Lo schiavo senza padrone

RACCONTO

  1. Mentre andava vagando col suo vestito rattoppato ed il volto annerito dal sole, un certo derviscio giunge a Kufa, dove un mercante lo vide.
  2. Il mercante gli parlò e si convinse che l’uomo doveva essere uno schiavo sperduto.
  3. «Per il tuo tratto mansueto ti chiamerò “Khair” (“Buono”). Non sei tu uno schiavo?».
  4. «Si, lo sono», rispose Khair.
  5. «Ti condurrò a casa mia e potrai lavorare per me finché non troverai il tuo padrone».
  6. «Ne sarei molto lieto», disse Khair, «Perché è da tanto tempo che cerco il mio padrone».
  7. Lavorò per molti anni con il mercante che gli insegnò a tessere;
  8. da qui ebbe origine il suo secondo nome: “Nassaj” (“Tessitore”).
  9. Dopo aver servito a lungo il mercante, provando rimorso per il lungo sfruttamento, gli disse: “Non so che cosa tu sia, ma ora sei libero di andartene”.
  10. Khair Nassaj, il grande Maestro della Via, continuò il suo viaggio verso la Mecca, senza rimpianti, poiché aveva scoperto come continuare il proprio sviluppo anche senza avere un nome  ed essendo trattato come uno schiavo.
  11. Fu maestro di Ghibli, di Ibrahim Khawwa e di molti altri Maestri Sufi. Morì più di mille anni addietro all’età di centoventi anni.

 

L’analisi ed il commento di questo racconto risentono del tempo, nel senso che risalgono a qualche anno fa (nella mia mente inizialmente il racconto, con relativa analisi e commento, doveva far parte dell’introduzione ad Archetipi e Simboli, poi ho preferito non inserirlo) però mi sembra che siano ancora validi.

Ad un primo ascolto (primo livello: letterale), sembra un racconto privo di importanza. La traduzione, tutto sommato, non è neanche male, credo. Penso ad una possibile traduzione dall’arabo. Insomma, una pietra priva di valore, sporca e completamente opaca.
Cerco di non dimenticare che tutte le possibili implicazioni della lingua araba (doppi sensi, giochi di parole, frasi idiomatiche, parole la cui radice indicano altre parole con altri significati) sono completamente smarrite nella traduzione, impossibili da rintracciare, a meno che io non sia un profondo conoscitore dell’arabo. E, comunque, dovrei avere la versione araba, che non ho.
Che faccio, butto via tutto? Non sono uno sciocco! Questo è ciò che ho e da questo devo tirare fuori la sostanza per soddisfare il mio appetito. E poi, se la “conoscenza” fosse possibile indicarla solo in una lingua, dovrei dedurre che tutti coloro che non conoscono quella lingua non potrebbero mai intravederla. Che assurdità è mai questa!
Potrei comprare un vocabolario arabo, oppure sfruttare le mie conoscenze informatiche, scaricarmi tranquillamente un dizionario elettronico e trasformarmi in un filologo dilettante. C’è un problema, però, qualsiasi filologo professionista sarebbe autorizzato a dirmi che sono un dilettante. Io, che rappresento la “perfetta presunzione”, sarei portato a rispondere che rappresento il “perfetto dilettante”. Egli non capirebbe. Finirebbe a “schifio”.  Lascia perdere!
Incomincio a lavarla un po’, la rendo meno opaca (secondo livello: intellettuale). Avvicino la mia lanterna con la sua debole luce, e vedo se ha le potenzialità di una gemma.

Frase 1. Un derviscio (uomo che sa ma non ha ancora la consapevolezza) possiede un “vestito rattoppato”. Mi chiedo quale possa essere il significato di “vestito” e poi perché “rattoppato”? Il “vestito” indica la personalità. Il “rattoppo” una personalità multipla, una personalità che deve ancora formarsi, e per questo è tutta “rattoppata”. Detto in altri termini, il vestito indica la conoscenza, ma essendo rattoppato, è una conoscenza intellettuale, è assente la consapevolezza. Il vestito deve essere integro, senza rattoppi. Il “sole” che rappresenta la “luce”, la verità, non ha ancora illuminato il viso dell’uomo, per questo il suo “volto è annerito”.
Cosa sia “Kufa”, per il momento, non ha alcuna importanza; quello che conta è che il derviscio “mentre andava vagando arrivò “nel posto giusto al momento giusto”, ossia a Kufa. Qui, infatti, un “mercante lo vide”.
Cosa simboleggi il “mercante” è ovvio: il Maestro. L’oggetto del suo commercio è la “conoscenza”, il “sapere”, la “verità”! Il Maestro sa sempre vedere, ha la vista lunga.

Frase 2. A volte anche un Maestro può sbagliare, per cui “gli parlò”, ossia tastò il terreno per vedere la qualità dell’uomo, ed ebbe la certezza che fosse uno “schiavo”, ossia un ricercatore della verità, che aveva bisogno di una guida, di alcune “indicazioni” affinché potesse liberarsi dalle catene.

Frase 3 e Frase 4. È certo! L’uomo si sente in catene. «Non sei tu uno schiavo?» chiede il Maestro. «Sì, lo sono» risponde il Discepolo. Per me la traduzione esatta di “Khair” è  Discepolo. Ma, non un discepolo qualsiasi, intento dire il Discepolo.
Esistono sostanzialmente tre tipi di discepoli: il primo, il discepolo di poco valore, utilizza l’influenza del Maestro; il secondo, il discepolo mediocre, ammira la bontà del Maestro; il terzo, il discepolo di valore ossia il Discepolo, diventa “forte” sotto la “disciplina” del Maestro.

