Hugo Simberg, L’angelo ferito ovvero «perché il simbolo?»

the_wounded_angel_-_hugo_simbergPrenderò spunto da L’angelo ferito (1903) di Hugo Simberg (pittore finlandese, 1873-1917), per cercare di spiegare nei limiti del possibile, ma soprattutto delle mie capacità, il perchè del simbolo, avendo già in altra occasione (Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segno) introdotto il significato di simbolo.

Ultimamente, ho sentito dire, ma soprattutto ho letto, da parte di alcuni “commentatori” delle premesse interessanti, nonché corrette ed oggettive, almeno ai miei occhi, poi, però, non so per quale strana forma della logica o del ragionamento, le conclusioni  risultano non coerenti con le medesime. Con questo non affermo che le conclusioni dei vari “commentatori” siano in contrasto con le premesse o addirittura errate, ma semplicemente che sono “soggettive” (relative, per definizione) e,  aggiungerei, “arbitrarie”. In altre parole, non seguono il ragionamento fino alla sua “naturale” conclusione e non pervengono, così, a quelle conclusioni che qualsiasi cercatore dotato di “buon senso” definirebbe “non arbitrarie”, per non dire “oggettive”.

Porto come esempio di tale modo di procedere il commento al quadro di cui sopra da parte di su http://zoticone.wordpress.com/2012/09/20/001/ del

  1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.
  2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?
  3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.
  4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.
  5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.
  6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.
  7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 
  8. La paternità di un’opera d’arte non implica di certo la piena comprensione cosciente: anzi, se così fosse il quadro non sarebbe che uno sterile esercizio di stile. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Analisi e commento:

1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.

Che dire? Quando ho letto per la prima volta la suddetta frase sono rimasto alquanto sconcertato, basito direi, e mi sono subito posto la domanda ma «che vuol dire approccio “attivo” e “passivo” all’arte?». «Esiste un approccio “attivo” e uno “passivo” all’arte?»
Poi, ho capito leggendo il seguito.

2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?

Questo è l’approccio “attivo“!!! (ma và? Interessante! :D)

3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.

Questo è l’approccio “passivo“!!! (ah sì? intrigante! :D)

Ma di quale approccio “attivo” e “passivo” stiamo “cianciando”?!?
Non esiste alcun approccio attivo e alcun approccio passivo, a meno che non specifichiamo cosa si voglia intendere con i suddetti due termini.
Se con approccio “passivo” vogliamo far riferimento al fatto che deve essere il quadro a “parlare” e che io devo essere in “silenzio” per poter ascoltare, allora posso anche accettare il termine “passivo”. Il che non significa affatto lasciarsi andare, abbandonarsi ad esso, perdersi nel quadro, che sarebbe una vera iattura. Al contrario, il termine passivo, va inteso alla maniera “orientale”, ossia come “giusta”, “retta”, “corretta” predisposizione alla conoscenza, e non deve in nessun modo essere visto in contrapposizione alla forma “attiva”, che inevitabilmente, prima o poi, deve scattare. Affinché l’opera risulti viva, non deve essere monca, deve possedere entrambe le caratteristiche e deve permettere ai due approcci di coesistere. Voglio dire che l’elenco delle domande poste nella frase 2, devono trovare accoglienza in colui che si pone di fronte all’opera e devono trovare una possibile risposta nell’opera stessa. Ovviamente non sarà la risposta definitiva ma semplicemente una possibile risposta, con caratteristiche di inevitabile relatività, soggettività ovvero oggettività (varia da situazione a situazione), e soprattutto non-arbitrarietà.  In tale contesto le frasi successive risultano coerenti e trovano piena accoglienza in me.

4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.

Sono d’accordo a condizione di riscrivere la frase, nel senso che non è il simbolo ad “adattare il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore”, ma è “l’osservatore che adatta al proprio livello il messaggio universale del simbolo”.

5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.

