Perché il racconto?

I nomi che vengono dati alle cose terrestri racchiudono un grande inganno, perché distolgono i cuori da concetti che sono autentici verso concetti che non sono autentici. Chi sente la parola “Dio” non intende ciò che è autentico, ma intende ciò che non è autentico. Così pure per “Padre”, “Figlio”, “Spirito Santo”, “Vita”, “Luce”, “Resurrezione”, “Chiesa” e tutti gli altri nomi non s’intende ciò che è autentico, ma s’intende ciò che non è autentico. [A meno che] si sia venuti a conoscenza di ciò che è autentico, [questi nomi] sono nel mondo per ingannare. [Filippo 11]

Con il termine racconti facciamo riferimento a quelli che provengono dalla Tradizione. Su che cosa si debba intendere per Tradizione dobbiamo metterci d’accordo. Al riguardo, essendoci già una risposta su «cosa è la Tradizione?», ti rimando al post relativo.

Molti pensano che siano semplici racconti. Non lo sono! Sono molto, molto, molto di più: sono chiavi di “Conoscenza”.
Il racconto è il nostro “strumento di lavoro”. Dal racconto possiamo apprendere più di quanto qualsiasi singolo uomo possa indicare. Questa è la nostra “preghiera” Noi “preghiamo” 24 ore su 24, anche quando dormiamo.
I racconti sono come i frutti! I frutti, così come i racconti, contengono diversi aspetti: il colore, il sapore, le capacità nutrienti, effetti apparenti (ad esempio possono rinfrescare) ed effetti nascosti (contengono vitamine). Esiste però una differenza tra i due, mentre l’effetto nutritivo del frutto si compie automaticamente, il racconto richiede comprensione (prima), coscienza (poi) e consapevolezza (infine) sia da parte di chi lo diffonde sia da parte di chi lo ascolta. È compito, però, di Colui che diffonde sottolineare che esistono diversi livelli di lettura.

Il Mullah Nasrudin una volta si lamentava col maestro:
«Ci racconti delle storielle, ma non ci sveli mai il loro significato».
Il maestro ribatté: «Che ne diresti se qualcuno ti offrisse un frutto e lo masticasse prima di dartelo»?
Dopo tre giorni, il Maestro incontra Nasrudin per strada, con un pappagallo sul braccio destro ed un libro sotto il braccio sinistro.
«Sono tre giorni che non ti vedo alla riunione serale del gruppo» – esclamò il maestro – «cosa è successo?»
«Sono stato molto impegnato» – ribatté Nasrudin – «sto cercando di insegnare al pappagallo le storielle che lei ci racconta tutte le sere e che ho trovato in questo libro». [F.A.K.T.]

Noi riteniamo che nei racconti della Tradizione, ci sia quasi tutto quello che c’è da sapere, dipende dall’occhio di chi guarda. Noi riteniamo che in ogni racconto (ma non solo nei racconti, ovviamente; i racconti rappresentano solo e soltanto uno strumento) esistano sette “livelli” o “piani” di conoscenza”, ogni livello o piano, poi, ha al suo interno sette “gradi” o “potenze”, e questi a loro volta prevedono sette “sotto-gradi” o “sotto-potenze” . Difficilmente un singolo uomo possiede la conoscenza dei sette livelli o piani. Normalmente si ferma al terzo. Per quanto riguarda poi i “gradi” o “potenze” vale, mutatis mutandis, quanto detto per i “livelli”. Lo sforzo di ognuno è cercare di entrare nel racconto, nella parola. Per fare ciò, ognuno deve sforzarsi. “Sforzo cosciente” e “sofferenza volontaria” diceva G. I. Gurdjieff. Dal lavoro comune prendono poi corpo i vari “gradi”. Per i “livelli” è un’altra storia, troppo lunga da raccontare in poche righe ? . Esiste una potenza della parola. La parola serve ad ingannare, ma anche a svelare. Dipende da Colui che parla e da Colui che ascolta.
Ci tengo a sottolineare che qualsiasi “approccio” al racconto non è né giusto né sbagliato, è semplicemente ad un determinato livello: tutto qui!
Le frasi contenute nei racconti non sono semplici frasi, così come le parole, sono simboli, ed in quanto tali vanno svelati perché possano manifestare tutta la loro potenza. Per un singolo uomo è impossibile venirne a capo. Può illudersi di ottenere qualcosa. Molti si illudono e l’illusione è tanto più grande quanto più grande è l’ego. Ognuno di noi è in grado di percepire soltanto ciò che è vicino al suo modo di vedere la Realtà, ciò che è lontano, inevitabilmente, gli sfugge. Per questo è fondamentale avere differenti e divergenti “vedute”, questo è il motivo per cui serve il gruppo. Non un gruppo qualsiasi, ma il Gruppo, così come per i racconti: non un racconto qualsiasi ma il Racconto!

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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