Il simbolismo delle Luminarie in antiche canzoni lituane

Il lituano è la più antica, ovvero, la più arcaica nella forma, di tutte le lingue indo-europee viventi. Conserva ancora una complessità paragonabile a quella del sanscrito1 e del greco classico. A questa ‘mancanza di sviluppo’ – definizione questa, tipica del progressismo e dell’evoluzionismo – vengono date dagli studiosi varie ragioni storiche e geografiche, tuttavia ci sono ben pochi dubbi che la ragione diretta del perché la lingua sia rimasta così ben conservata dalla decadenza è la presenza, sino a tempi recenti, di una tradizione orale profondamente radicata, potente e vitale al punto di sopperire a molte delle funzioni della letteratura. Siamo abituati a distinguere tra lingue vive e morte, ma nel dominio delle lingue vive dovrebbe essere fatta un’ulteriore distinzione tra quelle che possiedono una letteratura scritta, e quelle che si affidano completamente alla tradizione orale, infatti non v’è dubbio che ‘la lettera uccide’ e che tra le popolazioni che sono quasi totalmente illetterate, la lingua può possedere una vitalità – e di conseguenza una relativa immunità dalla degenerazione – che per noi è quasi inimmaginabile. La questione è stata trattata altrove2 il problema da considerare ora non è di tipo linguistico, pur non essendo del tutto separato dalla lingua, dal momento che le canzoni che fanno parte del nostro tema furono tramandate da un remoto passato, attraverso quella tradizione orale che ha contribuito ha mantenere così intatto il lituano.

Dal momento che queste canzoni fanno parte di quello che viene spesso definito il folklore lituano, permetteteci una citazione di ciò che Guénon dice riguardo al folklore in generale:
«Il vero concetto di folklore, nel senso del temine generalmente accettato, è basato su un idea che è radicalmente falsa, l’idea che ci siano ‘creazioni popolari’ prodotte spontaneamente dalla gente; e ci si può subito rendere conto della stretta connessione tra questo modo di pensare ed i pregiudizi ‘democratici’. Com’è stato giustamente detto, ‘il profondo interesse per tutte le cosiddette tradizioni popolari sta nel fatto ch’ esse non sono popolari in origine’3 , inoltre vogliamo aggiungere che dove, come quasi sempre capita, si tratta di elementi che sono tradizionali nel vero senso della parola, per quanto deformati, sminuiti, e frammentari possano talvolta essere, o di cose che hanno un reale valore simbolico, la loro origine non è neppure umana, figuriamoci poi popolare. Quel che può essere popolare è soltanto il fatto della ‘sopravvivenza’, quando questi elementi  appartengono a forme tradizionali estinte, e a tal rispetto il ‘folklore’ acquisisce un  significato piuttosto vicino a quello di ‘paganesimo’, se consideriamo solo l’etimologia della parola ‘pagano’ e non il suo uso ‘polemico’ come termine critico. La gente preserva, senza comprenderli, i residui di precedenti tradizioni che risalgono persino ad un passato troppo remoto per essere databile, così da esser relegati nell’oscuro dominio del ‘preistorico’; essi adempiono quindi la funzione di una più o meno subconscia memoria collettiva, i cui contenuti, chiaramente provengono da qualche altra parte.4 Quel che può sembrare più sorprendente, è che ad una più attenta analisi, ci si accorge che le cose così preservate contengono soprattutto, sotto una forma più o meno velata, abbondanti informazioni d’ordine esoterico, ovvero, nella sua essenza, proprio ciò che è meno popolare, e questo fatto porta con sé una spiegazione, che può essere riassunta nel modo seguente: quando una forma tradizionale è sul punto di estinguersi, i suoi ultimi rappresentanti possono deliberatamente ben affidare alla suddetta memoria collettiva, quelle cose che altrimenti andrebbero perdute per sempre; questo è in fin dei conti l’unico mezzo per salvare quel che in un certo senso può essere salvato. Allo stesso tempo, la mancanza di comprensione che è una delle caratteristiche naturali delle masse, è una garanzia abbastanza sicura per far sì che quel che era esoterico non venga divulgato, rimanendo soltanto come una sorta di testimonianza del passato dal momento che come tale, in tempi successivi, sarà in grado d’essere compresa»5.

