MASSONERIA: un’interpretazione

massoneria_02Secondo quanto affermano concordemente gli antichi rituali e le antiche costituzioni massoniche, la Massoneria ha per fine il perfezionamento dell’uomo. Anche gli antichi misteri classici avevano lo stesso scopo e conferivano la teletè, la perfezione iniziatica; e questo termine tecnico era etimologicamente connesso ai tre significati di fine, morte e perfezione, come osservava già il pitagorico Plutarco. Ed anche Gesù ricorre alla stessa parola, tèleios, quando esorta i suoi discepoli ad essere «perfetti come il Padre vostro che è nei cieli», sebbene, con una delle frequenti incongruenze delle Sacre Scritture, lo stesso Gesù affermi che «nessuno è perfetto ad eccezione del Padre mio che è nei cieli».

La definizione che abbiamo riportato sembrerebbe esplicita e precisa; eppure con una lieve alterazione formale essa ha subito una grave alterazione nel concetto. Per esempio, il dizionario etimologico del Pianigiani afferma che il fine della Massoneria è il perfezionamento dell’umanità; e non soltanto molti profani ma anche molti massoni accettano questa seconda definizione. A prima vista può sembrare che perfezionamento dell’uomo e perfezionamento dell’umanità significhino la stessa cosa; di fatto si riferiscono a due concetti profondamente diversi, e l’apparente sinonimia genera un equivoco e nasconde una incomprensione. Altri adoperano l’espressione: perfezionamento degli uomini, anche essa equivoca. Ora, evidentemente, non è possibile sentenziare quale sia l’interpretazione giusta, perché ogni massone può dichiarare giusta quella che si confà ai suoi gusti, e magari può compiacersi dell’equivoco. Se però si vuole determinare quale sia, storicamente e tradizionalmente, la interpretazione corretta e conforme al simbolismo muratorio, la questione cambia aspetto e non è più questione di gusti.

Il manoscritto rinvenuto dal Locke (1696) nella Biblioteca Bodleyana e pubblicato solo nel 1748 e che è attribuito alla mano di Enrico VI di Inghilterra, definisce la Massoneria come «la conoscenza della natura e la comprensione delle forze che sono in essa»; ed enuncia espressamente l’esistenza di un legame tra la Massoneria e la Scuola Italica, perché afferma che Pitagora, un greco, viaggiò per istruirsi in Egitto, in Siria, ed in tutti i paesi dove i Veneziani (leggi i Fenicii) avevano impiantato la Massoneria. Ammesso in tutte le logge di Massoni, acquistò un grande sapere, tornò in Magna Grecia e vi fondò un’importante loggia in Crotone[1].
A vero dire il manoscritto parla di Peter Gower; e, siccome il cognome Gower esiste in Inghilterra, Locke rimase alquanto perplesso nell’identificazione di Peter Gower con Pitagora. Ma altri manoscritti e le stesse Costituzioni dell’Anderson fanno esplicita menzione di Pitagora. Il manoscritto Cooke dice che la Massoneria è la parte principale della Geometria, e che fu Euclide, un sottilissimo e savio inventore, che regolò quest’arte e le dette il nome di Massoneria. E delle reminiscenze pitagoriche nelle «Old Charges» è traccia anche nel più antico rituale stampato (1724) il quale[2] attribuisce un pregio speciale ai numeri dispari, conforme alla tradizione pitagorica[3].
Gli antichi manoscritti massonici concordano dunque nell’indicare come fine della Massoneria quello del perfezionamento dell’uomo, del singolo individuo; e le prove iniziatiche, i viaggi simbolici, il lavoro dell’apprendista e del compagno hanno un manifesto carattere individuale e non collettivo.

vitriolSecondo la concezione massonica più antica, la «grande opera» del perfezionamento va attuata operando sopra la «pietra grezza», ossia sopra l’individuo singolo, squadrando, levigando e rettificando la pietra grezza sino a trasformarla nella  «pietra cubica della Maestria», ed applicando nella operazione le norme tradizionali dell’ «Arte Regia» muratoria di edificazione spirituale. Con perfetta analogia una tradizione parallela, la tradizione ermetica che almeno dal 1600 compare anche innestata a quella puramente muratoria, insegna che «la grande opera» si attua operando sopra la «materia prima» e trasformandola in «pietra filosofale» seguendo le norme dell’Arte Regia ermetica». Essa è compendiata nella massima di Basilio Valentino: Visita Interiora Terrae, Rectifìcando Invenies Occultum Lapidem [la cui traduzione letterale è “visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta”e il cui acronimo è VITRIOL, il solvente universale degli alchimisti, detto ancora oggi acqua regia] oppure nella Tabula smaragdina, attribuita da moderni arabisti al pitagorico Apollonio Tianeo.
Secondo invece la concezione massonica profana e meno antica, il lavoro del perfezionamento va attuato sopra la collettività umana, è l’umanità ossia la società che bisogna trasformare e perfezionare: e in questo modo all’ascesi spirituale del singolo si sostituisce la politica collettiva. I lavori massonici acquistano in tal modo uno scopo ed un carattere prevalentemente sociali, se non unicamente sociali; ed il fine vero e proprio della Massoneria, cioè il perfezionamento dell’individuo, viene posto in seconda linea, se non addirittura trascurato, dimenticato ed ignorato.

La concezione tradizionalmente corretta è sicuramente la prima, e nella letteratura massonica di due secoli fa ebbero grande voga esagerati e fantasiosi avvicinamenti ed identificazioni dei misteri eleusini e massonici. Senza ombra di dubbio il patrimonio ritualistico e simbolico dell’Ordine muratorio è in armonia soltanto con la concezione più antica del fine della Massoneria: infatti il testamento dell’iniziando, i viaggi simbolici, le terribili prove, la nascita alla luce iniziatica, la morte e resurrezione di Hiram, non si capisce quale relazione possano avere coi lavori massonici e con lo scopo della Massoneria, se tutto si deve ridurre a fare della politica.

Storicamente l’interessamento e l’intervento della Massoneria nelle questioni politiche e sociali si manifesta solo verso il 1730 e solo in alcune regioni europee con il trapiantamento della Massoneria inglese nel continente. Quel poco che si conosce delle antiche logge muratorie prima del 1600, mostra la presenza e l’uso nei lavori massonici di un simbolismo di mestiere, architettonico, geometrico, numerico; il quale per sua natura ha un carattere universale, non è legato ad una civiltà determinata e neppure ad una lingua particolare, ed è indipendente da ogni credenza di ordine politico e religioso. Per questa ragione il massone, secondo il rituale, non sa né leggere né scrivere.squadra-compasso

Un elemento ebraico compare nella leggenda di Hiram e della costruzione del Tempio, e le parole sacre del novizio e del compagno (i soli gradi allora esistenti) che si riferiscono a questa leggenda sono ebraiche. Questa leggenda non fa parte del patrimonio tradizionale dell’Ordine; la morte di Hiram non figura negli antichi manoscritti massonici, e le costituzioni dell’Anderson ignorano il terzo grado. Comunque la presenza di elementi e parole ebraiche non deve stupire in un tempo in cui l’ebraico era considerato una lingua sacra, anzi la lingua sacra in cui Dio aveva parlato all’uomo nel Paradiso terrestre; è una presenza di cui non va esagerata l’importanza ed il significato, e che·non basta certo a giustificare l’asserzione del carattere ebraico della Massoneria. La lettera G dell’alfabeto greco-latino, iniziale di geometria e dell’inglese God, che compare talora nella Stella Fiammeggiante o nel Delta massonico, sembra che sia un’innovazione (senza utilità per chi non sa né leggere né scrivere), mentre quei due simboli fondamentali dell’Ordine non sono altro che i due più importanti simboli del pitagoreismo: il pentalfa o pentagramma e la tetractis pitagorica. L’arte muratoria od arte reale od arte regia, termine di cui fa uso il filosofo neoplatonico Massimo di Tiro[4], era identificata con la geometria, una delle scienze del quadrivio pitagorico, e non si capisce come Oswald Wirth, il dotto massone ed ermetista, possa scrivere che i Massoni del XVII secolo[5] hanno potuto proclamarsi adepti dell’Arte reale perché dei re si interessarono un tempo all’opera delle corporazioni costruttive privilegiate del Medio Evo. Gli elementi di carattere muratorio puro costituiscono, insieme al simbolismo numerico c geometrico, il patrimonio simbolico e ritualistico arcaico e genuino della fratellanza. Non diciamo patrimonio caratteristico perché questi clementi compaiono, almeno parzialmente, anche nel compagnonage, del resto assai affine alla Massoneria.

rebisIn seguito, tra il 1600 ed il 1700, quando le logge inglesi principiano ad accettare come fratelli anche gli accepted masons, vale a dire anche persone che non esercitano la professione di architetto od il mestiere di muratore, compaiono anche elementi ermetici e rosacroce, ad esempio Elia Ashmole, come mostra il Gould nella sua storia della Massoneria. Questo contatto tra la tradizione ermetica e quella muratoria avviene anche fuori dell’Inghilterra presso a poco nel medesimo tempo, il che naturalmente implica l’esistenza nel continente di logge massoniche non derivanti dalla Gran Loggia d’Inghilterra. Il frontespizio di un importante testo di Ermetismo edito nel 1618[6] contiene accanto a simboli ermetici (il Rebis) anche i simboli prettamente muratorii della squadra, del compasso, ed altrettanto accade in un libretto italiano di alchimia[7] impresso in lamine di piombo e che risale presso a poco a quel periodo. In questo libretto è raffigurato, tra l’altro, Tubalcain che tiene nelle mani una squadra ed un compasso. Ora Tubalcain è nella Bibbia il primo fabrro; e per un errore etimologico allora accettato ed assai diffuso, per esempio dall’erudito Vossio, venne identificato con Vulcano, il fabbro degli Dei e Dio del fuoco, che secondo il concetto degli alchimisti ed ermetisti presiedeva al fuoco ermetico (od ardore spirituale), fuoco il quale compiva da solo la grande opera della trasmutazione.

In un nostro lavoro giovanile [A. Reghini, Le parole sacre e di passo ed il massimo mistero massonico] abbiamo dato una errata interpretazione della parola di passo Tubalcain, non conoscendo la errata identificazione di Vulcano con Tubalcain accettata dagli ermetisti ed in generale dagli eruditi del Seicento e del Settecento. Ci sembra oggi manifesto che questa parola ed altre parole di passo traggano la loro derivazione dall’Ermetismo, e riteniamo probabile che siano state introdotte in Massoneria e poste a lato delle parole sacre a testimonianza del contatto stabilito tra le due tradizioni, la muratoria e l’ermetica. Le parole di passo del2° e 3° grado non esistono nel rituale del Prichard (1730).
Ermetismo e Massoneria hanno per fine la «grande opera della trasmutazione», e le due tradizioni trasmettono il segreto di un’arte, che entrambe designano con il termine di arte regia, già usato da Massimo di Tiro. Era quindi naturale che si riconoscessero mutuamente affini. Osserviamo come l’adozione del simbolismo ermetico non avvenga a detrimento della universalità massonica e della sua indipendenza dalla religione e dalla politica, perché anche il simbolismo ermetico od alchemico è per sua natura estraneo ad ogni credenza religiosa o politica. L’arte massonica e l’arte ermetica, detta anche semplicemente l’arte, è un’arte e non una dottrina od una confessione.

massoneria_05Sino al 1717 ogni loggia massonica era libera ed autonoma; i fratelli di una officina erano ricevuti come visitatori nelle altre purché sapessero rispondere alla tegolatura, ma ogni maestro Venerabile era l’autorità unica e suprema per i fratelli di una officina. Nel 1717 si ebbe un mutamento con la costituzione della prima Grande Loggia, la Grande Loggia di Londra, e poco dopo venivano compilate, per opera del pastore protestante Anderson, le Costituzioni massoniche per le Logge all’Obbedienza della Gran Loggia di Londra; e, sebbene teoricamente un’officina potesse e possa mantenere la propria autonomia o mettersi all’Obbedienza di una Gran Loggia[8] , nella pratica vengono oggi considerate logge regolari quelle che direttamente od indirettamente sono emanazione e derivazione della Gran Loggia di Londra, supponendo che questa derivazione e soltanto essa possa conferire la «regolarità».

