Ma tu “credi” o “non credi”?

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Spesso mi sento rivolgere la domanda «ma tu credi?»

Segue sempre un leggero silenzio, un’attesa. Poi, dopo aver rigettato nella mia anima le risposte immediate del tipo «Si, No, Forse!» oppure quelle stroncanti tipo «ma a che?», cerco, nei limiti delle mie capacità e della mia pazienza (poca per la verità) di interagire   con l’interlocutore (che a sua volta deve essere dotato di un minimo di pazienza 🙂 altrimenti è impossibile il dialogo),    evidenziando che non è una questione di “credo” o di “non credo”, caso mai di “fede”, ma questa è un’altra storia.

La prima cosa da fare in questi casi, come in molti altri casi, è comprendere di cosa stiamo parlando. La parola ha una duplice funzione: serve sia a velare sia a svelare, dipende da chi parla e da chi ascolta. Io inizierei, se a te non disturba, con due concetti e presisamente: agnostico e ateo.

Agnostico, è parola composta da “a”, privativo, e dal greco gnostikós, ossia “che appartiene o si riferisce alla conoscenza (gnôsis, gnosi)”, quindi il suo significato è “chi non conosce”, “chi non sa”, “chi non possiede la gnosi”.

Ateo, invece, è parola composta sempre da “a”, privativo, e dal greco theós, cioè “Dio”, quindi il suo significato è “chi nega Dio”. Se alla parola “Dio” sostituisci “QUELLO”, si potrebbe dire che l’ateo è “colui che nega QUELLO”.

Massimo Cavezzali (Big Bang 105)

Mentre, l’agnostico fa della “non-conoscenza”, quindi anche della non conoscenza di QUELLO, la sua “filosofia”, l’ateo al contrario, non sostiene di non conoscere, anzi afferma di sapere che non esiste alcun “QUELLO”.

Relativamente agli atei, non ho molto da dire, tranne che affermare di essere ateo è contradittorio, per non dire bizzarro, alla luce dell’etimologia della parola; in altri termini non è possibile l’affermazione «io sono ateo», perché implica una conoscenza che non si possiede.
Per esperienza diretta ho potuto costatare l’enorme difficoltà di far comprendere quanto detto sopra a colui o colei che si dichiara ateo. D’altronde cosa si può dire a qualcuno che pensa di sapere che non esiste “QUELLO”, essendo “QUELLO” l’essenza dell’inconosciuto, dove per inconosciuto non devi intendere impossibile da conoscere, ma semplicemente non conosciuto, perché velato all’uomo, ossia ai suoi sensi e alla sua mente. Questo, ovviamente, non esclude la possibilità di conoscerLo con altri “mezzi”. 

Mi è capitato una volta che, durante un dialogo con un mio simile, Costui provasse a fare il gioco delle “tre carte” con il sottoscritto, sostenendo che è vero che ateo significa “senza Dio”, ma ciò non implica la negazione di Dio. L’affermazione testuale era «da dove lo prendi il verbo “negare”». Ad esempio, afono significa “senza suono”, ma questo non significa negare il suono, così come amorale significa “senza morale”, ma questo non implica la negazione della morale.
Adoro i sofisti che, pur di non riconoscere l’evidenza, cercano mezzogiorno alle tre. Fermo restando che la negazione è da ricercarsi proprio in quella “a” posta davanti alla parola, infatti, non è per caso che è conosciuta come «”alfa” privativa o negativa», ho domandato al mio interlocutore cosa si dovesse intendere con la frase «io sono ateo».
La risposta è stata: «uno che è senza Dio» ovvero «uno che non crede in Dio».
Tralascio, se a te non dispiace, la seconda affermazione, che lascia il tempo che trova e che suona alle mie orecchie come una barzelletta, tenendo presente che ha in sé la negazione, con l’aggravante dell’aggiunta del verbo credere, per cui sorgerebbe spontanea la domanda: «da dove lo prendi il verbo credere?» 😀 .
Soffermo la mia attenzione sulla prima affermazione: «colui che è senza Dio». Qui si apre il baratro, l’abisso, l’oscurità, la voragine: «cosa significa essere senza Dio»? Dovremmo definire la parola Dio. Non mi dilungo ulteriormente e mi limito ad affermare, sinteticamente, che è impossibile “essere senza Dio”, per il semplice fatto che DIO è analogo di UNIVERSALE, TOTALE.
A scanso di equivoci e a futura memoria, sarà bene riportare il significato di ateo direttamente dal dizionario Treccani: «Che, o chi, nega l’esistenza di Dio»; con questo spero non ci siano altri fraintendimenti, ma soprattutto altri sofisti che vogliano arrampicarsi sugli specchi.