Disco di Nebra

Le quattro canzoni che seguono illustrano ogni punto della suddetta citazione. Per quel che se· ne sa, sono state tramandate interamente per via orale sino al diciottesimo secolo, e sino a tempi più recenti6 i bambini erano abituati ad impararle a memoria. Per quel che riguarda il loro più profondo significato, il velo è in molti punti davvero sottile, e molti commenti; se non tutti, fatti in questo capitolo sembreranno superflui al lettore che ha conoscenza del simbolismo. Comunque, non è il caso di frammentare il testo con commenti, è meglio lasciare che ciascuna canzone venga letta per intero come una poesia, in quanto esse ne hanno senza meno un certo diritto. Sarebbe forse un’esagerazione affermare che la quarta ed ultima di quelle raccolte qui è una delle più grandi liriche del mondo? E per mezzo di essa, non respiriamo forse qualcosa di quell’aria fragrante di remota antichità?

Le traduzioni offerte qui sono prese da un piccolo volume intitolato Old Lithuanian Songs7 (Antiche Canzoni Lituane) che è un’antologia di quarantasette canzoni, scelte e tradotte in inglese da Adrian Paterson. Permetteteci la citazione delle sue parole al riguardo: «Ho tentato per quanto possibile di rendere la grazia della cadenza degli originali, e per tal motivo ho evitato rime troppo regolari, che avrebbero dato un effetto troppo duro e scorrevole; invece ho fatto del mio meglio nel riprodurre qualcosa dell’assonanza lituana».

Luna prese come sua sposa
Sole, in primavera festosa.

Quando Sole all’alba si destò,
Di lì dov’era, Luna se n’andò.

Luna, vagando solo, fece capolino,
e s’innamorò della stella del Mattino.

Allora Tuono, si vendicò e lo rescisse
Con la sua lama in due parti e disse:

Perché hai abbandonato Sole?
Perché, adulatore della Stella del Mattino,
A notte alta stavi a lei vicino?

Crocifissione, chiesa di Karanlik, in Cappadocia

Il linguaggio del simbolismo è universale, ed il sole, se pur qui, come nella tradizione germanica, di genere femminile, o maschile come nelle tradizioni induista e greca, ha sempre un significato spirituale o celestiale in relazione alla luna che, in senso positivo, rappresenta la perfezione umana. Nell’iconografia cristiana la croce è spesso rappresentata con il sole sulla destra e la luna sulla sinistra poiché Cristo, il secondo Adamo, unisce in se stesso le due nature, celeste e terrestre; e con lo stesso simbolismo la creazione del primo Adamo, anche lui in possesso delle due nature, viene rappresentata in questa canzone dal matrimonio del sole e della luna all’inizio della primavera. Il sole, come Spirito, è figlia di Dio (Dievo dukryte8). Dio Stesso è Perkûnas,9 alla lettera ‘Tuono’; inoltre secondo il discorso che Platone, nel suo Simposio, fa pronunciare ad Aristofane, gli uomini primordiali erano di duplice natura finché Zeus, che come Perkûnas possiede il tuono come principale attributo, non li separò. Tuttavia la dottrina espressa dalla canzone è più completa di quella del discorso, dal momento che parla d’una doppia scissione: prima e ‘verticalmente’ c’è la separazione del sole e la luna, cioè lo Spirito e l’anima; poi come risultato della perdita di connessione dell’uomo con le sue più alte possibilità, c’è una scissione orizzontale all’interno della stessa anima.
Nel suo più alto significato, come abbiamo visto nei precedenti capitoli, la luna è l’occhio del Cuore, il ‘terzo occhio’ dell’uomo primordiale che da solo nella notte di quaggiù può vedere direttamente la luce del sole, cioè, dello Spirito. La luna però è, non di meno, un ricettacolo completamente passivo dello splendore solare che può soltanto rifrangere, senza alcun potere in sé di offrire qualcos’altro che non sia questa luce indiretta che corrisponde all’intelligenza mentale. In queste canzoni l’anello di connessione tra Anima e Spirito non viene menzionato come occhio, ma come matrimonio; la separazione delle luminarie significa la perdita dell’occhio. Da quel momento in poi l’uomo è interiormente diviso, dal momento che ora gli manca il contatto col principio trascendente che da solo può risolvere gli opposti in complementi. In altre parole, rimane assoggettato alla ‘Conoscenza del Bene e del Male’. E questa dualità all’interno dell’anima dell’uomo che è rappresentata nella canzone dalla divisione in due parti della luna. La scindibilità dell’anima dell’uomo decaduto, come puntualizza Titus Burckhardt,10 è, per certi versi, il punto di partenza dell’alchimia; ‘il matrimonio chimico’, cioè il ‘matrimonio tra lo zolfo e l’argento vivo’, verrebbe così a significare, in termini lituani, la ricongiunzione delle due metà della luna, mentre il ‘matrimonio mistico’ significherebbe la ricongiunzione matrimoniale della luna col Sole.11
La Stella Mattutina, Alba (Venere), per certi versi non è altro che Lucifero, mentre secondo altre considerazioni è paragonabile ad Eva.