Ora è molto importante notare che le Costituzioni dell’Anderson affermano esplicitamente che per essere iniziato ed appartenere alla Massoneria si richiede solo di essere un uomo libero e di buoni costumi, ed esaltano (a differenza delle varie sette cristiane) il principio della tolleranza reciproca di ogni fratello per le altrui credenze, aggiungendo solo che un massone non sarà mai uno «stupido ateo». Taluno potrà forse pensare che l’Anderson ammetta che il massone possa essere un ateo intelligente, ma è più verosimile che l’Anderson, da buon cristiano, ammetta che un ateo è necessariamente uno stupido, seguendo la massima che dice: Dixit stultus in corde suo: Non est Deus (letterale “Dice lo stolto nel suo cuore: non è Dio”).

Bisognerebbe qui fare una digressione cd osservare che in questa disputa tanto chi afferma quanto chi nega non ha in generale nozione alcuna di quanto afferma esistere o no, e che la parola Dio viene adoperata di solito con un senso talmente indeterminato da rendere vana qualunque discussione [al riguardo ti consiglio di leggere l’articolo «Ma tu “credi” o “non credi”?» ]. Comunque le Costituzioni della Massoneria sono esplicitamente teistiche; e quei profani che accusano la Massoneria di ateismo sono in malafede od ignorano che essa lavora alla gloria del Grande Architetto dell’Universo; ed osserviamo ancora che questa designazione oltre ad essere in armonia con il carattere del simbolismo muratorio ha un significato preciso ed intelligibile a differenza di altre designazioni vaghe o prive di senso come quella di «Nostro Signore», di «Padre di tutti gli uomini» ecc.

massoneria_09Maggiore interesse offre il requisito di uomo libero fatto al profano per iniziarlo ed al massone per considerarlo fratello. L’Anderson non fa che continuare a chiamare liberi Muratori i Free Masons, e resta solo da esaminare in che cosa consista questa freedom dei Free Masons. Si tratta solo di franchigia economica e sociale che esclude gli schiavi o servi e  delle franchigie e dei privilegi di cui godeva la corporazione dei liberi Inuratori rispetto ai governi degli stati e delle varie regioni in cui essa svolgeva la sua attività? Oppure questo appellativo di liberi muratori va inteso anche in altro senso di non schiavo dei pregiudizii e delle credenze che non era il caso di ostentare? Se così fosse sarebbe vano cercarne le prove documentate, e la questione resterebbe indecisa. Pure è possibile dire qualche cosa in proposito, grazie ad un documento del 1509 la cui rsistenza od importanza sembra non sia stata finora avvertita.

Si tratta di una lettera scritta il 4 febbraio 1509 ad Enrico Cornelio Agrippa da un suo amico italiano, certo Landolfo, per raccomandargli un iniziando. Scrive Landolfo[9] : «È un tedesco come te, originario di Norimberga, ma abita a Lione. Curioso indagatore degli arcani della natura, ed uomo libero, completamente indipendente del resto, vuole, sulla reputazione che tu hai già, esplorare anche lui il tuo abisso … Lancialo dunque per provarlo nello spazio; e portato sulle ali di Mercurio vola dalle regioni dell’Austro a quelle dell’Aquilone, prendi anche lo scettro di Giove; e se questo neofita vuole giurare i nostri statuti, associalo alla nostra confraternita».

Si trattava di una associazione segreta ermetica fondata da Agrippa, ed è manifesta l’analogia tra questa prova dello spazio da fare affrontare all’iniziando e le terribili prove ed i viaggi simbolici della iniziazione massonica, sebbene qui la prova si effettui sulle ali di Ermete; Ermete psicopompo, il padre dei filosofi secondo la tradizione ermetica, è la guida delle anime nell’al di là classico e nei misteri iniziatici. Anche qui compare la qualifica di uomo libero, sufficiente ad aprire le porte a chi bussa profanamente alla porta del tempio; anche qui compare in sostanza il principio della libertà di coscienza e conseguentemente della tolleranza; le due tradizioni parallele muratoria ed ermetica pongono la stessa unica condizione al profano da iniziare: quella di essere un uomo libero; e ne deriva che presumibilmente essa non si riferiva alle franchigie particolari delle corporazioni di mestiere, che sarebbe stato del resto fuori di luogo pretendere dagli accepted Masons che non erano muratori di mestiere ma liberi muratori.

Il carattere fondamentale delle Costituzioni massoniche dell’Anderson sta adunque nel principio della libertà di coscienza e della tolleranza, che rende possibile anche ai non cristiani di appartenere all’Ordine. Nelle Costituzioni dell’Anderson la Massoneria conserva il suo carattere universale, non è subordinata ad alcuna credenza filosofica particolare né ad alcuna setta religiosa, e non manifesta alcuna tendenza a lavori di ordine sociale e politico; può darsi che questo carattere aconfessionale e libero inspirasse anche la Massoneria anteriore al 1717 e che l’Anderson non abbia fatto altro che sancirlo nelle Costituzioni.

massoneria_07Trapiantandosi in America e nel continente europeo la Massoneria conserva in generale questo suò carattere universale di tolleranza religiosa e filosofica e resta aliena da ogni partecipazione ai movimenti politici e sociali, talora accentuando, come in Germania, il suo interesse per l’Ermetismo. Sorgono per altro a partire circa dal 1740 i nuovi riti e gli alti gradi, i quali però hanno cura di mantenere intatti il rito ed i rituali dei primi tre gradi, ossia della vera e propria Massoneria detta anche Massoneria simbolica od azzurra. I rituali di questi alti gradi sono talora uno sviluppo della leggenda di Hiram, oppure si riattaccano ai Rosacroce, all’Ermetismo, ai Templari, allo gnostidsmo, ai catari … , vale a dire non hanno un vero e proprio carattere massonico, e dal punto di vista della iniziazione massonica sono assolutamente superflui.

La Massoneria sta tutta nei primi tre gradi, riconosciuti da tutti i riti, e posti alla base degli alti gradi e delle camere superiori dei vari riti. Il compagno libero muratore, una volta divenuto maestro ha simbolicamente terminato la sua grande opera; e gli alti gradi potrebbero avere una qualche funzione veramente massonica soltanto se contribuissero alla corretta interpretazione della tradizione muratoria ed a una più intelligente comprensione cd applicazione del rito ossia dell’arte regia.

Naturalmente questo non significa che si debbano abolire gli alti gradi perché i fratelli insigniti degli alti gradi sono liberi, e quelli di loro cui piace di riunirsi in riti e corpi per svolgere lavori non in contrasto con quelli massonici debbono avere la libertà di farlo. Però dal punto di vista strettamente massonico questa loro appartenenza ad altri riti ed a camere superiori non li pone in alcun modo al di sopra di quei maestri che non sentono il bisogno di altro lavoro che quello della universale Massoneria dei primi tre gradi. Del resto è manifesto che riti distinti, come quello di Swedenborg, quelli scozzesi, quello della Stretta Osservanza, quello di Memphis … appunto perché differenti non sono più universali, oppure lo sono solo in quanto si basano sopra i primi tre gradi. Dimenticarlo o tentare di snaturare il carattere universale, libero e tollerante della Massoneria, per imporre ai fratelli delle Logge particolari punti di vista ed obbiettivi, sarebbe mettersi contro lo spirito della tradizione muratoria c contro la lettera delle Costituzioni della Fratellanza.

massoneria_gradiLa prima alterazione appare in Francia, simultaneamente alla fioritura degli alti gradi. Il fermento degli spiriti in codesto periodo, il movimento dell’Enciclopedia, si ripercuotono nella Massoneria che si diffonde largamente e rapidamente; ed accade così per la prima volta che l’interesse dell’Ordine si dirige e si concentra nelle questioni politiche e sociali. Affermare che la rivoluzione francese sia stata opera ddla Massoneria ci sembra per lo meno esagerato; è invece innegabile che la Massoneria subi in Francia, e sarebbe stato difficile che ciò non avvenisse, l’influenza del grande movimento profano che condusse alla rivoluzione e culminò poi nell’impero. La Massoneria francese divenne e rimase anche in seguito una Massoneria colorata politicamente ed interessata nelle questioni politiche e sociali, e si formò quella che da taluni è considerata come la tradizione massonica, sebbene sia tutt’al più la tradizione massonica francese, ben distinta dalla antica tradizione.

Questa deviazione e questa persuasione è la causa prima, sebbene non la sola, del contrasto che è poi sorto tra la Massoneria anglosassone e la Massoneria francese; anche in Italia essa è stata la sorgente dei dissensi massonici di questi ultimi cinquanta anni e della conseguente disunione e debolezza della Massoneria di fronte agli attacchi ed alla persecuzione fascista e gesuitica. Comunque anche i fratelli che seguono questa tradizione massonica francese non hanno dimenticato il principio della tolleranza, e nelle logge massoniche italiane, anche prima della persecuzione fascista, si trovavano fratelli di ogni fede politica e religiosa, compresi i cattolici ed i monarchici.

Va anche ricordato che nel periodo di poco precedente lo scoppio della rivoluzione francese non tutti i massoni dimenticarono la vera natura della Massoneria, sebbene disorientati dalla pleiade di riti diversi e contrastanti; e si tenne il Convento dei Filaleti allo scopo di rintracciare quale fosse la vera tradizione massonica, ossia la vera parola di maestro che, secondo la stessa leggenda di Hiram, era andata perduta. Al Convento dei Filaleti convennero massoni di ogni rito, tutti desiderosi di ristabilire l’unità. Il solo Cagliostro, che aveva fondato il rito della Massoneria Egiziana in soli tre gradi, dedito esclusivamente all’opera della edificazione spirituale, rifiutava di partecipare al Convento dei Filaleti per ragioni che sarebbe lungo esporre.

massoneria_08L’influenza massonica francese si affermò, dopo la rivoluzione e durante l’impero, anche in Italia; la presenza anche oggi di alcuni termini tecnici nei «travagli» massonici, come il «maglietto» del Venerabile, versione poco felice del maillet ossia del martello, ne fa testimonianza 12 . La Massoneria francese e quella italiana ebbero durante tutto lo scorso secolo intimi rapporti, ed assunsero insieme talora atteggiamento rivoluzionario, repubblicano ed anche materialista e positivista seguendo la voga filosofica del tempo. Non si può dire per altro che la Massoneria divenne In Italia una Massoneria materialista, perché non soltanto fu sempre tollerante di tutte le opinioni, ma venerò in modo speciale la grande anima di Giuseppe Mazzini; ed i grandi massoni italiani come Garibaldi, Bovio, Carducci, Filopanti, Pascoli, Domizio Torrigiani e Giovanni Amendola f’urono tutti idealisti e spiritualisti. Era riservata alla teppa fascista la selvaggia furia di devastazione dei nostri templi, delle nostre biblioteche ed il vandalismo che fece a pezzi i ritratti ed i busti dei grandi spiritualisti come Mazzini e Garibaldi che decoravano le nostre sedi.

D’altra parte bisogna riconoscere che, se la Massoneria anglosassone ha sempre mantenuto il carattere spiritualista e non ha mai pensato a dichiarare l’inesistenza del Grande Architetto dell’Universo, essa è stata spesso incline, e lo è ancora, a conferire un colorito cristiano al suo spiritualismo, allontanandosi dallo spirito di assoluta imparzialità ed aconfessionalità delle Costituzioni dell’Anderson. Non si può negare che l’imporre il giuramento sul Vangelo di San Giovanni sia una manifestazione non troppo tollerante rispetto a quei profani ed a quei fratelli che, essendo agnostici, pagani, od ebrei o liberi pensatori, non sentono particolare simpatia per il Vangelo di San Giovanni e non sanno nulla della tradizione gioannita. L’intolleranza si accentua con l’andazzo di infliggere la lettura ed il commento di versetti del Vangelo durante i lavori di Loggia. Questo mal vezzo, qualora si affermasse, ridurrebbe i lavori di Loggia al livello di un service di una chiesa quacchera o puritana, ad una specie di rosario e vespro fastidioso, inconcludente, e ripugnante alla libera coscienza dei moltissimi fratelli i quali, anche in Inghilterra ed in America, non solo non vanno alla messa e non accettano l’infallibilità del Papa, ma non accettano più neppure l’autorità della Bibbia. Vale la pena di provocare il disagio e l’insofferenza tra le colonne senza sensibile compenso? Si crede proprio con simili mezzi di convertire gli altri alla propria credenza e di arginare la potente ondata dell’agnosticismo inglese ed americano?

