๐‘ช๐’‰๐’–๐’‚๐’๐’ˆ ๐‘ป๐’›๐’– ๐’–๐’ ๐’„๐’‚๐’‘๐’๐’๐’‚๐’—๐’๐’“๐’ ๐‘ป๐’‚๐’ – 2. ๐‘บ๐’–๐’๐’โ€™๐’–๐’ˆ๐’–๐’‚๐’ˆ๐’๐’Š๐’‚๐’๐’›๐’‚ ๐’…๐’Š ๐’•๐’–๐’•๐’•๐’† ๐’๐’† ๐’„๐’๐’”๐’†

๐ฟ๐‘Ž ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘ ๐‘๐‘’๐‘›๐‘ง๐‘Ž ๐‘‘๐‘’๐‘”๐‘™๐‘– ๐‘Ž๐‘›๐‘ก๐‘–๐‘โ„Ž๐‘– ๐‘ ๐‘– ๐‘ ๐‘๐‘–๐‘›๐‘”๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘™๐‘œ๐‘›๐‘ก๐‘Ž๐‘›๐‘œ.

๐น๐‘–๐‘› ๐‘‘๐‘œ๐‘ฃ๐‘’ ๐‘ ๐‘– ๐‘ ๐‘๐‘–๐‘›๐‘”๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž? ๐น๐‘–๐‘›๐‘œ ๐‘Ž ๐‘Ÿ๐‘–๐‘ก๐‘’๐‘›๐‘’๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘™๐‘’ ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘’ ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘’๐‘ ๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ.

๐‘„๐‘ข๐‘’๐‘ ๐‘ก๐‘Ž ๐‘’ฬ€ ๐‘™๐‘Ž ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘ ๐‘๐‘’๐‘›๐‘ง๐‘Ž ๐‘ ๐‘ข๐‘๐‘Ÿ๐‘’๐‘š๐‘Ž, ๐‘Ž ๐‘๐‘ข๐‘– ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘ฃ๐‘– ๐‘’ฬ€ ๐‘›๐‘ข๐‘™๐‘™๐‘Ž ๐‘‘๐‘Ž ๐‘Ž๐‘”๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘›๐‘”๐‘’๐‘Ÿ๐‘’.

๐‘ƒ๐‘œ๐‘– ๐‘ฃ๐‘’๐‘›๐‘›๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘™๐‘œ๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘๐‘Ÿ๐‘’๐‘‘๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž๐‘›๐‘œ ๐‘Ž๐‘™๐‘™โ€™๐‘’๐‘ ๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘’๐‘›๐‘ง๐‘Ž ๐‘‘๐‘’๐‘™๐‘™๐‘’ ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘’, ๐‘š๐‘Ž ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘๐‘๐‘–๐‘Ž๐‘ฃ๐‘Ž๐‘›๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘“๐‘–๐‘›๐‘– ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’.

๐‘ƒ๐‘œ๐‘– ๐‘ฃ๐‘’๐‘›๐‘›๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘™๐‘œ๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘๐‘๐‘–๐‘Ž๐‘ฃ๐‘Ž๐‘›๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘“๐‘–๐‘›๐‘– ๐‘“๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘™๐‘’ ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘’, ๐‘š๐‘Ž ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘Ÿ๐‘–๐‘๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘ ๐‘๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž๐‘›๐‘œ ๐‘™โ€™๐‘’๐‘ ๐‘–๐‘ ๐‘ก๐‘’๐‘›๐‘ง๐‘Ž ๐‘‘๐‘’๐‘™ ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘ ๐‘ก๐‘œ ๐‘’ ๐‘‘๐‘’๐‘™๐‘™๐‘œ ๐‘ ๐‘๐‘Ž๐‘”๐‘™๐‘–๐‘Ž๐‘ก๐‘œ.

๐‘„๐‘ข๐‘Ž๐‘›๐‘‘๐‘œ ๐‘ ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘œ ๐‘–๐‘™ ๐‘”๐‘–๐‘ข๐‘ ๐‘ก๐‘œ ๐‘’ ๐‘™๐‘œ ๐‘ ๐‘๐‘Ž๐‘”๐‘™๐‘–๐‘Ž๐‘ก๐‘œ, ๐‘–๐‘™ ๐‘‡๐‘Ž๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘›๐‘๐‘–๐‘œฬ€ ๐‘Ž ๐‘‘๐‘’๐‘๐‘™๐‘–๐‘›๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’.