Ho letto da qualche parte, non ricordo più dove con esattezza, un intervento interessante, in cui si rimarcava una distinzione tra ateismo e antiteismo, sostenendo (giustamente, aggiungo io) che trattasi di cose diverse. Per affermare tale posizione era citato il seguente brano:

Il giorno 8 del mese di gennaio dell’anno 1847, venni accolto come Massone, col grado di apprendista, nella Loggia “Sincerità, Perfetta Unione e Costante Amicizia – Oriente di Besançon”. Come ogni neofita, prima di ricevere la Luce, dovetti rispondere a tre quesiti d’uso: Cosa deve l’uomo ai suoi simili? Cosa deve alla sua patria? Cosa deve a Dio?
Alle due prime domande, la mia prima risposta fu, all’incirca, quella prevedibile: Giustizia a tutti gli uomini, Devozione al proprio paese. Alla terza io risposi con questa parola: la Guerra! Guerra a Dio, cioè all’Assoluto. Tale fu la mia professione di fede.
Io domando perdono ai miei rispettabili fratelli per la sorpresa, che causò loro questa parola, specie di smentita al motto massonico, che io ricordo qui senza derisione ALLA GLORIA DEL GRANDE ARCHITETTO DELL’UNIVERSO.
[…] Seguì una lunga discussione che le usanze massoniche mi impediscono di riferire.
[…] L’antiteismo, non è l’ateismo: verrà un tempo, io spero, in cui la conoscenza delle leggi dell’animo umano, dei principi della giustizia e della ragione, giustificherà questa distinzione, tanto profonda quanto apparentemente puerile.
Nella seduta dell’otto gennaio era impossibile che il candidato e gli iniziati si comprendessero. [Da P. J. Proudhon – La Giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa]

Che vi sia differenza tra ateismo e antiteismo, è talmente evidente che non ci sarebbe bisogno neanche di spiegare il perché.  La cosa buffa è che entrambe le posizioni partono dalla stessa posizione, cioè la presunzione di una conoscenza dell’UNIVERSALE, del TUTTO, che, ovviamente, l’ateo, ma anche un non ateo, quindi neanche un antiteista, può possedere;  questa presupposizione di conoscenza sfocia, poi, nel primo caso (ateismo),  nella contraddizione della negazione di Dio e, nel secondo caso (antiteismo), in qualcosa di apparentemente più bizzarro: la “guerra” a Dio (anti-teismo, cioè contro-dio).
Sulla prima posizione non c’è altro da aggiungere che non abbia già detto, mentre sulla seconda ci sarebbe parecchio da dire. Per comprendere l’atteggiamento del nostro apprendista massone, che il giorno 8 gennaio 1847, fece quell’affermazione così forte, in chiara opposizione al motto massonico “ALLA GLORIA DEL GRANDE ARCHITETTO DELL’UNIVERSO”, bisogna spostare le lancette del tempo, indietro di alcuni  secoli, e fermarle tra il I e III secolo d.C., perché è in questo periodo che fiorirono tutta una serie di “movimenti”, di “comunità”, di “scuole” che vanno sotto il termine generico di gnosticismo.

