I tre pesci

Prima versione: si racconta che Hussein, nipote di Maometto, trasmise questa storia-insegnamento ai Khwajagan (i ‘Maestri’) che nel xrv secolo presero il nome di Naqshbandi. Talvolta la storia si svolge in un ‘mondo’ chiamato Karatas, il Paese della Pietra Nera. Questa versione è quella di Abdal (il ‘trasformato’) Afifi, che la ricevette dallo sceicco Mohammed Asghar, che morì nel 1813. La sua tomba si trova a Delhi.

1. C’erano una volta tre pesci che vivevano in uno stagno: uno era intelligente, un altro lo era a metà e il terzo era stupido. La loro vita era quella di tutti i pesci di questo mondo, finché un giorno arrivò un uomo.
2. L’uomo portava una rete e il pesce intelligente lo vide attraverso l’acqua. Facendo appello all’esperienza, alle storie che aveva sentito e alla propria intelligenza, il pesce decise di passare all’azione. “Dato che ci sono pochi posti dove nascondersi in questo stagno, farò finta di essere morto”, pensò. Raccolte tutte le sue forze, balzò fuori dall’acqua e atterrò ai piedi del pescatore, che si mostrò piuttosto sorpreso. Tuttavia, visto che il pesce tratteneva il respiro, l’uomo lo credette morto e lo ributtò nello stagno. Allora il nostro pesce si lasciò scivolare in una piccola cavità sotto la riva.
3. Il secondo pesce, quello semintelligente, non aveva capito bene quanto era accaduto. Raggiunse quindi il pesce intelligente per chiedergli spiegazioni. “È semplice”, disse il pesce intelligente, “ho fatto finta di essere morto e così mi ha ributtato in acqua”. Immediatamente, il pesce semintelligente balzò fuori dall’acqua e cadde ai piedi del pescatore. “Strano”, pensò il pescatore, “tutti questi pesci che saltano fuori dappertutto!”. Ma il pesce semintelligente si era dimenticato di trattenere il respiro, così il pescatore si accorse che era vivo e lo mise nel suo secchio. Riprese quindi a scrutare la superficie dell’acqua, ma lo spettacolo di quei pesci che atterravano sulla riva, ai suoi piedi, lo aveva in qualche modo turbato, sicché si dimenticò di chiudere il secchio. Quando il pesce semintelligente se ne accorse, riuscì faticosamente a scivolare fuori e a riguadagnare lo stagno a piccoli salti. Andò a raggiungere il primo pesce e, ansimando, si nascose accanto a lui.
4. Ora, il terzo pesce, quello Stupido, non era naturalmente in grado di trarre vantaggio dagli eventi, neanche dopo aver ascoltato il racconto del primo e del secondo pesce. Allora riesaminarono ogni dettaglio con lui, sottolineando l’importanza di non respirare quando si finge di essere morti. “Molte grazie, adesso ho capito!”; disse il pesce stupido, e con quelle parole si lanciò fuori dall’acqua e andò ad atterrare proprio accanto al pescatore. Ora, il pescatore, che aveva già perso due pesci, lo mise subito nel secchio senza preoccuparsi di verificare se respirava o no.
5. Poi lanciò ancora ripetutamente la sua rete nello stagno, ma i primi due pesci erano ormai al sicuro nella cavità sotto la riva. E questa volta il suo secchio era ben chiuso. Il pescatore finì per rinunciare. Aprì il secchio, si accorse che il pesce stupido non respirava, lo portò a casa e lo diede da mangiare al gatto.

Seconda Versione: Kalila e Dimma. Fiabe indiane di Bidpai. C’è chi sostiene che questo libro (il famoso Panciatantra, cinque libri di saggezza indiana) abbia girato il mondo ancor più della Bibbia, visto che nel corso dei secoli è stato tradotto ovunque, dall’Etiopia alla Cina. Di sicuro i racconti di Bidpai si ritrovano nella cultura popolare della maggior parte dei Paesi europei, almeno quanto in quella orientale. La Fontaine e Esopo, così come alcuni racconti sufi con protagonisti animali, devono molto alle “favole di Bidpai”; Il racconto dei “Tre Pesci” della prima versione è chiaramente tratto dal Libro di Kalila e Dimma, versione rielaborata dallo scrittore arabo Ibn al-Muqaffa’ (721-757) dell’originale Panciatantra. È in questa nuova veste, ovviamente con adattamenti e ritraduzioni locali, che raggiunse tutta l’Europa.