๐‘„๐‘ข๐‘Ž๐‘›๐‘‘๐‘œ ๐‘–๐‘™ ๐‘‡๐‘Ž๐‘œ ๐‘๐‘œ๐‘š๐‘–๐‘›๐‘๐‘–๐‘œฬ€ ๐‘Ž ๐‘‘๐‘’๐‘๐‘™๐‘–๐‘›๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’, ๐‘™โ€™๐‘Ž๐‘ก๐‘ก๐‘Ž๐‘๐‘๐‘Ž๐‘š๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘œ ๐‘‘๐‘–๐‘ฃ๐‘’๐‘›๐‘›๐‘’ ๐‘๐‘œ๐‘š๐‘๐‘™๐‘’๐‘ก๐‘œ.

๐‘€๐‘Ž ๐‘ฃ๐‘– ๐‘ ๐‘œ๐‘›๐‘œ ๐‘ฃ๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘š๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’ ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘๐‘œ๐‘š๐‘๐‘™๐‘’๐‘ก๐‘’๐‘ง๐‘ง๐‘Ž ๐‘’๐‘‘ ๐‘ข๐‘› ๐‘‘๐‘’๐‘๐‘™๐‘–๐‘›๐‘œ ๐‘œ ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘ฃ๐‘– ๐‘’ฬ€ ๐‘›๐‘’ฬ ๐‘๐‘œ๐‘š๐‘๐‘™๐‘’๐‘ก๐‘’๐‘ง๐‘ง๐‘Ž ๐‘›๐‘’ฬ ๐‘‘๐‘’๐‘๐‘™๐‘–๐‘›๐‘œ?

๐‘ˆ๐‘›๐‘Ž ๐‘ฃ๐‘œ๐‘™๐‘ก๐‘Ž ๐‘โ„Ž๐‘ข๐‘Ž๐‘›๐‘” ๐‘โ„Ž๐‘œ๐‘ข ๐‘ ๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œฬ€ ๐‘‘๐‘– ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘“๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘“๐‘Ž๐‘™๐‘™๐‘Ž.

๐ฟ๐‘Ž ๐‘“๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘“๐‘Ž๐‘™๐‘™๐‘Ž ๐‘ ๐‘ฃ๐‘œ๐‘™๐‘Ž๐‘ง๐‘ง๐‘Ž๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘™๐‘–๐‘’๐‘ก๐‘Ž ๐‘’ ๐‘ ๐‘๐‘’๐‘›๐‘ ๐‘–๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘ก๐‘Ž ๐‘’ ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘‘๐‘– ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘โ„Ž๐‘œ๐‘ข.

๐ผ๐‘š๐‘๐‘Ÿ๐‘œ๐‘ฃ๐‘ฃ๐‘–๐‘ ๐‘Ž๐‘š๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘’ ๐‘ ๐‘– ๐‘ ๐‘ฃ๐‘’๐‘”๐‘™๐‘–๐‘œฬ€ ๐‘’ ๐‘ ๐‘– ๐‘Ž๐‘๐‘๐‘œ๐‘Ÿ๐‘ ๐‘’ ๐‘๐‘œ๐‘› ๐‘ ๐‘ก๐‘ข๐‘๐‘œ๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘‘๐‘– ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘โ„Ž๐‘œ๐‘ข.

๐‘‚๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘ ๐‘Ž๐‘๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘๐‘–๐‘ขฬ€ ๐‘ ๐‘’ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘โ„Ž๐‘œ๐‘ข ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘Ž๐‘ฃ๐‘’๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘ ๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘’๐‘ ๐‘ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘“๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘“๐‘Ž๐‘™๐‘™๐‘Ž,

๐‘œ ๐‘ ๐‘’ ๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘“๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘“๐‘Ž๐‘™๐‘™๐‘Ž ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘ ๐‘ก๐‘Ž๐‘ฃ๐‘Ž ๐‘ ๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘Ž๐‘›๐‘‘๐‘œ ๐‘โ„Ž๐‘œ๐‘ขโ€ฆ

Il secondo capitolo del Chuang Tzu tratta un argomento importante e complesso. Chi si vuole avventurare nella vera Filosofia, quella della Vita, non quella sofista delle disquisizioni erudite, prima o poi si imbatte in questo tema cosรฌ sfuggente ma necessario.