Questa proprio non riesco a mandarla giù!  Per quale strana forza del destino, per quale mistico mistero, esprimere la propria opinione, la propria interpretazione, il proprio commento, su di un quadro, un racconto, una fiaba, un mito, un albero, una montagna o un fiore, debba essere visto come “imporre la propria individualità agli altri“? Boh, proprio non comprendo! Forse l’autore voleva intendere che: «Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso non aver compreso il valore del simbolo.»
Su questo aspetto devo soffermarmi un attimo, perché è di fondamentale importanza. Leggo sempre più spesso da parte di “commentatori moderni”, proposizioni come quelle di cui sopra, o del tipo «se ci si aggrappa a quello che hanno detto gli altri e si cerca di capire il racconto, la storia, l’opera (in genere) mediante le spiegazioni altrui, si è come un idiota che crede di poter colpire la luna con un palo o grattarsi il piede che prude da sopra la scarpa».
Fermo restando che trovo le due analogie estremamente interessanti, non capisco, però, ripeto, per quale “morboso” motivo si ci debba “aggrappare a quello che hanno detto gli altri“. Perchè? Forse il medico ha ordinato per colazione, pranzo e cena di far proprie le idee altrui? Non credo!
Con le affermazioni di cui sopra si vorrebbe far passare l’idea che, siccome il simbolo è interpretabile a più livelli, e all’interno dei differenti livelli l’interpretazine è esprimibile in modo indefinito, allora tanto vale non ascoltare nessuno, e limitarsi alle proprie sensazioni, alle proprie interpretazioni, alle proprie emozioni, ai propri farneticamenti, aggiungo io, alle proprie fantasie, ai propri fraintendimenti, che rappresentano, se tutto va bene, ossia nella migliore delle ipotesi, solo e soltanto un possibile angolo di visuale. Da dove nasce una simile induzione?
Comprendo perfettamente che il modello occidentale potrebbe essere rappresentato dall’eroe solitario alla maniera dei mitici Gilgamesh, Ercole, Ulisse, Enea, Sigfrido, Dante e altri, ma si dimentica, in questo caso, troppo facilmente, che i suddetti eroi non erano uomini comuni, e anche quando erano tali, penso a Dante, il loro viaggio era accompagnato da illustri Maestri (Virgilio per Dante).
Se per un attimo si mettesse da parte l’idea dell’eroe impavido e solitario, si perverrebbe alla conclusione, analizzando la storia dell’umanità, che il modello ricorrente è quello della “scuola”, del “gruppo” ovvero del “maestro” che trasmette la “Conoscenza”. Che questa poi non possa essere trasmessa in alcun modo e che il Maestro possa solo indicarla – così come il dito può indicare la luna, ma non può mai rappresentare la luna – è un’altra storia, che meriterebbe di essere raccontata, ma non in questa sede.
Personalmente ritengo l’analisi ed il commento, ai fine della “comprensione” e della “coscienza” (per la “consapevolezza” lasciamo stare), ancor più importanti dell’opera medesima (sia essa un quadro, una statua, un racconto, una favola, una fiaba, un albero, una montagna, un fiore, ecc.). Intendo dire che ciò che conta non è ciò che uno dice (per quanto importante), ma lo “sforzo” e la “sofferenza” che deve mettere per poter analizzare e commentare. Insomma, come sempre, la cosa importante è lo “sforzo” e la “sofferenza”. Devi concentrarti al massimo per cercare tutte le possibili sfumature. Di “opere” ce ne sono a migliaia, sono tutte importanti e nessuna di esse è importante. Ciò che conta non è conoscerne quante più è possibile. Così si diventa giornalisti, avidi di informazioni, e non ci saranno mai abbastanza informazioni per colui che è avido. Ne bastano poche, un centinaio, voglio esagerare. Ciò che conta è entrare nell’opera (sia essa un racconto, una fiaba, una favola, una storia, una scultura, un quadro) capire cosa trasmette l’opera, percepire la sua anima. Per farlo purtroppo non è sufficiente una sola persona. Un singolo essere per quanto possa “sforzarsi” e “soffrire” non è in grado di percepire le indefinite sfumature. Per questo motivo c’è bisogno di un gruppo. Ma non un gruppo come quelli su facebook, intendo il GRUPPO, fatto di differenti soggetti con differenti visioni, al limite tutte in contraddizioni tra loro (chiaramente la mia è solo un’immagine iperbolica), ma con in testa un unico fine: la “Conoscenza”. Certo all’interno del gruppo ci sarebbe bisogno di un Maestro, ma nel frattempo che sbuchi quello giusto, all’interno del gruppo sarebbe opportuno acquisire la “giusta” mentalità.

