𝑪𝒉𝒖𝒂𝒏𝒈 𝑻𝒛𝒖 – 2. 𝑺𝒖𝒍𝒍’𝒖𝒈𝒖𝒂𝒈𝒍𝒊𝒂𝒏𝒛𝒂 𝒅𝒊 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒆 𝒍𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒆

𝐿𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑛𝑡𝑖𝑐ℎ𝑖 𝑠𝑖 𝑠𝑝𝑖𝑛𝑔𝑒𝑣𝑎 𝑙𝑜𝑛𝑡𝑎𝑛𝑜.

𝐹𝑖𝑛 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑖 𝑠𝑝𝑖𝑛𝑔𝑒𝑣𝑎? 𝐹𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝑟𝑖𝑡𝑒𝑛𝑒𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑜.

𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑢𝑝𝑟𝑒𝑚𝑎, 𝑎 𝑐𝑢𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑖 𝑒̀ 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑑𝑎 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒.

𝑃𝑜𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙’𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒, 𝑚𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑛𝑖 𝑡𝑟𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒.

𝑃𝑜𝑖 𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒𝑟𝑜 𝑐𝑜𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑡𝑟𝑎𝑐𝑐𝑖𝑎𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑖𝑛𝑖 𝑓𝑟𝑎 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒, 𝑚𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑣𝑎𝑛𝑜 𝑙’𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑜 𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑜.

𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑜𝑟𝑠𝑒𝑟𝑜 𝑖𝑙 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑜 𝑒 𝑙𝑜 𝑠𝑏𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑜, 𝑖𝑙 𝑇𝑎𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑜̀ 𝑎 𝑑𝑒𝑐𝑙𝑖𝑛𝑎𝑟𝑒.

𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑙 𝑇𝑎𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑖𝑛𝑐𝑖𝑜̀ 𝑎 𝑑𝑒𝑐𝑙𝑖𝑛𝑎𝑟𝑒, 𝑙’𝑎𝑡𝑡𝑎𝑐𝑐𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑡𝑜.

𝑀𝑎 𝑣𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑒𝑑 𝑢𝑛 𝑑𝑒𝑐𝑙𝑖𝑛𝑜 𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑖 𝑒̀ 𝑛𝑒́ 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑙𝑒𝑡𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑛𝑒́ 𝑑𝑒𝑐𝑙𝑖𝑛𝑜?

𝑈𝑛𝑎 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑍ℎ𝑢𝑎𝑛𝑔 𝑍ℎ𝑜𝑢 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜̀ 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑓𝑎𝑙𝑙𝑎.

𝐿𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑓𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑣𝑜𝑙𝑎𝑧𝑧𝑎𝑣𝑎 𝑙𝑖𝑒𝑡𝑎 𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑍ℎ𝑜𝑢.

𝐼𝑚𝑝𝑟𝑜𝑣𝑣𝑖𝑠𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑖 𝑠𝑣𝑒𝑔𝑙𝑖𝑜̀ 𝑒 𝑠𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑜𝑟𝑠𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑠𝑡𝑢𝑝𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑍ℎ𝑜𝑢.

𝑂𝑟𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑎𝑝𝑒𝑣𝑎 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑒 𝑒𝑟𝑎 𝑍ℎ𝑜𝑢 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑎 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑓𝑎𝑙𝑙𝑎,

𝑜 𝑠𝑒 𝑒𝑟𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑓𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑡𝑎𝑣𝑎 𝑠𝑜𝑔𝑛𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑍ℎ𝑜𝑢…

Il secondo capitolo del Chuang Tzu tratta un argomento importante e complesso. Chi si vuole avventurare nella vera Filosofia, quella della Vita, non quella sofista delle disquisizioni erudite, prima o poi si imbatte in questo tema così sfuggente ma necessario.

È il tema del Linguaggio.

Il Linguaggio, che non è da intendersi nel solo ambito delle parole e del linguaggio umano, è il modo col quale l’universo si pone in relazione con sé stesso. Vi sono infiniti linguaggi, infiniti parlanti e infiniti ricettori. L’ermeneutica si occupa di tutto questo e oggi, ancora oggi, uno dei problemi fondamentali dell’umanità è comprendersi e comprendere ciò che il mondo e la vita ci dice.

Zhuangzi ci pone questo argomento subito, nel secondo capitolo. Ne sono sinceramente rimasto colpito perché questo tema, soprattutto con lo stile da lui adottato, è una montagna non facile da scalare in un percorso come la lettura di un testo filosofico Tao. Zhuangzi, per essere chiari, non la prende alla larga. Va subito al nocciolo della questione e non dà adito a dubbi. Il tema gli sta quindi a cuore e non vuole dare spazio a fraintendimenti. Spesso lo incontreremo giocare su vari temi, con humor, paradossi, allegorie, toni leggeri.