รˆ il tema del Linguaggio.

Il Linguaggio, che non รจ da intendersi nel solo ambito delle parole e del linguaggio umano, รจ il modo col quale lโ€™universo si pone in relazione con sรฉ stesso. Vi sono infiniti linguaggi, infiniti parlanti e infiniti ricettori. Lโ€™ermeneutica si occupa di tutto questo e oggi, ancora oggi, uno dei problemi fondamentali dellโ€™umanitร  รจ comprendersi e comprendere ciรฒ che il mondo e la vita ci dice.

Zhuangzi ci pone questo argomento subito, nel secondo capitolo. Ne sono sinceramente rimasto colpito perchรฉ questo tema, soprattutto con lo stile da lui adottato, รจ una montagna non facile da scalare in un percorso come la lettura di un testo filosofico Tao. Zhuangzi, per essere chiari, non la prende alla larga. Va subito al nocciolo della questione e non dร  adito a dubbi. Il tema gli sta quindi a cuore e non vuole dare spazio a fraintendimenti. Spesso lo incontreremo giocare su vari temi, con humor, paradossi, allegorie, toni leggeri.

Qui invece pur sempre in un tono poetico che non gli manca mai, vuole farci capire uno dei capisaldi del Taoismo, ed in fondo leggendo altre opere Tao la cosa รจ in parte chiara anche tramite altri autori, i quali forse perรฒ non sono mai stati cosรฌ espliciti; da questo punto di vista Zhuangzi รจ il piรน essoterico sulla questione del linguaggio.

Cominciamo con la prima storiella del capitolo, della quale prenderรฒ il passo saliente, anche perchรฉ molto bello stilisticamente: โ€œIl respiro della Terra รจ il vento. A volte riposa, ma quando si sveglia, 10.000 bocche gridano furiosamente. Hai mai sentito lโ€™urlo del vento? Nelle foreste montane ci sono alberi immensi, con una circonferenza di cento braccia, con aperture e cavitร  come nasi, come bocche, come orecchi, come tazze, come mortai, come pozzi, come laghi. Quando il vento soffia, tutte queste aperture urlano, sospirano, chiamano, ruggiscono, ululano. Gli alberi piรน esposti intonano un canto. Quelli dietro rispondono. La brezza provoca un sussurro, la tempesta una sinfonia gigantesca. E quando il vento si acquieta, tutte le cavitร  tornano vuote e silenziose. Hai mai visto questa agitazione, questo tremore?โ€

Giร  da questo passo si vede il pensiero sul linguaggio del singolo: una necessitร  promossa da altro. I parlanti sono tutti strumenti attivati dallo spirito del Tao, il vento, per fare la propria parte nella sinfonia del mondo delle 10.000 cose, quasi come esseri inconsapevoli. Le loro cavitร  sono strumenti nelle mani del vento che รจ il vero artefice. E gli alberi, per quanto possano essere maestosi o insignificanti, senza il potere del vento (lo Spirito in termini ermetico-alchemici) non sono che materia inerme.

Il Maestro ci introduce al discorso ricordandoci che colui che parla, in ognuno di noi, non รจ lโ€™ego. Lโ€™ego mentale รจ solo lo strumento, ma la scintilla e la forza provengono dal Tao che tutto compie.

Poco piรน avanti Zhuangzi accentua la sua visione divenendo esplicito su come il linguaggio, e tutto ciรฒ che esso sottintende possa divenire un giogo pericoloso per le persone che non hanno consapevolezza del Tao e divengono schiavi delle proprie idee, le quali invece dovrebbero essere viste con il dovuto distacco e semplice spirito di osservazione: โ€œGiorno dopo giorno il loro (degli uomini) cuore si riempie di conflitti, negligenze, segreti. I piccoli timori creano ansiaโ€ฆSi attaccano alle proprie opinioni come se fossero vincolati da un giuramento. Difendono accanitamente le loro vittorie verbali. E come lโ€™autunno si volge nellโ€™inverno, cosรฌ si indeboliscono e giorno per giorno si consumanoโ€ฆLe loro parole scavano fossati. Il loro cuore si incammina verso la morte e non cโ€™รจ modo di farli tornare alla luce.

