Oro, Moneta e Sacro: una possibile relazione

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L’alchimia esiste almeno dalla metà del primo millennio avanti Cristo e probabilmente dagli inizi dell’età del ferro. Come abbia potuto esistere durante tutto questo tempo presso civiltà così profondamente  diverse come quelle dell’Estremo e del Vicino Oriente, è una domanda alla quale la maggior parte degli storici risponderebbe che l’uomo è ricaduto tante volte nella tentazione di arricchirsi rapidamente  fabbricando l’oro o l’argento partendo da metalli comuni, finché la chimica sperimentale dell’Ottocento gli ha finalmente fornito la prova che un metallo non può essere trasformato in un altro. In realtà, la verità è un ‘altra e, almeno in parte, esattamente opposta.

L’oro e l’argento erano già metalli sacri, ancor prima di divenire misura di tutte le transazioni  commerciali; essi sono i riflessi terreni del sole e della luna, ed anche di tutte le realtà dello spirito e  dell’anima che si trovano in relazione con la coppia celeste. Almeno fino al Medioevo, i valori relativi dei due metalli nobili erano determinati dal rapporto dei periodi di rivoluzione dei due corpi celesti. Così le monete più antiche recano spesso figure e segni in relazione con il sole o con il suo ciclo
annuale. Per gli uomini delle epoche prerazionalistiche, la relazione fra i metalli nobili e i due grandi luminari celesti era ovvia, ed occorse una quantità di nozioni e di pregiudizi meccanicistici per  offuscare la realtà, di per sé evidente, di tale relazione e farla considerare un puro fatto estetico.

Non bisogna del resto confondere un simbolo con una semplice allegoria, né cercare di vedervi  l’espressione di un qualche inconscio collettivo, oscuro e irrazionale. L’autentico simbolismo si basa sul fatto che cose differenti nel tempo, nello spazio, nella loro natura materiale e in molte altre  caratteristiche, possono però possedere e mostrare la medesima qualità essenziale. Esse appaiono  allora come i differenti riflessi, le diverse manifestazioni o produzioni di una medesima realtà, in sé  indipendente dallo spazio e dal tempo. Così, non è del tutto corretto dire che l’oro rappresenta il sole e l’argento la luna; sarebbe meglio dire che i due metalli nobili e i due astri sono anche simboli di due  medesime realtà cosmiche o divine.

Del pari, la magia dell’oro deriva dalla sua natura sacra o dalla sua perfezione qualitativa, e solo  secondariamente dal suo valore economico. Data la natura sacra dell’oro e dell’argento, il racconto che segue, tratto dall’autobiografia di un senegalese, mostra come, presso certe tribù africane, la  lavorazione dell’oro continua sino ad oggi ad essere considerata un’arte sacra.

« .. . A un cenno di mio padre, gli apprendisti mettevano in funzione i due mantici in pelle di montone, posti sulla nuda terra da entrambi i lati della fucina e collegati ad essa da condotti di terra … Mio padre allora, con le sue lunghe pinze, afferrava la pentola e la posava sul fuoco. All’istante, ogni attività quasi cessava nell’officina: infatti, per tutto il tempo che l’oro fonde e poi si raffredda, non si deve lavorare nelle immediate vicinanze né il rame né l’alluminio, per timore che qualche frammento di questi metalli non nobili possa cadere nel recipiente. Solo l’acciaio può ancora essere lavorato. Ma gli operai che avevano in corso un lavoro in acciaio, o si affrettavano a terminarlo o lo abbandonavano mmediatamente per unirsi agli apprendisti raccolti intorno alla fucina … Capitava così che, intralciato nei movimenti, mio padre facesse indietreggiare gli apprendisti. Lo faceva con un semplice gesto della mano: mai proferiva parola in quel momento, e nessuno parlava, nessuno doveva proferire sillaba, lo stregone stesso smetteva di far sentire la sua voce; il silenzio era rotto solo dall’ansimare dei mantici e dal leggero sibilo dell’oro. Ma se mio padre non pronunciava parola, so bene che dentro di sé lo  faceva; me ne accorgevo dal movimento delle labbra mentre, chino sulla pentola, impastava l’oro e il carbone con un pezzo di legno c e, del resto, prendeva subito fuoco e doveva essere continuamente  sostituito.
Quali parole poteva formulare mio padre? Non lo so; non so con esattezza: niente mi è stato  comunicato di tali parole. Ma che potevano essere state se non degli incantesimi? Non erano i geni del fuoco e dell’oro, del fuoco e del vento, del vento soffiato attraverso gli ugelli, del fuoco nato dal vento, dell’oro congiunto al fuoco, che egli invocava allora; non era il loro aiuto la loro amicizia, i loro sponsali che egli chiamava? Sì, quasi certamente quei geni che sono tra i fondamentali, che erano anche necessari alla fusione ….
Ma non era straordinario, non era miracoloso che, in tale circostanza, il serpentello nero fosse sempre arrotolato sotto la pelle del montone? Non era sempre presente, non faceva visita tutti i giorni a mio padre, ma era presente ogniqualvolta si lavorava sull’oro …
L’artigiano che lavora l’oro deve innanzitutto purificarsi, di conseguenza lavarsi completamente e, beninteso, astenersi per tutta la durata del lavoro da rapporti sessuali … ». 🙂

Tratto da “Cap. 1 – L’origine dell’alchimia occidentale” in Titus Burckhardt, Alchimia. Significato e visione dl mondo, Archè – Edizioni Pizeta, Milano, 2005, per maggiori informazioni ti consiglio di dare una sbirciatina alla pagina nel blog dei libri relativi a Alchimia & Ermetismo 

 

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