Tre grassi pesci – pesce saggio, pesce scaltro e pesce scemo vivono in un profondo laghetto vicino all’ansa di un fiume. Sono grassi perché, essendo in tre, sono i dominatori incontrastati del loro ambiente. Divorano all’istante tutti i pesci più piccoli che risalgono il canale che unisce il fìume al laghetto. Anche tritoni, salamandre, anguille, insetti, sanguisughe, lumache, ragni, serpenti o rane che indugiano troppo a lungo nel laghetto hanno buone probabilità di finire nella pancia di uno dei tre compari. Siccome il lago è nascosto e isolato, nessun predatore li infastidisce. Le cose vanno avanti cosl, finché un giorno due uomini che stanno pescando nel fiume scoprono per caso il laghetto e si mettono a osservare i tre grassi amici.
«Anche i pesci si accorgono degli uomini. Guardando fuori dall’acqua ne vedono uno che li indica uno dopo l’altro muovendo svelto un dito. Il suo compagno si lascia scappare un fischio d’ approvazione. Sorridono compiaciuti e speranzosi, in preda a un eccitazione quasi infantile. Un pescatore chiude gli occhi e si lecca le labbra beato. L’altro batte la spalla dell’amico e gli mostra dove possono gettare con il massimo profitto le reti, fingendo di lanciare e ritirare una rete nelle acque del laghetto. Per un po’ i due continuano a confabulare eccitati, poi si calano dalle spalle le reti, le stendono sopra a delle rocce nelle vicinanze e si concentrano sui preparativi.
«Pesce saggio cerca subito di mettersi in salvo. Senza nemmeno salutare gli altri, attraversa il laghetto con gran vigore. Le pinne scintillanti e il corpo che guizza veloce agitano l’acqua lasciando una scia spumeggiante. Si tuffa nello stretto immissario che porta al fiume facendo un gran trambusto e presto scompare dalla loro vista.
«Efficace, ma non troppo elegante» sottolinea pesce scaltro, riprendendosi in fretta dallo stupore per l’improvvisa fuga di pesce saggio.
«Dove va?» chiede pesce scemo. «Perché tutta questa agitazione?»
«Amico mio» spiega adagio «presto arriveranno gli uomini con le reti e dobbiamo escogitare un piano per essere più scaltri di loro, altrimenti ci prenderanno».
«”Come fai a saperlo?» chiede con diffidenza pesce scemo. «Magari quei signori sono solo osservatori di pesci e non vogliono farci del male. E poi io so nuotare meglio di un uomo! Questo laghetto è profondo e mi posso nascondere sul fondale».
Pesce scaltro riprova con estrema pazienza a spiegargli la situazione: «Le reti da pesca hanno dei pesi lungo il bordo e possono raggiungere il fondo del laghetto. I pescatori sono assai abili, sanno come lanciare le reti e dragare il fondo i pesci grossi come noi non hanno scampo. Dobbiamo fare qualcosa, e presto!».
«Bene, sono sicuro che sarà molto interessante» dice pesce scemo, un po’ infastidito dal tono da maestrino di pesce scaltro. «Ma adesso ti dico cosa ho intenzione di fare: schiaccerò un bel pisolino, proprio cosl! Tutto questo ciarlare mi fa venire sonno. Io non li vedo gli uomini. Non vedo nessuna rete. Comunque, dormirò sul fondo – non si sa mai. Grazie per i consigli. Intanto, tu fai a modo tuo che io faccio a modo mio». E con un primo dignitoso colpo di coda, seguito da molti altri, pesce scemo si dirige verso il fondale per il suo sonnellino.
