Verità, falsità e altre amenità

Botticelli – La Calunnia (1495)

Suggerisco una cosa: facciamo tabula rasa, come piace fare ogni tanto al sottoscritto, in modo da non essere frastornati da “preconcetti” depositati nella nostra mente e difficilmente sradicabili. Facciamo finta che tutto quello che sappiamo non conti, ma soprattutto evitiamo di dare definizioni, inoltre in tutto ciò che dirò eviterò come la peste la parola verità, e di conseguenza anche quella di falsità (anche perchè indefinibili in senso assoluto, ma soltanto in senso relativo e soggettivo, e si spera, come dico a volte, non arbitrario, come invece accade spesso e volentieri).
Se a te non disturba io inizierei con un semplice “esperimento”.
Supponiamo tu voglia studiare una palla, ma che tu non sappia che cosa sia una palla, ma sai che si chiama “palla”, almeno questo è il nome con cui alcuni la chiamano. Supponiamo anche che questa palla sia colorata, ma che tu non abbia mai visto un colore in vita tua, e che sia nascosta in una scatola (indistruttibile, così non ti vengono strane tentazioni ). Per poterla studiare, per tua fortuna, disponi di un buco presente nella scatola (inavvicinabile, così non ti vengono altre strane tentazioni).
Immagina che all’interno della scatola la palla giri continuamente e che ogni tanto si fermi per permetterti di osservare i suoi colori.
Quando vedi il colore giallo, cosa dirai di aver visto?
<Cosa vuoi che dica! Dico che ho visto una palla gialla.>
Quando vedi il colore rosso, cosa dirai di aver visto?
<Certo che sei proprio bravo a fare domande sceme: una palla rossa, ovvio!>

«Non “conosciamo” niente! Però, è così divertente dare un aggettivo a tutto ciò che non conosciamo». [F.A.K.T.]

Ora ti chiedo, provando e riprovando, ossia osservando l’evento che si ripete, hai migliorato la tua conoscenza della palla?
<La risposta purtroppo non può essere che negativa.>
Questo è ciò che fa l’uomo: non conosce cosa sia la palla, però è divertente dire che esiste la palla gialla, la palla verde, la palla rossa, ecc. Ti ricorda niente? Della serie: «puoi vedere tutti i colori che vuoi, ma la palla cosa cavolo è?»
E questo è niente. Supponi per ipotesi che i colori siano in quantità indefinita, ossia, per utilizzare un termine comprensivo ai matematici, siano in quantità infinita numerabile, allora come la mettiamo? E se poi fossero in quantità infinita continua, allora sì che i “casini” sarebbero veramente grandi! Voglio vedere che cosa facciamo con i nostri esperimenti. 😀 .Per fortuna di coloro che fanno esperimenti tutto “ciò che è manifestato” è indefinito numerabile (ma questa è un’altra storia, che comunque non risolve il problema, lo alleggerisce soltanto)
Anche se non conosci, se non sai una “pippa” di cosa sia una palla, sapresti cosa fare con una palla?
Possibile risposta: «Certo che saprei cosa fare! Posso prenderla a calci, posso colpirla di testa, posso lanciarla in aria, posso tirartela in faccia, sperando che tu la smetta di fare domande stupide».
Questo è ciò che fa l’uomo: non sa cosa sia la cosa in sè, però sa cosa farne. L’utilizzo di “ciò che non conosciamo”, ossia la scienza tecnologica, spetta agli ingegneri, che essendo, per loro natura, molto pragmatici, sfruttano le relazioni, per ricavare oggetti, alcuni utili e altri meno utili, anzi del tutto inutili e per giunta dannosi. In altre parole, l’ingegnere è colui che, osservando la palla, non se lo pone proprio il problema di cosa sia una palla, oppure perché abbia tanti colori. Per l’ingegnere, l’unica cosa interessante della palla è che può essere presa a calci oppure può essere lanciata in aria. Per il fisico, invece, l’aspetto più interessante della palla sono i colori! Per il chimico il modo con cui la palla cambia i suoi colori.
Soffermati ora sui colori, ossia su ciò che la palla ti permette di vedere di sé, ritieni che sia “univocamente” determinato il colore osservato? Non è che per caso stai prendendo un abbaglio e quello che pensi sia giallo, forse è verde o magari rosso?
Supponi che la palla in questione sia di colore rosso, pensi che un daltonico abbia la stessa visione del colore che hai tu? Chi mai potrà convincere il daltonico che la palla non è del colore che lui immagina di vedere? Il daltonico, come te peraltro, ragiona in funzione della sua esperienza non della tua, così come tu non ragioni in funzione dell’esperienza del daltonico , ma della tua. E qui viene fuori la probabilità! Il colore che tu osservi è rosso al 95%, forse il colore che tu osservi è giallo al 97%, ecc. in funzione di quanti vedono quel determinato colore, insomma il colore della palla è rosso, verde o giallo, soltanto in probabilità.