Qui invece pur sempre in un tono poetico che non gli manca mai, vuole farci capire uno dei capisaldi del Taoismo, ed in fondo leggendo altre opere Tao la cosa è in parte chiara anche tramite altri autori, i quali forse però non sono mai stati così espliciti; da questo punto di vista Zhuangzi è il più essoterico sulla questione del linguaggio.

Cominciamo con la prima storiella del capitolo, della quale prenderò il passo saliente, anche perché molto bello stilisticamente: “Il respiro della Terra è il vento. A volte riposa, ma quando si sveglia, 10.000 bocche gridano furiosamente. Hai mai sentito l’urlo del vento? Nelle foreste montane ci sono alberi immensi, con una circonferenza di cento braccia, con aperture e cavità come nasi, come bocche, come orecchi, come tazze, come mortai, come pozzi, come laghi. Quando il vento soffia, tutte queste aperture urlano, sospirano, chiamano, ruggiscono, ululano. Gli alberi più esposti intonano un canto. Quelli dietro rispondono. La brezza provoca un sussurro, la tempesta una sinfonia gigantesca. E quando il vento si acquieta, tutte le cavità tornano vuote e silenziose. Hai mai visto questa agitazione, questo tremore?”

Già da questo passo si vede il pensiero sul linguaggio del singolo: una necessità promossa da altro. I parlanti sono tutti strumenti attivati dallo spirito del Tao, il vento, per fare la propria parte nella sinfonia del mondo delle 10.000 cose, quasi come esseri inconsapevoli. Le loro cavità sono strumenti nelle mani del vento che è il vero artefice. E gli alberi, per quanto possano essere maestosi o insignificanti, senza il potere del vento (lo Spirito in termini ermetico-alchemici) non sono che materia inerme.

Il Maestro ci introduce al discorso ricordandoci che colui che parla, in ognuno di noi, non è l’ego. L’ego mentale è solo lo strumento, ma la scintilla e la forza provengono dal Tao che tutto compie.

Poco più avanti Zhuangzi accentua la sua visione divenendo esplicito su come il linguaggio, e tutto ciò che esso sottintende possa divenire un giogo pericoloso per le persone che non hanno consapevolezza del Tao e divengono schiavi delle proprie idee, le quali invece dovrebbero essere viste con il dovuto distacco e semplice spirito di osservazione: “Giorno dopo giorno il loro (degli uomini) cuore si riempie di conflitti, negligenze, segreti. I piccoli timori creano ansia…Si attaccano alle proprie opinioni come se fossero vincolati da un giuramento. Difendono accanitamente le loro vittorie verbali. E come l’autunno si volge nell’inverno, così si indeboliscono e giorno per giorno si consumano…Le loro parole scavano fossati. Il loro cuore si incammina verso la morte e non c’è modo di farli tornare alla luce.

Basterebbero questa prima pagina per capire cosa ci vuole dire Zhuangzi sul linguaggio, le idee e il mentale dell’uomo. Per chi se ne ricorda, il mio scritto: “Il mare delle idee” tratta la stessa tematica.

Tramite il linguaggio Zhuangzi passa quindi a criticare la mente nella sua parte più bassa, quella sensoriale ed egoica, artefice, attraverso il linguaggio, dell’atteggiamento dell’uomo in perenne lotta con i suoi simili e la natura: “Se prendi le inclinazioni della tua mente come tuo maestro, chi è senza maestro? Che bisogno c’è di conoscere i mutamenti della propria mente per avere un maestro? Anche lo stupido ce l’ha. Non conoscere i mutamenti della propria mente e pretendere di conoscere il giusto e lo sbagliato è come ‘partire per Yue oggi ed esserci arrivato ieri’”

In questo passo si pone tutta l’importanza non solo sulla necessità di autoconoscersi e analizzarsi, attraverso la consapevolezza e il continuo senso di “presenza a noi stessi”, ma anche di capire che siamo preda continua dei mutamenti della propria mente. Questo sostantivo, mutamenti, non è messo lì a caso. Ci dice che non solo siamo preda della mente, ma che essa è instabile e nella sua instabilità ci porta nel precipizio come “cavalli al galoppo che è impossibile fermare”. Riconoscere non solo la fallacia della mente inferiore, ma anche la sua mutevole instabilità è passo necessario all’adepto che vuole distaccarsi dal contingente e vedere il Tao.

