Sulla via cristiana all’unione mistica con Dio

MISTICAIntendiamo qui occuparci del sentiero mistico cristiano visto esclusivamente nella prospettiva dei contemplativi attivi, e non in quella relativa a coloro i quali devono i loro beni spirituali esclusivamente ai doni gratuiti della Grazia divina.
Innanzitutto, bisogna distinguere tra contemplazione diretta e indiretta: la prima appartiene solo allo spirito, il quale conosce, senza ricerca, senza indagine e ragionamento, ma per visione immediata, le verità eterne; la seconda pertiene solo all’anima, la quale conosce per riflessione, attraverso indagine e ragionamento, e nel tempo.
La contemplazione indiretta si realizza quando attraverso il creato si cerca di conoscere il Creatore, giacché il primo è ovviamente per il credente il frutto dell’atto generante ed intelligente del secondo. Il vero mistico, in ogni caso, ricerca la visione diretta di Dio senza alcuna intermediazione, né delle sue stesse facoltà conoscitive, né degli intercessori celesti, quali possono essere i santi o gli angeli.
Consideriamo ora la dottrina di Maestro Eckhart, i cui principii fondamentali sono essenzialmente due: quello del Natale mistico, inteso come nascita spirituale di Cristo nell’anima dell’amante di Dio; e quello dell’unione mistica, intesa come superamento totale di ogni dualità che possa stabilirsi tra Dio stesso e l’amante. In questo senso, infatti, il Maestro distingueva tra Dio (Gott), quale entità divina oggettiva, ossia considerata come totalmente altra rispetto all’amante; e la Divinità (Gottheit), intesa come unica realtà divina assoluta, nella quale la precedente dualità si spegne completamente, e nella quale pertanto si realizza l’unione eterna tra Dio e l’amante. Inutile dire, quindi, che quest’ultima è il fine ultimo di qualunque autentica via mistica, e che pertanto questa non si può considerare se non come un sentiero di unione spirituale totale con l’Assoluto. Quindi, il suo indispensabile presupposto metafisico è che Dio sia l’unica realtà, l’unico essere in assoluto, e che pertanto Esso debba essere concepito esclusivamente come la Realtà di tutte le realtà, l’Essere di tutti gli esseri. Solo in tal modo la molteplicità può essere ricondotta all’Unità, ed ogni dualità, di conseguenza, può essere ritenuta, a condizione di porsi in questa prospettiva, praticamente illusoria.
La sintesi in unità della pluralità, o, preferibilmente, la sussistenza e presenza eterna della seconda nella prima – se non si vuol parlare, in riferimento alla totalità delle creature, di uguaglianza vera e propria tra le due (essendo Dio inteso, ad un certo livello, come Tutto e non come l’Uno assolutamente trascendente tutti gli enti) -, oppure, ancora, il superamento della dualità nell’unità e nell’unicità, nel rapporto Amante/Amato, mistico/Dio, non può quindi che trovare il proprio fondamento ed archetipo, in questo contesto cristiano, innanzitutto nella stessa Trinità divina, la quale è, evidentemente, concepita come Unità divina, giacché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un’unica realtà: il Padre in quanto Amato, il Figlio in quanto Amante, e lo Spirito quale Amore o Unione tra i primi due, ed i tre sono in verità uno, giacché essi sono l’Amore unico nei suoi tre aspetti eterni. In tal modo il monoteismo cristiano viene affermato dai mistici con una forza ancora maggiore rispetto al normale contesto religioso. Per questa ragione, anche, si affermano in prevalenza tutti quei concetti di Dio che appartengono alla «teologia negativa», la quale appunto mira ad affermarne l’assoluta trascendenza attraverso la negazione di ogni possibile attribuzione ontologica e qualitativa particolare, determinata e limitata. La Divinità viene dunque definita di volta in volta quale «Tenebra», «Nulla», «Deserto», etc.; e siccome il mistico si identifica con tale Realtà, e per unirsi con Lei deve necessariamente ad Essa stessa assimilarsi, ecco che la stessa esperienza mistica viene definita e realmente vissuta interiormente come un oscuramento, un annullamento, uno svuotamento dell’io umano, del suo “desertificarsi”. È, ad esempio, il caso dell’esperienza della «Notte oscura» di S. Giovanni della Croce, del tutto paragonabile alla fase della «Nigredo» in alchimia, nella quale la purificazione interiore occupa la parte preponderante.
I presupposti specifici della teoria, se così si può dire, alla base della via unitiva cristiana non possono che essere rintracciati in una interpretazione mistica dei Misteri del Cristo: la sua Passione, la Morte e la Resurrezione non possono che significare che l’umanità dell’uomo deve essere completamente sacrificata affinché la sua divinità possa finalmente risorgere e rivelarsi. In tal senso va letto l’episodio della Trasfigurazione, nella quale il Figlio di Dio non si limita ad affermarsi e disvelarsi quale vero uomo e vero Dio – cosa che in tal modo riguarderebbe unicamente la sua speciale identità, e non avrebbe pertanto alcun carattere di universalità rispetto al genere umano -, ma rivela altresì la natura essenzialmente divina di ciascun uomo, il quale appunto viene così chiamato ad imitare il Messia in quel supremo sacrificio.
Comunemente si ritiene che il profondo desiderio del mistico di unirsi totalmente con Dio dipenda esclusivamente dal suo immenso l’amore per Lui, in quanto Essere infinitamente perfetto e desiderabile quale Bene supremo proprio in quanto la sua assoluta alterità rispetto alla totalità degli enti, nella prospettiva della Sua trascendenza, è la causa prima della sua insuperabile perfezione.
