ROSACROCE: introduzione a quattro documenti fondamentali

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PREMESSA

Una bella mattina dell’agosto 1623 i parigini meravigliati poterono leggere sui muri della loro città dei manifesti che dicevano: «Noi, deputati del Collegio principale dei Fratelli della Rosacroce, soggiorniamo visibili ed invisibili in questa città per grazia dell’Altissimo, verso il quale si volge il cuore dei Giusti. Noi indichiamo e insegniamo senza libri e senza maschere a parlare ogni sorta di lingue dei paesi dove vogliamo essere, per salvare gli umani nostri simili dall’errore della morte»(l).

Altri manifesti erano ancora più espliciti: « Noi, deputati del Collegio dei Rosacroce, rendiamo noto a tutti coloro i quali desiderino entrare nella nostra Società e Congregazione, che insegneremo loro la perfetta Conoscenza dell’Altissimo, da parte del quale faremo questa assemblea e li renderemo come noi da visibili a invisibili e da invisibili a visibili, e saranno trasportati in tutti i paesi stranieri dove il loro desiderio li porterà. Ma per raggiungere la conoscenza di queste meraviglie, noi avvertiamo il lettore che conosciamo i suoi pensieri e che se egli vuole conoscere per pura curiosità, non riuscirà mai a comunicare con noi, ma se la sua volontà lo porta realmente ad iscriversi sul registro della nostra confraternita, noi che giudichiamo i pensieri, faremo loro vedere la verità delle nostre promesse, tanto è vero che non indichiamo il luogo della nostra dimora dato che i pensieri uniti alla volontà reale del lettore saranno in grado di far conoscere noi a lui e lui a noi »(2).

In tal modo si avvertiva il pubblico che soltanto gli uomini che avevano il sincero desiderio di aderire alla confraternita sarebbero stati individuati da essa. Questi manifesti sarebbero stati affissi da sei fratelli Rosacroce il cui ordine contava in tutto trentasei membri sparsi in Europa. I parigini si beffarono di questi «Invisibili» che potevano parlare tutte le lingue senza averle apprese; erano illusionisti? ciarlatani? Ci furono degli scherzi sinistri causati dalla credulità o dall’avidità degli uomini(3).

La Rosacroce fu subito attaccata violentamente, soprattutto dal clero francese. Un autore anonimo scrive un opuscolo intolato Gli orrendi patti conclusi tra il Diavolo e i presunti Invisibili, in cui si racconta, con lo stile di un Léo Taxil(4) , che così sembra anticipare, la fondazione della setta, gli accordi presi tra i sei membri e il Diavolo che ha fatto loro ammettere la falsità della teoria dell’immortalità dell’anima. I discepoli di Satana cercano quindi nuovi adepti ed hanno così redatto i manifesti per un reclutamento più rapido.

Bisogna anche ricordare che ci troviamo in un periodo torbido. L’Editto di Nantes è stato firmato il 15 aprile 1598 (5) e sono trascorsi solo tredici anni dall’assassinio di Enrico IV; la pace, imposta da Luigi XIII, scontenta sia cattolici che protestanti. Siamo quindi in un’epoca inquieta.

Nonostante queste calunnie, i Rosacroce incuriosirono alcuni spiriti indipendenti che cercarono di entrare in contatto con l’associazione segreta. Alcuni gridarono all’impostura, mentre uomini come Cartesio dichiararono «che avevano dovuto accontentarsi di leggere gli scritti pubblicati dalla Confraternita». Si tratta qui di affermazioni più caute, ma che tuttavia non ci mettono sulla giusta via. Vi sono cosi delle posizioni assai contraddittorie: da un lato, un movimento che si vuole far conoscere, dall’altro dei detrattori determinati e categorici e, al centro, degli uomini che lasciano aleggiare il dubbio nonostante le loro ricerche. Le loro dichiarazioni sfumate, il più delle volte non contestano questo movimento segreto, ma lasciano sovente spazio all’equivoco.

Anche se i manifesti sono stati affissi a Parigi, è tuttavia in Germania che va ricercata l’origine del movimento. Nel 1614 appare a Kassel, edita da Wessen, la prima opera sull’Ordine della Rosacroce. La Fama Fraternitatis ha solo 15 pagine in 12°, ed è seguita subito dopo da un altro trattato, la Confessio Fraternitatis, edito sempre a Kassel e largamente diffuso dall’editore J. Bringeren di Francoforte nel 1615. Questo testo ha 23 pagine nell’edizione latina e 46 in quella tedesca. Si tratta di due volumetti anonimi scritti in lingua tedesca. La terza opera anch’essa senza il nome dell’autore Chymische Hochzeit: Christiani Rosenkreutz Anno 1549 (tradotto come “Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz”) appare a Strasburgo nel 1616. Il successo di questi tre libri anonimi è considerevole e Will-Erich Peukert(6) ha calcolato che solo negli anni 1614-1620 si sono avuti circa 400 titoli tra dedizioni, commenti e libelli.
Il quarto manifesto, meno noto dei precedenti tre, ma altrettanto interessante è intitolato Speculum sophicum rhodo-stauroticum (tradotto come “Specchio della Sapienza Rosacrociana”). Fu stampato nel 1618, probabilmente a Francoforte; il suo autore un certo Theophilus Schweighardt lo dichiara comunque concluso il 1° marzo 1617. Come le altre opere “rosacrociane” (ma non solo) è scritto in un curioso e caratteristico assemblaggio di tedesco e di latino.

FAMA FRATERNITATIS

rosacroce-front_famaIl titolo della prima opera indica un programma completo: Riforma universale e generale di tutto il vasto mondo, seguito dalla Fama Fraternitatis del lodevole Ordine della Rosacroce, indirizzato a tutti i sapienti e capi di Europa. Con una breve risposta fatta dal Sig. Haselmayer che, a causa di essa, fu arrestato e imprigionato dai gesuiti e messo ai ferri sulle galere. Ora pubblicato e stampato e comunicato a tutti i cuori fedeli di Europa .