Pesce scaltro, ormai solo, fluttua quasi immobile. Mentre riflette, continua a sprofondare. «Come muoversi e quando? Questo è il problema», rimugina fra sé, e di tanto in tanto una bolla gli scivola fuori dalle labbra e risale ondeggiando lentamente verso la superficie, dove esplode quasi impercettibile. «Devo analizzare questa spiacevole situazione con estrema cura» pensa. Il suo astuto cervello da pesce sa come procedere: «Individuare in modo sistematico tutte le variabili; esaminare con cura le tattiche possibili; ideare creativamente
una strategia di fuga inedita. Le rotelle della sua mente girano a velocità vorticosa. Più si concentra, più scivola verso il fondo. Alla fine decide di esplorare l’immissario del fiume.
«Bisogna avere informazioni precise prima di formulare ipotesi» arguisce mentre nuota. Ma quando arriva al canale scopre che gli uomini, messi in allarme dalla fuga rumorosa del pesce saggio, hanno sbarrato l’uscita con le reti. Attraversa il laghetto per controllare l’altro canale. Niente da fare: chiuso anche quello.
«Maledizione» dice fra sé, e comincia a girarsi attorno impaurito e confuso. Poi sente un tonfo, si volta e vede alle sue spalle un velo di reti da pesca che sprofonda con eleganza nell’acqua. «Maledizione!» ripete. «Maledizione, maledizione! Perché ho sprecato cosl tanto tempo? È spaventoso! Adesso cosa faccio?»
Fortunatamente nesce a controllare l’agitazione ripetendo una delle sue massime preferite: «Il panico non serve a nulla». Poi, mentre cerca ulteriore conforto, ricorda un altro detto e scoppia a ridere declamando a voce alta: «La tensione è il miglior stimolo per la mente». ·
«A quel punto, come per magia, dentro alla sua portentosa testa di pesce matura un piano brillante. Si tuffà rapidamente verso il fondo del laghetto. «Arrrivano le reti! Arrivano le reti!» urla a pesce scemo che se ne sta lì insonnolito.
«Oh, piantala!» risponde pesce scemo voltandosi dall’altra parte. «Lasciami in pace.»
Pesce scaltro scava con la bocca un grosso pezzo di fanghiglia maleodorante dal fondo e se ne riempie le fauci. Finisce quasi soffocato per l’orrore. Tornato a pelo d’acqua si rigira e si lascia andare alla deriva come un morto, con la pancia bianca rivolta verso il sole. Nel frattempo i pescatori cominciano a dragare sistematicamente il laghetto; lanciano e ritirano le reti battendo il fondale a tappeto. Notano pesce scaltro che galleggia a pancia all’aria sulla superficie e lo tirano a riva. Uno dei due lo afferra per la coda e lo annusa. «Puah! Bleah!» strilla. «Questo è già morto e putrefatto» e lo scaraventa a terra.
Con la bocca colma dell’orribile fanghiglia, pesce scaltro trattiene il respiro il più a lungo possibile. Quando gli uomini si rimettono al lavoro, procedendo a piccoli guizzi raggiunge uno dei canali oltre le reti, piomba in acqua con un tonfo sonoro, sputa l’orrido fango e si precipita al riparo nel fiume.
«Pesce scemo continua a dormire, ignaro di tutto. Russa producendo una sottile scia di bolle che gli sale dritta sopra la testa, finché la rete non gli si chiude addosso. A quel punto
si sveglia per vivere l’ultimo incubo.
«Cosa? Cosa sta succedendo?» urla disperato mentre gli uomini lo issano fuori dall’acqua esultanti. Nonostante cerchi di opporsi con tenacia, pesce scemo non ha via di scampo. Gli uomini lo stordiscono con una bastonata e lo portano a casa dalle loro famiglie per trasformarlo in una smisurata frittura. In seguito raccontano interminabili storie sui «due enormi pesci che ci sono scappati», ma nessuno dà loro retta.