Nella seconda canzone, che non ha bisogno di commenti, la corrispondenza è con Lucifero:

Sole, è ora che tu vada
Lassù, nel firmamento,
Sole, è ora di partire
Nel cielo tutto è pronto.
Sole, è ora di vagliare
Una ad una ogni stella.

Ma se le conterai,
una mancherà all’appello
di tutte le stelle, la più luminosa:
sorge con la luce all’alba
e si ritira a notte tarda.

Nella canzone seguente la Stella Mattutina rappresenta complessivamente,
come Eva, la razza umana decaduta:

La Stella del Mattino tenne un banchetto nunziale.
Tuono, non invitato, si fece ben udire,
Ed abbatté la grande quercia verde.

Il verde sangue di quercia sgocciolò,
e macchiò i miei indumenti
e macchiò la mia ghirlanda.

La figlia del Sole pianse
E per tre anni raccolse
Foglie passite.

E dove, oh madre mia,
laverò i miei indumenti,
come riuscirò a mandar via il sangue?

Oh, giovane figlia mia,
recati al lago laggiù
dove si immettono le correnti di nove fiumi.

E dove, o madre mia,
asciugherò i miei indumenti,
e con qual vento li asciugherò?

Oh, giovane figlia mia,
in quel verde giardino che sta laggiù
dove fioriscono nove rose.

E quando, o madre mia,
potrò indossare i miei indumenti,
rimetterli nel loro biancore?

Oh, giovane figlia mia,
proprio in quel giorno di letizia
in cui splenderanno nove soli.