Un’illustrazione precede il titolo: il serpente che abbraccia l’ancora. La risposta di Adam Haselmayer indirizzata alla «lodevole Confraternita dei teosofi della Rosacroce» segue il messaggio. Benché la Fama ci presenti quest’ultimo come una persona vivente, segretario dell’Arciduca Massimiliano, gran dignitario condannato dai gesuiti alla galera, sospettiamo di essere in presenza di un simbolo che permette di sviluppare le affermazioni della Fama. Haselmayer risponde a questi «uomini apostolici» commentando il suo entusiasmo e i suoi terrori perché ha conosciuto la Confraternita già nel 1610 attraverso un testo manoscritto: «Voi siete uomini scelti ora da Dio per elargire l’eterna verità teofrastica e divina miracolosamente conservata fino ad oggi, forse dai tempi di Elia Artista».  Si profetizza così l’avvento del Quarto Regno, quello dello Spirito Santo, con il ritorno sulla terra del profeta Elia. Haselmayer predice la caduta del papa, dei prelati e dei gesuiti, mentre Gesù ritornerà trionfante ; questa trasformazione si deve svolgere tra il 1612 e il 1614 [Come “profeta” non mi sembra il massimo e neanche originale; il Papa cadrà e Gesù verrà, esattamente come, tutto ciò che è manifesto, prima o poi, sarà destinato a rientrare nell’immanifesto; tutt’altra storia, ovviamente, è sapere e dire quando! Nessuno sulla faccia della terra può fare simili previsioni, a meno che non si accettti la “predeterminazione” di ogni evento, il che ha però delle gravi conseguenze sul piano del “libero arbitrio”. Si possono fare previsioni solo e soltanto di fenomeni o eventi ripetibili e di cui si conosce perfettamente la funzione, che deve essere di tipo deterministico, perchè se la funzione fosse di tipo probabilistico, ossia una variabile aleatoria o casuale, saremmo nei guai 🙂 K.T.]. Nella Risposta di Haselmayer questi chiede che i Fratelli della Rosacroce si manifestino pubblicamente.

CONFESSIO FRATERNITATIS

rosacroce-front_confessioLa Confessio del 1615 conferma ciò che la Fama ha appena espresso, ma non alza il velo sulla sua esaltazione mistica e apocalittica. Ricordiamo nuovamente che questo testo di 46 pagine nell’edizione tedesca appare nel 1615 sia a Kassel che a Francoforte. Durante tutto questo periodo alcuni illuminati annunciano la fine del mondo e gruppi di uomini predicano nelle campagne per preparare l’umanità all’avvento dello Spirito Santo [Di nuovo: quando la smetteranno di fare previsioni per il futuro, sarà sempre troppo tardi! Sono proprio affermazioni di questo tipo a rendere ai miei occhi poco credibile l’insieme. 🙂 K.T.]. La Confessio conferma in termini più precisi la fine imminente del mondo: Dio ha inviato dei segni; nuove stelle appaiono nelle costellazioni del Serpente e del Cigno; la Confessio sottolinea la necessità di liberarsi dell’influenza del papa considerato come l’ingannatore, la vipera, l’anticristo; bisogna studiare le Sante Scritture; l’uomo deve seguire la via cristiana predicata dalla Confraternita che può, tuttavia, rivelare il suo messaggio all’eletto, soltanto dopo un decreto speciale di Dio.

Dopo questo importante limite – dato che non tutti gli uomini possono accedere alla salvezza eterna – si scopre che la Confraternita si serve di una scrittura magica e segreta e che s’interessa di astrologia pur rifiutando il sistema di Tolomeo. La Confessio è divisa in capitoli scrupolosamente definiti; questi spariscono nell’edizione di Francoforte. Come nota Paul Arnold(7), la Confessio è ricalcata da quella di Augusta redatta quasi cento anni prima da Melantone. Aggiungiamo che la Confessio cita il nome esatto di Christian Rosenkreutz che sino ad allora appariva solo con le iniziali.

NOZZE CHIMICHE DI CHRISTIAN ROSENKREUTZ

rosacroce-front_rosenkreutzNel 1616 viene pubblicato da Zetzner, a Strasburgo, Chymische Hochzeit: Christiani Rosenkreutz Anno 1459, senza il nome dell’autore(8). Il libro di 146 pagine descrive il cammino di Rosenkreutz verso l’illuminazione ultima. Per sette giorni, questo eremita, un vegliardo di 81 anni, si sottomette a terribili prove quotidiane; le prove fisiche con salite, scale e corde, si susseguono alle prove spirituali; l’età, i lavori, le prodezze fungono da simboli; l’azione inizia la sera del giovedì santo e termina il mercoledì dopo Pasqua. Si noti l’importanza dei numeri: il sette ritorna spesso, come anche il nove. Il pensiero alchemico presiede questa ricerca che si riferisce ai gusti dell’epoca con il tema della ricerca, dei viaggi, dei dedali, delle comodità, della magnificenza, ma anche dei buoni pasti con intermezzi musicali, le conversazioni, le domande enigmatiche che sono passatempi verbali. Ma vi sono anche dei valori più esoterici e la ricerca della Grande Opera mette il neofita in presenza del matrimonio del re con la regina; decapitati, i sovrani resuscitano grazie alle cure degli eletti.

Il racconto è senza dubbio l’allegoria di una prova iniziatica con i gradi successivi della ricerca della parola perduta, il raggiungimento dell’illuminazione totale dopo il difficile cammino della salvezza. Questo mito della ricerca non è nuovo e il Medio Evo ha spesso commentato simili ricerche. Per Bernard Gorceix, questo testo si pone come un anello della «catena che unisce il Sogno di Polifilo di Francesco Colonna del 1499, il Quinto Libro di François Rabelais del 1564, il Viaggio alle Isole Fortunate di Beroaldo di Verville del 1610». Ma Paul Arnold ha mostrato tutti gli accostamenti che si possono fare con l’opera incompiuta di Edmund Spenser The Fairie Queene e più particolarmente il suo decimo canto: «La Leggenda del Cavaliere della Croce Rossa»(9). Il tema della Rosacroce sembra provenire verosimilmente da una corrente tradizionale.

Il misterioso castello delle Nozze è vicino a quello frequentato
dai Cavalieri della Tavola Rotonda, alla ricerca del Graal; si pensi al Parzival di Wolfram von Eschenbach e si può evocare la stessa magia dello sfondo, con scene estremamente simboliche che possono sembrare soltanto decorative, fiabesche o fantastiche. Certe scene burlesche orientano verso uno scopo ben preciso; Mozart, con il suo Flauto Magico, sembra aver seguito un processo iniziatico analogo.

nozze_chimiche_1Nelle Nozze Chimiche non troviamo soltanto tutto un armamentario alchemico, ma anche simboli eterni come il pellicano, il corvo, il liocorno. Se le vergini abbondano e girano intorno a questo vegliardo,  la cui età è essa stessa simbolica, 81 anni (ossia 8 + 1 = 9 = 3 x 3 =32), ma che si può anche vedere come (5 + 4)2 , ci troviamo di fronte all’operazione della Grande Opera alchemica, con il matrimonio filosofico dello zolfo e del mercurio, del re e della regina la cui unione ha luogo nella camera nuziale che porta anche il nome di uovo filosofico. Scopriamo così le fasi della putrefazione, della resurrezione, della rubedo. Ma al processo della via umida, della trasmutazione metallica, si aggiunge la ricerca cosciente della spiritualità, dell’Amore. Per Bernard Gorceix, le Nozze Chimiche «sono un trattato religioso che parla di edificazione, di escatologia e di misticismo. Le Nozze Chimiche sono altrettante Nozze Mistiche».

