La Scala per la Luna

La Scala per la Luna (K.T.)

Quanto segue è il mio commento sul simbolo della scala in un “gruppo” – di cui ovviamente non faccio il nome ed in cui vengono postate, per la verità, cose bellissime, grazie alle citazioni dei maestri del passato – con un piccolo, come dire, inghippo: coloro che postano, indefessamente, non si prendono mai una piccola pausa di riflessione per commentare i loro thread, si limitano a toccare il tasto del “mi piace”, nella migliore delle ipotesi. Scelta legittima ovviamente, ma discutibile dal mio punto di vista. Il mio commento nasce proprio dall’aver osservato questa caratteristica e dall’aver sottolineato che forse una piccola pausa avrebbe permesso di chiarire le parole dei “maestri”.

GrandSheikh dell’Ordine Sufi Naqhsbandi parla per bocca di Sheikh Nazim alHaqqani:
«Non abbiamo la pretesa di raggiungere tutte le stazioni celesti, come risultato delle nostre pratiche; facciamo solo ciò che è in nostro potere di fare e, in realtà, raggiungere lo scopo per mezzo delle nostre pratiche è come cercare di raggiungere la luna per mezzo di una scala. Anche se legassi assieme tutte le scale del mondo non potresti raggiungerla: è impossibile! Dobbiamo comunque provare, perché può darsi che, una notte, dalla luna discenda una scala per congiungersi alla nostra, allora ci sarà possibile salire, ma che noi possiamo costruire su fino alla luna, quello mai, dobbiamo comunque compiere il nostro dovere. Allah dice che fare il proprio dovere è la causa del nostro raggiungere i cieli, ma dovete sapere che questo non è sufficiente. Sappiamo che le scale vanno verso l’alto, ma non fino alla luna. Questo è il significato preciso della Tarîqat. Noi non inganniamo la gente: se uno lavora con sincerità, il nostro Signore può mandare una scala in ogni momento dalla luna per portarvi su, ma dovete fare il vostro lavoro, avere fiducia nel Signore!» [LA SCALA PER LA LUNA da “Mercy Oceans” di Sheikh Nazim alHaqqani].

MIO COMMENTO all’archebolo della “scala”

La Scala per la Luna (K.T.)

Vorrei soffermarmi brevemente sul punto in cui GrandSheikh parla delle “scale” e della “scala” che scende dalla luna. È vero, è proprio vero! Tutte le “Vie”, sotto qualsiasi forma si presentino, servono a costruire “scale”, ma neanche tutte le “scale” di questo mondo, legate assieme, possono permettere a chiunque di raggiungere la “luna”. Soltanto una scala proveniente dalla “luna” può fare in modo che ciò avvenga.
La domanda è: «come faccio a riconoscere che le scale costruite siano conformi a quella proveniente dalla “luna”?» Perchè in caso contrario, c’è il rischio che non si riesca a riconoscere la scala “vera”, ma questa è una altra storia.
Il linguaggio dei Maestri è sempre chiaro, limpido, diretto, illuminante, perché fa uso di archeboli o simboli semplici. Essi (i simboli o gli archeboli semplici) hanno il vantaggio di rivolgersi a tutti, indistintamente, penetrano nei cuori direttamente senza tanti fronzoli, hanno il vantaggio dell’immediatezza e della chiarezza. Cosa c’è di più diretto, istantaneo, chiaro, dell’archebolo di una “scala”? Il rovescio della medaglia, cioè lo svantaggio, è che tutti pensano di aver compreso. Effettivamente tutti comprendono, soltanto che la comprensione avviene al livello “letterale”, volendo esagerare a livello “emotivo”, quasi mai, per non dire mai, a livello “spirituale”.
Affinché la comprensione, e mi limito alla comprensione, avvenga a livello spirituale c’è bisogno di duro “lavoro”, di molto “studio”, alcuni Maestri direbbero di “preghiera” profonda, altri di “meditazione” continua, ma la sostanza non cambia, se non sei completamente coinvolto, se tutto il tuo essere non è pronto, non soltanto non riuscirai a riconoscere la “scala”, ma neanche il “gradino”.
Soffermati sull’archebolo della “scala”. Leggendo il brano di cui sopra, ovvero ascoltando il Maestro che parla di scale, qual è l’associazione che ti viene in mente?

< Una scala serve per salire. Nel brano di cui sopra è evidente, quindi, che l’associazione con il salire sia funzionale al raggiungimento della luna.>

Eh, già! Non ti viene proprio in mente che possano esserci altri significati nascosti, vero?