Ed ora, Zhuangzi, in un crescendo rossiniano, attacca, dopo l’uomo comune e la sua mente, direttamente il linguaggio in quanto tale. E in questo passaggio si nota, come poche altre volte nel testo, un leggero senso di sconforto del Maestro. Vediamo:

“La parola non è solo fiato. Colui che parla attribuisce un significato alle parole. Ma il significato è sempre indeterminato (notate come qui Zhuangzi è netto e categorico su un tema così delicato filosoficamente, e anche questo è nello spirito taoista). Dunque vi è un significato o non vi è un significato? Le parole possono essere diverse dal pigolio di un pulcino o non lo sono? C’è un dialogo fra coloro che parlano o non c’è?”

Francamente c’è poco da commentare in questa parte del capitolo, il testo è molto diretto ed esplicito.

Si entra poi in una fase ermeneutica del capitolo, molto fine che ho particolarmente apprezzato. Zhuangzi qui dimostra di essere stato un profondo studioso di filosofia al di là del Tao e di tutte le principali argomentazioni filosofiche. La proprietà tecnica con cui affronta il tema ermeneutico è di alto livello, soprattutto considerando che scriveva intorno al 300 a.C. Consiglio a tutti coloro che studiano la sola filosofia occidentale, ritenendola l’unica vera degna di studio, di immergersi nel fiume Umiltà affinché, uscendone denudati, possano scoprire perle filosofiche in Cina, India e altre parti del mondo.

Vediamo alcuni passi (ma vi consiglio di leggervi tutto il capitolo se amate l’ermeneutica):

“Ogni cosa è “altro” e ogni cosa è “sé stessa”. Ogni cosa è sé e altro, ma questa dualità è invisibile: il sé conosce, ma può solo conoscere tramite l’altro. Perciò non appena parliamo dell’altro si presenta il sé, non appena parliamo del sé si presenta l’altro. Altro e sé sono i cardini della vita…L’origine dell’affermazione è anche l’origine della negazione, l’origine della negazione è anche l’origine dell’affermazione. Perciò il saggio non procede in questo modo, ma illumina ogni cosa nella luce della natura. Anche questa cosa è un’origine in sé, ma è un sé che è anche altro, un altro che è anche sé.”

Zhuangzi ci dice che attraverso il linguaggio, per la sua caratteristica endogena di confinare e separare (il sé dall’altro) non può portare ad una comprensione veritiera, totale e genuina; col linguaggio e la logica si rimane sempre nella forma dialettica contrapposta. Ecco che il saggio per uscire da questa impasse usa ciò che potrebbe sembrare un artifizio, ma che in realtà è uno svestimento dai canoni del linguaggio stesso: “il saggio non procede in questo modo” (cioè argomentando tramite il linguaggio) ed entra nella natura, entra nella luce della natura. Cosa significhi entrare nella luce della natura non viene spiegato, personalmente ritengo che i ricercatori alchemici e quelli cardiaci possano capire bene a cosa si riferisca qui Zhuangzi, e ricordiamo velocemente che le scuole Tao avevano un profondo ramo alchemico, soprattutto interno.

Ritengo il Tao la corrente filosofica orientale più vicina alla Rosacrociana occidentale.

È molto bello infine come, dopo aver dato la chiave di soluzione, cioè entrare nella Luce della Natura, Zhuangzi ritorna subito dopo sul piano puramente linguistico-dialettico: “Anche questa cosa è un’origine in sé, ma è un sé che è anche altro, un altro che è anche sé.”. Qui sembra proprio scherzare, usando il classico humor Tao, forse per prendere in giro i sofisti che imperterriti amano passare ore a dibattere anche quando hanno appena avuto davanti la soluzione che ahimè, per loro è troppo semplice e banale!

Prosegue su questo livello di abbattimento del linguaggio per altre pagine, con alcune frasi degne di nota. Ve ne cito le più belle poeticamente o a livello filosofico:

“…il parlare non vale quanto la visione illuminata. Usare il linguaggio per indicare l’inadeguatezza del linguaggio non vale quanto usare il non-linguaggio per indicare l’inadeguatezza del linguaggio”

Solo col silenzio, o per essere più corretti, con l’astensione dal linguaggio si può capirne l’inadeguatezza per arrivare alla visione illuminata.

“Servirsi della parola ‘cavallo’ per esprimere il fatto che la parola ‘cavallo’ non è un cavallo non vale quanto non usare la parola ‘cavallo’ per esprimere il fatto che la parola ‘cavallo’ non è un cavallo. ‘Cielo e terra’ è solo una parola. Dire ‘ la totalità degli esseri’ equivale a dire ‘cavallo’ “

In queste frasi si trova tutta la sua ironia tagliente e al contempo la sua lucidità analitica in chiave ermeneutica. Sicuramente i filosofi teoretici, e i figli di Heidegger o Wittgenstein (in perfetta armonia il suo: Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere) avrebbero pane per i loro denti e riempirebbero intere trattazioni da questo capitolo.