Serge Hutin(10) precisa che vari passaggi del libro descrivono episodi rituali, rivelano drammi iniziatici, e vi vede anche il carattere misto delle logge della Rosacroce, poiché le donne vi sono investite di funzioni rituali capitali: si notano delle vergini vestali ed una donna che presiede il rituale.

Le nozze tra il Re e la Regina non sono altro in realtà che il tema alchemico per eccellenza. Si può considerare l’unione tra Cielo e Terra, quella dei due Mondi; su un piano spirituale. I principi maschili e femminili devono unirsi se si vuole trovare l’essere androgino primordiale, l’essere indifferenziato. L’autore delle Nozze Chimiche non ha indubbiamente voluto rappresentare una loggia come la conosciamo ai giorni nostri, ma suggerire l’unione dei principi. D’altronde, come abbiamo sottolineato, sembra probabile che la Rosacroce del 1616 non ha mai avuto sedi fisse, templi o rituali; le scene descritte mirano più a definire un clima spirituale piuttosto che le rappresentazioni esteriori di un ordine. Le Nozze Chimiche mostrano le relazioni dell’uomo con l’Universo; il luogo dove riposa Christian Rosenkreutz, che riflette la conoscenza, è esso stesso concepito come un’immagine del Cosmo.

SPECCHIO DELLA SAPIENZA ROSACROCIANA

rosacroce-front_specchioSi può osservare che la maggior parte dei numerosi scritti rosacrociani che videro la luce un po’ dappertutto in Germania – sulla scia dei tre scritti ufficiali della Confraternita – si presentano, in generale, come una sorta di «offerta di collaborazione» indirizzata alla Rosa-Croce da parte dei loro occasionali autori. Al contrario lo Speculum, oltre a presentare le suddette caratteristiche, si propone fin dalle sue prime righe soprattutto come un discorso assolutamente esaustivo (teorico-pratico ed emblematico al tempo stesso) elaborato da qualcuno che sembra conoscere verosimilmente da molto vicino gli autentici risvolti della vicenda connessa al movimento rosacrociano e che cerca di separare energicamente, nella coscienza dei lettori, l’autentica Rosa-Croce metafisica-ermetica dalla sua caricatura «Occultistica», che aveva già eccessivamente proliferato.

Nello Speculum, la polemica è soprattutto diretta contro i falsi alchimisti, gli impostori che promettono delle «meraviglie » di natura esclusivamente fisica e materiale. All’identica maniera della Fama Fraternitatis (1614) e della Confessio Fraternitatis (1615), lo Speculum traccia una demarcazione molto netta tra la preparazione dell’Oro Filosofale e la semplice trasmutazione materiale dei metalli in normale oro fisico. Assolutamente per la prima volta, lo Speculum fornisce anche ai lettori avveduti – sotto forma allegorica ed emblematica – dei metodi tecnici ben precisi per intraprendere correttamente le due «fatiche» che costituiscono l’integralità dell’Opera psico-chimica.

Fedeli a tutta la tradizione medievale dell’alchimia cristiana, il testo, come le figure, raccomanda quasi ossessivamente la necessaria complementarietà tra una Opera Prima (ergon) a carattere mistico-contemplativo-immaginale e una Opera Seconda (parergon) a carattere manipolatorio e sperimentale; senza tale complementarietà, ammonisce perentoriamente Schweighardt, ogni sforzo in vista del compimento della Grande Opera è già in partenza destinato a fallire.

rosacroce_2A volte il tono veementemente polemico e, talvolta, addirittura violento dell’opera potrebbe far sospettare una tipica forma di intransigenza settaria. Ma vorremmo ricordare che, almeno quando ci si riferisce – come in questo caso – ad emanazioni dell’autentica Confraternita rosacrociana, il tono seccamente perentorio non va considerato di tipo settario, bensì di tipo iniziatico(11). L’intransigenza verbale ha dunque qui la specifica funzione di tutelare da contaminazioni profane la piena limpidezza del segreto(12) .

Ancora, in ogni sua componente teorica – ovvero riferita all’Opera Prima mistico-contemplativa – il contenuto sapienzale dello Speculum si pone come autentico esempio del più puro e ortodosso esoterismo cristiano: trascendendo (in essenza) i limiti confessionali inerenti alle contingenze storico-culturali del momento, ma al tempo stesso attentissimo a rispettare – come del resto ogni manifestazione esoterica realmente tradizionale – le forme del proprio exoterismo di riferimento, qui coincidente con la Riforma luterana.

Se si considerano la profondità e la levatura del”ispirazione dello Speculum, se si studiano attentamente tanto le sue informazioni teoriche, pratiche e bibliografiche, quanto il prezioso contenuto simbolico delle sue illustrazioni – nel limpido solco di un «misticismo ermetico» cristiano, che si mostra vicinissimo ad autori come Valentin Weigel e Jacob Boehme, e a sperimentatori ermetici come Paracelso – si comincerà lentamente a rendersi conto che questa operetta potrebbe ben essere considerata, sotto un certo punto di vista, come un vero e proprio «quarto manifesto» – dopo la Fama, la Confessio e le Chimische Hochzeit di Johann Valentin Andreae – dell’autentica Confraternita rosacrociana.

LUDIBRIUM ET FICTITIA

valentin_andreae«Ludibrium curiosorum», «ludibrium vanae Famae», «ludibrium fictitiae Fraternitatis Rosae-Crucis»: sono tre affermazioni di Johann Valentin Andreae, il quale si è attribuita la paternità delle Nozze chimiche di Chrtstian Rosenkreutz  (1616) nella sua Vita ad ipso conscripta (scritta verso il 1640, ma pubblicata in tedesco nel 1799 e in latino nel 1849), contenute rispettivamente nel Menippus (1617), in una lettera a Comenius del 1629 e in un indirizzo al principe Augusto del 1642. Intorno a queste parole latine – ludibrium e fictitia – si sono accapigliati gli studiosi e gli interpreti: era intesa in senso positivo, negativo o semplicemente descrittivo?  Non si tratta di una questione marginale o di una pignoleria da filologi: al contrario, il problema è veramente essenziale perché esso coinvolge l’intera problematica della Rosa-Croce, il cui “mistero” può essere almeno in parte sciolto a seconda del valore da dare a quei due termini. Infatti, le Nozze Chimiche, come scrive Frances Y ates, «hanno valore quasi di un terzo manifesto rosacrociano»: la definizione quindi che ne dà il suo autore si riverbera sui due precedenti e sull’intero senso da conferire alla Fraternitas.