Mi ricordo ancora del giorno in cui dovetti tradurre in persiano un versetto di Hafiz, che era stato citato in inglese da un eminente magistrato britannico, che ero andato a consultare in compagnia di uno dei miei associati.
Il giudice disse: «Questi versi mi hanno sempre impressionato per la loro chiarezza; li ritraduca in persiano per il suo amico».
Il Sufi afgano, che era appena arrivato in Inghilterra, manifestò il suo stupore.
«Lei dice che quest’uomo è un giudice?», mi chiese.
Gli confermai che quello era il suo mestiere, e che aveva insegnato Diritto.
«Gli chieda se in questi versi ci sono altre cose, oltre ai sentimenti che provocano la sua ammirazione», mi disse il Sufi, affascinato.
«No, non c’è nient’altro», tagliò corto il magistrato.
Allora il Sufi citò il seguente racconto di Rumi.
«Le parole», disse un giorno un grammatico a un derviscio, «sono tradizionalmente divise solo in tre categorie». Il derviscio si mise ad urlare e a strapparsi i vestiti. Quando si fu un po’ calmato esclamò:
«E dire che avevo sempre sperato che ce ne fosse un’altra!».
Quando la storia fu terminata, il magistrato mostrò qualche segno di agitazione.
«Cosa mi avete detto a proposito di Sua Eccellenza? Che è…?»
«Direttore della Zecca Reale Afgana a Kabul”, gli ricordai.
«Ah, già … un altro di quegli individui complicati.». [“Tre categorie soltanto” in Idries Shah, Cercatore di Verità]

La Scala per la Luna (K.T.)

Non ti sfiora mai il pensiero che il termine “scala” possa riferirsi anche ad altri accezioni? Ti sei mai soffermato sugli usi alternativi di un vocabolo? Ti sei mai posto il problema della lingua originaria da cui un brano è stato tradotto? Hai mai sospettato che un termine in lingua “sacra” assuma differenti significati? Ti sei mai occupato di metodi di traslitterazione dalle lettere in numeri e dai numeri in lettere? Hai mai intravisto il vero potenziale delle parole, cioè il loro potere di evocare l’essenza della cosa nominata? Ti è mai passato per l’anticamera del cervello il pensiero che i Maestri del passato – ma anche quelli del presente e del futuro – fossero dei gran burloni ed amassero velare la realtà? Ti sovviene che il termine scala si possa usare anche per indicare le sette note musicali?

< Ma cosa cavolo c’entrano adesso le note musicali? >

C’entrano, c’entrano, fidati.
E la scala dei colori?

< Pure i colori? Che palle!>

E mi limito a ciò che puoi ottenere, come dico spesso, “senza saper leggere e scrivere”.

< Figurati “se sapessi leggere e scrivere”!?!>

Eh, già: figurati! Ma tu non ami essere complicato come il giudice del racconto di cui sopra, vero?
Fai attenzione, secondo te, bisogna sempre utilizzare archeboli o simboli semplici per arrivare al cuore dell’essere?

< Boh … immagino di sì. >

Immagini male! La risposta è sempre sì, no, forse.
Sì, se vuoi toccare indistintamente l’anima ( e sottolineo l’anima, non lo spirito, quello non lo puoi toccare) di tutti gli esseri, allora l’archebolo o il simbolo semplice è la scelta obbligata.
No, se vuoi che non si crei confusione, cioè se vuoi fare una selezione tra coloro che ascoltano, ovvero se non pretendi di rivolgerti a tutti indistintamente, ma soprattutto se non vuoi creare “false” comprensioni, allora non devi utilizzare l’archebolo o il simbolo semplice.
Forse, se comprendi cosa sia un archebolo o un simbolo, quale sia la sua applicazione, come si manifesta, come agisce nell’essere, perché usufruirne, quando avvalersene, per chi utilizzarlo, allora sarai in grado, all’occorrenza, di far uso di archeboli o simboli semplici e di quelli meno semplici, ossia complessi ovvero composti.

Il Mullah Nasrudin era seduto fra un circolo di discepoli, quando uno di loro gli chiese la relazione fra le cose di questo mondo e le cose di una dimensione diversa. Nasrudin rispose: «Prima devi comprendere il significato profondo degli archeboli».
Il discepolo non contento: «Mostrami qualcosa di pratico … per esempio una mela del Paradiso».
Nasrudin raccoglie una mela e la porge all’uomo.
«Ma questa mela è marcia su un lato … una mela del Paradiso sarebbe sicuramente perfetta».
«Una mela celeste sarebbe sicuramente perfetta», disse Nasrudin, «ma per quel che tu saresti capace di giudicare, situati come siamo qui in questa dimora della corruzione, e con le tue presenti facoltà, questa si avvicina ad una mela del Paradiso più di quanto potrai mai percepire». [“Le sottigliezze del Mullah Nasrudin” in Idries Shah, I Sufi]

< In questo caso, tu, cosa avresti proposto come archebolo complesso? >

L’ho detto all’inizio: il limite! Ricordi?