<Gnosticismo? Suona come qualcosa che possa masticarsi: cosa è?>

Bella domanda! La risposta purtroppo non è così semplice come molti vorrebbero far apparire.

<Perché?>

Per via dell’insana passione umana per la distruzione, comunemente mediante rogo, di tutto ciò che è contrario al proprio modo di concepire quella che, di solito erroneamente, si pensa sia la realtà. A noi sono pervenuti, a seguito di quell’insano comportamento di cui sopra, soltanto dei frammenti di ciò che avrebbe dovuto essere il pensiero gnostico originale. Per fortuna a partire dal 1945, anno della scoperta di alcuni scritti gnostici (52 scritti per la precisione, di cui 40 sembrerebbe sconosciuti fino ad allora), in alcune grotte di Nag Hammadi nel centro Egitto, nuova luce è stata fatta sull’argomento gnosticismo. Siamo, comunque, ben lontani dall’avere un quadro esaustivo; meglio di niente, ovviamente, soprattutto meglio della maggior parte delle informazioni “distorte” inerenti lo gnosticismo che ci sono giunte dalle cosiddette fonti “secondarie o indirette”.

<Distorte?>

Immagina di voler conoscere il pensiero di un soggetto, che chiamerò per semplicità Sognis; aggiungi che Sognis è morto e che tutti, o quasi tutti, i suoi pensieri siano stati messi in alcuni libri e scritti in una lingua che non è la tua. Come pensi di procedere?

<Semplice, mi faccio tradurre i libri e, poi, mi armo di pazienza e incomincio a studiare i libri di Sognis.>

Tralasciando tutti i problemi connessi alla traduzione (e sono veramente tanti), sorvolando sui problemi legati all’interpretazione della traduzione (non all’interpretazione del pensiero di Sognis, che è altra cosa, perché dovrebbe avvenire sul testo nella lingua originale), supponi che quasi tutti i libri di Sognis siano andati distrutti in un incendio e che siano rimasti solo alcuni frammenti, come pensi di procedere?

<Mi armerei di pazienza e proverei a studiare i pochi frammenti che mi sono rimasti, ovviamente tradotti, perfettamente cosciente che non avrò mai una chiara visione del pensiero di Sognis, ma appunto frammenti.>

Ti verrebbe mai in mente di rivolgerti a un “nemico” di Sognis, al fine di farti spiegare alcuni passaggi, alcuni pensieri di Sognis?

<Direi di no! Perché mai dovrebbe venirmi in mente una cosa così bizzarra, che mi fornirebbe, con ogni probabilità, una visione distorta del pensiero di Sognis; al più potrei rivolgermi ad un suo amico, ammesso che sia in vita e che io possa contattarlo. Aspetta un attimo, credo d’intuire, ora, perché hai fatto cenno alla distorsione.>

Tale è la nostra posizione nei confronti dello gnosticismo, non abbiamo amici da contattare (fatta eccezione, forse, per i Mandei) e, purtroppo, per aver qualche informazione in più siamo costretti a rivolgerci ai nemici di Sognis.

<Nel nostro caso, chi sono i nemici di Sognis?>

I cosiddetti “Padri della Chiesa”: Ireneo di Lione, Ippolito di Roma , Origene d’Alessandria, Epifanio, Clemente Alessandrino.

<Adesso sì, che stiamo messi bene! Della serie: “quando non puoi con l’amico, rivolgiti al nemico”.>

Premesso che non esiste uno gnosticismo “ufficiale” e che dovremmo parlare piuttosto di gnosticismi, è innegabile però che tra tutti i sistemi gnostici vi sia un’intersezione, un’area comune che li lega in qualche modo. Tale intersezione, tale punto d’incontro è il frutto della visione di un Dio testamentario che non sia Dio.