È indubbio che ludibrium, come si evince da qualsiasi buon vocabolario, può essere inteso in due modi: da un lato in senso negativo come appunto “ludibrio”, “scherno”, “irrisione”; da un altro in senso descrittivo e comunque non negativo come “scherzo”, “gioco” (ad esempio: “ludibria fortunae“, gli scherzi del caso, in Cicerone; e “ludibria ventis“, gli scherzi del vento, in Virgilio). Inoltre, gli aggettivi che ne derivano, ludibundus e ludicer, hanno un’accezione assai più vicina al secondo significato: ludibundus sta per «che si abbandona alla gioia, allo scherzo, all’allegria», e ludicer «che serve da passatempo, gioco, divertimento», addirittura sta anche per «teatrale, scenico, da commediante».

Fictitia è un vocabolo che non si trova nel latino classico: esistono invece l’avverbio ficte, l’aggettivo ficticius, il sostantivo fictio, da cui quel termine tardo palesemente deriva. Il primo significa sia «falsamente» che «apparentemente»; il secondo sia «falsificato» che «fittizio»; il terzo ha addirittura tre sensi: «creazione-composizione », «finzione-ipotesi-supposizione», «menzogna-frode-ipocrisia» (la parola inglese fiction, per intendere la narrativa in genere, sembra evidente che derivi da fictio inteso complessivamente). Come si vede, anche in questo caso il senso da dare alle intenzioni di Andreae, e quindi al fenomeno dei Rosa-Croce, può essere duplice ed opposto, negativo o positivo, a seconda della impostazione generale di chi se ne occupa: la finzione della Confraternita può risultare così una semplice «invenzione» o un peggiore «inganno».

In genere, tutti coloro i quali, sin dal XVII secolo, si sono occupati della Rosa-Croce a livello storico, critico, interpretarivo, non sono mai riusciti ad assumere una posizione equilibrata, mediana: o si era a favore o si era ostili, e ciò vale sia per i contemporanei, che subito si schierarono da una parte o dall’altra, sia per gli studiosi di oggi. È questo peraltro un atteggiamento che si ripete sempre di fronte a fenomeni che toccano problemi spirituali. Il loro mistero, e quindi il loro fascino, è tale che tocca e coinvolge una sfera che non è più soltanto quella puramente intellettuale, talché quasi istintivamente, al di là della mera razionalità, a seconda della propria formazione culturale e, diremmo, mentale, si è indotti a prendere posizione o per un partito o per l’altro, mettendo al servigio del pro o del contro tutte le proprie doti specialistiche, dialettiche, scientifiche.

Così pagine e pagine, libri su libri, hanno proposto analisi, interpretazioni, deduzioni sulla vita e le opere di Andreae: essendo l’unico ad essersi apertamente attribuito la paternità di un testo rosacroce, capire i suoi intenti avrebbe significato risolvere l’enigma dell’intera Confraternita. Da un lato dunque chi interpreta negativamente i due termini latini come ludibrio, inganno, mistificazione; dall’altro coloro che li interpretano come scherzo, gioco, invenzione, e quindi sia «mito fantastico» e «allegoria biblica » (Paul Arnold), sia addirittura «scherzo mistico», «commedia», «scena drammatica di temi buoni e utili » (Frances Y ates, che mette in risalto l’interesse di Andreae per la rappresentazione teatrale come traspare anche dalle Nozze chimiche). Il risultato è, allora, come sostiene Umberto Eco, «l’impossibilità di risolvere definitivamente il mistero, dato che gran parte di questa letteratura pare reggersi anche sul gioco, sull’ammicco, sul qui-lo-dico-e-qui-lo-nego».

Queste conclusioni del semiologo di Alessandria, insolitamente possibiliste per chi ne conosca l’intransigenza razionalista nei confronti di certi argomenti, sono poste come chiusa della sua introduzione alla traduzione italiana della Storia dei Rosa-Croce del citato Arnold (Bompiani, 1989), un saggio fondamentale sull’argomento, di cui viene messa in risalto, et pour cause, in pratica soltanto la pars destruens. È invece, fondamentale l’aspetto propositivo, il giudizio che l’autore francese dà al termine delle sue indagini e che conviene riportare abbastanza per esteso, perché il nocciolo dell’intera questione; dell’intero mistero, ci sembra proprio che risieda qui:

«Per gli autori e i difensori dei manifesti la Confraternita non è una realtà ma una finzione, un simbolo solenne, una sorta di allegoria seducente. Ora comprendiamo perché sembravano passarsi parola nel chiamare i loro scritti burle o divertimenti, perché sono stati manifestamente poco seri nelle loro descrizioni mitiche della Confraternita, della vita dei Fratelli, della procedura di affiliazione; perché nessuno di loro ha mai incontrato dei Fratelli; perché essi stessi non lo erano; perché gli avversari della dottrina continuavano a sfidare la Confraternita a manifestarsi, e i Fratelli a restare sul vago; perché, a detta di Andreae, si possono trovare solo falsi Fratelli che insieme formano una nuova torre di Babele […]. All’inizio non esisteva alcuna Confraternita Rosa-Croce. C’era solo una allegoria e una dottrina della salvezza spirituale proposte sotto forma di ludibrium “che perseguiva un fine serio e ispirava l’amore per il cristianesimo”. È infatti grazie a questo gioco divertente che si spera di veder sorgere l’aurora spirituale di cui parla la Confessio».

nozze_chimiche_2Insomma, quel «complotto dei saggi», come lo definisce Jean-Pierre Bayard, che si serviva del simbolismo ermetico e si ricollegava a dottrine spirituali precedenti sperando di approdare a lidi nuovi: nelle Nozze chimiche, dopo l’operazione alchemica che ha portato alla creazione della fenice e alla rinascita del Re e della Regina nella Torre dell’Olimpo a sette piani, si è fatto giustamente notare come Christian Rosenkreutz ripassi il mare con una flottiglia di navi che recano ognuna un segno dello Zodiaco (la sua ha quello della Bilancia) ed una volta giunto a terra si unisca a dei cavalieri che recano una bandiera bianca con al centro una croce rossa cioè il simbolo di San Giorgio e dei Templari.