Barzelletta sulla probabilità
Ogni venerdì sera un fisico si reca al bar dell’Università, si siede al penultimo posto, gira la sedia dell’ultimo 4 posto che è vuota e chiede ad una ragazza che non c’è se può offrirle qualcosa da bere. Il barista conoscendo i tipi più strani che frequentano il suo locale non fa una piega e continua imperterrito il suo lavoro. La scena però si ripete tutti i venerdì dell’anno e prima delle vacanze estive si decide finalmente a chiedere al fisico: «Mi scusi, per la mia stupida domanda, ma certo lei sa perfettamente che su quel posto non c’è alcuna donna seduta. Perché insiste a rivolgersi ad uno spazio vuoto?». E il fisico: «Beh, in accordo con la fisica quantistica, uno spazio vuoto non è in realtà completamente vuoto. Particelle virtuali si materializzano di continuo e altre svaniscono. Non si può mai sapere quando una appropriata funzione d’onda collassa e una bella donna può apparire  all’improvviso». Il barista solleva le palpebre e aggiunge:
«Veramente? Interessante. Ma, non potrebbe chiedere semplicemente ad una delle ragazze che frequentano il bar se le andrebbe di bere qualcosa con lei? Non si sa mai, potrebbe anche dire di sì». Il fisico scoppia a ridere e dice: «ah, sì … e che probabilità c’è che questo evento accada?»

Noi parliamo sempre in termini di “evento”, perchè non esistono “fatti”, a cui associamo una probabilità. Su che cosa si debba intendere per probabilità è meglio soprassedere in questa sede, ma sappi che è un “concetto primitivo”, cioè un concetto che non può esserre definito, e per giunta  di non facile intuizione, esprimibile, comunque e per fortuna, mediante un numero compreso tra zero ed uno. Anche l’evento non può essere definito, essendo anch’esso un concetto primitivo.
Va bè, dirai tu, e chi se ne frega! Invece deve fregarti, perché ho scoperto, purtroppo per me, dopo anni di studio indefesso (esagero di proposito) che alcuna parola sulla faccia della terra può essere definita. Ciò significa che qualsiasi parola è un concetto primitivo.
Mi dirai: «ma se alcuna parola può essere definita, allora com’è che io conosco un sacco di parole?»
La risposta è più semplice di quanto si pensi: «tu hai fatto esperienza di quelle parole».  Tutta la nostra conoscenza è basata sull’esperienza, e sottolineo esperienza, non esperimento.
Per esplicitare cosa intendo dire, devo far ricorso ad un illustre frate francescano inglese, Roger Bacon, italianizzato Ruggero Bacone:

« Esistono due tipi di conoscenza: per argomenti e peresperienza. Le discussioni portano a conclusioni e ci costringono a convenire, ma non provocano la certezza né eliminano i dubbi, lasciando la mente in pace nella verità, a meno che non intervenga l’esperienza.»[Ruggero Bacone, Opus Maius]

E non basta aggiungo io, devi avere memoria di quella esperienza, altrimenti è come se non l’avessi fatta, e poi devono succedere tre cose in te: Comprensione, Coscienza e  Consapevolezza (ma questa è un’altra storia).

Immagina di voler descrivere un albero ad un cieco dalla nascita: come procedi?
<Non penso proprio di procedere! Come faccio a descrivere un albero, ma anche qualsiasi altro oggetto, ad un cieco? È impossibile! Come posso descrivere i colori, come gli trasferisco il “senso” del fusto, le foglie, i rami, le radici, per non parlare delle emozioni che provo nell’osservare un albero?>

Questa è la condizione dell’uomo! Siamo tutti ciechi. Siamo prigionieri di un sogno e nel sogno crediamo inconsapevolmente di essere svegli. [F.A.K.T.]

Nel comunicare utilizziamo una lingua fatta di parole, ma queste parole possono avere centinaia di associazioni, di significati diversi, perché dipendono dal differente bagaglio culturale, sociale, sentimentale e altro, sia di colui che parla sia di colui che ascolta. Non ci rendiamo conto di quanto le parole siano soggettive e relative e quanto le cose che diciamo abbiano un significato divergente, anche se impieghiamo le stesse parole. Pensiamo erroneamente di possedere una lingua comune e di comprenderci reciprocamente, ma questa è pura illusione. Può accadere che due uomini dicano la stessa cosa, ma con termini differenti, e discutere per questa semplice ragione per ore e ore, senza  rendersi conto di questo stato di fatto. Oppure può accadere esattamente l’opposto, due uomini credono di essere d’accordo e di comprendersi reciprocamente, per la semplice ragione che utilizzano le stesse parole, in realtà possono sentire cose differenti e non comprendersi affatto. Ogni giorno nei differenti rami della scienza nascono “nuovi” termini, “nuove” parole, al fine di tentare di spiegare “nuovi” concetti, “nuove” sensazioni, “nuovi” pensieri. La confusione, l’incomprensione reciproca, invece di diminuire, non fa che aumentare. E vi sono tutte le ragioni per ritenere che questo stato di cose non potrà che crescere sempre di più.