6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.

7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 

Faccio completamente mie le suddette frasi!

Come dicevo sopra … mi dispiace che il “commentatore” dopo aver espresso delle premesse, tutto sommato degne di nota, come quelle espresse nelle frasi 4, 6 e 7,  non concluda coerentemente e si perda in sé stesso (ma non mi aspetto niente di diverso da chi vuole “perdersi”  nel quadro, invece di “entrare”  nel quadro).

8. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Mi sembra ci sia un uso improprio del vocabolo “coscienza”.
Può darsi che mi sbagli, ma ho la sensazione che la “coscienza” venga utilizzata come il contrapposto di “incoscio”. In altri termini la parola “coscienza” sembra voglia indicare la parte “razionale-conscia” dell’essere, l’Io-attivo, però da intendersi come specificato nella frase 2, in contrapposizione all’inconscio, l’Io-passivo, da intendersi come specificato nella frase 3 . In altre parole, mi sembra di scorgere una visione psicologica moderna del termine “coscienza”. Se così fosse non posso che dissociarmi, ancora una volta.

Dalle mie parti, e per fortuna non solo dalle mie, per coscienza s’intende qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell’ambito psicologico (cioè lo stato o l’atto di essere consci, contrapposta all’inconscio: esperienza soggettiva di eventi o di sensazioni), psichiatrico (cioè la funzione psichica capace di intendere, definire e separare l’io dal mondo esterno), filosofico (cioè l’attività, distinta dalla consapevolezza, con la quale il soggetto entra in possesso di un sapere specifico), etico (cioè la capacità di distinguere il bene e il male per comportarsi di conseguenza, contrapposta all’incoscienza).

Il termine coscienza deriva dal latino cum-scire , ossia “sapere insieme” ed indicava originariamente un determinato stato interiore di un individuo che può in qualche modo descrivere e comunicare ad altri.
Anticamente era molto diffusa l’idea (per fortuna oggi ripresa dai cercatori più attenti) che l’uomo, fosse dotato di tre centri, relativamente indipendenti, chiamati “centro intellettivo”, “centro motore-istintivo” e “centro emozionale”. I suddetti centri, sul piano della manifestazione formale corporea o grossolana, possono essere collocati rispettivamente: in una parte dell’encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell’uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati “gangli del simpatico e del parasimpatico”. Ebbene coscienza indicava, ed indica, quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (appunto “sapere insieme“) che, se raggiunto, permetteva all’uomo di elevare il proprio essere. Bisogna quindi intendere con il termine coscienza, secondo la psicologia tradizionale (non quella moderna) una funzione generale propria della capacità umana di assimilare la conoscenza. All’inizio vi è comprensione, cioè constatazione attiva della nuova conoscenza; quando a questa segue la permeazione definitiva del nuovo come parte integrante del vecchio, si può parlare di coscienza. Questa funzione, applicata al susseguirsi di fenomeni di conoscenza (non solo sensoriali) genera il fenomeno della coscienza. Come fenomeno dinamico, che si protrae nel tempo, può essere identificata come un vero e proprio processo.

Ma, anche mettendo da parte, per il momento, la “scienza tradizionale” (eventualità assurda e che io non farei neanche sotto tortura), per quanto mi sforzi, proprio non riesco a comprendere come si possa escludere la “coscienza”, anche intesa nella forma restrittiva moderna, vuoi in senso psicologico, psichiatrico, filosofico o etico, nell’atto creatico. A meno che non si voglia far diventare, da una parte, l’artista uno zombie posseduto da forze interiori del tutto soggettive (e sottolineo soggettivo, perchè l’inconcio è legato al singolo, nel senso che due inconsci non sono paragonabili, rapportabili) e, dall’altro, il fruitore dell’opera, una sorta di sonnambulo, perso nelle sue fantasie inconsce. A proposito di “zombie” e “sonnambuli”, se ti va di leggere una versione ironica del “dormiente” nelle sue sette componenti o parti (lo zombie, l’inadeguato, il succube, il sonnambulo, il beato, lo scalatore, il potente) ti consiglio di leggere, senza ombra di dubbio :D, il capitolo 2 del mio Infinito, Zero, Punto, Uno.