Basterebbero questa prima pagina per capire cosa ci vuole dire Zhuangzi sul linguaggio, le idee e il mentale dellโ€™uomo. Per chi se ne ricorda, il mio scritto: โ€œIl mare delle ideeโ€ tratta la stessa tematica.

Tramite il linguaggio Zhuangzi passa quindi a criticare la mente nella sua parte piรน bassa, quella sensoriale ed egoica, artefice, attraverso il linguaggio, dellโ€™atteggiamento dellโ€™uomo in perenne lotta con i suoi simili e la natura: โ€œSe prendi le inclinazioni della tua mente come tuo maestro, chi รจ senza maestro? Che bisogno cโ€™รจ di conoscere i mutamenti della propria mente per avere un maestro? Anche lo stupido ce lโ€™ha. Non conoscere i mutamenti della propria mente e pretendere di conoscere il giusto e lo sbagliato รจ come โ€˜partire per Yue oggi ed esserci arrivato ieriโ€™โ€

In questo passo si pone tutta lโ€™importanza non solo sulla necessitร  di autoconoscersi e analizzarsi, attraverso la consapevolezza e il continuo senso di โ€œpresenza a noi stessiโ€, ma anche di capire che siamo preda continua dei mutamenti della propria mente. Questo sostantivo, mutamenti, non รจ messo lรฌ a caso. Ci dice che non solo siamo preda della mente, ma che essa รจ instabile e nella sua instabilitร  ci porta nel precipizio come โ€œcavalli al galoppo che รจ impossibile fermareโ€. Riconoscere non solo la fallacia della mente inferiore, ma anche la sua mutevole instabilitร  รจ passo necessario allโ€™adepto che vuole distaccarsi dal contingente e vedere il Tao.

Ed ora, Zhuangzi, in un crescendo rossiniano, attacca, dopo lโ€™uomo comune e la sua mente, direttamente il linguaggio in quanto tale. E in questo passaggio si nota, come poche altre volte nel testo, un leggero senso di sconforto del Maestro. Vediamo:

โ€œLa parola non รจ solo fiato. Colui che parla attribuisce un significato alle parole. Ma il significato รจ sempre indeterminato (notate come qui Zhuangzi รจ netto e categorico su un tema cosรฌ delicato filosoficamente, e anche questo รจ nello spirito taoista). Dunque vi รจ un significato o non vi รจ un significato? Le parole possono essere diverse dal pigolio di un pulcino o non lo sono? Cโ€™รจ un dialogo fra coloro che parlano o non cโ€™รจ?โ€

Francamente cโ€™รจ poco da commentare in questa parte del capitolo, il testo รจ molto diretto ed esplicito.

Si entra poi in una fase ermeneutica del capitolo, molto fine che ho particolarmente apprezzato. Zhuangzi qui dimostra di essere stato un profondo studioso di filosofia al di lร  del Tao e di tutte le principali argomentazioni filosofiche. La proprietร  tecnica con cui affronta il tema ermeneutico รจ di alto livello, soprattutto considerando che scriveva intorno al 300 a.C. Consiglio a tutti coloro che studiano la sola filosofia occidentale, ritenendola lโ€™unica vera degna di studio, di immergersi nel fiume Umiltร  affinchรฉ, uscendone denudati, possano scoprire perle filosofiche in Cina, India e altre parti del mondo.

Vediamo alcuni passi (ma vi consiglio di leggervi tutto il capitolo se amate lโ€™ermeneutica):

โ€œOgni cosa รจ โ€œaltroโ€ e ogni cosa รจ โ€œsรฉ stessaโ€. Ogni cosa รจ sรฉ e altro, ma questa dualitร  รจ invisibile: il sรฉ conosce, ma puรฒ solo conoscere tramite lโ€™altro. Perciรฒ non appena parliamo dellโ€™altro si presenta il sรฉ, non appena parliamo del sรฉ si presenta lโ€™altro. Altro e sรฉ sono i cardini della vitaโ€ฆLโ€™origine dellโ€™affermazione รจ anche lโ€™origine della negazione, lโ€™origine della negazione รจ anche lโ€™origine dellโ€™affermazione. Perciรฒ il saggio non procede in questo modo, ma illumina ogni cosa nella luce della natura. Anche questa cosa รจ unโ€™origine in sรฉ, ma รจ un sรฉ che รจ anche altro, un altro che รจ anche sรฉ.โ€