Queste considerazioni inducono a mantenere alla Massoneria il suo carattere universale al di sopra di ogni credenza religiosa e filosofica e di ogni fede politica. Il che non vuol dire che si debba fare astrazione dalla politica. Occorre infatti difendersi. L’intolleranza non può lasciare prosperare la tolleranza; e la tolleranza tutto può tollerare salvo l’intolleranza dichiaratamente ostile. Appena comparvero le Costituzioni dell’Anderson con il loro principio della libertà e della tolleranza la Chiesa cattolica scomunicò la Massoneria rea appunto di tolleranza; e l’accanimento contro la Massoneria non si è mai più smentito.

massoneria_06In Italia la persecuzione contro la Massoneria in questo ultimo ventennio è stata iniziata e sostenuta dai gesuiti e dai nazionalisti[10]; ed i fascisti per ingraziarsi questi messeri non esitarono a provocare l’avversione del mondo civile contro l’Italia con le loro gesta vandaliche contro la Massoneria. I gesuiti hanno perduto questa guerra; ma la peste dell’intolleranza non è finita, anzi si affaccia sotto nuove forme e ne segue la necessità di prevenirla. D’altra parte giunge l’ora, se non erriamo, di spargere la Massoneria sopra tutta la superficie della terra e di stabilire una fratellanza tra gli uomini di tutte le razze, civiltà e religioni; e per assolvere questo compito è necessario che la Massoneria non abbia una fisionomia ed un colorito che appartiene solo alla minoranza dell’umanità a cui le grandi civiltà orientali, tutta la Cina, tutta l’India, il Giappone, la Malesia, il mondo dell’Islam si sono dimostrati refrattarii. La cosa è possibile sin tanto che la Massoneria non si circoscrive in una qualunque credenza e resta fedele al suo patrimonio spirituale che non consiste in una fede codificata, in un credo religioso o filosofico, in un complesso di postulati o pregiudizii ideologici e moralistici, in un bagaglio dottrinale in cui si creda contenuta ed espressa la verità cui convertire i miscredenti. Bisogna pensare che, anche se esiste la vera religione o la vera filosofia, è una illusione il credere di poterla conquistare o comunicare con una conversione o con una confessione od una recitazione di formule determinate, perché ognuno intende le parole di questi credi e formule a modo suo, conforme alla sua cultura ed intelligenza; ed in fondo esse non sono, come diceva Amleto, che words, words, words. Fin tanto che non ci si ragiona sopra, permane l’illusione di comprendere queste parole nello stesso modo; appena si comincia a ragionare, sorgono le sette e le eresie, ciascuna persuasa di possedere la verità.

La sapienza non può essere razionalmente intesa, espressa e comunicata; essa è una visione, una vidya, essenzialmente e necessariamente indeterminata, incerta; e, aprendo gli occhi alla luce con la nascita alla nuova vita, ci si avvia a questa visione. L’arte muratoria od arte regia è l’arte di lavorare la pietra grezza in modo da rendere possibile la trasmutazione umana e la graduale percezione della luce iniziatica. Il che non significa naturalmente che la Massoneria abbia il monopolio dell’arte regia.

Durante questi ultimi due secoli la grande maggioranza dei nemici della Massoneria ha fatto sistematicamente ed unicamente ricorso soltanto all’ingiuria ed alla calunnia facendo leva sui sentimenti moralistici e patriottici. Si è affermato che i lavori massonici consistono in orgie abominevoli, svisando a questo scopo i rituali, si sono svelate le cerimonie massoniche ponendole in ridicolo, si è accusato i massoni di tradire la loro patria a causa del carattere internazionale dell’Ordine, si è affermato che la Massoneria non è altro che uno strumento degli Ebrei, sempre mirando ad ingannare ed aizzare i fedeli credenti ed il grosso pubblico contro la «Società Segreta». I massoni naturalmente sapevano bene che non si trattava che di calunnie; e, non potendoli persuadere, si è pensato a sopprimerli od a togliere ad essi la possibilità di adunarsi, di lavorare, di rispondere e di difendersi.

Recentemente uno scrittore cattolico[11] ha pubblicato uno studio storico sopra «la Tradizione Segreta» c ondotto con competenza ed abilità, ed in cui le contumelie e le solite calunnie dirette a fare presa sull’animo dei profani sono state sostituite da una critica insidiosa diretta a fare presa sul lettore colto ed anche sull’animo dei fratelli. Questa critica afferma che nel fondo della tradizione segreta è contenuto il vuoto assoluto e conclude con l’affermare che «la Scuola Iniziatica o per essa la Tradizione Segreta non ha insegnato assolutamente nulla all’umanità>>. Veramente non si capisce bene come si possa allora anche affermare che questo vuoto assoluto, «questa tradizione segreta coincide, se pure spesso in forma corrotta, con le dottrine gnostiche», ma non pretendiamo troppo. La Massoneria è dunque, secondo l’autore, una sfinge senza segreto perché non insegna alcuna dottrina, ed il lettore è così portato a concludere che essendo priva di contenuto la Massoneria non val niente.

massoneria_04In quanto precede noi abbiamo mostrato che la Massoneria non insegna alcuna dottrina e non deve insegnarne; e che questo è un merito e non un demerito della Massoneria. Per concludere poi che, non contenendo una dottrina, la Tradizione segreta contiene il vuoto assoluto bisogna credere che soltanto una dottrina possa occupare il vuoto. Afferma ancora il Del Castillo che «il sistema iniziatico suppone che l’uomo possa arrivare a capire con lo sforzo del cervello i problemi insoluti del cosmo e dell’al di là»; e che la «Chiesa cattolica oppone, alle vane elucubrazioni dei cosidetti iniziati, la forza intangibile del suo dogma che deve essere unico perché non possono esistere due verità»; e che il sistema iniziatico è incompatibile con il Cristianesimo. A queste e simili affermazioni rispondiamo che ignoriamo la esistenza di un sistema iniziatico, che non conosciamo iniziati che facciano delle supposizioni, e tanto meno che si illudano di potere capire con il solo cervello e con elucubrazioni di problemi insoluti; ma non ci è possibile ammettere che la fede in un dogma costituisca una conoscenza perché sapere non è credere. Anzi, noi comprendiamo che la verità è necessariamente ineffabile ed indefinibile, e lasciamo ai profani l’ingenua e consolante illusione che sia possibile una qualsiasi formulazione della verità e della conoscenza in credi, formule, dottrine, sistemi e teorie. Anche Gesù, del resto, sapeva che le sue parabole non erano che delle parabole, ma diceva anche ai suoi discepoli che ad essi «era dato intendere il mistero del regno dei cieli». Evidentemente sola fides sujficit ad firmandum cor sincerum, ma non sufficit per intendere i misteri. Lo stesso dicasi naturalmente per il solo raziocinio. E con questo non intendiamo menomare il valore della fede e del raziocinio; la sola fede conduce al fànatismo ignorante, il solo raziocinio conduce alla disperazione filosofica; sono un po’ come il tabacco ed il caffè: due veleni che si compensano; ma naturalmente non basta fumare la pipa e centellinare il caffè per assurgere alla conoscenza. Alla conoscenza multi vocati sunt, non tutti: e, tra questi molti, pauci electi sunt secondo la Chiesa cattolica invece basta la fede nel Dogma, e conoscenza e paradiso sono portata di tutte le borse a prezzi di vera concorrenza.

Riassumendo: Non esiste una dottrina segreta massonica[12]; ma esiste un’arte segreta, detta arte reale, od arte regia o semplicemente l’Arte; è l’arte della edificazione spirituale cui corrisponde l’architettura sacra. Gli i strumenti muratorii hanno perciò un senso figurato nell’opera della trasmutazione, ed al segreto dell’arte regia corrisponde il segreto architettonico dei costruttori delle grandi cattedrali medioevali. È naturale che i liberi muratori venerino il Grande Architetto dell’Universo, anche se non si definisce cosa si debba intendere con questa formula. Nell’architettura antica, specialmente in quella sacra, avevano grande importanza le questioni di rapporto e di proporzione; l’architettura classica regolava la proporzione delle varie parti di un edificio, ed in particolare dei templi, basandosi sopra un modulo segreto cui accenna Vitruvio; sopra l’architettura egiziana e specialmente sopra la Piramide di Cheope esister  tutta una letteratura che ne mostra il carattere matematico; ed, anche procedendo con molto scetticismo, è certo ad esempio che tale piramide si trova esattamente alla latitudine di 30° in modo da formare con il centro della terra e con il polo Nord un triangolo equilatero, è  certo che essa è perfettamente orientata e che la faccia rivolta a settentrione è esattamente perpendicolare all’asse di rotazione terrestre, anzi alla posizione di questo asse al tempo della sua costruzione. Ed anche i costruttori medioevali non erano guidati da criteri puramente estetici [come purtroppo accade oggi], e si preoccupavano dell’ orientazione della chiesa, del numero delle navate ecc.; e l’arte dei costruttori era posta in connessione con la scienza della geometria.

massoneria-strumentiLa squadra ed il compasso sono i due simboli fondamentali di mestiere dell’arte muratoria; e la riga ed il compasso sono i due strumenti fondamentali per la geometria elementare. La Bibbia afferma che Iddio ha fatto omnia in numero, pondere et mensura; i pitagorici hanno coniato la parola cosmo per indicare la bellezza del cosmo in cui riconoscevano una unità, un ordine, un’armonia, una proporzione; e tra le quattro scienze liberali del quadrivio pitagorico, cioè l’aritmetica, la geometria, la musica e la sferica, la prima stava alla base di tutte le altre. Dante compara il cielo del Sole all’aritmetica perché «come del lume del Sole tutte le stelle si illuminano, così, del lume dell’aritmetica tutte le scienze si illuminano, e perché come l’occhio non può mirare il sole così l’occhio dell’intelletto non può mirare il numero che è infinito>>[13]. Lasciando da parte ogni critica di questo passo, resta stabilita la posizione occupata secondo Dante dalla Aritmetica. Tanto la Bibbia quanto l’architettura portavano alla considerazione dei numeri. Oggi, anche rifiutando di riconoscere nel cosmo una unità, un ordine, un’armonia, una legge ed accettando solo un determinismo limitato dalla legge di probabilità, la fisica moderna si riduce sempre alla considerazione di numeri e rapporti numerici; anzi non restano altro che quelli, e tanto Einstein quanto Bertrand Russel hanno constatato e riconosciuto il ritorno della scienza moderna al pitagoreismo. Non stupisce quindi che i liberi muratori identificassero l’arte architettonica con la scienza della geometria e dessero alla conoscenza dei numeri tale importanza da giustificare la loro pretesa tradizionale di essere i soli ad avere conoscenza dei «numeri sacri».

