Tradizione e Civiltà

Cos’è o cosa dovrebbe essere la civiltà? Quali sono la sua essenza ed il suo significato autentici? È possibile che si possa rispondere seriamente a questi quesiti prescindendo dalla ricerca del significato reale della stessa esistenza? Secondo la Tradizione ciò è del tutto impossibile, mentre è assai evidente che per l’ideologia o la cultura imperanti questo non solo è possibile, ma è addirittura il vero presupposto della cosiddetta “civiltà moderna”, la quale, in ultima analisi, si nutre di automatismi tanto gratuiti quanto artificiali. Prima di affrontare, quindi, gli interrogativi posti, poniamone alcuni altri fondamentali: la civiltà ha il dovere di creare un certo tipo di uomo e se sì, quale? Esiste un’idea della perfezione che l’uomo dovrebbe raggiungere col proprio essere, e in vista della quale la civiltà dovrebbe esistere e strutturarsi?

Sono solo le domande ultime quelle che dovrebbero essere considerate per prime, quali più fondamentali, a cui è indispensabile dare al più presto risposte valide. Solo gli schiavi non hanno bisogno di interrogarsi e di capire, perché essi devono solo obbedire ciecamente. Gli uomini liberi, invece, esigono sempre la verità, e pretendono che le proprie vite posseggano un significato ed un valore assoluti.

Dal punto di vista della Tradizione tutti i problemi cruciali sono inestricabilmente connessi, ed è pertanto indispensabile risolverli unitariamente.

Per intanto, incominciamo col sottolineare che la “cultura” alla base della “civiltà moderna”, malgrado tutti i suoi proclami legati all’idea di “progresso”, non solo non afferma alcunché di preciso su cosa si debba intendere – almeno in astratto – per civiltà, ma nemmeno dichiara quale tipo di essere umano intenda creare mediante l’educazione e lo stile di vita che di fatto essa impone (a conti fatti, ad esempio, la “società aperta” di Popper, priva com’è di verità e principî assoluti – eccettuata, forse, la sua stessa “apertura” -, non significa alcunché). Figuriamoci, poi, se ci si sarebbe mai potuti aspettare che la modernità, malgrado il suo preteso “umanesimo”, potesse anche solo minimamente occuparsi di un qualsivoglia concetto di perfezione che riguardi l’identità stessa dell’uomo. A ben guardare, infatti, non si cerca la perfezione dell’uomo in sé e per sé, ma solo il perfezionamento del suo sistema produttivo, dei suoi prodotti, della ricchezza commerciale che egli crea. In effetti, l’idea di perfezione umana è praticamente scomparsa come la stessa idea di uomo, giacché sembra che egli sia stato definitivamente sostituito dal sistema economico da lui stesso creato. Non esiste più l’“uomo”, perché ormai egli è stato declassato, retrocesso, anzi degradato, al livello inumano, disumano o sub-umano, di “risorsa umana”, o di “capitale umano”. Una beffa tanto atroce quanto distruttiva della psiche sia individuale che collettiva.

In teoria, la pseudo-religione evoluzionista – perché, senza dubbio, i suoi sono solo dogmi indimostrati ed indimostrabili, e nient’affatto verità scientifiche, malgrado tutta la propaganda che li diffonde -, o il culto del progresso avrebbero dovuto porre implicitamente il concetto di perfezione umana, dato che la pretesa evoluzione continua, od un supposto progresso incessante dovrebbero necessariamente tendere verso qualcosa di positivo, quantomeno teoricamente. E invece no! L’assurdo, su cui si basa tanto l’evoluzionismo quanto il progressismo fondanti la modernità, è, a rigor di logica, che possa esservi un progresso, ossia un miglioramento costante, senza che questo stesso miglioramento tenda in alcun modo ad un qualche “bene”; o perlomeno ad una sua certa forma, che si possa definire sufficientemente da poter sfuggire al dubbio che si tratti di un mero miraggio. Non vi è quindi alcuna concepibile perfezione perché non è vi è affatto alcun bene, non solo raggiungibile, ma, a quanto pare, nemmeno ipotizzabile, nemmeno immaginabile! Che razza di civiltà, o di società, è mai quella che, a priori, sa di non tendere in alcun modo o tempo ad una qualunque sorta di bene? Che non ne ha la benché minima idea? Che sembra non porsi nemmeno il problema? Rendersene conto dovrebbe essere terrificante, non è vero? Lo speriamo vivamente, giacché forse solo così qualcuno potrebbe finalmente capire in quale cieco abisso di assurdità è precipitata la razza umana, ed iniziare seriamente a cercare la verità sul senso autentico dell’esistenza e della civiltà.