“Cosa fa sì che una cosa sia così? Il definirla così. Cosa fa sì che una cosa non sia così? Il definirla non così. Perciò tutto è, in una certa misura, corretto; tutto è, in una certa misura, possibile. Nulla è interamente sbagliato, nulla è interamente impossibile. Perciò sia che tu prenda un filo d’erba o un pilastro… cose grandi o mostruose, il Tao tutte le unifica. Nella distinzione le cose giungono a compimento e nel giungere a compimento si distruggono, e in realtà tutte tornano a fondersi nell’Uno.”

Il nostro abile filosofo usa la strategia di cambiare vestito ai concetti per riproporceli sotto nuove versioni. In realtà vediamo il suo lavoro ai nostri fianchi, per convincerci. Del resto l’utilizzo della ripetizione del concetto, sotto diverse prospettive, è una tecnica usata da tutti i filosofi in ogni latitudine e tempo.

Ma in Zhuangzi non si può non apprezzare l’eleganza e la leggerezza di stile, classica del Tao.

Verso la fine di questa parte del capitolo ritroviamo dei concetti ontologici del taoismo, non lasciamoceli sfuggire:

“Questo qualcosa (il Tao) il saggio lo porta nel suo cuore, mentre la gente discute…coloro che discutono non lo vedono. Il Tao è senza nome, la discussione ultima è senza parole…il Tao che si può mostrare non è il Tao, l’argomentazione verbale non dimostra nulla. Questi 5 sono un cerchio che è quasi un quadrato( un koan linguistico vero e proprio)…la conoscenza che si arresta di fronte all’ignoto è la conoscenza ultima, il Tao che non è un tao, questo è il Serbatoio Celeste. Versa in esso e non è mai pieno, attingi ad esso e non si esaurisce: eppure non ne conosci l’origine. Questo si chiama luce nascosta.”

Agli ermetisti tutto questo risuona chiaramente come lo Spirito, agli induisti come la Prakriti. Tuttavia nel Tao dei taoisti sembra esserci altro, qualcosa di più sfuggente, più indefinito…

Alla luce di tutto quanto visto fino ad adesso prende forma chiara il poema introduttivo del capitolo che vi invito a rileggere ora: come forma di conoscenza superiore vi è la conoscenza dell’inesistenza delle cose, con un approccio simile all’Advaita Vedanta. Poi attraverso condensazioni sempre più materiali (dal punto di vista mentale), vi sono le definizioni, le separazioni delle cose e infine il concetto di giusto e sbagliato: ecco il linguaggio con la sua dialettica che predomina sempre di più rispetto alla conoscenza diretta del Tao.

Quanto ci sarebbe da meditare con calma su tutti questi passi di profonda filosofia universale!

Giunto a tutto questo Zhuangzi conclude questo capitolo, di sicuro non facile e denso, rilanciando in una nuova sfera. Passa dalla incapacità del linguaggio di mostrare la luce, ad un altro argomento vicino, per analogia. Ma lo accenna appena, in forma poetica. Vediamo di chiarirlo:

“Una volta Zhuang Zhou sognò di essere una farfalla. La farfalla svolazzava lieta e spensierata e non sapeva di essere Zhou. Improvvisamente si svegliò e si accorse con stupore di essere Zhou. Ora non sapeva più se era Zhou che aveva sognato di essere una farfalla, o se era una farfalla che stava sognando Zhou”

Ecco che dopo l’inadeguatezza della parola, egli ci mostra l’inadeguatezza delle percezioni. Anche le più sottili come il senso del sé e la consapevolezza stessa. E qui Zhuangzi ci dà un colpo finale non di poco conto. Non solo non arriveremo alla verità usando il linguaggio, ma neanche usando i nostri sensi percettivi. Anche essi ci faranno essere preda dei venti come tronchi cavi della foresta. Noi chi siamo? Dove finisce il sogno e comincia la realtà? Siamo esseri padroni della nostra realtà o siamo parte di un sogno di un essere che ci sogna? E se fossimo entrambi? Come poterlo sapere con certezza? Ecco Zhuang ci lascia con questi interrogativi… e non li risolve questa volta, come fatto col linguaggio. Lascia le porte aperte, volontariamente.

E noi, leggendo questa perla poetica, non possiamo che sentirci tronchi di foresta che vibrano e risuonano grazie al vento del Tao che ci vivifica usandoci come strumenti della sua magnifica e infinta sinfonia di vita di questo magico mondo.

Autore: Federico Gualdi. Seguimi su Facebook