<Che cosa dovrebbe essere allora?>

Il Demiurgo! Il termine demiurgo proviene dal greco dēmiurgòs (δημιουργός), composto da dèmios (δήμιος), cioè “del popolo”, ed èrgon, (ἔργον ) “lavoratore”, quindi “lavoratore pubblico” ovvero “artigiano”. Nella visione gnostica, non è da intendersi in senso platonico, cioè come il tramite, il trait d’union tra il “mondo delle idee” e il “mondo della realtà sensibile”, senza il quale «è impossibile che ogni cosa abbia nascimento», ma come un’aberrazione, una corruzione, un errore nel Pleroma.

<Pleroma? Cosa è un ultrà romanista?>

No, direi che certamente non è un ultrà romanista, ma semplicemente la “Realtà ultima” nella visione gnostica. Proverò a esporre una sintesi.
Il Pleroma è formato dall’UNO inconoscibile (PUNTO), anche detto  Aion Teleos (“Eone Perfetto”), Proarkhe (“Prima dell’Inizio”), Da questo UNO insondabile,  per emanazioni successive si perviene all’insieme degli Eoni. L’insieme degli Eoni costituisce il PLEROMA, il “Mondo della Luce”, il “Mondo della Realtà”

<Eoni: che sono?>

Per il momento posso solo dire che gli Eoni sono “entità splendenti e meravigliose” e che procedono sempre a coppie, come nelle barzellette sui carabinieri, solo che una è maschio e l’altra femmina, insieme costituiscono una sizigia [dal latino tardo syzygia, e questi dal greco syzygía (συζυγíα), “unione” o “congiunzione”, derivato di sýzygos (σύζυγος), “aggiogato” o “accoppiato”, composto di sýn (σύν), “insieme”, e zygón (ζυγόν), “giogo”].
Si contano 16 o 17 sizigie (il loro numero varia leggermente a seconda del sistema gnostico preso in esame). L’ultima delle sizigie è rappresentata da Theletos (“Volontà”) e Sophia (“Sapienza”). Sophia, piena di Amore per l’Uno, senza avvertire il suo patner, ossia senza il consenso, di Thelotos, tenta di risalire per conoscerLo. Ciò provoca un cataclisma immane: Sophia precipita in basso nel “Mondo della Tenebra” e genera Yaldabaoth (Yahve, il dio dell’Antico Testamento), che a sua volta genera, al di sotto di Lui, i sette Arconti. Yaldabaoth (Yahve) è un dio arrogante, geloso, vendicativo. Egli, ignaro di tutto ciò che è al di sopra di lui, con l’aiuto degli Arconti, crea questo Mondo, che è una specie di aborto, Regno del Male, dell’Oscurità, della Materia, in cui è imprigionata Sophia. Sempre con l’aiuto degli Arconti, in un secondo momento, crea l’uomo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza», disse. A sua insaputa, però, nell’Uomo resta imprigionata la scintilla di Sophia. Adamo, disobbedendo al comando di Yaldabaoth, conosce la verità (grazie all’aiuto del Serpente-Cristo), cioè che, al di sopra di Yaldabaoth, c’è l’Uno supremo, inconoscibile ed il mondo reale del Pleroma. Yaldabaoth, che domina e regna, insieme con gli Arconti, questo Mondo, non ha alcuna voglia di mollare ciò che Egli ritiene erroneamente suo. Da qui la posizione gnostica antiteistica, ossia di opposizione, di guerra al falso dio Yaldabaoth, alla sua Corte, rappresentata dagli Arconti, e alla falsa Realtà, costituita dal “mondo materiale”.
A questo punto dovrebbe essere più chiara l’affermazione del nostro apprendista massone nel 1847: la sua posizione, la sua guerra, la sua ostilità era tutta rivolta al Demiurgo, al mistificatore e non a DIO, non all’UNO inconoscibile. Su che cosa fondi, poi, il nostro “giovane” massone la sua conoscenza, la sua gnosi, del Demiurgo e dell’UNO, questa è un’altra storia.
Avendo fatto un po’ di luce su alcune questioni, direi di rifocalizzare, senza indugio, la nostra attenzione sugli agnostici, ricordando che bisogna fare una distinzione fra coloro che non sanno, ma vorrebbero sapere (e quindi si mettono alla ricerca) e coloro invece che, pur non sapendo, si “chiudono a riccio” nella loro “ignoranza” e non hanno alcuna voglia di cercare. Anche a questi ultimi non ho niente da dire.