Eva, Stella Mattutina

In ragione d’una differenza di simbolismo, questa canzone appare alla superficie molto diversa dalla prima, tranne per il fatto che il banchetto nuziale della Stella Mattutina, chiaramente, richiama l’illecita unione che, nell’altra canzone, provocò parimenti l’ira di Perkûnas. Tuttavia se consideriamo la relazione tra certi simboli, in particolare il sole e l’albero, troveremo che il tema della prima canzone è interamente compreso dalla canzone della Stella Mattutina e la quercia, sebbene quest’ultima canzone ci porti più avanti, sino a rintracciare non solo la Caduta ma anche il cammino per ritornare allo stato primordiale.
L’Albero della Vita si erge al centro del Paradiso Terrestre collegando la terra col Cielo. La perdita di connessione dell’Uomo con le sue possibilità superiori è quindi, nel linguaggio della Genesi, la sua perdita di accesso all’Albero della Vita, ed abbiamo visto questa stessa perdita simbolizzata anche dalla separazione dalla luna dal sole. Nella nostra terza canzone I’ Albero della Vita è la quercia, che nella tradizione lituana è l’albero più sacro,12 essendo particolarmente sacro a Perkûnas.13 In prima istanza, potrebbe sembrare strano che il Tuono debba abbattere il proprio albero, ma la storia offre esempi di grandi santuari distrutti dal Cielo in risposta al sacrilegio umano, ed anche qui, in effetti, Perkûnas dirige il suo fendente contro la profanazione del santuario da parte dell’uomo. In ultima istanza quindi, questo simbolismo si avvicina a quello della Genesi, almeno nel senso che in entrambi i casi l’uomo ha perso l’accesso all’Albero della Vita. Tuttavia, nella canzone, tale scissione è anche rappresentata dalla separazione delle foglie dall’albero. L’analogia tra le foglie e l’anima umana (e quindi la ‘luna’) è sufficientemente chiara se riportiamo a mente che se la croce simbolizza le due nature di Cristo la linea orizzontale denota la sua natura umana, che è come rappresentata dai rami pieni di foglie dell’Albero della Vita, il cui tronco, come la linea verticale della croce, rappresenta la sua natura Divina. Il simbolismo delle foglie diventa ancor più eloquente se consideriamo che l’Albero della Vita talvolta viene anche chiamato ‘Albero del Mondo’ o ‘Asse del Mondo’14 e come tale è occasionalmente rappresentato con le radici rivolte verso ‘il Cielo15 ed i rami che costituiscono questo mondo, ovvero, microcosmicamente, l’anima umana.
Se la separazione del fogliame dall’albero corrisponde alla separazione della luna dal sole nella prima canzone, la seguente perdita delle foglie corrisponde alla separazione della luna, cioè, alla disintegrazione psichica conseguente alla Caduta. Il riunire insieme tale fogliame è quindi la prima fase del cammino spirituale, la reintegrazione degli elementi psichici. Quando tutto il fogliame è stato raccolto, l’uomo decaduto si volge di nuovo allo Spirito. E come se la luna, ora sulla via della riacquisizione della sua pienezza primordiale, dovesse offrirsi ancora una volta al sole; tuttavia la canzone che stiamo qui considerando ci mostra un altro aspetto del sole. Invece d’essere la Sposa Celeste dell’uomo, è qui, come nella maggior parte delle altre canzoni lituane, la sua Madre Divina. Dal momento che se è la figlia di Perkûnas, è anche; come direbbero gli induisti, la sua Shakti, e come tale è la personificazione della Misericordia e degli altri attributi ‘femminili’ della Divinità.
Nella purificazione attraverso gli elementi, cioè, acqua, vento, e sole, che ora avviene sotto la direzione dello Spirito, l’elemento terra non viene menzionato, forse perché lo stesso uomo è in un certo senso terra.

Sibilla con nove soli

Il nove, che si potrebbe dire sia, la vera essenza di questa canzone, è un numero celestiale. Ci sono nove sfere celesti, e nove gradi di gerarchia angelica. Inoltre, il nove corrisponde geometricamente alla circonferenza del cerchio16 e quindi ai movimenti dei corpi celesti ed alla forma visibile del firmamento che è in sé il grande simbolo del Cielo. Perciò nove è anche – e qui sta la chiave della canzone – simbolo del Paradiso Terrestre che, come primordiale riflesso del Cielo sulla terra, è sempre rappresentato in modo circolare; e sebbene nella prospettiva delle ‘tarde’ e più ‘sedentarie’ religioni, la restaurazione della perfezione è la ‘quadratura del cerchio’17 – la Gerusalemme Celeste, ad esempio, è quadrata – nelle prime prospettive principalmente nomadi, il percorso inverso alla Caduta è sempre un ritorno al Paradiso Terrestre. Non c’è quindi da meravigliarsi che il numero nove sia così accentuato in questa canzone il cui tema è, per I’esattezza la riacquisizione dello stato primordiale che segna la fine dei Piccoli Misteri.
In modo particolare, per quel che riguarda ‘i nove soli’, ci potrebbe essere qui un implicito riferimento alla restaurazione dell’Albero della Vita dal momento che in varie tradizioni viene menzionato lo splendere d’una pluralità di soli alla fine del ciclo, e come puntualizza Guénon: «L’immagine del sole viene spesso connessa a quella dell’albero, come se il sole fosse il frutto dell’Albero del Mondo».18 Egli fa riferimento, per quel che riguarda la dottrina induista della fine del ciclo, a «l’albero i cui frutti sono dodici soli».19 Inoltre dirige la nostra attenzione sul fatto che persino dove non v’è specifica menzione dei soli in connessione con l’Albero della Vita, esso sia spesso rappresentato coi suoi frutti ‘solari’: «I frutti dell’Albero della Vita sono le mele dorate del Giardino delle Esperidi; il vello d’oro20 degli Argonauti, che era anche posto su di un albero e protetto da un serpente o da un drago, è un altro simbolo d’immortalità che l’uomo deve riconquistare.»21 Infine ci dice che in Cina si trova anche, quale simbolo del completamento del ciclo (che nel macracosmo significa una nuova Epoca dell’Oro e nel microcosmo il ritorno allo stato primordiale), l’albero con dieci soli; e ciò ci riporta alla nostra canzone, dal momento che come abbiamo visto, il nove ed il dieci sono talvolta intercambiabili in quanto entrambi possono rappresentare il ciclo che è esso stesso immagine della perfezione ciclica. Analogamente si potrebbe dire che il Giardino di Elicona, che porta il sigillo del nove o del dieci – a seconda che assieme alle nove Muse si consideri o meno Io stesso Apollo – sia il centro attorno al quale esse formano la circonferenza.