Se, poi, per inconcio si volesse far riferimento non a quello “individuale”, “soggettivo”, ma a quello “collettivo”, di “junghiana” memoria, quindi facendo appiglio alla psicoanalitica, allora si potrebbe trovare un possibile punto di equilibrio. Sorge però spontanea la domanda: perché dovrei cercare possibili appigli al fine di scalare una montagna per scoprire, magari dopo, che la vetta non m’interessa e non mi stimola? Perchè dovrei navigare a vista per mari tempestosi, quando posso tranquillamente starmene in un porto e aspettare che le acque si calmino, così da riprendere dopo il mio viaggio? Perché, insomma, dovrei mettere da parte la concezione di “coscienza” derivante dalla tradizione, e abbracciare terminologie più o meno incomplete, con tutto ciò che ne consegue?
No, grazie! Al “moderno” preferisco l'”antico”, anzi la “Tradizione”.

Piccolo memorandum per un commento: chi o cosa è l’angelo? il bambino di destra? il bambino di sinistra? il mazzolino di bucaneve? il rigagnolo? il lago o il mare? le montagne? il cespuglio? ecc. Ed il quadro nel suo insieme chi o cosa dovrebbe essere, o dovrebbe rappresentare?

Sempre se hai tempo, e la cosa non disturba il tuo psichismo, ti invito a vedere il video sottostante. Mi sembra il tipico caso in cui, prendendo un’opera famosa e interpretandola arbitrariamente, si ritenga di aver fatto “arte”. Lasciamo perdere il testo della canzone, ma, secondo te, esiste una relazione tra l’angelo del video e quello del quadro? Esiste una connessione tra i due ragazzi del video e quelli del quadro? e il paesaggio? Lasciamo perdere! Quando si rimane al primo livello (quello letterale) di un’opera simbolica, è ovvio che vengano fuori, poi, delle “idee” che con l’opera medesima hanno poco o nulla a che vedere.

Archetipi e Simboli – Chiavi di Conoscenza – Video Presentazione Parte 2di2 by Kuphasael Thorosan

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ARCHETIPI E SIMBOLI – Chiavi di Conoscenza – Video Presentazione Parte 1di2 by Kuphasael Thorosan

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La Scala per la Luna

La Scala per la Luna (K.T.)

Quanto segue è il mio commento sul simbolo della scala in un “gruppo” – di cui ovviamente non faccio il nome ed in cui vengono postate, per la verità, cose bellissime, grazie alle citazioni dei maestri del passato – con un piccolo, come dire, inghippo: coloro che postano, indefessamente, non si prendono mai una piccola pausa di riflessione per commentare i loro thread, si limitano a toccare il tasto del “mi piace”, nella migliore delle ipotesi. Scelta legittima ovviamente, ma discutibile dal mio punto di vista. Il mio commento nasce proprio dall’aver osservato questa caratteristica e dall’aver sottolineato che forse una piccola pausa avrebbe permesso di chiarire le parole dei “maestri”.

GrandSheikh dell’Ordine Sufi Naqhsbandi parla per bocca di Sheikh Nazim alHaqqani:
«Non abbiamo la pretesa di raggiungere tutte le stazioni celesti, come risultato delle nostre pratiche; facciamo solo ciò che è in nostro potere di fare e, in realtà, raggiungere lo scopo per mezzo delle nostre pratiche è come cercare di raggiungere la luna per mezzo di una scala. Anche se legassi assieme tutte le scale del mondo non potresti raggiungerla: è impossibile! Dobbiamo comunque provare, perché può darsi che, una notte, dalla luna discenda una scala per congiungersi alla nostra, allora ci sarà possibile salire, ma che noi possiamo costruire su fino alla luna, quello mai, dobbiamo comunque compiere il nostro dovere. Allah dice che fare il proprio dovere è la causa del nostro raggiungere i cieli, ma dovete sapere che questo non è sufficiente. Sappiamo che le scale vanno verso l’alto, ma non fino alla luna. Questo è il significato preciso della Tarîqat. Noi non inganniamo la gente: se uno lavora con sincerità, il nostro Signore può mandare una scala in ogni momento dalla luna per portarvi su, ma dovete fare il vostro lavoro, avere fiducia nel Signore!» [LA SCALA PER LA LUNA da “Mercy Oceans” di Sheikh Nazim alHaqqani].