Frase 5. «Ti condurrò a casa mia» significa che il Maestro ha un nuovo Discepolo, ossia ha accettato un nuovo Allievo. Per quanto attiene ai termini “lavoro” e “padrone”, la comprensione non è così immediata come può sembrare. Per comprendere i due termini bisogna conoscere il simbolismo Sufi. “Lavoro” indica lo sforzo, la “fatica”, il “retto impegno” che deve fare il Discepolo per tagliare le catene e non essere più schiavo. “Padrone” ha un significato oscuro, nel senso di nascosto, di velato, simboleggia il “Sé”, il’ “vero Io”, ossia l’uomo “senza più catene”, l’uomo “libero”, l’uomo “vero”, l’uomo “reale”.

Frase 6. Il Discepolo ovviamente non cercava altro: «Ne sarei molto lieto». Un uomo che conosce la sua condizione di schiavitù ovviamente non può aspirare che alla liberazione: «Perché è da tanto tempo che cerco il mio padrone».

Frase 7. L’apprendimento non è mai veloce. C’è bisogno di tempo per trasformare il vile “metallo” in “oro” e dall’ oro “impuro” ottenere l’oro “puro”.
Molte sono le vie, uno solo il fine.
Il “Tessitore” è colui che con molta pazienza deve intrecciare fili. L’opera completa sarà il Tappeto, ossia la Libertà, la Verità, la Conoscenza, l’Unione. E’ interessante notare che anche il termine sanscrito “tantra” (testo sacro) abbia come radice della parola “tessere”, con chiara allusione all’intreccio e all’interdipendenza di tutti i soggetti, di tutti gli oggetti e di tutti gli eventi. La costruzione di un tappeto non è mai il lavoro di un solo uomo, più uomini partecipano alla sua realizzazione. Per questo motivo nel Sufi esistono i “gruppi di lavoro” che operano sotto la direzione del Maestro.

Frase 8. Così il “Discepolo” divenne il “Tessitore”.

Frase 9. Dopo aver “lavorato” con il “Maestro” per molto tempo, il Discepolo ha imparato a “tessere”, è libero di andare via, anzi deve andare via. Il Maestro non può più fare niente per Lui. Non è più un Discepolo. Non è più un Tessitore. Chi o cosa è?

Frase 10. Non resta che completare l’opera. Tutte le “indicazioni” sono state fornite, ora il vecchio Discepolo-Tessitore deve percorrere la strada in “solitudine”. Nessuno può seguire i suoi passi che lo porteranno alla “Meta” (la Mecca). Non ci sono rimpianti per aver lasciato il Maestro ed il “Gruppo”. Tutta la conoscenza è consumata. Ora resta solo il “Guerriero”. Ora inizia la ricerca della Conoscenza assoluta, ora inizia veramente la lotta, ora le insidie sono veramente micidiali, ora i “nemici” sono veramente potenti e terribili. Tutta la falsità della natura umana, prima protetta dallo sguardo del Maestro, è messa a nudo. Un piccolo squarcio nella sua armatura ed il Guerriero è ferito. Nessuno su cui fare affidamento, nessun aiuto dall’esterno. Il Guerriero ha solo se stesso! Egli è “senza nome”, non ha etichette, non può essere“incasellato”, non appartiene ad alcuna “categoria”.

Frase 11. Dopo aver percorso la strada fino in fondo ed aver raggiunto la Mecca, solo allora sarà il Maestro e, essendo compassionevole, dovrà fare per Altri (Ghibli, Ibrahim Khawwa) ciò che il suo Maestro ha fatto per Lui.
Così era tanto tempo fa ( “morì più di mille anni addietro”), così è oggi: da Maestro a Discepolo, da Discepolo a Maestro.
«Morì all’età di centoventi anni». Perché proprio a 120, non andava bene 93 o 115 oppure 124? Morì esattamente a 120. Questo mi costringe a prendere il vocabolario arabo per verificare se vi sia un possibile nesso, ma io non ho un dizionario. E, poi, ci sono sufficienti indicazioni, non è il caso di esagerare.
Che farai, cosa penserai, quando le indicazioni saranno “tante” ed in apparente contraddizione?
Sembrerebbe che la pietra sia stata lavata a sufficienza, però non brilla, non emana luce. Perché? Perché, ora, deve essere lucidata! Ora è il momento di strofinarla con un panno “adatto” e non basta strofinare una sola volta. Ora è il momento del “lavoro”, dello “sforzo”, dell’impegno “serio” (terzo livello: spirituale).
A questo punto non posso, non devo, ma, soprattutto, non voglio aggiungere altro.
Non sei tu uno “schiavo senza padrone”?
La “Luce” emanata dai grandi Maestri del passato è così forte, che anche una traduzione non impeccabile, peraltro impossibile, arriva agli occhi di colui che sa e vuole vedere. “Bacio i loro piedi” e ringrazio la loro compassione, perché anche se perfettamente consci dell’impossibilità di trasmettere la “conoscenza” per iscritto, sanno che è meglio una piccola indicazione, piuttosto che niente, per colui che vuole veramente cercare.
“Bacio tre volte i piedi” dei Maestri, per il loro modo impeccabile di insegnare attraverso racconti, poesie, aforismi, aneddoti. Da essi ho appreso che la Verità è una e indivisibile, ma molteplici sono i “raggi” che conducono al “centro”.
Ad ognuno il proprio “raggio”.
Per fare il giro della terra è sufficiente mettere incessantemente un piede davanti all’altro.
Inizia!

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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