Il riferimento ad Apollo come vedremo, ci introduce alla quarta canzone:

Vola falco
giù vicino al lago
quello stesso lago
dove il vortice gorgoglia.

Vicino a quel vortice
C’è un giardino di ruta.
Proprio in quel giardino
Piange una vergine.

Non ho madre
Né dote da metter insieme
non ho padre
che m’assegni una parte.

Non ho fratello
Che mi selli i cavalli
Non ho sorella
che mi intrecci una ghirlanda.

Tu madre Sole,
Tu madre Sole,
Tu madre Sole,
metti insieme una dote per me.

 Tu padre Luna,
Tu padre Luna,
Tu padre Luna,
assegnami una parte.

Tu sorella Stella,
Tu sorella Stella
‘Tu sorella Stella,
intrecciami una ghirlanda.

Tu fratello Grandequercia,
Tu fratello Grandequercia,
Tu fratello Grandequercia,
guidami attraverso la sconfinata landa!

Horus

Il falco – assieme agli altri volatili della sua specie, soprattutto l’ aquila – è un uccello solare, e come tale è simbolo dello Spirito. Tuttavia, in particolare, può essere ricordato che mentre l’aquila è l’uccello di Zeus, il falco e uno degli emblemi di Apollo, Dio dell’ispirazione, ed in questa canzone la preghiera della vergine è chiaramente pronunciata su ispirazione del falco, mentre non ci possono essere dubbi che l’iniziale imperativo rivolto al falco è un comando Divino. Nell’antico Egitto l’equivalente di Apollo era Horus; e non è forse irrilevante riportare qui a mente, specialmente in vista della fine della canzone, le pitture del tempio che lo rappresentano come colui che, con testa di falco, accompagna le anime rette alla presenza di Osiride
La ruta è stata usata da tempo immemore per tener lontane le influenze maligne22 e purificare santuari ed abitazioni in casi d’inquinamento, al punto che tra le piante, è considerata uno dei maggiori simboli di purezza. Come tale, essa gioca un ruolo assai importante nella tradizione lituana. Il ‘giardino di ruta’ o ‘Giardino della Purezza’, a cui è difficile accedere in quanto vigilato dal vortice o dal drago, e che deve essere, per di più, il punto di partenza del viaggio celestiale della vergine, non può essere altro che il Paradiso Terrestre. Ciò viene anche confermato dalla straordinaria semplicità, per certi versi fanciullesca, e dalla povertà spirituale della stessa vergine, essendo questi i principali elementi con cui è universalmente descritta, dalla religione, la buona disposizione per entrare nel Regno dei Cieli.
La succitata ‘ghirlanda’ in questa come nella precedente canzone (la macchia della ‘ghirlanda’ sta, nella prima, a significare la perdita di innocenza) è la ghirlanda di ruta che in Lituania era tradizionalmente parte dei segni di verginità e soprattutto della sposa vergine, che la indossava come corona nel giorno del suo matrimonio.
La ‘dote’ che il ‘sole’ deve ‘mettere insieme’23 è in contrasto con la ‘parte’ che deve essere ‘ripartita’ dalla ‘luna’. Insieme rappresentano il titolo della vergine per essere sposata, cioè, dal momento che il matrimonio è celestiale, la sua esigibilità agli occhi del Cielo. Come tale, il tesoro solare può essere nient’altro che ricchezze spirituali, mentre la ‘parte’ lunare consiste nelle virtù umane che sono i riflessi di queste ricchezze. Appartenendo a questo mondo di forme, le virtù possono essere analizzate24, differenziate, contate e misurate25 Tuttavia la sintesi del tesoro spirituale in sé si trova al di sopra della forma ed al di là di tutto ciò ch’è conoscibile; deve quindi essere ‘messo insieme’ e ‘tesaurizzato’, ma non ‘ripartito’.
Questa canzone inizia dove la precedente finiva; il suo tema non è quello dei Piccoli Misteri, bensì quello dei Grandi Misteri, dal momento che qui il punto di partenza è lo stato della perfezione umana. II sole e la luna sono ancora una volta nella loro primordiale relazione, e la vergine deve intraprendere il suo viaggio indossando la Corona26 della Purezza.