MIO COMMENTO all’archebolo della “scala”

La Scala per la Luna (K.T.)

Vorrei soffermarmi brevemente sul punto in cui GrandSheikh parla delle “scale” e della “scala” che scende dalla luna. È vero, è proprio vero! Tutte le “Vie”, sotto qualsiasi forma si presentino, servono a costruire “scale”, ma neanche tutte le “scale” di questo mondo, legate assieme, possono permettere a chiunque di raggiungere la “luna”. Soltanto una scala proveniente dalla “luna” può fare in modo che ciò avvenga.
La domanda è: «come faccio a riconoscere che le scale costruite siano conformi a quella proveniente dalla “luna”?» Perchè in caso contrario, c’è il rischio che non si riesca a riconoscere la scala “vera”, ma questa è una altra storia.
Il linguaggio dei Maestri è sempre chiaro, limpido, diretto, illuminante, perché fa uso di archeboli o simboli semplici. Essi (i simboli o gli archeboli semplici) hanno il vantaggio di rivolgersi a tutti, indistintamente, penetrano nei cuori direttamente senza tanti fronzoli, hanno il vantaggio dell’immediatezza e della chiarezza. Cosa c’è di più diretto, istantaneo, chiaro, dell’archebolo di una “scala”? Il rovescio della medaglia, cioè lo svantaggio, è che tutti pensano di aver compreso. Effettivamente tutti comprendono, soltanto che la comprensione avviene al livello “letterale”, volendo esagerare a livello “emotivo”, quasi mai, per non dire mai, a livello “spirituale”.
Affinché la comprensione, e mi limito alla comprensione, avvenga a livello spirituale c’è bisogno di duro “lavoro”, di molto “studio”, alcuni Maestri direbbero di “preghiera” profonda, altri di “meditazione” continua, ma la sostanza non cambia, se non sei completamente coinvolto, se tutto il tuo essere non è pronto, non soltanto non riuscirai a riconoscere la “scala”, ma neanche il “gradino”.
Soffermati sull’archebolo della “scala”. Leggendo il brano di cui sopra, ovvero ascoltando il Maestro che parla di scale, qual è l’associazione che ti viene in mente?

< Una scala serve per salire. Nel brano di cui sopra è evidente, quindi, che l’associazione con il salire sia funzionale al raggiungimento della luna.>

Eh, già! Non ti viene proprio in mente che possano esserci altri significati nascosti, vero?

Mi ricordo ancora del giorno in cui dovetti tradurre in persiano un versetto di Hafiz, che era stato citato in inglese da un eminente magistrato britannico, che ero andato a consultare in compagnia di uno dei miei associati.
Il giudice disse: «Questi versi mi hanno sempre impressionato per la loro chiarezza; li ritraduca in persiano per il suo amico».
Il Sufi afgano, che era appena arrivato in Inghilterra, manifestò il suo stupore.
«Lei dice che quest’uomo è un giudice?», mi chiese.
Gli confermai che quello era il suo mestiere, e che aveva insegnato Diritto.
«Gli chieda se in questi versi ci sono altre cose, oltre ai sentimenti che provocano la sua ammirazione», mi disse il Sufi, affascinato.
«No, non c’è nient’altro», tagliò corto il magistrato.
Allora il Sufi citò il seguente racconto di Rumi.
«Le parole», disse un giorno un grammatico a un derviscio, «sono tradizionalmente divise solo in tre categorie». Il derviscio si mise ad urlare e a strapparsi i vestiti. Quando si fu un po’ calmato esclamò:
«E dire che avevo sempre sperato che ce ne fosse un’altra!».
Quando la storia fu terminata, il magistrato mostrò qualche segno di agitazione.
«Cosa mi avete detto a proposito di Sua Eccellenza? Che è…?»
«Direttore della Zecca Reale Afgana a Kabul”, gli ricordai.
«Ah, già … un altro di quegli individui complicati.». [“Tre categorie soltanto” in Idries Shah, Cercatore di Verità]

La Scala per la Luna (K.T.)