Dobbiamo per altro fare ancora alcune osservazioni. La geometria nella sua parte metrica, ossia nelle misure, richiede la conoscenza dell’aritmetica; inoltre l’accezione della parola geometria era anticamente più generica che ora non sia, e geometria indicava genericamente tutta la matematica; di modo che l’identificazione dell’arte reale con la geometria, tradizionale in Massoneria, si riferisce non alla sola geometria intesa nel senso moderno, ma anche all’aritmetica. In secondo luogo dobbiamo osservare che questa relazione fra la geometria e l’arte regia, dell’architettura e dell’edificazione spirituale è la stessa che inspira la massima platonica: «Nessun ignaro della geometria entri sotto il mio tetto». Questa massima è di attribuzione un po’ dubbia perché è riportata solo da un tardo commentatore; ma in opere che indiscutibilmente appartengono a Platone leggiamo essere «la geometria un metodo per dirigere l’anima verso l’essere eterno, una scuola preparatoria per una mente scientifica, capace di rivolgere le attività dell’anima verso le cose sovrumane», essere «perfino impossibile arrivare ad una vera fede in Dio se non si conosce la matematica e l’astronomia e l’intimo legame di quest’ultima con la musica»[14].

massoneriaQuesta concezione ed attitudine di Platone è la medesima che si ritrova nella scuola italica o pitagorica che esercitò sopra Platone grandissima influenza, di modo che anche volendo sostenere che la Massoneria si sia inspirata a Platone, si è sempre in ultima analisi ricondotti alla geometria ed all’aritmetica dei pitagorici. Il legame tra la Massoneria e l’Ordine pitagorico, anche se non si tratta di ininterrotta derivazione storica, ma soltanto di filiazione spirituale, è certo e manifesto. L’Arciprete Domenico Angherà nella prefazione del 1874 alla ristampa degli Statuti Generali della Società dei Liberi Muratori del Rito Scozzese Antico ed Accettato, già pubblicati a Napoli nel 1820, afferma categoricamente che l’Ordine massonico è la stessa, stessissima cosa dell’Ordine pitagorico; ma anche senza spingersi tanto oltre l’affinità tra i due ordini è sicura. In particolare l’arte geometrica della Massoneria deriva, direttamente od indirettamente, dalla geometria ed aritmetica pitagoriche; e non più in là, perché i pitagorici furono i creatori di queste scienze liberali, a quanto risulta storicamente e secondo la attestazione di Proclo. Ad eccezione di alcune poche proprietà geometriche attribuite,
probabilmente a torto, a Talete, la geometria, dice il Tannery, scaturì  completa dal genio di Pitagora, come Minerva balza armata di tutto punto dal cervello di Giove; ed i pitagorici sono stati i primi ad iniziare lo studio dell’aritmetica e dei numeri.

Per studiare le proprietà dei numeri sacri ai Liberi Muratori e la loro funzione in Massoneria, la via che si presenta spontaneamente è dunque quella di studiare l’antica aritmetica pitagorica; e di studiarla sia dal punto di vista aritmetico ordinario, sia dal punto di vista dell’aritmetica simbolica od aritmetica formale, come la chiama Pico della Mirandola, corrispondente al compito filosofico e spirituale assegnato da Platone alla geometria. I due sensi si trovano strettamente connessi nello sviluppo dell’aritmetica pitagorica. La comprensione dei numeri pitagorici faciliterà la comprensione dei numeri sacri alla Massoneria.

Tratto da: “Premesse” in Arturo Reghini, La Tradizione Pitagorica Massonica, Gherardo Casini Editore, Santarcangelo di Romagna (RN), 2010.

Note:
[1]  HUTCHINSON, SpiritofMasonry; PRESTON, Illustrations ofMasonry; DE CASTRO, Mondo segreto, N, 91; ARTURO REGHINI, Noterelle iniziatiche. Sull’origine del simbolismo muratorio, Rassegna Massonica, giugno-luglio 1923.
[2] The Grand Mystery of Free-masons discovered wherein are the severa/ questions put to them at their Meetings and installa.tion, London 1724.
[3] VERGILIUS, Bucolicon, Eglo, VIII; Numero impari Deus gaudet.
[4] MAXIME DE TYR, Discours philosophiques, trad. par FoRMEY, Leida 1764, Disc. XI, pag. 173.
[5]
Cfr. OswALo WIRTH, Le Livre du Maztre, 1923, pag. 7.
[6]
Si tratta della Basilica Philosophica, ]OHANNlS Mnn, Francof. 1618.
[7]
Cfr. PIETRO NEGRI, Un codice plumbeo alchemico italiano, nella rivista UR, anno 1127, n.ri 9 e IO.
[8]
O. WIRTH esprime categoricamente questa opinione (Livre du Maitre, p. 189).
[9] ENRICO CORNELIO AGRIPPA, Epistol. Cfr. anche la monografia di ARTURO REGHINI premessa alla versione italiana della Filosofia Occulta di Agrippa.
[10] Cfr. gli art. di EMILIO BODRERO nell’organo della Compagnia di Gesti, la Civiltà cattolica, ed il giornale Roma Fascista; cfr. et.: Ignis e Rassegna Mass. , annata 1925.
[11] Cfr. RAFFAELE DEL CAsTILLO, La tradizione segreta, Milano, Bompiani, 1941.
[12] La stessa cosa era già stata detta dal WIRTH nel 1941: «Comme la méthode initiatique se refuse à inculquer qui que ce soit, il n’est guère admissible qu’une doctrine positive ait été enseignée au sein des Mystères» (Le livre du Maitre, 119). Il Del Castillo invece sostiene senza alcuna prova, che la Massoneria ha preteso insegnare una tale dottrina segreta, constata che di questa dottrina positiva non trova traccia, ed invece di riconoscere che la sua personale asserzione non ha fondamento, accusa la Massoneria di millantato credito e di incapacità. O vos qui , cum ]esu itis, non ite cum ]esuitis.
[13] DANTE, Conv. II, 14.
[14] Gino Loria, Le scienze esatte nell’antica Grecia, 2a ed., Milano, Hoepli, 1914, pag. 110.

Baigent Michael – Leigh Richard, L’elisir e la pietra

Michael Baigent – Richard Leigh, L’elisir e la pietra, la lunga storia della magia e dell’alchimia, Marco Tropea Ed., Milano, 2010, pag. 456. Traduzione di Silvia Lalia. Titolo originale: The Elixir And The Stone.

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SOMMARIO

Ringraziamenti
Prefazione

Parte prima

1 Ermete Trismegisto
2 Magia ermetica, alchimia e Islam
3 La magia nei secoli bui
4 Tre strade per l’Europa
5 I magi medievali
6 Il Rinascimento
7 La diffusione del sapere ermetico
8 Faustus
9 Pensiero ermetico e arti: il talismano
10 Le società segrete
11 La frammentazione della realtà
12 Il ritorno all’unità
13 La riscoperta del pensiero ermetico

Parte seconda

14 Il cerchio magico
15 Controllo della mente
16 La manipolazione politica
17 Manipolazione commerciale della mente
18. La manipolazione dell’informazione
19 Musica e magia
20 La riscoperta di senso

Postscriptum
Note
Bibliografia
Indice dei nomi

Quarta di copertina: Fin dall’antichità le dottrine magiche ed ermetiche hanno dato origine a una delle tradizioni culturali più feconde e durature. Dagli autori del Mistero del Mar Morto, ecco un libro che ripercorre l’affascinante storia dell’esoterismo e dell’alchimia, dalle origini ad Alessandria d’Egitto con Ermetie Trismegisto, attraverso gli scitti di Marsilio Ficino, Paracelso e Giordano Bruno, fino alle società segrete del XVII secolo e alla più recente rinascita del pensiero ermetico. Una trattazione intrigante è riservata alla riscoperta dell’occultismo nella letteratura, nell’arte, nella musica e nel cinema del XX secolo.

Recensione: La migliore recensione al libro credo sia stata fatta dagli autori nella loro Pefazione, in cui raccontano in modo sintetico, ma avvincente, il loro graduale avvicinamento all’esoterismo, esprimibile mediante l’ermetismo e l’alchimia. Lascio quindi volentieri loro la parola.

Gli autori di questo libro sono un prodotto degli anni sessanta. Di questo non abbiamo intenzione di chiedere scusa, al contrario, ne siamo orgogliosi. Siamo anche orgogliosi di aver partecipato, quantunque con una punta di sano scetticismo, al ritorno dell’occulto nella nostra epoca.

Come molti nostri contemporanei, abbiamo trovato la via all’ermetismo attraverso vari percorsi. Fra i più importanti consideriamo quelli aperti proprio dal sistema educativo che aveva bandito l’ermetismo fuori dallo steccato innalzato a protezione della rispettabilità accademica. L’università, come scoprimmo ben presto, dimostrava di essere tutto meno che “universale”. Ciò nonostante, pur nei settori rigidamente separati delle varie specializzazioni, letteratura inglese, americana, francese o tedesca, abbiamo avuto occasione di leggere opere, in poesia e in prosa, che rivelavano collegamenti, rifiutati  dall’università, fra arte, scienza, storia, filosofia, psicologia, mitologia e religioni comparate. Mentre i vari settori accademici si azzuffavano per difendere i propri confini territoriali con  un accanimento meschino, degno di nazionalisti puritani, Blake, Goethe e Balzac, Flaubert, Tolstoj e Dostoevskij, Joyce, Proust, Mann, Yeats e Rilke ci offrivano una visione globale del sapere. In molte di queste figure, e perfino in contegnosi vittoriani come George Eliot e Robert Browning, scoprimmo riferimenti espliciti all’ermetismo e ai suoi seguaci.

Esistevano, inoltre, figure che non erano ancora ammesse nel sillabo o canone ufficiale.  Lawrence Durrell, per esempio, era generalmente rifiutato, perfino disprezzato dall’ambiente accademico del tempo, ma nelle università degli anni sessanta in Gran Bretagna e negli Stati Uniti erano pochi gli studenti che non avevano letto Quartetto di Alessandria. Fu nelle pagine della tetralogia durrelliana che noi, come altri giovani, incontrammo per la prima volta riferimenti a un misterioso corpus di insegnamenti conosciuto come Corpus Hermeticum. Fu in Durrell che incontrammo per la prima volta i nomi di Paracelso e Agrippa, mai citati nei libri di testo o nelle antologie ortodosse. Fu la bizzarra evocazione romanzata di Alessandria fatta da Durrell che ci introdusse nella culla dell’ermetismo. E fu in Durrell che scoprimmo la più ermetica delle discipline, l’alchimia, non come pittoresca forma di chimica primitiva, ma come sistema simbolico, complesso e magnificamente evocativo, metafora di una forma di autotrasformazione.

Come Durrell, anche Jung non aveva posto nel sillabo accademico del tempo. Attraverso la letteratura, tuttavia, arrivammo a lui con la sensazione di aver fatto una scoperta davvero stimolante. Da Jung la strada ci portò di nuovo all’ermetismo, sia direttamente sia attraverso l’opera di Goethe. Fu subito evidente che erano molte le strade che conducevano all’ermetismo, anche se di questi percorsi l’università sembrava aver perso o cancellato la mappa.

Scoprimmo che l’ermetismo offriva una nuova e sorprendente prospettiva sul mondo della conoscenza, una visione diversa che l’università avrebbe dovuto sentire il dovere di segnalare. Da questa prospettiva, il panorama appariva straordinario, come doveva esserlo la vista del globo terrestre per gli astronauti che in quegli anni si avventurarono per primi nello spazio. Da questa prospettiva si poteva vedere che conoscenza e realtà erano una totalità integrata e senza interruzioni, si potevano percepire le interrelazioni fra le diverse “discipline” e i diversi “campi di studio” che l’università manteneva artificialmente scissi, frammentati, separati l’uno dall’altro. L’ermetismo, offrendo una prospettiva che trascendeva gli steccati tra i settori del sapere, permetteva di comprendere come i vari ambiti del sapere si adattavano, si compenetravano, si sovrapponevano e si alimentavano a vicenda; si potevano anche discernere le incrinature e le faglie provocate dalla separazione, dalla frammentazione e dalla segregazione.

Allo stesso tempo, grazie all’ermetismo, era possibile arrivare a qualcosa di più di una semplice comprensione astratta o teorica, a qualcosa di più di un orientamento filosofico generale. L’ermetismo faceva intendere in modo empirico che la “magia”, e quasi sempre in una pericolosa versione, era in realtà utilizzata e sfruttata dalla moderna società occidentale. In altre parole, studiare l’ermetismo permetteva di comprendere come alcuni suoi princìpi e dinamiche essenziali gli fossero stati sottratti per essere utilizzati a scopi fondamentalmente disonesti. La “magia” si delineava, almeno nel mondo moderno, come metafora di certe insidiose manipolazioni, vale a dire dell’«arte di far accadere le cose», in un senso del tutto contrario ai principi dell’ermetismo.