<Se ho capito bene, tra gli agnostici hai messo anche coloro che dicono di credere in QUELLO?>

Certo! Dire di credere non significa niente. Cosa hanno in comune il “credere” con la “Conoscenza”?

Probabilmente a voi sembra di essere credenti, anche se in realtà credete nella misericordia. Non potete credere realmente in qualcosa fino a quando non siete consapevoli del processo seguito per arrivare al vostro stato. Prima di farlo dovete essere pronti a postulare che tutte le vostre credenze potrebbero essere sbagliate, che quanto pensate essere una fede potrebbe essere una varietà di superstizione originata dall’ambiente che vi circonda, compreso quanto vi hanno tramandato i vostri antenati, per cui potreste essere sentimentalmente proclivi.
La vera fede appartiene al regno della Conoscenza.
Fino a quando non avete conoscenza, la fede non è che una fusione di opinioni, qualunque sia l’aspetto sotto cui la vediate. Questa fusione di opinioni diverse potrà servirvi per la vita ordinaria.
La vera fede rende capaci di studi superiori.
[“Essere credente” attribuito ad Alī, cugino di Maometto, in Idries Shah, La Strada dei Sufi]

Ci sono migliaia di libri, di scritture che parlano di “QUELLO” (Bibbia, Corano, Veda, Upanishad, Bhagavad Gītā, solo per citarne alcuni). Ammesso, e non concesso, che qualcuno di “coloro che sostengono di credere” li abbia letti (e mi limito alla lettura), e quindi accettato l’insegnamento, possono forse dire di conoscere “QUELLO” solo perché l’hanno letto su qualche libro ovvero, in alternativa, ne hanno sentito parlare da qualcuno, fosse anche un vero Maestro (Cristo, Maometto, Buddha e altri)?

Tutto quello che si può affermare è che queste Scritture, considerate “sacre”, parlano di QUELLO e furono “dettate” da uomini che sostenevano di conoscerLo. Perché mai dovresti credere Loro?

Massimo Cavezzali (Big Bang 115)

<L’unica cosa che posso dire è che, se questi soggetti erano in “buona fede”, ossia non erano pazzi ovvero non si erano fatti una canna prima di “dettare”, allora, probabilmente, sono portato a credere che, quanto detto e scritto, debba ritenersi vero.>

Hai detto bene, sei portato a credere, ma non hai la Conoscenza, non possiedi la Consapevolezza, non hai, in altre parole, la sicurezza che deriva dalla conoscenza personale, da una esperienza diretta di QUELLO. Un tale credo è in sé una conoscenza parziale e insoddisfacente.
Se ti chiedessi di credere nel fatto che ogni mattina il sole sorge all’orizzonte, cosa mi risponderesti?
talmente ovvia che non ha bisogno di alcuna credenza.>

E se ti chiedessi di credere nel fatto che la terra è piatta e che il sole gira intorno alla terra?

<Mi vuoi prendere in giro! Lo sanno tutti che la terra è tonda e gira intorno al sole. Si può dimostrare facilmente. E poi, cosa cavolo c’entra il credere o il non credere?>

Tu lo dici!
Eppure fino a poco tempo fa erano in molti a crederlo! Quei pochi che invece sostenevano il contrario, ossia che la terra è tonda e gira intorno al sole, se la sono vista brutta, alcuni di loro ci hanno lasciato anche le “penne”.