Non è un caso allora che, come tutte indistintamente le opere ermetiche del tempo, e dei secoli precedenti le Nozze chimiche si presentino come una vera e propria narrazione (hermetic romance viene chiamato nella prima traduzione inglese del 1690) ricchissima di simboli e che portino sul frontespizio due significativi motti in latino, allo stesso tempo ermetici ed evagelici: «Arcana publicata vilescunt: et gratiam prophanata amittunt. Ergo: ne Margaritas obijce porcis, seu Asino substerne rosas». Vale a dire: «Gli arcani svelati vengono sviliti: e quello che  è profanato distrugge la grazia. Quindi: non gettare le perle ai porci e non preparare un letto di rose ad un asino». Il motivo essenziale e vero dell’«ammicco» e del « qui-lo-dico-e-qui-lo-nego» sta dunque esattamente qui.

Le Nozze chimiche sono allora «un notevole racconto cavalleresco, o romanzo, o fantasia» (Yates): addirittura si può ben dire che «l’opera racconta in forma di parabola il cammino verso l’illummazione suprema», quindi non «una mistificazione,  un “travestimento”, ben riuscito della Fama allo scopo di ridicolizzare la Confraternita», bensì il «riassunto migliore del messaggio rosacrociano » (Arnold): «Così, ben lungi dall’essere una parodia, le Nozze chimiche costituiscono il lascito più  prestigioso delle aspirazioni teosofiche della Rosa-Croce originaria e la testimonianza del ruolo preponderante che Andreae ha giocato nell’elaborazione del mito e della dottrina rosacrociana», conclude sempre lo scrittore francese.

Albero_Conoscenza_Bene_Male_RosacroceMito, dunque. E quindi vicenda sacra esemplare che trasmette il suo messaggio lungo il tempo. Nonostante che la storia leggendaria di Christian Rosenkreutz sia esposta nella Fama (mentre la Confessio è una illustrazione degli scopi della Confraternita), sono senza dubbio le Nozze che forniscono il maggior numero di riferimenti simbolico-ermetici, e di conseguenza la maggiore suggestione, al riguardo. In  realtà, nell’opera che, per stessa sua ammissione, Andreae scrisse da ragazzo, i  simboli si accavallano ai simboli in un modo tanto eccessivo da indurre, alla fine del secolo scorso, Karl Kiesewetter a definirlo «un libro di alchimia assolutamente astruso e talmente bizzarro che nessuno è capace di trovargli un senso minimamente tollerabile». In effetti, leggendo questo «romanzo ermetico» si ha l’impressione di un sovraccarico di s1mboli non sempre possibili da spiegare, sopratutto perché sono intersecati e sovrapposti tra loro. Questo sistema può però avere una duplice spiegazione: da un lato una esuberante fantasia giovanile che può essersi ispirata, come ipotizzano alcuni esegeti, sia alla Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna del 1499 (A.C. Ambesi), sia al poema The Faerie Queene di Edmund Spenser del 1590 (P. Arnold); dall’altro il preciso intento di sviare i curiosi, gli impreparati, gli inadatti, gli inesperti come ben indicano i due motti latini riportati nel frontespizio del libro, essenziali dunque – come moniti – e come segnali delle intenzioni dell’autore – per la comprensione dell’opera, ma ai quali raramente (e stranamente) gli esegeti fanno riferimento.

Detto ciò, non è che il testo sia «assolutamente astruso» e privo di «un senso miniamente tollerabile». Bisogna impegnarsi a sviscerarlo: in linea di massima si può comunque dire con Arnold che esso espone «il duro cammino della salvezza attraverso l’illuminazione e l’estasi». E questo,  aggiungiamo noi, operando a tre livelli di lettura: il primo e quello di un vero e proprio romanzo fantastico, estremamente piacevole e avvincente, non privo anche di qualità letterarie (ed è in fondo proprio per questo aspetto che la sua fama si e trasmessa nei secoli, più di quella dei primi due manafesti), e proprio cosi lo definisce Andreae nella sua autobi0grafia: «un ameno componimento pieno di scene d’avventura». C’è qui tutto l’armamentario narrativo dell’epoca: il viaggio pericoloso, le prove da superare, il castello misterioso con i suoi abitanti, i segreti che custodisce, morti, resurrezioni, spettacoli teatrali, operazi0ni magiche, personaggi enigmatici, esseri invisibili,  cripte e sotterranei, torri misteriose, procedimenti alchemici, unicorni e fenici, peregrinazioni per terra e per mare, oggetti strani e invenzioni inusitate. Tutto quello che poteva occorrere per captare l’attenzione dei lettori e non solo di quelli seicenteschi. La stessa « moderna » trovata conclusiva (le due pagine finali mancanti) è tale da suscitare curiosità e attesa in quella parte di pubblico che si limitava a leggere l’opera soltanto per il piacere di gustare un « avventura mistica ».

TempleofrosycrossIl secondo livello è, si potrebbe dire, proprio quello del ludibrium inteso in senso negativo come scherno e irrisione. E non certo nei confronti della Rosa-Croce, ma di due categorie di personaggi: coloro i quali all’inizio della storia riescono, non si sa bene come, a raggiungere il castello del Re percorrendo la prima delle quattro vie a disposizione dei viaggiatori, ma si rivelano al dunque soltanto degli sbruffoni, dei millantatori, dei provocatori, e che non riescono a superare la prova della Bilancia degli Artisti e quindi vengono scacciati o addirittura condannati a morte; e coloro i quali, pur avendo superato i pesi della Bilancia, non hanno ancora raggiunto un sufficiente grado di iniziazione lungo la via della perfezione spirituale e continuano a credere che lo scopo dell’Alchimia sia soltanto quello di preparare l’Elisir di Lunga Vita o la Pietra Filosofale, cioè credono che il fine vero dell Ars Regia sia la ricerca dell’immortalità del corpo e la fabbricazione dell’oro materiale: essi sono i semplici «soffiatori» e proprio a tale incombenza li vede intenti il protagonista spiandoli dall’abbaino in cui si trova per completare la Grande Opera: quella vera, quella che consiste nel portare a termine le Nozze chimiche facendo penetrare l’anima nei corpi rigenerati del Re e della Regina, mentre al piano inferiore i «soffiatori» si affannano a produrre l’oro credendo di compiere a loro volta la Grande Opera. Su questi punti Andreae è chiarissimo e non si può equivocare: soltanto Rosenkreutz ed i suoi tre amici hanno effettivamente portato a termine la loro missione.