Non ti sfiora mai il pensiero che il termine “scala” possa riferirsi anche ad altri accezioni? Ti sei mai soffermato sugli usi alternativi di un vocabolo? Ti sei mai posto il problema della lingua originaria da cui un brano è stato tradotto? Hai mai sospettato che un termine in lingua “sacra” assuma differenti significati? Ti sei mai occupato di metodi di traslitterazione dalle lettere in numeri e dai numeri in lettere? Hai mai intravisto il vero potenziale delle parole, cioè il loro potere di evocare l’essenza della cosa nominata? Ti è mai passato per l’anticamera del cervello il pensiero che i Maestri del passato – ma anche quelli del presente e del futuro – fossero dei gran burloni ed amassero velare la realtà? Ti sovviene che il termine scala si possa usare anche per indicare le sette note musicali?

< Ma cosa cavolo c’entrano adesso le note musicali? >

C’entrano, c’entrano, fidati.
E la scala dei colori?

< Pure i colori? Che palle!>

E mi limito a ciò che puoi ottenere, come dico spesso, “senza saper leggere e scrivere”.

< Figurati “se sapessi leggere e scrivere”!?!>

Eh, già: figurati! Ma tu non ami essere complicato come il giudice del racconto di cui sopra, vero?
Fai attenzione, secondo te, bisogna sempre utilizzare archeboli o simboli semplici per arrivare al cuore dell’essere?

< Boh … immagino di sì. >

Immagini male! La risposta è sempre sì, no, forse.
Sì, se vuoi toccare indistintamente l’anima ( e sottolineo l’anima, non lo spirito, quello non lo puoi toccare) di tutti gli esseri, allora l’archebolo o il simbolo semplice è la scelta obbligata.
No, se vuoi che non si crei confusione, cioè se vuoi fare una selezione tra coloro che ascoltano, ovvero se non pretendi di rivolgerti a tutti indistintamente, ma soprattutto se non vuoi creare “false” comprensioni, allora non devi utilizzare l’archebolo o il simbolo semplice.
Forse, se comprendi cosa sia un archebolo o un simbolo, quale sia la sua applicazione, come si manifesta, come agisce nell’essere, perché usufruirne, quando avvalersene, per chi utilizzarlo, allora sarai in grado, all’occorrenza, di far uso di archeboli o simboli semplici e di quelli meno semplici, ossia complessi ovvero composti.

Il Mullah Nasrudin era seduto fra un circolo di discepoli, quando uno di loro gli chiese la relazione fra le cose di questo mondo e le cose di una dimensione diversa. Nasrudin rispose: «Prima devi comprendere il significato profondo degli archeboli».
Il discepolo non contento: «Mostrami qualcosa di pratico … per esempio una mela del Paradiso».
Nasrudin raccoglie una mela e la porge all’uomo.
«Ma questa mela è marcia su un lato … una mela del Paradiso sarebbe sicuramente perfetta».
«Una mela celeste sarebbe sicuramente perfetta», disse Nasrudin, «ma per quel che tu saresti capace di giudicare, situati come siamo qui in questa dimora della corruzione, e con le tue presenti facoltà, questa si avvicina ad una mela del Paradiso più di quanto potrai mai percepire». [“Le sottigliezze del Mullah Nasrudin” in Idries Shah, I Sufi]

< In questo caso, tu, cosa avresti proposto come archebolo complesso? >

L’ho detto all’inizio: il limite! Ricordi?