NOTE:
1 È anche la più vicina delle lingue europee al sanscrito, non soltanto in ragione della mancanza dì degenerazione che la caratterizza, ma anche a motivo della sua ‘concezione orientale’. Il lettone, la lingua della Lettonia, è l’unico altro esempio vivente del gruppo delle lingue baltiche a cui il lituano appartiene, tuttavia è meno arcaico del lituano.
2 Si veda Ananda Coomarswamy, The bugbear of literacy, London 1979, e Martin Lings, Antiche fedi e moderne superstizioni (Leone Verde – 2003).
3 Luc Benoìst, La Cuisine des Anges, une Esthétique de la Pensée, pag. 74.
4 “Questa è una essenziale funzione ‘lunare’, ed è in realtà alla luna che corrisponde astrologicamente la massa della popolazione, il che è anche una chiara indicazione del carattere puramente passivo della massa, incapace com’è di iniziativa o spontaneità.”
5 René Guénon, I simboli della scienza sacra (Adelphi – 1975).
6 Cioè tra le due guerre, sino al 1940 quando l’armata sovietica occupò la Lituania.
7 Questo libro, ora assai raro, fu pubblicato in Lituania soltanto poche settimane prima della guerra. Una o due copie omaggio raggiunsero l’Europa Occidentale, ma tranne queste sembra improbabile che il resto dell’edizione sia sopravvissuto.
8 L’equivalente in Sanscrìto, Déva-duktri, può essere menzionato per mostrare quanto vicine possano essere a volta queste due lingue.
9 In Sanscrito Parjanya, descritto dal Reg-Veda come dotato di tuono.
10 Alchimia (Guanda – 1986), capitolo 11.
11 In alchimia il ‘matrimonio chimico’ viene talvolta anche chiamato ‘matrimonio del sole e della luna’, tuttavia nella prospettiva lituana il sole è sempre trascendente.
12 Come anche per i Celti ed altre popolazioni. Si veda René Guénon, Il Re del mondo (Adelphi – 1977).
13 Notiamo qui tuttavia un’altra connessione tra Perkûnas e Zeus che è non solo il Dio del tuono, ma anche il Dio della quercia. Inoltre, la maggior parte degli etimologisti sono d’accordo sul fatto che Perkûnas e Quercus (il Latino per quercia) erano originariamente un’unica parola ariana. La sua ampia differenziazione secondo i suoi ‘dialetti’ lituani e latini è analoga a quella della parola che sta per cinque, che divenne in lituano penki ed in latino quinque.
14 Si veda René Guénon, Il simbolismo della Croce (Rusconi – 1973).
15 Un simbolo, come abbiamo visto, non può mai mostrare ogni aspetto della realtà superiore che simboleggia. Per avere una più completa rappresentazione delle relazioni tra Cielo e terra dobbiamo quindi considerare l’Albero della Vita come un albero che cresce non solo verso l’alto, in direzione delle aspirazioni spirituali dell’uomo, ma anche verso il basso, poiché è in realtà radicato nello Spirito, ovvero nel ‘sole’ . Nel caso dell’albero ‘normale’ , il sole è, come vedremo, il frutto; tuttavia non v’è contraddizione qui, dal momento che il frutto contiene il seme che in sé rappresenta virtualmente la radice.
16 Secondo Guénon il 10 è il numero del cerchio, essendo il numero della perfezione ciclica. «L’1 corrisponde al centro ed il 9 alla circonferenza …  Ciò è così poiché il 9, e non il 10, è il numero della circonferenza che viene normalmente misurato in multipli dì nove (i 90 gradi del quadrante, e poi i 360 gradi dell’intera circonferenza).» Si veda Simboli della scienza Sacra (Adelphì – 1975).