Il terzo livello infine è evidentemente il contraltare del precedente:
una esposizione, per chi la sa capire attraverso «il velame de li versi strani», di tutto quanto è trasmissibile per iscritto circa operazioni iniziatiche, un iter spirituale per raggiungere uno status più alto. Nelle Nozze chimiche c’è veramente tutto a ben vedere, dopo averle scrostate e lette nel loro significato essenziale (Irenaeus Agnostus, dopo aver letto il testo manoscritto afferma in una lettera del 3 dicembre 1615: «Questo trattato contiene tutta l’arte alchemica descritta in forma enigmatica»). Non è certo possibile in questa sede addentrarci in una analisi minuziosa dei principali nodi simbolici del testo (ma ciò è in ogni caso possibile farlo grazie all’ausilio di alcune opere che, nell’epoca moderna, hanno analizzato il senso spirituale dell’Arte Regia, sviscerandone il simbolismo: La Tradizione Ermetica di J. Evola, Alchimia di T. Burckhardt, L’Alchimia di E. Canseliet soprattutto, ma anche Le Meraviglie della Natura di E. Zolla, vedi al riguardo la pagina dei libri sul BLOG dedicata all’argomento http://www.archeboli.it/libri/alchimia/ ); si può comunque dire che gli stessi elementi che in precedenza erano stati visti nella semplice ottica « avventurosa», qui prendono tutt’altro significato di fronte ai nostri occhi: la «chiamata» da parte di una Vergine in veste d’Angelo; la scelta affidata al Caso, al Fato, di una delle quattro vie canoniche dell’Alchimia (umida, umido/secca, secco/umida, secca) seguendo una colomba e un corvo; il superamento di varie prove costituite prima dal Guardiano della Soglia e poi dalla Bilancia degli Artisti; la tonsura, il digiuno; la visita al Castello, alle sue meraviglie, ai suoi sotterranei; la visione non volontaria di «Venere senza veli»; l’episodio del leone che spezza la spada, e dell’unicorno; la decapitazione dei sovrani ad opera di un negro a sua volta decollato (e qui basti ricordare che «etiope» era uno dei nomi attribuiti alla «materia prima» dopo alcune fasi di passaggio dell’Opera al Nero); l’uso che si fa della sua testa; l’inganno nei confronti di coloro i quali non sono del tutto pronti, facendo loro credere che i cadaveri dei monarchi vengono sepolti; la partenza verso la Torre dell’Olimpo sita su di un’isola quadrata a bordo di navi con i segni dei pianeti sulle vele.

Triade_Settenario_RCEccola: è una torre a sette piani come sette sono gli stadi dell’operazione alchemica, e come sono sette i giorni in cui si svolge l’avventura di Rosenkreutz: al primo piano si preparano tinture ed essenze; al secondo si sciolgono i corpi dei defunti grazie alla testa del moro ricavandone un liquore, chiuso poi in una sfera d’oro; al terzo piano la sfera viene esposta alla luce concentrata del sole grazie ad un gioco di specchi, in modo che nella sfera si formi un uovo; al quarto piano l’uovo viene sepolto nella sabbia calda e da esso nasce un «uccello selvaggio » con le piume nere, la Fenice, che viene nutrita con il sangue dei sovrani, le penne cadono sostituite dalle bianche e poi da quelle multicolori; al quinto piano la Fenice viene immersa in un bagno che le fa perdere le piume dalle quali si ricava una tintura blu con cui la si dipinge; al sesto piano, al momento di una particolare congiunzione, si decapita l’uccello, il corpo viene incinerito e le ceneri conservate; al settimo piano vanno soltanto i «soffiatori» che si affannano intorno ai fornelli «sino a perdere fiato»; nell’abbaino, che ha una cupola a forma di sette semisfere concave e che nessuno sa essere al di sopra del settimo piano, vanno invece i veri adepti, i «filosofi» (che sono quattro – Rosenkreutz e tre amici – come quattro sono gli adepti iniziali della Rosacroce, secondo quanto si dice nella Fama) qui viene ridata vita al Re e alla Regina umidificando e riscaldando le ceneri della Fenice e poi versandole in due stampi da cui escono due figurine di pochi centimetri che assumono forma umana dopo essere state nutrite con il sangue sgorgato dal petto della Fenice; l’anima giungerà infine attraverso il tetto lungo un raggio di luce, anzi una triplice anima, secondo gli insegnamenti tradizionali. Il ritorno avviene su navi che questa volta – passando dall’astronomia all’astrologia – hanno sulle vele i simboli dello Zodiaco, e insieme ad un gruppo di cavalieri che reca la bandiera bianca e la croce rossa dell’Ordine del Tempio.

Ma … Ma a quanto pare Christian Rosenkreutz, nonostante fosse l’adepto privilegiato che, non solo rispetto ai cinque «soffiatori», ma anche rispetto ai suoi tre amici «filosofi», aveva capito in anticipo la reale portata dei procedimenti, sia perché aiutato esplicitamente, sia grazie al caso, sia per merito del suo intuito, nonostante sia ormai Eques Aurei Lapidis, non è ancora definitivamente degno della ricompensa reale: egli ha visto «Venere senza veli» mentre era addormentata. Viene quindi punito: deve sostituire nel suo compito il primo Guardiano che tempo prima si era macchiato dello stesso peccato. Le ultime righe del libro però, denunciando la perdita di due fogli, li sunteggiano rendendo noto al lettore che alla fine il protagonista se ne torna invece a casa sua.

venereCome si può spiegare una conclusione così inattesa e sconcertante rispetto a tutto quanto la precede? Non è essa in contraddizione con l’essere le Nozze chimiche una specie di «manuale di ascesi pratica», come è stato anche definito? In effetti, i vari autori che si sono occupati della Rosa-Croce ed hanno affrontato l’esegesi del «romanzo ermetico» di Andreae, non si sono soffermati molto o affatto su questo particolare. L’unico che abbia tentato di darne una spiegazionè è Alberto Cesare Ambesi nel suo I Rosacroce (Armenia, 1975): egli ritiene che il finale tronco alluda ad un «errore di Andreae alla soglia di un precoce trionfo ermetico». Questo errore non deve essere inteso però su di un piano meramente umano, e cioè riferentesi ad alcuni incresciosi episodi dell’epoca universitaria, ma soprattutto su di un piano simbolico ed esoterico: aver osservato «Venere senza veli» vorrà dire allora «non aver percepito nell’Eros umano il riflesso di quello celeste ( … ) un mancato processo di identificazione della Venere umana con la Venus Urania. Il che significa che il fittizio Rosenkreutz di Andreae, nelle fasi ultime di consacrazione, essendo venuto a contatto con una forza fecondatrice che ancora doveva attendere un lasso di tempo per sciogliersi e generare, seppe cogliere solo l’aspetto fascinatore di essa, subendone in pieno il potere paralizzante».