Zhuangzi ci dice che attraverso il linguaggio, per la sua caratteristica endogena di confinare e separare (il sรฉ dallโ€™altro) non puรฒ portare ad una comprensione veritiera, totale e genuina; col linguaggio e la logica si rimane sempre nella forma dialettica contrapposta. Ecco che il saggio per uscire da questa impasse usa ciรฒ che potrebbe sembrare un artifizio, ma che in realtร  รจ uno svestimento dai canoni del linguaggio stesso: โ€œil saggio non procede in questo modoโ€ (cioรจ argomentando tramite il linguaggio) ed entra nella natura, entra nella luce della natura. Cosa significhi entrare nella luce della natura non viene spiegato, personalmente ritengo che i ricercatori alchemici e quelli cardiaci possano capire bene a cosa si riferisca qui Zhuangzi, e ricordiamo velocemente che le scuole Tao avevano un profondo ramo alchemico, soprattutto interno.

Ritengo il Tao la corrente filosofica orientale piรน vicina alla Rosacrociana occidentale.

รˆ molto bello infine come, dopo aver dato la chiave di soluzione, cioรจ entrare nella Luce della Natura, Zhuangzi ritorna subito dopo sul piano puramente linguistico-dialettico: โ€œAnche questa cosa รจ unโ€™origine in sรฉ, ma รจ un sรฉ che รจ anche altro, un altro che รจ anche sรฉ.โ€. Qui sembra proprio scherzare, usando il classico humor Tao, forse per prendere in giro i sofisti che imperterriti amano passare ore a dibattere anche quando hanno appena avuto davanti la soluzione che ahimรจ, per loro รจ troppo semplice e banale!

Prosegue su questo livello di abbattimento del linguaggio per altre pagine, con alcune frasi degne di nota. Ve ne cito le piรน belle poeticamente o a livello filosofico:

โ€œโ€ฆil parlare non vale quanto la visione illuminata. Usare il linguaggio per indicare lโ€™inadeguatezza del linguaggio non vale quanto usare il non-linguaggio per indicare lโ€™inadeguatezza del linguaggioโ€

Solo col silenzio, o per essere piรน corretti, con lโ€™astensione dal linguaggio si puรฒ capirne lโ€™inadeguatezza per arrivare alla visione illuminata.

โ€œServirsi della parola โ€˜cavalloโ€™ per esprimere il fatto che la parola โ€˜cavalloโ€™ non รจ un cavallo non vale quanto non usare la parola โ€˜cavalloโ€™ per esprimere il fatto che la parola โ€˜cavalloโ€™ non รจ un cavallo. โ€˜Cielo e terraโ€™ รจ solo una parola. Dire โ€˜ la totalitร  degli esseriโ€™ equivale a dire โ€˜cavalloโ€™ โ€œ

In queste frasi si trova tutta la sua ironia tagliente e al contempo la sua luciditร  analitica in chiave ermeneutica. Sicuramente i filosofi teoretici, e i figli di Heidegger o Wittgenstein (in perfetta armonia il suo: Su ciรฒ di cui non si รจ in grado di parlare, si deve tacere) avrebbero pane per i loro denti e riempirebbero intere trattazioni da questo capitolo.

โ€œCosa fa sรฌ che una cosa sia cosรฌ? Il definirla cosรฌ. Cosa fa sรฌ che una cosa non sia cosรฌ? Il definirla non cosรฌ. Perciรฒ tutto รจ, in una certa misura, corretto; tutto รจ, in una certa misura, possibile. Nulla รจ interamente sbagliato, nulla รจ interamente impossibile. Perciรฒ sia che tu prenda un filo dโ€™erba o un pilastroโ€ฆ cose grandi o mostruose, il Tao tutte le unifica. Nella distinzione le cose giungono a compimento e nel giungere a compimento si distruggono, e in realtร  tutte tornano a fondersi nellโ€™Uno.โ€

Il nostro abile filosofo usa la strategia di cambiare vestito ai concetti per riproporceli sotto nuove versioni. In realtร  vediamo il suo lavoro ai nostri fianchi, per convincerci. Del resto lโ€™utilizzo della ripetizione del concetto, sotto diverse prospettive, รจ una tecnica usata da tutti i filosofi in ogni latitudine e tempo.