Puoi aver messo lungo la via tutti i passi che vuoi,
puoi esserti massacrato con preghiere, con esercizi spirituali e karmici,
puoi avere tutti i soprannomi che ti piacciono,
puoi avere tutti i riconoscimenti di questo mondo,
puoi essere chiamato maestro in tutte le lingue del passato, del presente e del futuro,
è del tutto irrilevante ed ininfluente,
sei ben misera cosa,
non c’è alcuna differenza tra te e l’ultimo degli esseri,
se non avviene il passaggio al limite. [K.T.]

Il limite è l’archebolo che meglio di qualsiasi altro si presta per spiegare la scala che proviene dalla luna. Come tutti gli archeboli complessi però non è adatto a toccare il cuore di tutti, ma chi meglio del limite ti permette di comprendere le parole del Maestro. L’archebolo complesso non presenta lo svantaggio delll’archebolo semplice, cioè che tutti pensano di comprende, mentre, in realtà, hanno compreso solo in senso letterale, se tutto va bene.
Ora, vorrei tu facessi veramente molta attenzione, secondo te esistono realmente archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi?

< Ma sei scemo? Certo che esistono archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi, sei tu che ne hai parlato. Ad esempio, la scala è un archebolo semplice, mentre il limite è uno complesso. >

Hai orecchie per udire, ma non senti; hai occhi per guardare, ma non vedi; hai una mente per pensare, ma non rifletti.
Sei sempre alla ricerca di una facile soluzione, sei sempre disposto ad accettare una confortevole risposta, ma come disse il Maestro secoli fa: «la soluzione al problema non è mai in una facile risposta».
Sei preda soltanto delle tue sensazioni, delle tue emozioni. Il cavallo va ora di qua, ora di là, libero, a briglia sciolte. Che fine ha fatto il cocchiere? Dove è andato il padrone?
Ti piace riempirti la bocca di dolci frasi, di odorare meravigliose fragranze, di toccare morbidi guanciali: amore, dolcezza, bontà, gentilezza.

Mi chiamate cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, taoista, induista, oppure gnostico, per farmi arrabbiare e sentirvi soddisfatti.
Alcuni si definiscono cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti, taoisti, induisti, oppure gnostici, per procurarsi altre emozioni.
Benissimo, se cerchiamo termini emozionanti, io vi chiamerò “adoratori del diavolo”. Questo dovrebbe procuravi un’agitazione, che per un certo tempo vi appagherà. [Par. Zabardast Khan, Maestro Sufi]

Quando smetterai di rincorrere il suono delle campane? Quando smetterai di guardare il colore del bicchiere? Jalâl âlDîn Rûmî disse: «impara la differenza tra il colore del vino ed il colore del bicchiere». Io dico di andare oltre: «dimentica il colore del vino e quello del bicchiere, concentrati solo sull’essenza del bicchiere».

Nella “stanza d’attesa” di un Maestro, c’erano cinque Discepoli. Il Maestro uscì dalla sua stanza, mise un bicchiere con dell’acqua sopra un tavolo presente nella stanza e disse: «Cosa è?». Il primo Discepolo osservò il bicchiere e disse: «E’ mezzo vuoto». Il secondo disse: « E’ mezzo pieno». Il terzo disse: « E’ sia mezzo vuoto sia mezzo pieno». Il quarto disse: «non è né mezzo vuoto né mezzo pieno». Il quinto alzò il bicchiere, bevve, ed esclamò soddisfatto: buona! Quindi mise il bicchiere a testa in giù. Il Maestro rovesciò il tavolo su cui era presente il bicchiere. Dopo guardò il quinto Discepolo e risero. [K.T.]

Non esistono simboli o archeboli semplici ovvvero complessi! Esistono soltanto archeboli o simboli apparentemente semplici ovvero apparentemente complessi.

Solo l’ARCHETIPO è!

L’archebolo che è manifestato non è l’ARCHEBOLO. Il simbolo che è disegnato non è il SIMBOLO. La scala, il limite, o qualsiasi altro accidente ti venga in mente, sono l’archebolo. Sarà poi il tuo essere a dargli vita. In funzione del livello del tuo essere si svilupperà  l’archebolo.