Agli interrogativi posti sulla perfezione dell’uomo e sulla conseguente essenza della civiltà, la Tradizione fornisce risposte certamente inattese ed assai sorprendenti, e tuttavia assolutamente valide e profonde. Le sole di cui abbiamo tutti bisogno.

L’uomo è un dio in potenza, e pertanto la sua perfezione consiste nell’essere un dio totalmente in atto, il che è come dire che essa si realizza nella sua eterna divinità. Di conseguenza, quindi, l’autentica civiltà è solo quella che si costituisce, si struttura, e vive esclusivamente in funzione di questa meta finale, di questa perfezione divina ed eterna. La civiltà tradizionale ruota permanentemente attorno all’Essere. Il suo imperativo è dunque essere e non apparire; essere e non produrre, possedere o godere soltanto. Essere in sé e per sé, e non essere “fuori di sé” e per altro, come avviene nel mondo moderno, sempre proiettato nella tecnologia e nei suoi futili giocattoli, nei suoi intrattenimenti stupidi, nei suoi surrogati ridicoli e patetici, che si sostituiscono vanamente ad un’esistenza realmente dotata di significato e valore. Un mondo sempre più deviante, alienante ed alienato.

Mentre l’uomo tradizionale, quello antico, arcaico, cerca costantemente di migliorare se stesso, di potenziare od espandere le proprie facoltà, o addirittura di trascendere se stesso proiettandosi nell’Infinito; l’uomo moderno, al contrario, potenzia e migliora unicamente i propri strumenti materiali, estranei alla sua natura interiore, diventandone sempre più dipendente, schiacciando sempre più nel finito la propria identità. E mentre l’uomo tradizionale si sforza costantemente di proiettarsi, anzi di rinascere o risorgere, nell’Eternità; l’uomo moderno, invece, si consuma tragicamente nel divenire transitorio, nel tempo che inevitabilmente si esaurisce assieme alle sue stesse possibilità.

La Civiltà tradizionale è totalmente radicata nell’Assoluto, fondata sulla divina Intelligenza universale; la sua essenza ed esistenza, in tutte le sue varie manifestazioni, è interamente metafisica, pertanto si potrebbe a buon diritto chiamarla “Civiltà metafisica” o, forse ancor meglio, “Civiltà dell’uomo metafisico”; giacché essere un “uomo della Tradizione” ed essere un “uomo metafisico” sono la stessa ed identica cosa. Infatti, nell’antica civiltà greca, che, pur con tutti i suoi limiti, costituisce l’esempio a noi più vicino di civiltà tradizionale, il vero e misterioso centro della sua cultura e della sua vita era il sacro precetto del dio Apollo: «conosci te stesso!», cioè: «conosci il dio che è dentro di te». Nel Carmide, infatti, Platone afferma che l’esortazione apollinea significa: «sii saggio», e nel Simposio precisa che sono sapienti solo gli dèi e gli uomini divini, dato che la sapienza stessa è null’altro che la conoscenza del Divino. Nelle Leggi, inoltre, accenna a quelle “necessità divine”, che sono certamente più importanti ed esigenti di quelle umane. Per il maestro di Atene, com’è scritto esplicitamente nella Repubblica, si risponde alle prime attraverso l’insegnamento di tutte quelle forme di conoscenza capaci di risvegliare il divino che è nascosto ed imprigionato nell’uomo, di favorire la reminiscenza del suo originario stato trascendente – che è infatti anteriore alla nascita, ossia al suo ingresso nella dimensione corporea e temporale -, affinché egli si liberi dalla prigionia interiore dell’esistenza terrena. Per queste ragioni, dunque, la civiltà, in tutti i suoi vari aspetti – non solo, quindi, nell’ambito della religione o dei culti misterici -, promuove e realizza, nei limiti del possibile, tale reminiscenza, tale risveglio al Divino. La società, a partire dallo Stato, si configura dandosi un ordinamento capace di stabilire tutte le condizioni necessarie affinché la vita umana possa conseguire il suddetto obbiettivo finale – in questa, o nell’altra vita, non importa. Sulla base di questa impostazione, che l’uomo sia impegnato in attività intellettuali oppure in quelle materiali, il contenuto e la forma, tanto delle prime che delle seconde, è sempre concepito e stabilito in modo tale che egli si trovi costantemente in uno stato di contemplazione – diretta o indiretta – delle verità divine, o che ne colga almeno un riflesso; oppure, ancora, che sia sempre stimolato a ricercarle. La sua facoltà di reminiscenza ultraterrena è permanentemente sollecitata da quello che egli pensa, impara, percepisce e compie. L’intero ambiente sia psichico che fisico in cui egli vive è costituito da simboli delle realtà eterne, e delle leggi cosmiche; per cui è come se egli vivesse normalmente in una riproduzione terrena ed umana del mondo divino. Tutto, sia nella vita del singolo individuo, che della collettività, possiede un modello eterno; ogni cosa è costruita ed impiegata sulla base di un archetipo trascendente e perfetto: nella città non vi è spazio, edificio, singolo oggetto – persino gli elementi decorativi – che non siano un simbolo sacro; come non vi è atto alcuno, conforme alle leggi, che non sia pure sacro. Ogni azione è lecita solo se favorisce, o quantomeno non ostacola, la contemplazione e la reminiscenza. La conoscenza è vera azione, ed anche l’azione esteriore deve tradursi in una forma di vera conoscenza, dev’essere comunque un’esperienza che sia l’occasione per una positiva crescita interiore.