L’ermetismo permetteva di giungere anche a nuove scoperte in campo storico. Secondo i libri di testo dell’epoca, per esempio, e secondo la maggior parte dei nostri professori, il fenomeno grandioso conosciuto come Rinascimento aveva le proprie radici in valori successivamente etichettati come “umanistici”, valori esemplificati da figure come Martin Lutero, Erasmo da Rotterdam e Thomas More, l’autore di una celeberrima Utopia. Noi non eravamo certo indifferenti a questo tipo di umanesimo ma, mentre proseguivamo i nostri studi extracurricolari e scoprivamo una nuova generazione di studiosi come Edgar Wind e Frances Yates, il Rinascimento cominciò a delinearsi in una luce tutt’affatto diversa. Benché senza dubbio dovesse molto all’umanesimo, scoprimmo ben presto che ancor di più doveva al pensiero e alla tradizione dell’ ermetico. Il vero impulso al Rinascimento si rivelò definitivamente e fondamentalmente di tipo “magico”.

Questa scoperta ci portò a farne un’altra sulla quale gli accademici, in accordo con il razionalismo postbellico, avevano cercato di stendere un velo. Se il Rinascimento aveva le sue radici più nell’ermetismo che nell’umanesimo, il cosiddetto “uomo rinascimentale”, la figura che per i posteri incarnava quell’epoca, non poteva essere né Lutero, né Erasmo né Thomas More. Allora chi poteva essere? L’individuammo presto in alcuni personaggi che Frances Yates chiamava “maghi rinascimentali”. Quando fummo in grado di identificare questi “maghi” con alcuni personaggi storici, ci rendemmo conto di averli già incontrati in letteratura. Li avevamo incontrati, quantunque nel contesto di una rigida morale cristiana, sotto le spoglie del dottor Faustus di Marlowe e, in uno scenario più tollerante e congeniale, nel Faust di Goethe. Più la studiavamo, più la figura di Faust ci appariva in tutta la sua importanza. Egli rifletteva l’irrequietezza, la curiosità, l’audacia, la sete di conoscenza, la sfida alle grette convenzioni che avevano caratterizzato la nostra generazione. Ma per noi Faust arrivò a significare anche molto di più.

Quale figura storica usa la nostra civiltà per definire la propria identità? A prima vista la risposta sembra ovvia. Si parla ancora di “civiltà cristiana”, di “cultura cristiana”, di “mondo cristiano”, anche se meno di frequente si parla oggi di “cristianità”. Tali espressioni lasciano chiaramente intendere che la società occidentale si compiace di considerare Gesù Cristo come la figura che caratterizza la sua realtà. Tuttavia la personalità che più di ogni altra contraddistingue la cultura occidentale non è quella del “saggio” mansueto che fu crocifisso, ma piuttosto quella del magus, lo stregone che, secondo la tradizione rinascimentale, firmò un patto di sangue con “il diavolo”. La figura distintiva della nostra civiltà non è Cristo, ma Faust.

Faust, o Faustus, continua a vivere soprattutto attraverso due opere monumentali della letteratura, il dramma di Marlowe e il poema di Goethe. Queste due opere fanno sì che la civiltà occidentale si confronti con la propria identità collettiva; ambedue sono incentrate su di un uomo, un dotto che si è già impadronito di tutto il sapere, ha attraversato l’intero spettro dell’umana esperienza e incessantemente cerca nuovi mondi in cui avventurarsi, per conquistarli, cerca nuove discipline da studiare, e nuovi campi del sapere da esplorare. Diversamente da Gesù Cristo, questa figura non cerca di guidare gli altri verso Dio e nemmeno di raggiungere la propria unità con lui. Al contrario, egli vuole addirittura diventare Dio. In questa ricerca egli impiega gli strumenti tecnologici della propria epoca per impadronirsi dell’immenso, potere fino ad allora inutilizzato, e che, secondo gli standard della morale cristiana tradizionale, è considerato “diabolico”, “demoniaco”, o “satanico”. Con questo potere Faustus firma un patto: gli saranno concesse le risorse e la capacità di ottenere tutto ciò che desidera, potrà raggiungere il dominio su nuovi regni del sapere, scalare le vette e scandagliare le profondità dell’esperienza umana, sondare e disegnare la mappa dell’ignoto e inesplorato. In cambio, al termine del periodo che gli è concesso vivere, darà la propria anima.

Esiste, tuttavia, un’importante differenza fra l’impostazione della storia nell’opera di Marlowe, scritta nel XVI secolo, e in quella di Goethe, composta fra gli ultimi decenni del XVIII e i primi del XIX secolo. Alla fine del dramma di Marlowe, la perdita dell’anima da parte di Faustus è eterna, irrevocabile e irrimediabile; alla fine del poema di Goethe la perdita, grazie all’intervento dell’ Ewigweibliche, “l’eterno femminino” o “principio femminino”, è cancellata e Faust può raggiungere la redenzione e la salvezza.

Oggi, alla fine del XX secolo, la nostra civiltà ha l’opportunità di scrivere il proprio copione faustiano, resta da sapere se lo scriverà sulla falsariga di Marlowe o di Goethe.

Dal libro, e precisamente dal Capitolo I,  ho tratto un articolo avvincente dal titolo Ermetismo: alle origini della Magia, dell’Alchimia e dell’Astrologia, che ti consiglio di leggere.

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ERMETISMO: alle origini della Magia, dell’Alchimia e dell’Astrologia

I misteri ermetici

Per secoli gli uomini avevano fissato lo sguardo in alto, come egli lo fissava sugli uccelli in volo. La fila di alberi alti sopra di lui gli ricordava vagamente un tempio antico e il bastone da passeggio su cui si appoggiava stanco, la bacchetta ricurva di un augure. Un senso di timore dell’ignoto si mosse nel profondo della sua stanchezza, un timore di simboli e di prodigi; dell’uomo falco di cui portava il nome, che si librò in volo dalla prigionia con ali di vimini; di Thot, il dio degli scrittori, che scriveva con una cannuccia su una tavoletta e portava sulla stretta testa di ibis una luna cuspidata. Sorrise pensando all’immagine del dio, poiché gli ricordava un giudice nasuto in parrucca, intento a mettere le virgole su un documento tenuto a distanza, e sapeva che non avrebbe ricordato il nome del dio se esso non fosse stato simile a un’imprecazione irlandese.

È così che, in Ritratto dell’artista da giovane, Stephen Dedalus, il protagonista del romanzo di Joyce, evoca la visione del dio tutelare che presiede al pensiero ermetico. Il nome “ermetismo” deriva da Thot, o Thot-Ermes, o Ermete Trismegisto (tre volte grande). Ancora prima del sincretismo alessandrino, era diffusa la convinzione che Thot-Ermes fosse realmente vissuto. Platone, per esempio, si era chiesto se «Thot fosse un dio o solo un uomo divino».[1]
Per il sincretismo alessandrino egli era, anche se non sempre, «Un mortale che riceve la rivelazione dal mondo divino e quindi raggiunge l’immortalità attraverso l’autopurificazione, ma resta fra gli uomini per svelare loro i segreti del mondo divino».[2] Anche in seguito, addirittura fino al XVII secolo, restò viva la convinzione che il personaggio conosciuto come Ermete Trismegisto fosse realmente esistito, anzi, era considerato uno degli antichi saggi alla pari di Mosè, Zoroastro e Pitagora. Secondo alcuni autori, egli era vissuto prima di loro ed era stato guida e mentore di Mosè.
Attualmente è opinione comune che Thot-Ermes non possa essere identificato con alcun personaggio reale. I numerosi testi a lui attribuiti sono considerati frutto di autori diversi, le cui opere furono composte nell’arco di un lungo periodo di tempo. Furono gli stessi autori ad attribuire le proprie opere all’uomo-dio dalla testa di ibis e a dichiarare che erano state da lui scritte, e dettate o che comunque avevano il sigillo della sua autorità.
Nella mitologia egizia più antica, la figura dalla testa di ibis era conosciuta con il nome di Djeuti (pronunciato Gioti). Non è chiaro come questo nome si sia trasformato in Thot, parola che ricorda, come dice Joyce, un’imprecazione irlandese. È possibile che così suonasse a orecchie o su labbra greche. Non è nemmeno chiaro perché Thot fosse “tre volte grande”. Alcuni testi ermetici suggeriscono che la sua triplice grandezza fosse la conseguenza di tre incarnazioni. Sembra, tuttavia, che la triplice grandezza gli fosse già riconosciuta molto prima che tali testi fossero scritti. Un’iscrizione che data al 172 a.C. nomina «Thot, il tre volte grande»[3] e un’altra ancora precedente, che risale al III secolo a.C., allude a «Thot tre volte grandissimo ».[4] Nell’antica arte egizia, Thot è rappresentato come nella descrizione di Joyce nel passo sopra citato, una figura umana con testa di ibis. A volte, tuttavia, è ritratto sotto le sembianze complete di un ibis che era il simbolo a lui consacrato. I culti dedicati a Thot si incentravano sull’ibis e chiunque uccidesse un ibis veniva condannato a morte. Tuttavia Thot non si limitava a questa manifestazione, spesso veniva rappresentato come una scimmia o un babbuino di colore bianco.
Come divinità egizia, Thot svolgeva numerose funzioni. Era un dio lunare, simbolizzato dalla luna cuspidata o falcata, e l’argento era il metallo a lui consacrato; agiva come psicopompo, vale a dire iniziatore, guida ai misteri più arcani; fungeva da sentinella o guardiano delle porte degli inferi e, in questo ruolo, pesava le anime dei morti per determinarne il destino. Gli era attribuito il merito di aver inventato la scrittura ed era spesso ritratto, come nell’evocazione di Joyce, mentre incideva una tavoletta con uno stilo. Poiché la scrittura era percepita come un’operazione magica (”parole del dio” o “parole divine”) Thot era anche considerato il dio della magia, il supremo maestro che rivelava i segreti della propria arte agli iniziati.
Per alcuni aspetti marginali, le funzioni di Thot si sovrapponevano o coincidevano con quelle dell’Ermes greco. Sotto la dinastia tolemaica, quindi, egli fu identificato con la divinità greca e al suo nome fu aggiunto quello di Ermes. Ma Thot-Ermes era una figura molto più venerabile della sua controparte greca. Alcuni testi scritti su papiro provenienti da Alessandria presentano il nuovo Ermes sincretistico come una potenza cosmica, creatore del cielo e della terra e onnipotente guida del mondo. Egli presiede al fato e alla giustizia, è anche signore della notte e della morte e del mistero che la segue (di qui la frequente associazione con la luna, Selene, e con Ecate). Egli conosce “tutto ciò che è nascosto sotto la volta celeste e sotto la terra”, ed è quindi molto venerato come ispiratore di oracoli: molte formule magiche rivolte a Ermes hanno lo scopo di ottenere informazioni arcane, spesso inducendo il dio ad apparire in sogno.[5]
Le numerose opere attribuite a Thot-Ermes o a lui dedicate sono a volte oscure, a volte prolisse. Molte contengono elementi provenienti da fonti diverse; molte rielaborano o riprendono opere di altre religioni, di altri culti, tradizioni filosofiche e scuole di pensiero che caratterizzavano il sincretismo alessandrino. Fra le altre: i famosi diciassette dialoghi conosciuti collettivamente come Corpus Hermeticum; circa quaranta stralci e frammenti riuniti insieme intorno al 500 d.C. e inclusi nell’opera di Giovanni Stobeo, Anthologium; tre testi scritti su papiro in lingua copta ritrovati nel 1945, insieme ad altre opere, a Nag Hammadi in Egitto; altri frammenti arrivati fino a noi attraverso le citazioni dei primi teologi cristiani; numerose opere di astrologia, come il Liber Hermetis, e di alchimia. Infine, due opere più tarde particolarmente importanti. Una che tratta di magia e astrologia, intitolata Pìcatrix; l’altra, forse la più famosa, è la cosiddetta Tabula Smaragdina o Tavola di smeraldo. Quest’ultima è generalmente considerata la più concisa e, al tempo stesso, completa summa del pensiero ermetico.
L’ermetismo riflette una tradizione diametralmente opposta a quella del razionalismo di Aristotele, si dichiara esplicitamente incompatibile con il modo di pensare greco predominante, e proclama la propria affinità con i misteri dell’antico Egitto. Nel sedicesimo dialogo del Corpus Hermeticum, per esempio, Thot-Ermes dichiara che il significato della sua opera sarà del tutto oscuro se i greci vorranno un giorno tradurre la nostra lingua nella loro, causando in tal modo nella scrittura il più grande travisamento [ … ]. Espresso nella lingua dei nostri padri, questo discorso mantiene chiaro il significato delle parole, poiché la qualità del discorso e del suono delle parole egiziane hanno in sé l’energia delle cose di cui parlano.[6]
Nell’ermetismo, come nella lingua ebraica e in seguito nella cabala, suoni, parole, perfino singole lettere, equivalgono a cellule cariche di una forma di potenza divina o magica, come una batteria carica di energia elettrica. In linea generale l’ermetismo è una tradizione mistica, un corpo mistico di insegnamenti, una forma mistica di pensiero. Come altre tradizioni, dottrine e forme di pensiero, l’ermetismo rifiuta ogni credo semplicistico e ogni fede cieca. Rifiuta sia il dogma codificato sia l’interpretazione obbligata e l’autorità dei sacerdoti. Respinge anche l’intelletto razionale come mezzo supremo di conoscenza, come arbitro supremo della realtà. Al contrario, enfatizza ed esalta l’esperienza mistica o soprannaturale, l’apprendimento diretto e di prima mano del sacro, la conoscenza diretta dell’assoluto.