La Verità non ha bisogno di alcun credo, solo le bugie ne hanno bisogno. [Kuphasael Thorosan]

<Come la mettiamo allora con QUELLO?>

Sei di fronte a tre alternative.

La prima, affidarti ad una sola forma di conoscenza, quella essoterica, ossia la conoscenza che deriva solo e unicamente dai tuoi sensi filtrata dalla tua ragione, e quindi rassegnarti ad un agnosticismo permanente riguardo agli insegnamenti delle Scritture.

La seconda, ammettere la possibilità di un’altra forma di conoscenza, quella esoterica, ossia la conoscenza ottenuta per esperienza diretta, ottenuta per mezzo di un “qualcosa” che va oltre la ragione, e quindi capace di confermare la veridicità di quanto trasmesso nelle Scritture.

La terza, fare come la volpe, che chiese consiglio al leone nel racconto il cui titolo potrebbe essere

La Volpe, il Leone e il Leprotto
Una volpe incontrò un leprotto nel bosco.
« E tu chi sei?» domandò il leprotto.
La volpe rispose: «Sono una volpe e se volessi potrei mangiarti in un solo boccone.»
«Come puoi dimostrare di essere una volpe?» chiese il leprotto.
La volpe non seppe cosa rispondere, perché in passato le lepri erano sempre scappate via senza fare domande simili.
Il leprotto insistette: «Puoi dimostrare di essere una volpe con delle prove scritte?»
«Aspetta qui!» disse la volpe. Dopo di che, trotterellando, si recò dal leone che le diede un certificato che attestava la sua identità di volpe. Quando ritornò dove il leprotto era rimasto in attesa, la volpe lesse il documento ad alta voce. Rimase deliziata da quanto era scritto, per cui si soffermò su ogni paragrafo assaporandolo con gusto. Nel frattempo, avendo afferrato l’essenza del documento dalle prime righe, il leprotto se la diede a gambe levate, corse a nascondersi nel suo rifugio e non si fece più rivedere in giro.
La volpe tutta soddisfatta tornò dal leone, proprio mentre conversava con un cerbiatto.
Il cerbiatto domandò: «E tu chi sei?»
«Sono un leone»
«Come puoi dimostrare che sei un leone. Hai un certificato che attesti che sei un leone?»
Il leone rispose: «Quando non ho fame, non me ne preoccupo e, quando ho fame, non ho bisogno di alcun certificato.»
Il cerbiatto, che non era stupido, capita l’antifona, corse immediatamente via.

A te la scelta.

Solo la realizzazione, solo l’illuminazione, solo l’unione con l’Assoluto è vera Conoscenza, tutto il resto è soltanto preparazione. Ascoltare conferenze, leggere libri, ragionare, significa semplicemente preparare il terreno, non è vera Conoscenza. L’assenso o il dissenso intellettuale non sono la Conoscenza. [Swami Vivekananda]

<Non ho capito molto di quello cha hai detto!>

Ovvio, non conosci la “Legge del Tre”, non conosci la “Legge del Sette”, non conosci la differenza tra Archetipo e Simbolo, ovvero non conosci l’ «Archebolo» 🙂

<Passi la “Legge del Tre”, ma anche la “Legge del Sette” devo sapere? E, poi, cosa diavolo è questo “Archebolo” a cui, ogni tanto, alludi? Cosa è una specie di arcobaleno visibile solo dalle tue parti?>

È impossibile sapere tutto, è importante conoscere poco, ma bisogna sapere molto, per arrivare a conoscere quel poco. [G. I. Gurdjieff]
Per quanto riguarda l’archebolo ti rimando all’articolo Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segno.
Tratto da: capitolo “Karma e Reincarnazione” di Zero, Infinito, Punto, Uno (nuova edizione) di F.A.K.T.
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About Thorosan

Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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