Puoi aver messo lungo la via tutti i passi che vuoi,
puoi esserti massacrato con preghiere, con esercizi spirituali e karmici,
puoi avere tutti i soprannomi che ti piacciono,
puoi avere tutti i riconoscimenti di questo mondo,
puoi essere chiamato maestro in tutte le lingue del passato, del presente e del futuro,
è del tutto irrilevante ed ininfluente,
sei ben misera cosa,
non c’è alcuna differenza tra te e l’ultimo degli esseri,
se non avviene il passaggio al limite. [K.T.]

Il limite è l’archebolo che meglio di qualsiasi altro si presta per spiegare la scala che proviene dalla luna. Come tutti gli archeboli complessi però non è adatto a toccare il cuore di tutti, ma chi meglio del limite ti permette di comprendere le parole del Maestro. L’archebolo complesso non presenta lo svantaggio delll’archebolo semplice, cioè che tutti pensano di comprende, mentre, in realtà, hanno compreso solo in senso letterale, se tutto va bene.
Ora, vorrei tu facessi veramente molta attenzione, secondo te esistono realmente archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi?

< Ma sei scemo? Certo che esistono archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi, sei tu che ne hai parlato. Ad esempio, la scala è un archebolo semplice, mentre il limite è uno complesso. >

Hai orecchie per udire, ma non senti; hai occhi per guardare, ma non vedi; hai una mente per pensare, ma non rifletti.
Sei sempre alla ricerca di una facile soluzione, sei sempre disposto ad accettare una confortevole risposta, ma come disse il Maestro secoli fa: «la soluzione al problema non è mai in una facile risposta».
Sei preda soltanto delle tue sensazioni, delle tue emozioni. Il cavallo va ora di qua, ora di là, libero, a briglia sciolte. Che fine ha fatto il cocchiere? Dove è andato il padrone?
Ti piace riempirti la bocca di dolci frasi, di odorare meravigliose fragranze, di toccare morbidi guanciali: amore, dolcezza, bontà, gentilezza.

Mi chiamate cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, taoista, induista, oppure gnostico, per farmi arrabbiare e sentirvi soddisfatti.
Alcuni si definiscono cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti, taoisti, induisti, oppure gnostici, per procurarsi altre emozioni.
Benissimo, se cerchiamo termini emozionanti, io vi chiamerò “adoratori del diavolo”. Questo dovrebbe procuravi un’agitazione, che per un certo tempo vi appagherà. [Par. Zabardast Khan, Maestro Sufi]

Quando smetterai di rincorrere il suono delle campane? Quando smetterai di guardare il colore del bicchiere? Jalâl âlDîn Rûmî disse: «impara la differenza tra il colore del vino ed il colore del bicchiere». Io dico di andare oltre: «dimentica il colore del vino e quello del bicchiere, concentrati solo sull’essenza del bicchiere».

Nella “stanza d’attesa” di un Maestro, c’erano cinque Discepoli. Il Maestro uscì dalla sua stanza, mise un bicchiere con dell’acqua sopra un tavolo presente nella stanza e disse: «Cosa è?». Il primo Discepolo osservò il bicchiere e disse: «E’ mezzo vuoto». Il secondo disse: « E’ mezzo pieno». Il terzo disse: « E’ sia mezzo vuoto sia mezzo pieno». Il quarto disse: «non è né mezzo vuoto né mezzo pieno». Il quinto alzò il bicchiere, bevve, ed esclamò soddisfatto: buona! Quindi mise il bicchiere a testa in giù. Il Maestro rovesciò il tavolo su cui era presente il bicchiere. Dopo guardò il quinto Discepolo e risero. [K.T.]

Non esistono simboli o archeboli semplici ovvvero complessi! Esistono soltanto archeboli o simboli apparentemente semplici ovvero apparentemente complessi.

Solo l’ARCHETIPO è!

L’archebolo che è manifestato non è l’ARCHEBOLO. Il simbolo che è disegnato non è il SIMBOLO. La scala, il limite, o qualsiasi altro accidente ti venga in mente, sono l’archebolo. Sarà poi il tuo essere a dargli vita. In funzione del livello del tuo essere si svilupperà  l’archebolo.

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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