17 Per quel che riguarda la relazione tra il quadrato ed il cerchio, e la forma circolare dei santuari nomadi e seminomadi, si veda Titus Burckhardt, Arte sacra in oriente ed occidente (Rusconì – 1976).
18 René Guénon, Il simbolismo della Croce (Rusconi – 1973).
19 Ibidem.
20 Un simbolo doppiamente solare, in virtù dell’animale solare, così come del metallo solare.
21 René Guénon , Ibidem.
22 La ruta (in inglese rue, in lituano rûtâ, in greco rutê) viene anche chiamata ‘l’erba della grazia’ , il che suggerisce che il suo simbolismo originariamente era ovunque lo stesso. Tuttavia già dai tempi di Shakespeare aveva acquisito una connotazione in un certo qual modo dolorosa (si leggano ad esempio le ultime strofe dell’Atto 3 nel Riccardo II), senza dubbio dovuta al frequente gioco di parole col verbo ‘pentirsi’ (to rue), che etimologicamente è decisamente lontano dal nome della pianta.
23 Questa è una traduzione abbastanza libera, tuttavia adeguata, di kloti, che letteralmente significa ‘proteggere’. Il riferimento è senza meno alla dote nuziale che la madre conserverebbe per sua figlia e che non dovrebbe essere esposto, mentre la ‘parte’ è quella porzione matrimoniale che dovrebbe essere accantonata dal padre.
24 Dal momento che la luce è simbolo di conoscenza, la luce riflessa, di cui il chiaro di luna è un eloquente esempio, è un simbolo indiretto, la conoscenza analitica. In altre parole, il chiaro di luna è una caratteristica ‘mentale’ del macrocosmo così come la mente è una caratteristica lunare del macrocosmo; e si deve notare l’insistenza con cui nelle lingue ìndo-europee viene accentuata questa profonda, per quanto non immediatamente ovvia, connessione tra l’uomo (caratterizzato dalla mente) e la luna (in lituano menuo), ricorrendo alla radice mn in relazione a cose o azioni Specificamente mentali e quindi riflessive, ovvero analitiche, come la mente (in sanscrito manas, in lituano manymas, in latino mens) e la memoria (la perdita della n si ritrova in reminescenza, in lituano mintis, ed in greco mnêma). Ma è ora di chiudere quest’elenco di esempi, prima che si prolunghi più del dovutp, col nome di Minerva, il cui uccello è il gufo, notturno e lunare, opposto al falco, che è invece, come abbiamo visto l’uccello di Apollo.
25 La n smarrita si ritrova in certe parole come incommensurabile che sono più vicine al latino mensura.
26 Vanikas, ‘la ghirlanda’ , è anche il termine comune per ‘corona’. La stella non viene nominata; ma se si trattasse di Venere, la Stella del Mattino, allora vi sarebbe quantomeno una davvero notevole coincidenza dal momento che il traduttore una volta mi fece notare, che secondo una tradizione ebraica Lucifero, prima della caduta degli angeli, era Hekathriel, ovvero l’angelo della Corona.

Fonte: “IL SIMBOLISMO DELLE LUMINARIE IN ANTICHE CANZONI LITUANE”, in Martin Lings, Simbolo & Archetipo, Edizione del Giano, 2005. Per maggiori informazioni Eduardo Eddy Ciampi.

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