Ermetismo e gnosticismo

Nel vocabolario del sincretismo alessandrino, la parola usata per indicare tale conoscenza diretta era “gnosi”. Tale denominazione ha causato una deprecabile confusione perpetuata nei secoli fino ai nostri giorni, poiché l’ermetismo è stato spesso confuso con il cosiddetto “gnosticismo” o “pensiero gnostico”. La parola “gnosi” significa semplicemente conoscenza diretta. In questo senso, l’ ermetismo è davvero tendenzialmente gnostico, come del resto molti altri culti, sette, dottrine e scuole di pensiero esistenti a quel tempo nella città di Alessandria.
Numerose forme di induismo, di buddhismo e in particolare di taoismo possono essere considerate gnostiche, come pure alcune correnti del cristianesimo, dell’ ebraismo e del tardo islamismo. In realtà, tuttavia, nel mondo del sincretismo alessandrino il termine “gnostico” era generalmente usato dalle scuole di pensiero specificamente dualiste. Il dualismo presuppone un’opposizione, spesso un conflitto, fra due princìpi antitetici, due gerarchie di valori, due realtà contrapposte. Nel dualismo, certi aspetti o ordini della realtà sono innalzati al di sopra di altri, mentre altri sono ripudiati in quanto non reali, o inferiori, o diabolici. Nel suo distinguere fra anima e corpo, fra spirito e “natura non rigenerata”, il cristianesimo è, a tutti gli effetti, dualista.
Nel mondo del sincretismo alessandrino, la parola “gnosi” era generalmente usata da sette dualiste che distinguevano lo spirito dalla materia, rifiutando quest’ultima come materiale (il mondo fenomenico) era considerata opera di un dio minore e malvagio. Di conseguenza, materia e creazione materiale dovevano essere trascese per raggiungere l’unione con un dio più grande e più vero, il cui dominio era il puro spirito. Era questa l’unione che si esprimeva con il termine “gnosi”, e tale era l’indirizzo delle sette dualiste alessandrine, che traeva probabilmente origine dal dualismo dello zoroastrismo persiano. In tempi successivi, tale dualismo sarebbe affiorato di nuovo in Persia con il maestro Mani,
prendendo il nome di manicheismo, e ancora più tardi in Europa con le eresie medievali dei bogomili e dei catari.[7]

In virtù dell’enfasi posta sulla parola “gnosi”, lo gnosticismo fu inestricabilmente associato con le sette dualiste alessandrine. Benché erronea, l’associazione continuò a persistere, tanto che ancora oggi “gnosticismo” e “dualismo” sono da molti considerati sinonimi. Non è certo questo l’unico esempio nella storia in cui una parola, che all’origine aveva uno spettro di applicazioni, è stata fatta propria da gruppi portatori di interessi di parte, acquistando in tal modo un significato molto più ristretto e idiosincratico. Basti solo pensare alla parola “democrazia” sfoggiata dai regimi totalitari moderni, sia di destra sia di sinistra. Basti pensare alla parola “gay” (allegro), attualmente indicato per indicare gli omosessuali: un giorno le generazioni future potrebbero interpretare l’ode Lapis Lazuli come un’inno all’omosessualità, a dispetto delle intenzioni di Yates.
Allo stesso modo e accaduto che “gnosticismo” sia stato considerato equivalente a “dualismo”. Di conseguenza, molti studiosi più tardi, trovando riferimenti alla “gnosi” nell’ermetismo, giungevano alla conclusione che l’ermetismo fosse dualista, oppure che si trattasse di un errore e che quindi non poteva essere considerato “gnostico”.
In effetti, le sette dualiste distinguevano due aspetti della realtà uno dei quali, considerato diabolico, veniva rifiutato. La gnosi costituiva la trascendenza dalla creazione materiale, la conoscenza o l’unione con il puro spirito. In questo processo, tutto ciò che rende l’umanità più umana non era preso in considerazione.Per l’ermetismo, al contrario, la realtà è profondamente unitaria e ogni suo aspetto era accettato come parte di un’unica totalità che tutto pervadeva e tutto comprendeva, un tutto unico in cui dicotomie e distinzioni come quelli fra anima e corpo, spirito e materia, si adattavano e si integravano armoniosamente. Ogni cosa, a suo modo, aveva un valore ed era inglobata in un disegno complessivo. Perfino il male, affrontato e riconosciuto come tale, aveva il suo posto nel piano generale. Nel Faust di Goethe, Mefistofele si presenta con mesta autoironia come un principio che persegue costantemente la malvagità ma, senza volerlo, realizza il bene, svolgendo il proprio ruolo nel dramma morale e cosmico della realtà. Questo è un atteggiamento caratteristico dell’ermetismo. Diversamente la gnosi degli ermetici, al contrario di quella dei dualisti, implicava la conoscenza diretta e l’integrazione con un’armonia totale.

All’interno di tale armonia, ogni essere è collegato con l’altro attraverso una rete di relazioni combinate che si basavano sul principio dell’analogia. Le cose riecheggiano, riflettono, rispecchiano altre cose, equivalgono, corrispondono ad altre cose. La realtà è un’intricata e vibrante ragnatela vivente di corrispondenze, simili alle note o agli accordi musicali, ricorrenti in continue combinazioni e mutamenti, che si fondono in una sola grandiosa sinfonia; ancora la realtà è paragonabile all’intreccio di una moltitudine di fili colorati, che contribuiscono a creare un unico tessuto o arazzo senza giunture. Secondo la Tavola di smeraldo «l’alto proviene dal basso e il basso dall’alto: l’opera miracolosa dell’Uno».[8] E in un’altra traduzione più conosciuta: «ciò che è in alto è uguale a ciò che è in basso e ciò che è in basso è uguale a ciò che è in alto».[9] Questa espressione è stata spesso ridotta alla formula semplice “Come l’alto, così il basso”.

La via di Ermes

La Tavola di smeraldo così approfondisce il concetto: «La struttura del microcosmo si accorda con la struttura del macrocosmo».[10] In altre parole, il minore riflette il maggiore e il maggiore il minore. La struttura dell’atomo riflette quella del sistema solare, la struttura solare riflette quella dell’atomo. L’uomo riflette il cosmo e viceversa. Per estensione, lo stesso principio si applica, per così dire, orizzontalmente: il mondo interiore e il mondo esterno si riflettono l’un l’altro. L’universo contenuto nella psiche umana riflette l’universo esterno, che può essere concepito come la “psiche” della totalità vivente e senziente o, se si vuole usare il termine, di Dio, il quale nella tradizione ebraico-cristiana crea l’uomo a sua immagine.
Per gli ermetici le analogie o corrispondenze che collegano i diversi piani della realtà trovano massima espressione nei simboli. Così, per esempio, l’interrelazione fra il microcosmo e il macrocosmo è tradizionalmente rappresentata dal famoso “sigillo di Salomone“, una stella a sei punte composta da due triangoli intrecciati, che puntano l’uno verso l’alto e l’altro verso il basso. I simboli non erano solo una pratica semplificazione grafica, erano anche, come i suoni, le lettere e le parole in egiziano e in ebraico, cellule cariche di energia latente. Questi simboli, spesso denominati “sigilli” o “segnature”, erano considerati maglie nel tessuto della realtà, intrecci che tengono insieme la rete. Come avrebbe detto Baudelaire quasi duemila anni dopo, la realtà è una “foresta di simboli”. Per di più tali simboli potevano essere “attivati” e manipolati, come gli elementi o le molecole in chimica, per formare nuovi composti, nuovi amalgami di possibilità e, in virtù di tale manipolazione, provocare mutamenti. Il processo attraverso il quale si compivano tali mutamenti costituiva una forma di magia: «Una recente ricerca ha contribuito a dimostrare quanto fosse importante la pratica e la teoria della teurgia, vale a dire la “rappresentazione di azioni divine”, principalmente con l’ausilio di simboli magici o symbola».[11]
L’ermetismo era quindi molto più di una teoria, di un sistema filosofico, poiché proponeva anche una concreta metodologia, attraverso la quale i suoi princìpi potevano esser tradotti in pratica. Questa metodologia comprendeva discipline, come la meditazione, l’esercizio spirituale e il controllo della respirazione, nonché applicazioni pratiche come l’alchimia. In questo senso l’ermetismo aveva molto in comune con il taoismo cinese, molto più antico,
ma ancora fiorente in quel periodo. Non a caso i seguaci dell’ermetismo parlavano spesso di “Via di Ermes”, riferendosi non solo a un corpus di insegnamenti, ma alla loro applicazione pratica. Anche la parola «Tao» significa “Via” e il taoismo comprendeva una dimensione pratica molto simile a quella dell’ermetismo. Non esiste alcuna prova, tuttavia, che ci siano stati contatti fra taoismo ed ermetismo. La Cina è molto distante dall’Egitto e lo era, per così dire, ancora di più nei primi secoli dell’era cristiana. Ma è almeno sorprendente che l’alchimia taoista compaia in Cina nello stesso periodo in cui l’alchimia ermetica fa la sua comparsa ad Alessandria.
L’ermetìsmo ebbe grande importanza sia per i principi che enunciava, sia per la metodologia proposta per applicarli e tradurli in pratica. Ma ebbe un’importanza ancora maggiore nelle implicazioni, ramificazioni e ripercussioni che non sono mai state spiegate con chiarezza, almeno non con il linguaggio qui usato. Con le loro ricerche, gli adepti dell’ermetismo erano destinati a compiete una rivoluzione nella storia della coscienza occidentale, nell’atteggiamento degli uomini nei confronti del cosmo che abitavano e nei confronti della loro vita e del loro destino.
In passato l’atteggiamento dell’uomo nei confronti del cosmo era stato essenzialmente di tipo passivo. Egli poteva osservare il mondo naturale, studiarne il funzionamento e cercare di predire i fenomeni che avvenivano intorno a lui, ma non credeva di essere capace di apportare alcun mutamento significativo al di fuori dell’ambiente che lo circondava. Non credeva di essere capace, con il suo intervento, di apportare il tipo di mutamenti che oggi noi associamo alla fisica e alla chimica. Per questo l’uomo doveva implorare gli dèi perché agissero per suo conto e pregarli di intervenire, di intercedere in suo favore. Gli dèi erano responsabili di quel che accadeva e l’uomo era alla loro mercé, poteva patteggiare con loro, poteva tentare di persuaderli, di placarli con sacrifici e pratiche rituali, ma senza di loro l’uomo non esercitava alcun potere che lo mettesse in grado di plasmare la realtà secondo i propri desideri.
Grazie anche al pensiero ermetico l’uomo arrivò ad abbandonare la propria passività, a superare la propria impotenza e ad assumere un ruolo più attivo. Se ogni cosa era effettivamente collegata all’altra, anche l’uomo operando attivamente nella sfera a lui accessibile, poteva far sì che si verificassero mutamenti in altre sfere. Se nell’arazzo della
realtà veniva tirato un determinato filo, in qualche altra parte dell’arazzo qualcosa sarebbe accaduto. Con l’ermetismo si fece strada nel pensiero umano un concetto del tutto nuovo, il concetto che si poteva “premere un pulsante”, in senso metaforico o letterale, e far sì che qualcosa accadesse. Invece di restare passivo e impotente, l’uomo poteva diventare “agente” e affrontare con grande vigore la ricerca dei mezzi attraverso i quali provocare mutamenti nel mondo circostante e in se stesso. Nel bene o nel male, l’uomo era in grado di iniziare a manipolare la realtà.
In virtù di questo nuovo atteggiamento, l’uomo cessò di essere solo una vittima, un semplice osservatore del mondo intorno a lui. Ora poteva diventare una forza determinante, a patto di scoprire le chiavi necessarie, i necessari, “punti di pressione”, per così dire grazie ai quali la realtà poteva essere manipolata e obbligata a conformarsi al suo volere. Ebbe così inizio una ricerca, radicalmente nuova ed estremamente dinamica, sul cosmo e i suoi processi. Questa ricerca sarebbe diventata il fondamento non solo della tradizione magica occidentale, ma anche della ricerca scientifica. In verità, per gli ermetici alessandrini non esisteva alcuna distinzione fra magia e scienza, come non esisteva per la figura rinascimentale di Faust, e si potrebbe legittimamente sostenere che non esista neppure ai nostri giorni.

