Paradiso o Inferno?

Massimo Cavezzali (MiniMax in Paradiso)

Tre semplici racconti (e non solo) con protagonisti il Paradiso e l’Inferno

Sento sempre più spesso “amici” che affermano di voler andare all’Inferno dopo morti, sostenendo la tesi che lì c’è più “movimento”.
Fermo restando che è tutta da dimostrare l’affermazione di cui sopra, e che lo è altrettanto quella che in Paradiso non ci sia movimento, mi chiedo se non sia il caso di schiarirsi prima le idee su cosa debba intendersi per Paradiso e cosa per Inferno.

Ciò premesso, forse, si potrebbe anche azzardare una preferenza.
Personalmente, però, ho la netta sensazione che, quale dei due si scelga, non ci sia molto da stare allegri. 🙂

Primo racconto liberamente modificato da K.T.

Un giorno, il Presidente di una grande multinazionale, viene tragicamente investito da un auto e muore. La sua anima arriva in paradiso e incontra San Pietro.
«Benvenuto in paradiso!», dice San Pietro, « prima che ti sistemi, però, dobbiamo risolvere un problema, perché sei il primo Presidente di una multinazionale ad arrivare qui e perciò non sappiamo ancora quale sia la migliore sistemazione per un manager del tuo tipo».
«Nessun problema, fammi entrare, posso essere di aiuto nella “organizzazione” del paradiso», dice l’uomo.
«Beh, mi piacerebbe», dice San Pietro, «ma, dall’Alto ho l’ordine preciso di farti passare un giorno all’inferno e uno in paradiso, così poi tu potrai scegliere dove stare per l’eternità. Come vedi, ti viene concesso un grande privilegio».
«Non ce ne bisogno, ho già deciso» si affretta a dichiarare l’uomo, «preferisco stare in paradiso!».
«Mi spiace, ma l’ordine è quello che ti ho detto», precisa San Pietro.
Così, San Pietro accompagna il Presidente all’ascensore e spinge il bottone per l’inferno.
Le porte si aprono e l’uomo si trova nel bel mezzo di un verde campo da golf. In lontananza un country club e davanti a lui i colleghi manager che avevano collaborato con lui, nonché quelli di tutte le altre multinazionali, tragicamente e prematuramente scomparsi, tutti vestiti in abito da sera e molto contenti. Lo salutano cordialmente, e incominciano a ricordare i bei tempi. Giocano un’ottima partita a golf e poi la sera cenano insieme al country club con aragoste, caviale e champagne. Incontra anche il Diavolo, tutto diverso da come se l’era immaginato, un tipo brillante cui piace raccontare barzellette, ballare, cantare, e disquisire di politica, di arte, di letteratura, di musica. Si sta divertendo così tanto che, prima che se ne accorga, è già ora di andare. Tutti gli stringono la mano e lo salutano mentre sale sull’ascensore.
L’ascensore va su, su, e si riapre al cancello del paradiso dove San Pietro lo sta aspettando.
 «Adesso è ora di passare un giorno in paradiso» dice San Pietro.
Così l’uomo passa le successive 24 ore passeggiando tra le nuvole, ascoltando una dolce melodia, e fermandosi ogni tanto a parlare con qualche anima del paradiso “del più e del meno”. Gli piace la calma che regna e, prima che se ne accorga, le 24 ore trascorrono.
 «Allora, hai passato un giorno all’inferno e uno in paradiso. Adesso devi scegliere dove stare per l’eternità», dice San Pietro.
L’uomo  riflette un attimo e, poi, quasi sentendosi in imbarazzo,  risponde:
«Non l’avrei mai creduto, voglio dire … sì,  il paradiso è bello, la calma, la musica dolce … ma … alla fin fine … mi sono trovato meglio all’inferno!»
San Pietro sentenzia: «è deciso, andrai all’inferno!».
Lo scorta fino all’ascensore e, giù giù, fino all’inferno.
Quando le porte dell’ascensore si aprono, l’uomo si trova di fronte un paesaggio raccapricciante: un’immensa distesa desolata, ricoperta di sterco e rifiuti di ogni genere. Vede i suoi colleghi lerci, vestiti di stracci, curvi a raccogliere lo sterco e i rifiuti e a metterli in sacchi neri. Il Diavolo lo raggiunge e gli mette un braccio sulla spalla.
«Non capisco… ma … ieri qui c’era un campo da golf, un country club … abbiamo mangiato aragosta, danzato … ci siamo divertiti molto», balbetta l’uomo, «ora c’è una terra desolata, piena di sterco e i miei colleghi sembrano dei poveri miserabili!».
Il Diavolo lo guarda e, con aria sorniona, gli dice: «L’altro ieri, ti sta-vamo assumendo. Oggi, fai parte del personale!»

Secondo racconto zen 

Un samurai si presenta al Maestro e gli domanda:
«Cosa è l’inferno? Cosa è il paradiso?».
«Chi sei?» chiese il Maestro.
«Sono un guerriero» rispose il samurai.
«Non si direbbe, con la faccia che ti ritrovi» disse il Maestro.
Il samurai sentendosi offeso,  fece cenno di “snudare” la sua “katana”.
Il Maestro incalzò: «Con la tua “katana” dalla lama “smussata” non riusciresti neanche a tagliarmi la testa».
L’offesa era troppo grande, andava lavata con il sangue. Così il samurai sguainò la sua spada, pronto a tagliare la testa del Maestro.
In quel preciso istante il Maestro disse: «Questo è l’Inferno!»
Il Samurai capì, rinfoderò immediatamente la sua spada e fece un inchino al Maestro.
«Questo è il Paradiso!» concluse il Maestro.

Terzo racconto indù 

Un sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese:
«Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno».
 Dio condusse il sant’uomo verso due porte. Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’ uomo sentì l’acquolina in bocca. Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze.
Dio disse: «Hai appena visto l’Inferno!».
Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo. Il sant’uomo rimase perplesso e chiese spiegazione a Dio:
«E’ semplice», rispose Dio, «essi hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli che hai visto prima, invece, non pensano che a loro stessi», e concluse:
«Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura … la differenza la portiamo dentro di noi!»

Poesia di Omar Khayyam (maestro sufi), liberamente conclusa da K.T. 

In cella o in chiostro, in monastero o in sinagoga,
Alcuni paventano l’inferno,
Altri bramano il paradiso.
Può mai il saggio raccogliere simili pietre?

Quattro risposte del grande Massimo Cavezzali (per maggiori informazioni http://www.massimocavezzali.blogspot.it o https://www.facebook.com/massimo.cavezzali.54) che non smetterò mai di ringraziare per avermi permesso di utilizzare tutte le sue vignette liberamente nel mio libro Infinito, Zero, Punto, Uno. Grazie Massimo

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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