dalle nostre azioni, e questo genera in molti di noi un esagerato senso di responsabilità. Ma ad un esame attento, la maggior parte di ciò che avviene è formato da un insieme di forze, e molte di queste non sono in nostro controllo e spesso non sarebbe necessario preoccuparsi eccessivamente di ciò che il più delle volte avviene in modo naturale.
Certo, il nostro esserci non va annullato, ma esso va posto nella giusta ottica e dimensione attiva. L’uomo non necessita di intervenire sempre e in modo invasivo per far avvenire le cose, anzi spesso la natura vede e provvede, semplicemente, portando le cose nella giusta direzione.
Eccoci di fronte al flusso del fiume: possiamo decidere di nuotare contro la corrente, possiamo decidere di rimanere aggrappati a qualche ramo, o possiamo decidere di lasciarci andare…dolcemente…con la corrente.
Siamo stati programmati per nuotare spesso controcorrente, a volte inconsapevolmente, in un trionfo dell’ego che porta allo sfinimento e all’incomprensione di cosa sia la nostra vita e la nostra missione nel Tao stesso. Perché nuotare controcorrente o rimanere aggrappati non ci permette di capire la forza del Tao e tantomeno il nostro ruolo e potenzialità in esso.
A prescindere dal Tao, l’uomo infatti non controlla quasi nulla nella sua vita, nonostante il suo incessante agire attivo: non controlla la salute del proprio corpo, non controlla gli uomini, neppure i più vicini, non controlla l’esito delle sue azioni, non controlla il futuro, persino di chi si innamora e da chi è attratto. Non è buffo tutto questo affannarsi alla luce di queste considerazioni?
Fluire nel fiume ci permette invece di allinearci spontaneamente con il corso degli eventi, non vi è resistenza, e l’azione diviene non azione poiché sorge spontaneamente senza la nostra volontà. Ecco che è proprio l’acqua di questo fiume, dove vive il grande pesce Kun, che ci dà l’azione, la sua azione da compiere. L’acqua ci fa da maestra nel fiume, essa è umile e si adatta senza alcun problema al corso del fiume, porta nutrimento a tutte le creature e non compete con nessuna di esse, si raccoglie in posti nascosti per poi riemergere prepotentemente, essa non ha obiettivi, desideri o mete…essa fluisce instancabilmente dove la porta il letto del fiume e così essendo essa rappresenta il Tao stesso.
Quando siamo immersi in essa e ci lasciamo fluire, ci liberiamo dalla pressione, dall’ansietà del risultato, dagli insuccessi del passato, dalla paura del futuro.
Siamo solo noi con ciò che viviamo, e l’unica dimensione temporale che percepiamo è il presente, il fluire presente con il suo profumo naturale e lento.
Riusciamo a lasciar andare…lasciar andare, tutto… noi stessi, la vita che fluisce, il vento, il brusio del mondo…non vi è attaccamento, preoccupazione, futuro, passato…non vi è altro che pura percezione della coscienza e del mondo… e in questo stato viviamo senza esitazione la pienezza dell’essere, in semplicità, armonia.
Questo è il Tao, nell’azione non azione, nel fiume del pesce Kun.
Buon viaggio, maestro macellaio.
 

Autore: Federico Gualdi. Seguimi su Facebook