Tratto da: capitolo 1 “Ermete Trismegisto” di Michael Baigent e Richard Leigh, L’elisir e la pietra, Marco Tropea Ed., Milano, 2010. Per una visione più ampia sull’ermetismo ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri, i cui titoli sono presenti nelle pagina dedicata su http://www.archeboli.it/libri/alchimia/. Se poi avessi tempo e voglia di dare un occhiata a BAGLIORI DI VERITÀ con le sue sette parti, partendo dalla prima Infinito, Zero, Punto, Uno, che a nostro modesto giudizio rappresenta una buona indicazione, ti sarei grato.

NOTE:
[1] Joyce, Portrait of the Artist as a Young Man, pagg. 224-225; cfr. trad. it. pagg. 274-275.
[2] Fowden, The Egyptian Hermes, pag. 28.
[3] Ibidem.
[4] Corpus Hermeticum, trad. Copenhaver, pag. XIV.
[5] Bernal, Black Athena, pag. 139.
[6] Fowden, op. cit., pag. 25.
[7]
Corpus Hermeticum
[8]
Stoyanov, The Hidden Tradition in Europe; Runciman, The Medieval Manichee.
[9] Tradotto da Robert Powell, in The Hermetic Journal, 15, primavera 1981, «Historical Note concerning the Emerald Table», pag. 38.
[10] Holmyard, Alchemy, pagg.97-98, cfr. Steel R. e Singer D., Proceedings of the Royal Society of Medicine, XXI (1928), pagg. 42.
[11]Tradotto da Robert Powell, op. cit.

ALCHIMIA: la sua collocazione

Alchimia è una parola che evoca immagini d’imbroglioni, ma anche di sapienti, d’oscuri laboratori pieni di misteriosi oggetti e illuminati da un fuoco che brucia perennemente nel fornello degli artisti, l’ Athanor. Durante i lunghi e difficili lavori per la fabbricazione della Pietra Filosofale, questo fuoco non deve mai spegnersi. La Pietra Filosofale è la misteriosa sostanza capace di trasformare i metalli vili in oro prezioso o almeno in argento; disciolta nel vino, la pietra diventa un rimedio universale, l”‘Elisir di lunga vita”.
Esistono molte riproduzioni di alchimisti nei loro laboratori come sopra descritto. In realtà non si tratta di un’immagine fedele dell’alchimia che è sempre stata quello che oggi chiamiamo “scienza integrale” [1], un sapere, insomma, che abbraccia religione, arte e scienza.
Gli scritti alchemici, anche quelli moderni, non fanno riferimento solo a una scienza, ma anche a un’arte. Bonus da Ferrara nel XIV secolo ha definito l’alchimia come “la chiave di  tutte le cose buone, l’arte delle arti, la scienza delle scienze” [2].
Un sinonimo di alchimia è il termine “filosofia ermetica” che deriva da Ermete Trismegisto (dal latino: Mercurius Termaximus), il “tre volte grande” Hermes, il leggendario fondatore dell’alchimia [3]. Tuttavia, gli storici hanno cominciato a studiare l’influenza esercitata dalla filosofia ermetica sulla storia culturale europea solo di recente. Giordano Bruno e Galileo Galilei sono stati perseguitati come ermetici [3]. Isaac Newton e Johann Wolfgang von Goethe hanno studiato gli scritti ermetici.Nella filosofia naturale troviamo tracce dell’alchimia e l’arte ne ha subito influenza fino ai giorni nostri. Questa “dottrina segreta”, così raramente citata dalla storia della filosofia [5], come mai suscitava un tale interesse? Viene il dubbio che l’alchimia, o filosofia ermetica, fosse qualcosa di più di un “diffuso e ostinato sviamento della storia della cultura” [6], come la definì verso la fine del secolo scorso Hermann Kopp.
alchimistaFino al XVIII secolo vigeva la convinzione che prima del diluvio universale l’umanità avesse un patrimonio sapienziale più vasto di quello odierno, poiché col diluvio universale la conoscenza che Dio aveva dato ad Adamo andò perduta a causa della peccaminosità  dell’uomo. Quello che rimaneva si sarebbe ritrovato in seguito solo nella filosofia ermetica, o alchimia.
“La chimica (alchimia) è senza dubbio una delle arti più nobili e necessarie al mondo e non è sbagliato definirla come madre e fonte di nutrimento di tutte le altre arti[ … ] per questo, per una persona dotata di senno, oltre alla dottrina di Dio e alla cura della propria anima, niente è più necessario. e utile della conoscenza della natura, che si può apprendere solo e unicamente attraverso la chimica. Per questa ragione quest’arte è nata subito dopo la creazione del mondo” [7]
L’alchimia quindi non era solo legata alla produzione – quasi sempre truffaldina – dell’oro. Perciò Justus von Liebig, contemporaneo di Kopp, ebbe una visione più positiva dell’alchimia: “Rispetto ad altre scienze naturali, l’alchimia era più avanti nella conoscenza della natura[ … ]. L’ignoranza della chimica e della sua storia è il motivo di questa ridicola supponenza con la quale molti guardano all’epoca dell’alchimia, come se fosse possibile, o anche solo pensabile, che per più di 1000 anni gli uomini più colti, un Baco von Verulam [Francis Bacon], Spinoza o Leibniz, avessero potuto considerare vera e valida una concezione priva di ogni fondamento e senza basi [ … ]” [8].
150 anni prima Hermann Boerhaave constatava nel suo diffusissimo manuale di chimica, Elementa Chemiae (1732): “Tra tutti gli autori di fisica che finora ho potuto leggere, nessuno è riuscito a indagare la natura dei corpi e la loro forza trasmutante in modo più approfondito e a spiegarla più chiaramente degli alchimisti” [9].
alchimia_06L’alchimia non ha semplicemente anticipato la chimica, sebbene questa sia una delle sue figlie, ma fino al XVIII secolo era il metodo da tutti accettato per conoscere la natura. Le sue fonti risalgono alla tradizione misterica egizia (alchemiçamente è lo Zolfo = anima), filosofia greca ( Mercurio = mente) e alle conoscenze tecniche metallurgiche (Sale = corpo degli artigiani e dei fabbri) [10]La chimica moderna affonda le sue railici solo tra questi ultimi.
La filosofia ermetica o alchimia si può considerare addirittura come parte della “filosofia perenne”[11]. Il termine “filosofia ermetica” non si riferisce solo ai testi del Corpus Hermeticum [12], ma all’insieme della tradizione alchemico-ermetica. Identificare gli autori o l’epoca di redazione degli scritti non ha molta importanza, quello che conta è quanto riescano a trasfondere in chi legge una maggiore comprensione della materia. Lo stile degli scritti alchemici è tutto improntato a questa concezione. Gli autori citano ripetutamente gli antichi, conferendo un fascino particolare alle loro opere nelle quali traspare una conoscenza che esiste da sempre [13].
Da uno scritto del 1758 di Antoine Joseph Pernety: “ALCHIMIA. Gli Autori non concordano tutti sulla definizione di questa Scienza, e ciò per la ragione che vi sono due specie di Alchimia, la vera (la chimica ermetica) e la falsa (la chimica volgare). La prima, secondo Dionigi Zachaire, si definisce come parte della filosofia naturale che insegna a fare i metalli sulla terra, imitando quasi per tutto il possibile le operazioni che la Natura compie sotto terra[ … ]” .
Ma la definizione che si può trarre da ciò che i buoni Autori dicono della vera alchimia è questa:  “L’ALCHIMIA è la scienza e l’arte di fare una polvere fermentativa, la quale trasmuta in oro i metalli imperfetti e serve di rimedio universale a tutte le malattie dell’uomo, degli animali e delle piante [ … ].
La vera [alchimia] consiste nel perfezionate i metalli e nel mantenere la salute; la falsa a distruggere gli uni e l’altra; la prima adopera gli agenti della Natura, e ne imita le operazioni; la seconda lavora su principi erronei e adopera per agente il tiranno e il distruttore della Natura [ … ]. Il tipo o il modello dell’arte chimica o Ermetica non è altro che la Natura stessa [ … ]” [14] .
E in un altro punto: “Ma in che cosa consiste la reale differenza tra la chimica volgare e quella ermetica? In questo: la prima è veramente l’arte di distruggere i legami che la natura ha creato, la seconda è l’arte di lavorare con la natura per portarla a compimento” [15] .
Ma i chimici odierni potrebbero anch’essi dire: anche noi miglioriamo la natura: noi analizziamo ed è chiaro che a questo scopo è necessario distruggere il legame, per scoprire come ricreare questo legame in laboratorio, e tante volte abbiamo migliorato” la natura. Basti pensare alle sostanze coloranti. Solo la moderna chimica ha reso possibile la produzione di colori permanenti in tutte le tonalità possibili e immaginabili, e ora disponiamo e siamo sul punto di applicare delle cognizioni che consentono addirittura di “migliorare” gli esseri viventi in modo programmato, attraverso le manipolazioni genetiche.
In effetti, le odierne scienze naturali sono impensabili senza l’alchimia, tuttavia tra le due discipline esistono differenze fondamentali perfino a livello elementare. Nel testo di Pernety, a proposito dell’alchimia, si parla di un lavoro da fare con la natura, mentre per quanto riguarda la chimica si parla di oppressione della natura. Johann Wolfgang von Goethe nella sua Teoria dei colori rinfaccia a Isaac Newton proprio questo, di mettere in croce la luce, nella speranza di riuscire a conoscere per questa via la sua vera natura: un modo di procedere votato al fallimento. La differenza tra la scienza ermetica (alchimia) e le moderne scienze naturali consiste proprio nel modo di porsi rispetto alla natura. Gli uni operano in armonia con la natura e cercano d’influenzarla per partecipazione, gli altri vogliono dominare la natura e la asserviscono. La concezione di seguire la natura, come richiesto dall’alchimia, fa capire che le origini dell’alchimia sono molto antiche, poiché fin dalla filosofia greca la partecipazione, o magia, è stata messa al bando in nome della razionalità. “La natura non deve più essere influenzata adattandovisi, ma dominata tramite il lavoro” [16], scrivono Theodor W. Adorno e Max Horkheimer. Il concetto del dominio sulla natura segna il limite tra alchimia e chimica.
In altre parole l’alchimia concepisce la natura con una mentalità diversa da quella oggi comunemente diffusa. Il suo modo di vedere viene definito come concezione magica del mondo o coscienza partecipante [17]. Il mondo è ordinato secondo leggi definite anche nella concezione magica, solo che non sono le stesse leggi di quelle attualmente accettate.
La concezione magica non è sovrannaturale: essa si basa semplicemente su una percezione diversa della natura. Per magia s’intende l’utilizzazione delle forze della natura e l’atto di dirigerle, prendendo però in considerazione forze che nelle concezioni delle scienze naturali non hanno posto [18] .
All’alchimia, in quanto improntata alla sintesi, lo smembramento dei corpi in parti sempre più piccole non interessa; il suo interesse è diretto al perfezionamento delle sostanze. Gli alchimisti considerano l’oro come un metallo più perfetto degli altri non per il suo valore materiale, ma perché costituito in parti uguali dai tre principi del Sale, del Mercurio e dello Zolfo.
La chimica è basata essenzialmente su una concezione analitica, il suo interesse è diretto alla composizione delle sostanze: “Se date loro (ai chimici) del vino”, scrive un anonimo, “vi renderanno tannino, alcol e acqua in parti uguali. Che cosa manca? Il gusto, cioè l’essenza del vino, in altre parole tutto. Poiché avete estratto dal vino tre sostanze, signori chimici, voi dite che il. vino consiste in queste tre sostanze [19] Fabbricate del vino con queste tre sostanze, oppure io vi dico che sono tre sostanze che avete ottenuto dal vino. E niente più” [20].
La moderna chimica ignora l’aspetto immateriale della natura e trascura il fattore qualitativo a favore di quello quantitativo.
Gli alchimisti esistono ancora nel secolo presente e sono sostanzialmente fautori di tre concezioni dell’alchimia.
Da quanto mi risulta, solo l’alchimista inglese Lapidus sostiene che l’alchimia non è altro che chimica pura. A suo avviso, per trasformare i metalli vili in oro sono necessari solo le conoscenze e i procedimenti chimici [21]; l’alchimia non ha alcun rapporto con pratiche esoteriche o magiche [22]. Quale nesso – domanda Lapidus – intercorre tra i tre principi dell’arte, Sale, Zolfo e Mercurio, e le concezioni religiose o spirituali? Se qualcuno intravede nei testi alchemici significati di questo tipo, vuol dire che non ha capito nulla. Per lui è casuale che alcuni alchimisti siano stati anche degli esoterici. Mi sembra che in questo modo Lapidus disgiunga l’alchimia dalla filosofia ermetica.
Il suo libro In Pursuit of Gold è stimolante e incoraggiante ai fini di un proprio lavoro. Quanto abbia ragione invece riguardo alla trasmutazione degli elementi per via puramente chimica lo esamineremo in un altro momento. L’autore comunque non ci comunica i risultati della sua attività.
La questione è posta in tutt’altri termini dai cultori dell’alchimia spirituale, basata su concezioni per lo più analoghe a quelle di C.G. Jung. In sostanza l’alchimista osserverebbe nell’alambicco le proiezioni del proprio inconscio. Così come il volto comincia a modificarsi quando ci osserviamo a lungo allo specchio [23], allo stesso modo nell’alambicco compaiono i colori e i simboli. Dal punto di vista puramente animico i successi di laboratorio non contano. I risultati chimici degli alchimisti sono prodotti secondari puramente casuali.
Per C.G. Jung l’alchimia è un processo d’individuazione. Le sue ricerche sono basate sul mondo simbolico dell’alchimia e sulle analogie dell’alchimia con i simboli di altri sistemi finalizzati all’individuazione tramite tecniche meditative. Il grande merito di Jung è stato quello di non aver considerato l’alchimia come la preistoria della chimica, ma come un campo di ricerca indipendente; ne ha messo in evidenza la vastità e la portata aprendo nuovi orizzonti alla ricerca sulla storia dell’alchimia.
Negli ambienti esoterici l’alchimia come puro processo d’individuazione continua a essere molto apprezzata [24].
Fautori della terza concezione sono Fulcanelli, Alexander von Bemus, FraterAlbertus e altri. Secondo questa concezione il processo di autocoscienza e i lavori di laboratorio sono inscindibili, perché il successo di laboratorio è indice del progresso nell’individuazione e il progresso nell’individuazione porta ai successi di laboratorio, per quanto la riuscita sia condizionata dalla Grazia di Dio: le istruzioni di un adepto e le letture non bastano [25].
Fulcanelli [26] suddivide l’alchimia in tre discipline solitamente confuse nell’uso corrente della lingua: la spagirica, l’archimia e la filosofia ermetica.
È opinione comune che il termine spagirica sia stato coniato da Paracelso per il quale era praticamente un sinonimo di alchimia, ma in realtà lo troviamo già in Plotino [27]. La spagirica comprende le cognizioni sulla fabbricazione dei rimedi, quelle conoscenze che i farmacisti e i medici avrebbero dovuto avere. Tuttavia dagli sfoghi di Paracelso sulle scarse conoscenze in materia dei farmacisti e dei medici, si desume che la situazione non doveva essere sempre brillante.
Secondo Fulcanelli la spagirica comprenderebbe anche cognizioni sulla ceramica, sulla fabbricazione del vetro, sulla produzione dei pigmenti e dell’acquavite. In breve, vi sarebbero incluse tutte le conoscenze tecnico-chimiche.
Gli spagirici che si limitano a lavorare con le sostanze minerali, secondo Fuicanelli praticherebbero l’archimia o vorarchadumia. Libavius (fino al 1616) chiama archimia quella parte dell’alchimia che insegna a perfezionare i metalli [28]. Il termine vorarchadumia compare la prima volta nel titolo di un libro di Panteo, un alchimista e sacerdote veneziano del XVII secolo. Sembra che il termine derivi dal caldaico Vorarch, “Oro”, e dall’espressione ebraica Mea a adumot, “Due cose rosse”. In pratica diventa un termine occulto per indicare· la polvere rossa di proiezione [29]. La trasmutazione dei metalli sarebbe quindi un compito dell’archimia.
L’archimia e la spagirica sono scienze essoteriche e si possono considerare come i predecessori della chimica. Dire che l’alchimia ha preceduto la chimica è esatto solo in riferimento alla spagirica e all’archimia. Per Fulcanelli Lapidus sarebbe un rappresentante dell’archimia. Naturalmente anche tra gli spagirici e gli archimisti troviamo fanfaroni e imbroglioni che volevano fabbricare l’oro per arricchirsi rapidamente, per quanto dobbiamo molte nozioni chimiche a diversi di loro.
La vera alchimia, o filosofia ermetica, così Fulcanelli, è una scienza esoterica una scienza segreta, la cui trasmissione può avvenire solo oralmente, cioè da maestro a discepolo.