Ipotesi verosimile, cui da parte nostra possiamo aggiungerne un’altra a completamento. Johann Valentin era nato il 17 agosto 1586 (morirà il 27 giugno 1654) ed aveva iniziato a frequentare l’Università di Tubinga nel 1601: per sua ammissione avrebbe redatto le Nozze fra il 1602 e il 1604, dunque tra i 16 ed i 18 anni; fu espulso nel 1606, dopo essersi diplomato magister nel 1605, a causa di una« vergognosa faccenda» che immischiava alcuni suoi compagni e delle «etere» ed in cui risultò coinvolto. Ora, se l’episodio avvenne almeno tre anni dopo la composizione delle Nozze come possono farvi riferimento queste ultime? I casi allora sono due: o il «romanzo ermetico» venne in realtà redatto posteriormente alla data assegnatagli dallo stesso autore molti anni dopo nella sua autobiografia (Arnold ha evidenziato, del resto, molti punti in cui Andreae ha «barato» non dicendo la verità); oppure la brusca cesura del testo, che in origine non esisteva, venne appositamente effettuata nel 1616, quando apparve la prima edizione anonima delle Nozze. Non vi sono altre possibilità.

Non mi pare che questa discrepanza di date ed episodi sia stata adeguatamente messa in luce sino ad ora e si sia cercato di spiegarne i motivi. Peraltro, essa potrebbe risolvere alcuni punti oscuri ed alcune apparenti contraddizioni: ad esempio, la grande precocità, la grande esperienza nel trattare il materiale simbolico-ermetico dimostrate da un ragazzo di 16-18 anni. Nella prima ipotesi, infatti, l’opera potrebbe essere stata composta in seguito, forse dopo la comparsa manoscritta della Fama, in cui c’è il primo nucleo del mito di Christian Rosenkreutz, e che si fa risalire almeno al 1610-1612 nella sua forma manoscritta, quando dunque Andreae aveva già 24-26 anni e potrebbe essere stato sollecitato a mettere mano alle Nozze partendo da quella suggestione: avrebbe allora potuto parlare con cognizione di causa di un evento del 1606 (lo scandalo delle «etere»). Nel secondo caso, occorrerebbe sapere se sono la Fama (in cui il protagonista è indicato soltanto con le iniziali C.R.C.) e la Confessio (in cui il nome è citato per esteso) a derivare dalle Nozze scritte intorno al 1604 e diffuse manoscritte attraverso il «circolo di Tubinga», oppure se sono le Nozze ad essersi ispirate ai manoscritti della Fama e della Confessio per trarvi qualche spunto: in ogni modo un testo del 1602-1604 non poteva riferirsi ad un evento reale o simbolico che fosse posteriore.

C’è poi un altro particolare, minimo ma significativo, che anche qui non mi pare sia mai stato notato da alcuno e che collega la Fama e le Nozze chimiche. Nella prima si afferma: «Essa promette più oro di quanto ne procurino le Indie al re di Spagna». Le Indie: vale a dire le Americhe, note da oltre un secolo all’epoca della redazione del manifesto che è presentato come opera di autori contemporanei. Nelle Nozze si dice: «il dono consisteva in una grossa e preziosa perla incastonata; era rotonda e lucente e non se n’era vista una simile né nel nostro né nel nuovo mondo». Ovviamente si dovrebbe pensare anche qui alle Indie/Americhe, ma è un paradosso perché nel 1459, anno in cui si dice si sia svolta l’avventura di Rosenkreutz, Colombo la sua scoperta non l’aveva ancora effettuata. Si deve quindi ritenere che sia un lapsus dell’effettivo autore, cioè Andreae, che scriveva nel XVII secolo. Una piccola incongruenza che potrebbe far pensare che le due opere siano state redatte dalla stessa mano, da sola o insieme ad altre: forse prima la Fama e poi le Nozze dove, come per forza d’abitudine, viene citato una seconda volta il «nuovo mondo» delle Indie occidentali.

Scoppiata la frenesia dei Rosa-Croce, si può così pensare che Johann Valentin, ormai trentenne, abbia deciso di dare alle stampe il suo anonimo «romanzo ermetico» giovanile, e che effettuò solo per l’occasione la cesura finale e per incuriosire i lettori e perché in realtà era proprio avvenuto qualcosa sul duplice piano dei fatti e dei simboli tre anni dopo la prima stesura.

Ma potrebbe esserci un ulteriore motivo per aver descritto una iniziazione che non diviene del tutto definitiva. Nella Turris Babel, sive Judiciorum de Fraternitate Rosae Crucis chaos, apparsa nel 1619 con le sue sole iniziali I.V.A., Andreae denuncia la degenerazione della Confraternita da quando si sono introdotti sulla scena «numerosi scrivani sfrontati che, sotto falso nome, riversano tutto ciò che sanno e pubblicano rabbiosamente protetti dall’impunità». In tal modo si era pervertito quello che Paul Amold ancora una volta definisce «un gioco tra intellettuali con lo scopo di sollecitare nella gente un ritorno alla religione e al raccoglimento in se stessi». Ora è ipotizzabile che tale degenerazione già si fosse cominciata a manifestare nel 1616 e che Andreae, venutone a conoscenza, abbia deciso di troncare bruscamente le Nozze senza far giungere Christian Rosenkreutz alla agognata e prevedibile (sino a quel momento) conclusione, quasi per scoraggiare gli impostori che volevano ricavar denaro alle spalle dei gonzi in nome della Confraternita.

Non solo degenerazione, naturalmente, ma anche l’esagerata reazione pro e contro quest’ultima indussero Andreae ad una maggiore cautela per non essere compromesso e subire danni nella sua vita pubblica e privata (dal 1614 era diacono della Chiesa evangelica a Vaihingen, nel Wurttemberg). Sinché i testi circolavano manoscritti, tra amici e, come si dice oggi, «addetti ai lavori», il ludibrium restò limitato ad una ristretta cerchia di persone: una volta divenuto di dominio pubblico, esso cominciò a provocare una serie di reazioni inaspettate. E che si trattasse di un «gioco» intellettuale e spirituale di alto livello, e non una beffa ed una ciarlataneria è lo stesso interessato a precisarlo sempre nell’autobiografia, là dove scrive, a proposito dei suoi successivi libelli, Turbo e Turris Babeli quali alla Confraternita a loro volta fanno riferimento, che «era il problema del cristianesimo che mi stava a cuore e che io tentavo di risolvere con tutti i mezzi; e siccome non potevo farlo per la via maestra, tentai di farlo mediante sotterfugi e pagliacciate, per niente mosso, come è parso a certuni, da intenti beffardi, ma ricorrendo a mezzi molto usati da persone pie, nel senso che con delle facezie e un’accattivante malizia perseguivo uno scopo serio e inculcavo l’amore per il cristianesimo».