Ma in Zhuangzi non si puรฒ non apprezzare lโ€™eleganza e la leggerezza di stile, classica del Tao.

Verso la fine di questa parte del capitolo ritroviamo dei concetti ontologici del taoismo, non lasciamoceli sfuggire:

โ€œQuesto qualcosa (il Tao) il saggio lo porta nel suo cuore, mentre la gente discuteโ€ฆcoloro che discutono non lo vedono. Il Tao รจ senza nome, la discussione ultima รจ senza paroleโ€ฆil Tao che si puรฒ mostrare non รจ il Tao, lโ€™argomentazione verbale non dimostra nulla. Questi 5 sono un cerchio che รจ quasi un quadrato( un koan linguistico vero e proprio)โ€ฆla conoscenza che si arresta di fronte allโ€™ignoto รจ la conoscenza ultima, il Tao che non รจ un tao, questo รจ il Serbatoio Celeste. Versa in esso e non รจ mai pieno, attingi ad esso e non si esaurisce: eppure non ne conosci lโ€™origine. Questo si chiama luce nascosta.โ€

Agli ermetisti tutto questo risuona chiaramente come lo Spirito, agli induisti come la Prakriti. Tuttavia nel Tao dei taoisti sembra esserci altro, qualcosa di piรน sfuggente, piรน indefinitoโ€ฆ

Alla luce di tutto quanto visto fino ad adesso prende forma chiara il poema introduttivo del capitolo che vi invito a rileggere ora: come forma di conoscenza superiore vi รจ la conoscenza dellโ€™inesistenza delle cose, con un approccio simile allโ€™Advaita Vedanta. Poi attraverso condensazioni sempre piรน materiali (dal punto di vista mentale), vi sono le definizioni, le separazioni delle cose e infine il concetto di giusto e sbagliato: ecco il linguaggio con la sua dialettica che predomina sempre di piรน rispetto alla conoscenza diretta del Tao.

Quanto ci sarebbe da meditare con calma su tutti questi passi di profonda filosofia universale!

Giunto a tutto questo Zhuangzi conclude questo capitolo, di sicuro non facile e denso, rilanciando in una nuova sfera. Passa dalla incapacitร  del linguaggio di mostrare la luce, ad un altro argomento vicino, per analogia. Ma lo accenna appena, in forma poetica. Vediamo di chiarirlo:

โ€œUna volta Zhuang Zhou sognรฒ di essere una farfalla. La farfalla svolazzava lieta e spensierata e non sapeva di essere Zhou. Improvvisamente si svegliรฒ e si accorse con stupore di essere Zhou. Ora non sapeva piรน se era Zhou che aveva sognato di essere una farfalla, o se era una farfalla che stava sognando Zhouโ€

Ecco che dopo lโ€™inadeguatezza della parola, egli ci mostra lโ€™inadeguatezza delle percezioni. Anche le piรน sottili come il senso del sรฉ e la consapevolezza stessa. E qui Zhuangzi ci dร  un colpo finale non di poco conto. Non solo non arriveremo alla veritร  usando il linguaggio, ma neanche usando i nostri sensi percettivi. Anche essi ci faranno essere preda dei venti come tronchi cavi della foresta. Noi chi siamo? Dove finisce il sogno e comincia la realtร ? Siamo esseri padroni della nostra realtร  o siamo parte di un sogno di un essere che ci sogna? E se fossimo entrambi? Come poterlo sapere con certezza? Ecco Zhuang ci lascia con questi interrogativiโ€ฆ e non li risolve questa volta, come fatto col linguaggio. Lascia le porte aperte, volontariamente.

E noi, leggendo questa perla poetica, non possiamo che sentirci tronchi di foresta che vibrano e risuonano grazie al vento del Tao che ci vivifica usandoci come strumenti della sua magnifica e infinta sinfonia di vita di questo magico mondo.

Autore: Federico Gualdi. Seguimi su Facebook