Tratto da: capitolo “Alchimia, la sua collocazione” di Helmut Gebelein, ALCHIMIA – La Magia Della Sostanza, Mediterranee, Roma, 2009. Per una visione più ampia sull’alchimia ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri, i cui titoli sono presenti nelle pagina dedicata su http://www.archeboli.it/libri/alchimia/. Se poi avessi tempo e voglia di dare un occhiata a BAGLIORI DI VERITÀ con le sue sette parti, partendo dalla prima Infinito, Zero, Punto, Uno, che a nostro modesto giudizio rappresenta una buona indicazione, ti sarei grato.

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Note:
[1] Oltre a “scienza integrale”, si trovano anche i termini “concezione del mondo olistica” o “visione olografica del mondo” ecc.
[2] Citato da Frater Albertus, 1987, p. 6.
[3] Sladek, 1984, p. 6, constata che “ermetismo” e “alchimia” in ultima analisi sono sinonimi.
[4] Lemer e Gosselin, 1986, p. 102.
[5] In genere troviamo riferimenti alla filosofia ermetica solo nelle trattazioni sul neoplatonismo.
[6] Kopp, 1886, p. VII.
[7] Introduzione a Kunckel, 1716.
[8] Liebig, 1878, p. 25 s.

[9] Sladek, 1984, p. 157.
[10] Nell’originale l’autore utilizza la terminologia tedesca derivata dal latino che è diversa da quella corrente in chimica. In italiano non esiste questa alternativa, poiché i termini correnti già derivano dal latino.
[11] Questa espressione si trova per la prima volta nel testo De perenni philosophia dei filosofo e teologo Agostino Steuco o Steuchus Eugubinus (1496-1549). Con questo termine si voleva indicare una verità parcellizzata nei più disparati sistemi filosofici. Vedi Sladek, 1984, p. 8.
[12] Vedi a questo proposito Festugière, 1949-1954.
[13] Vedi anche Evola, 1983.
[14] Pernety, 1758, p. 17 (NdT: traduzione tratta dal Dizionario mito-ermetico, Phoenix, Genova 1980, vol. I,
p. 12).
[15] CitatodaBardeau, 1975,p.19.
[16] Adorno e Horkheimer, 1955, p. 30.
[17 ]Berman, 1983.
[18] L’energia “Orgon” di Wilhelm Reich ad esempio è uno di questi tipi di forze; non è però riconosciuta dalle scienze naturali e per questo i suoi esperimenti sono stati ostacolati e impediti. Ancora oggi si costruiscono e si utilizzano accumulatori di “Orgon”. Vedi Jtirgen F. Freihold, s.d. Su Reich vedi anche Berman, 1983, p. 136. Gli uomini chiamano sempre incantesimo o magia tutto ciò che non rientra nella loro concezione del mondo. Allo stesso modo la nostra tecnologia è magia per le persone dalla mentalità magica. Basti ricordare il “culto dell’aereo” nella Nuova Guinea. In Robert M. Pirsig, 1976, p. 39 s. dopo aver constatato che non solo gli indiani d’America conoscevano fantasmi e spiriti, si legge: “Anche l’uomo moderno ha i suoi fantasmi e spiriti”. “Ad esempio?”. “Per esempio le leggi della fisica e della logica …  Sono fantasmi … la legge di gravitazione non esiste da nessuna parte … è un fantasma … “.
“Ma perché allora tutti credono alla legge di gravitazione?”.
“Ipnosi di massa. Nota come ‘insegnamento scolastico’ nella sua forma ortodossa”.
[19] Le moderne tecniche di analisi del vino consentono di ricavare dal vino un numero maggiore di sostanze, ma l’argomentazione non ha perso niente della sua validità.
[20] Fulcanelli, 1964, I, p. 127.
[21] Lapidus, 1976, p. 13.
[22] Riguardo al termine “esoterismo”, cfr. ad esempio Miers, 1982. La parola significa nascosto, non destinato al pubblico. Ma: “A volte il termine esoterismo è solo una parola di copertura degli occultisti per giustificare affermazioni senza fondamento o falsità mirate … “.
[23] Come è descritto nella poesia del poeta americano Ezra Pound: “‘Alla vista della propria immagine riflessa” Oh caricatura altrui là nello specchio! Oh masnada confusa, schiera santa, oh abburattato dall’affanno, stolto, quale risposta? Oh voi innumerevoli, che bramate e giocate e battagliate, scherzate, sfidate e rendete vano, lo? Io? Io? E voi? Citato da Enzensberger, 1960, p. 285 (NdT: per la traduzione italiana è stato utilizzato il testo tedesco).
[24] Vedi ad esempio l’articolo di Thoerwald Dethlefsen, “Alchemie + Psychologie”, Essentia, 20+21, 1985 e Siegfried Karsten, “Auf dem Wege zur Alchemie”, Essentia, 19+25, 1985.
[25] esto di Basilio Valentino inizi con un’invocazione a Dio.
[26] Fulcanelli, 1964, I, p. 177.
[27] lvi, p. 135.
[28] In Zedler, 1732-1750, leggiamo: “L’archimia si distingue dall’alchimia e indica in particolare l’arte che insegna a trasformare i metalli imperfetti in metalli perfetti”. Libau (Libavius), Alchym. Pharmac praefat. oper., p. 12.
[29] Pemety, 1758, p. 532.