I clamores spaventarono molti amici di Andreae e lui stesso che tentò immediatamente dopo di raggiungere il suo «scopo serio» attraverso la proposta di una Fraternità Cristiana più «ortodossa» (Invitatio ad Fraternitatem Christi, 1617; Reipublicae Christianopolitanae descriptio, 1619; e cosi via).

nozze chimiche_4CONCLUSIONE

Johann Valentin Andreae, da solo e con la collaborazione dei suoi colleghi del circolo di Tubinga, creò uno «scherzo mistico», senza «intenti beffardi» ma con uno «scopo serio», forse dapprincipio come un «gioco» interno, poi esternato proprio in un momento di grande tensione politica, culturale, spirituale, di tutta la Germania, che attecchì in modo inaspettato e insperato e creò, fondò, trasmise nei secoli un «mito», quello della misteriosa Confraternita che, riallacciandosi ad una tradizione esoterica (alchimia) e religiosa (il vangelo universale), prospetta una via di realizzazione interiore.

Essa va ben oltre tutti i ciarlatani, i quali, nel corso di quattro secoli e mezzo, si sono indebitamente appropriati di un nome come quello di Rosa-Croce; sono costoro che, spesso e volentieri, attirano gli strali polemici, le frecciate sarcastiche di tanti moderni ricercatori, sociologi, semiologi, storici, letterati attenti soltanto all’aspetto esteriore più evidente e chiacchierato della questione.

Grazie a questi testi, un vasto programma viene rivelato ad ogni individuo. Esso pare “completo”. Se si esprime a volte con un estro satirico – derivante indubbiamente dallo spirito medievale – non manca d’altro canto di mostrare una ricerca pedagogica  inserita in una preoccupazione universalistica. Ma accanto a questo comportamento intellettuale, visto da un’ottica iniziatica, esiste anche un aspetto concreto che chiede l’aiuto dei prìncipi illuminati, che fa pensare alla ricerca dei templari che ha avuto anch’essa obiettivi simili.

È importante precisare, anche se non ci sarebbe bisogno,  che questo «discorso sulla Riforma generale del mondo intero», s’indirizza non a tutti (peraltro impossibile per assioma), ma soltanto a coloro i quali pensano alla loro salvezza.

Tratto da: Jean-Pierre Bayard, I Rosacroce, Storia-Dottrine-Simboli, Ed. Mediterranee, Roma, 1990; Jean-Pierre Bayard, Manifesti Rosacroce, Ed. Mediterranee, Roma, 1990; Theophilus Schweighardt, Lo Specchio della Sapienza Rosacrociana, Ed. Arkeios, 2001.

Per una visione più ampia sui Rosacroce ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri http://www.archeboli.it/libri/ .

Note:
(1) Gabriel Naudé, Instruction à la France sur la vérité de l’histoire des fo’rères de la Rose-Croix, Parigi 1623.
(2) Anonimo, Effroyables pactions faites entre le Diable et les prétendus Invisibles, Parigi 1623.
(3) Paul Arnold, Histoire des Rose-Croix, Mercure de France, p. 9. (tr. it.: Storia dei Rosa-Croce, Bompiani, Milano 1989 – N.d.C.).
(4) Léo Taxil (pseudonimo di Gabriel Jongand-Pagès) era uno scrittore sensazionalistico che nel 1885 pubblicò dei libelli in cui la Massoneria era descritta come satanica. Nel 1897 confessò trattarsi di una mistificazione per far quattrini (N.d.C.) .
(5) Con esso si sancisce la pacificazione tra cattolici e ugonotti (protestanti) e si stabilisce la libertà religiosa in Francia (N.d.C.).
(6) Will-Erich Peuckert, Die Rosenkreutzer, Zur Geschichte einer Reformation, Jena 1928, p. 126.
(7) Paul Arnold, Histoire des Rose-Croix, p. 39.
(8) Tre riedizioni appaiono nel 1616. J.V. Andreae ne ammetterà la paternità nella sua biografia.
(9) Paul Arnold, Histoire des Rose-Croix, p. 184; e Rose-Croix et FrancMaçonnerie, p. 94.
(10) Prefazione alle Noces Chymiques, Editions du Prismme, 1973, p. 21.
(11) Ricordiamo che la differenza fondamentale tra una setta (la cui natura è sempre exoterica) e un autentico gruppo iniziatico (la cui natura è sempre esoterica) consiste essenzialmente nel fatto che la setta crede semplicemente di detenere una soggettiva –  quanto ipotetica – chiave interpretativa dei dogmi religiosi; mentre l’autentico gruppo iniziatico detiene invece, realmente e oggettivamente, la vera conoscenza di ciò che si pone all’origine stessa del dogma religioso.
(12) Cfr. ad esempio Virgilio, Eneide, VI, 238: «Fuori i profani!», la cui precisa reminiscenza ritroviamo nelle parole incise al di sopra del portale del Palazzo rosacrociano descritto dalle Chymisce Hochzeit (cfr. infra, p. 45 n. 15). Una traccia importante di questa  intransigenza esoterica può essere significativamente rinvenuta- anche a livello exoterico – nella liturgia bizantina, fissata da san Giovanni Crisostomo all’inizio del V secolo. Alla fine della prima parte della Messa, riservata sia ai semplici catecumeni che ai fedeli già pienamente acquisiti, il diacono esclama perentoriamente: «Tutti i catecumeni, che escano! Catecumeni, uscite! Tutti i catecumeni, che escano! Che nessuno dei catecumeni rimanga qui» (cfr. P. Evdokimov, La prière de l’Eglise d’Orient, Paris, 1985, p. 119).

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

2 thoughts on “ROSACROCE: introduzione a quattro documenti fondamentali

  1. I rosacroce erano iniziati ai misteri dello spirito e, in quanto iniziati, mai si sarebbero potuti sognare di aprirsi al proselitismo, perché la consapevolezza dell’universale è concessa dal Mistero assoluto soltanto a coloro i quali dispongano delle qualificazioni necessarie, e costoro sono necessariamente un’elite. Dunque chi si proclama rosacroce allo scopo di raccattare discepoli o collaboratori è un mentitore, consapevole oppure no.

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