In verità, secondo noi, il mistico non anela ad annullarsi per cedere completamente la propria vita ad un essere che, per quanto divino, è del tutto altro da sé, ma intende altresì liberare il Dio che è prigioniero nella sua stessa forma umana, ossia quel Dio che è il vero sé divino del mistico, così come di ogni altra creatura, e dell’intero universo. Il mistico, quindi, a differenza di tutti gli altri uomini, è capace di intuire che la propria vera identità non è affatto quella umana, ma quella divina. Eckhart infatti, sulla scorta della sua dottrina del «fondo dell’anima», afferma che “l’Abisso invoca l’Abisso”: è solo l’Abisso, cioè il Dio che è prigioniero nell’uomo, ad invocare l’Abisso, cioè ad aspirare alla liberazione totale dalla prigione dell’umana condizione. Questo avviene, come s’è detto, quando nella coscienza umana misteriosamente si produce quell’intuizione, per quanto incerta e parziale – altrimenti già si avrebbe un’autentica illuminazione spirituale -, della propria profonda identità divina, rispetto alla quale quella umana è solo un volto, quasi una maschera. Ritorna qui in mente l’immagine che un paio di volte Plotino impiega per esprimere la scoperta che sorprende colui che è riuscito a convertirsi alla divinità: egli vede che essa è come un’unica testa che possiede infiniti volti, ognuno dei quali corrisponde ad una creatura, ed il suo era solo uno di essi, mentre ora può identificarsi pienamente solo con quell’unico capo divino, o meglio, può essere finalmente certo di essere sempre stato solo quell’unico dio.
Se invece lo slancio spirituale del mistico fosse teso ad un Dio inteso come essere assolutamente altro, non solo si riproporrebbe la dualità tra il Dio ed il mistico, ma verrebbe a mancare il presupposto ontologico indispensabile alla stessa unione spirituale tra i due, poiché, se non fosse vero che la condizione umana non è che una forma della stessa vita divina, sarebbe del tutto impossibile all’uomo elevarsi a quella somma altezza fino al punto di fondersi totalmente con essa, poiché è fin troppo evidente che la distanza tra l’umano, comunemente inteso, ed il Divino, è assolutamente infinita ed incolmabile.
Per conseguire il proprio scopo, affinché appunto risplenda solo l’unica Realtà divina, il mistico deve consacrare a Dio tutti gli elementi e le funzioni sia del proprio essere che della propria esistenza; ogni momento la sua coscienza e le sua vita devono tendere a Dio, e pertanto la sua mente deve cercare di essere il più possibile concentrata sulla Divinità. Si tratta della «preghiera ininterrotta», che, specie nell’«Esicasmo» del Cristianesimo Ortodosso, significa appunto questo stato di concentrazione permanente su Dio, e nel contempo l’esercizio continuo della tensione interiore verso di Lui, e l’apertura costante alla Sua Grazia e alla Sua Presenza. In questo senso, come mi insegnò a suo tempo don Peppino Cutrone, la “capacità” dell’essere umano, non sta in quello che egli riesce a compiere di buono, ma nel suo essere sufficientemente aperto e “vuoto” da accogliere e contenere Dio dentro se stesso. Per questo motivo, il mistico svuota il proprio pensiero da qualunque cosa non sia Dio, ivi compreso se stesso; è lo stesso insegnamento di Plotino: per unirti all’Uno “elimina tutto”. Naturalmente è assolutamente centrale la funzione del Cristo quale unico mediatore tra il Padre ed il mistico, e pertanto l’Eucarestia è il fondamento imprescindibile di ogni sforzo di comunione spirituale con Dio.
Ad ogni modo, non è assolutamente possibile ottenere l’annullamento spirituale indispensabile alla “generazione” di Dio nell’anima, se non dopo aver realizzato sufficientemente una perfetta forma di “impersonalità”, la quale può essere raggiunta unicamente mediante una totale obbedienza a Dio, alla sua Legge, ed all’autorità religiosa che la rappresenta e l’impartisce. L’obbedienza è dunque la via maestra senza la quale è del tutto impossibile percorrere l’ascesa verso Dio.
Quanto alla «morte mistica» dell’anima, e alla «resurrezione» che essa comporta, vale quanto segue: quando tutto ciò che è mortale spiritualmente muore, allora solo ciò che è immortale risorge e si rivela; così come, analogamente, solo quando tutto ciò che è umano viene sacrificato, avviene che il divino vive e rifulge di eterna gloria. E se Dio genera in Se stesso l’uomo, nella Mente divina, – giacché all’infuori di Dio nulla può avere alcuna realtà -, anche l’uomo deve concepire Dio nella propria anima; e se vi riesce, in tal modo si crea un circolo di vita eterna, poiché la fine del processo spirituale coincide con il suo principio; giacché entrambe, com’è evidente, non sono che lo stesso Dio. In verità, infatti, quando il mistico infine riesce a liberare Dio nella propria anima, è lo stesso Dio ad essersi liberato, giacché Egli è sempre stato l’unica vera realtà del mistico, l’unico essere eternamente reale. Non può esservi dubbio che proprio questa sia una delle interpretazioni mistiche dell’affermazione di Cristo secondo cui Egli stesso è l’Alfa e l’Omega.

Tratto da: Giovanni M. Tateo Posted 26 mercoledì ottobre 2011 by sargilgamesh in ORIZZONTI TRADIZIONALI di Centro Studi Paradêsha

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