Ogni corpo ed ogni casa sono un tempio sacro, anzi, l’anima stessa deve tendere ad esserlo.

L’uomo tradizionale integra armonicamente, per quanto possibile, la propria vita terrena con l’ambiente naturale in cui si inserisce, ben sapendo, sia di essere una parte vivente di esso, e sia che la Natura, essendo un’immensa teofania, è una realtà sacra che merita rispetto e preservazione.

L’economia sussiste solo in funzione dell’uomo e non l’esatto contrario, come ben sappiamo avvenire nell’era attuale del capitalismo globale. Nella società tradizionale si lavora lo stretto necessario – affinché la dimensione terrena dell’esistenza condizioni il meno possibile l’interiorità – per vivere serenamente ed in buona salute fisica e mentale, e soprattutto per coltivare le virtù dello spirito.

Nell’ordinamento sociale tradizionale, – come afferma ancora Platone – esiste necessariamente un posto per ogni uomo ed ogni uomo deve occupare esclusivamente il suo giusto posto, in considerazione delle sue reali qualità ed attitudini, affinché egli possa realizzare quantomeno il proprio naturale potenziale umano. Quale enorme differenza con la società che conosciamo, nella quale non ha assolutamente alcuna importanza l’identità profonda di ciascuno, dove il destino individuale è assoggettato unicamente alle esigenze del mercato planetario, dove non conta minimamente la realizzazione della persona umana.

Nella civiltà secondo Tradizione, lo Stato è l’autore ed il custode primo dell’assetto metafisico dell’intera società. Nelle Leggi, il maestro di Atene afferma che lo Stato esiste affinché i cittadini stringano amicizia tra loro stessi e con gli dèi, ed infatti gli Stati migliori sono quelli che furono fondati dagli dèi stessi, governati da uomini divini, e nei quali le leggi sono rispettate. Lo Stato migliore è quello che imita quanto più è possibile lo stesso Regno degli dèi. Lo Stato tradizionale costituisce la forma politica e giuridica della responsabilità che la società deve necessariamente avere nei confronti di se stessa; pertanto – a partire dalle autorità politiche – tutti, singolarmente e collettivamente, pur nel rispetto della gerarchia costituita, sono responsabili di tutti.

Il bene comune è il principio, l’esigenza e la prassi fondamentale. Nella nostra società, invece, avviene l’esatto contrario: l’avidità, la sete personale di successo e di potere sono lo pseudo-valore fondamentale, apertamente promosso e realizzato. Il bene comune è caduto nell’oblio quasi completo.

In conclusione, dunque, una qualunque forma di civiltà che pretenda di sussistere pur essendo priva di qualunque profonda consapevolezza del Vero e del Bene, non può in nessun modo essere presa per ciò che proclama di essere.

Ricordare e comprendere cosa sia e debba davvero essere la Civiltà è il primo ed indispensabile passo per ricostruirla, già in questo mondo che l’ha distrutta.

Tratto da: Giovanni M. Tateo, Posted 16 febbraio 2012 by in CRISI E INTERROGATIVI, ORIZZONTI TRADIZIONALI su http://centrostudiparadesha.wordpress.com

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