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. [Genesi 11:1-9]

Ritorniamo alla palla (di cui conosciamo solo alcuni attributi, nella fattispecie i colori), Siccome quanto detto per la palla, vale per qualsiasi oggetto, ossia per qualsiasi archebolo (che tradotto significa “qualsiasi manifestazione dell’archetipo”), quindi anche per le parole, la domanda nasce spontanea:  «L’oggetto che tu osservi è l’Oggetto? La parola che tu pronunci o scrivi, è la Parola? Ovvero, l’immagine dell’oggetto e, quindi, la parola sono reali?»
La risposta non può essere che triplice: SI, NO, FORSE!
SI, poiché la vediamo, la tocchiamo, la ascoltiamo, la pronunciamo, in sintesi la percepiamo con i nostri sensi.
NO, l’immagine dell’oggetto, la parola con cui lo denotiamo, non è altro che l’archebolo, ciò che è reale è l’oggetto in sé, la “cosa” in sé.
FORSE, dato che non abbiamo la visione dell’oggetto in sé, ma solo una sua immagine, solo la parola associata a quell’immagine, solo la sensazione che il contatto con quell’oggetto ci procura, solo il suo odore, solo il suo sapore, per noi tutto questo rappresenta un tutt’uno, un unico con l’oggetto in questione.

Un Discepolo chiese al Maestro: «cosa è la verità?»
Il Maestro rispose: «un uovo».
Il Discepolo domandò: «se non è un uovo, ma sono due le uova, cosa è?».
Il Maestro rispose: «la vita».
«E, se sono tante le uova?» incalzò il Discepolo.
«Una frittata!» concluse il Maestro. [F.A.K.T.]

Prova a chiederti: «cosa è un uovo?».
Qualche “brillante” biologo proverà ad “impapocchiare” una risposta del tipo: «è il primo stadio della vita di alcuni animali». Interessante! Peccato che nella definizione ci siano tre concetti che andrebbero “chiariti”: primo stadio, vita e animale. Qualche biologo “meno brillante” affermerà qualcosa del genere: «è composto dal guscio, al cui interno è presente l’albume e il tuorlo; l’embrione si sviluppa poi sopra il tuorlo». Interessante! Peccato che la domanda fosse “cosa è l’uovo?” e  non “qual è la composizione dell’uovo?” Comunque, anche accettando la risposta come “buona”, resta da chiarire cosa sia il guscio, l’albume, il tuorlo, l’embrione.
Ogni volta che provi a dare la definizione di un termine, devi necessariamente utilizzare altri termini. In questo modo incomincia una girandola di definizioni che ti porta inevitabilmente a dei “concetti primitivi”. Il guaio incomincia quando, anche di uno solo di questi concetti primitivi, tu non hai coscienza. Se io ti dico “albero”, “auto”, “ tavolo” e via dicendo, tu non hai problemi a comprenderli perché di essi hai coscienza, ma se provi a definire un “albero”, un “auto”, un “tavolo” allora iniziano i problemi.

«Sappiamo niente! Però, è così affascinante dare un nome a tutto ciò che non sappiamo.» [F.A.K.T.]

Come puoi intuire, quando si tenta di rispondere alla domanda “cosa è questo oggetto?”, con una risposta del tipo “l’oggetto è composto da …”, invece di “semplificare” si finisce con il “complicare”. La semplice descrizione di un oggetto mediante le sue componenti, ossia le sue parti, e le relazioni tra le varie componenti o parti, non ci “illumina” sull’oggetto, ossia non ci dice cosa sia l’oggetto: in questo modo sfugge il “tutto”.
Hai un orologio perfettamente funzionante su di un tavolo, decidi di vedere quali sono le sue componenti. Dopo averlo smontato, metti tutti i pezzi sul tavolo. Ti chiedo: c’è ancora l’orologio sul tavolo?
<Mi sa di no!>
Appunto! Conosciamo niente dell’uovo. Eppure, pensa a quante cose si possono fare con le uova: vengono prodotte, vendute, comprate; puoi farci una frittata, un dolce, una torta, una bevanda; se, poi, proprio non sai cosa farci, puoi sempre dire che è un archebolo per rappresentare PUNTO.

Barzelleta su un uovo
Un uovo rivolto ad un uomo: «tu pensi che la tua vita sia un disastro, hai mai riflettuto su come sia la vita di un uovo: vieni sdraiato su un letto di paglia solo una volta; vieni succhiato soltanto una volta; ci vogliono quattro minuti per diventare duro e due minuti per diventare morbido; ti tocca dividere la “scatoletta” con altri undici tipi, se sei fortunato altri cinque; ma la cosa peggiore è che l’unica pollastra che si sia mai seduta sulla tua faccia è tua madre!»

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Fonte: Kuphasael Thorosan,Zero, Infinito, Punto, Uno, versione leggermente modificata ed adattata.

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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