La “meraviglia” come principio del mito e della filosofia

Tratto dalla nuova versione di ARCHETIPI E SIMBOLI. Infinito, Zero, Punto, Uno 

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia [thauma]: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c’era pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. È evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. [Aristotele, Metafisica, A2, 982b, 10-25, Rusconi, Milano, 1997]

Il testo aristotelico punta i fari su tre aspetti fondamentali della filosofia: la relazione con lo stupore, il disinteresse della ricerca e il “primato di libertà” sulle altre scienze in quanto unica a essere “fine a se stessa”.

L’ultimo aspetto, cioè il primato di libertà della filosofia, non essendo oggetto specifico della nostra chiacchierata, nel caso in cui tu fossi interessato, ti invito ad approfondirlo su un testo, a mio modesto avviso, chiaro ed esaustivo (per quanto attiene l’aspetto in questione, per il resto lascia un po’ a desiderare), di Martin Heidegger,  I concetti fondamentali della filosofia antica, precisamente i paragrafi 2, 3 e 4 delle “Avvertenze preliminari”, in cui l’autore approfondisce e mette in risalto la differenza tra la filosofia e le altre scienze, definendo la prima come scienza “critica” e le seconde come scienze “positive”.

Per il secondo aspetto, cioè il disinteresse della ricerca filosofica, anch’esso non oggetto specifico del nostro dialogo, mi limito a ricordare quanto asserito da Pitagora che, secondo una tradizione consolidata, sembrerebbe aver usato per primo il termine filosofia (dal greco philèin, amare, e sophìa, sapienza) con un significato specifico. Pitagora diceva di se stesso di non essere un “sapiente”, ma solo un “amante della sapienza”.  Egli paragonava la vita alle grandi feste di Olimpia, dove alcuni convenivano per affari, altri per partecipare alle gare, altri per divertirsi e, infine, alcuni soltanto per “vedere” ciò che avveniva: questi ultimi erano i filosofi.

Insomma, secondo Pitagora, i filosofi non sono altro che dei semplici voyeurs, dei guardoni.

Più o meno. Ora, smettila di fare lo spiritoso e sofferma la tua attenzione sul primo aspetto, cioè il rapporto con la meraviglia sia della filosofia sia del mito.

Da questo punto di vista, se ho capito bene, secondo Aristotele, non c’è sostanziale differenza tra filosofia e mito, essendoci un comune senso di meraviglia, di stupore e una comune volontà nel cercare risposte, in modo disinteressato, a ciò che ci circonda, a ciò che potremmo definire la realtà. Devo supporre, ovviamente, che facesse una distinzione di linguaggio tra filosofia e mito. Mi è venuto, però, un dubbio: come devo interpretare il termine “meraviglia”? Qual è il significato che Aristotele attribuiva al suddetto termine?

Buona domanda. Purtroppo il suo significato non è così immediato come sembra a prima vista, se preferisci, al primo ascolto. Aristotele, che è bene ricordare scriveva in greco, non utilizzava il termine “meraviglia” ma  quello più complesso, più intrigante, di thauma (θαύμα).

Mi stai dicendo che la traduzione di “thauma” non è “meraviglia”?

No, non ho detto questo, la sua traduzione, tutto sommato, non è scorretta, l’inghippo però è nel significato, nell’interpretazione da dare al termine. Questo è un problema che avviene ogni volta che si tenta una traduzione da una lingua ad un’altra. Non accenno neanche ai problemi di traduzione, quasi insormontabili, quando si passa da una lingua simbolica (come le lingue semitiche tipo ebraico o arabo) ad una non simbolica (come quelle moderne).

Non comprendo ciò che vuoi dire, ti andrebbe di spiegarti meglio.

Immagina che, dopo un temporale di mezza estate, spunti all’orizzonte un arcobaleno: che colori, che meraviglia! Nasce una dolce melodia nella tua anima che canta “è festa”, sorridi, la vita è bella.

Bella immagine, ma cosa vorresti trasmettermi?

La meraviglia che provi nell’osservare un arcobaleno è una sensazione positiva oppure negativa?

Positiva, ovvio, ma che razza di domande fai?

Quello che intendo affermare è esattamente questo: tu, e non solo tu, associ al termine “meraviglia” connotati, sensazioni, emozioni, positive, luminose, belle, chiare, serene, tranquille. Non ti passa proprio per l’anticamera del cervello che possa assumere connotati negativi, brutti, oscuri, paurosi, inquietanti, insomma che la parola meraviglia possa assume, come tutti gli archeboli e i simboli, due versi, due significati, due interpretazioni. È come una medaglia, una moneta: ci sono sempre le due facce.

“E te credo”, non ho mai sentito parlare della meraviglia nel senso contrario!

Eppure tale era il senso che la parola thauma aveva presso i greci. Essa rimandava a qualcosa di minaccioso, di inquietante, di oscuro, di angosciante, che produceva, terrore, orrore, stordimento, timore, paura. Omero, ad esempio, descriveva Polifemo come “un mostro che incita thauma” (appunto “meraviglia” nel senso di paura, sgomento, terrore, angoscia).

Sarà, ma io, quando sento parlare, ad esempio, delle sette “meraviglie”, mica penso alle sette mostruosità che producono orrore, stordimento, timore, terrore, paura. Al contrario penso alla bellezza, alla gioia, alla grandiosità, alla positività.

pioggia-di-fulminiImmagina una notte primaverile, cammini sereno e tranquillo lungo la strada, nel cielo non ci sono stelle, non c’è vento, tutto è calmo; all’improvviso, un lampo squarcia il cielo oscuro, un “serpente” luminoso si muove sinuosamente nel cielo plumbeo; subito dopo un tuono assordante rompe l’aria circostante, sembra la fine del mondo: cosa senti nel profondo della tua anima in quel momento? Quali sentimenti, quali emozioni?

Immagina di trovTsunami-Ocean-HD-400X225arti in spiaggia d’estate, sei assorto nei tuoi pensieri; cammini scalzo lungo la battigia in pieno giorno, il tempo è sereno; un gabbiano nel cielo limpido emette il suo tipico stridio; all’improvviso, percepisci un suono di sottofondo, alzi gli occhi, guardi a destra e, all’orizzonte, vedi avvicinarsi il più grande tsunami della storia, un’onda gigantesca avanza inesorabilmente verso riva: quali pensieri attraversano i meandri della tua mente in quel preciso istante?

Credo di incominciare a capire cosa vuoi dire: stupore misto a paura, inquietudine, angoscia; meraviglia intrisa di stordimento, sbalordimento, sbigottimento; incredulità che si accompagna a turbamento, confusione, ansia. 

Aristotele afferma che anche colui che si rivolge e vive nel mito (philomythos, “amante del mito”) è in qualche modo filosofo, perché anche lui – prima ancora che la filosofia prendesse vita – ha a che fare con il thauma. Conclusione: il mito (prima) e la filosofia (dopo) tentano di arginare, di contrastare, di rendere sopportabile l’angosciante dolore, il turbante stordimento, l’indicibile paura della vita, della realtà, del mondo che ci circonda.

Oggi questo compito ho la sensazione che sia stato assunto, da un lato, dalla psicologia (che si è trasformata, per alcuni versi, in mitologia) e, dall’altro, dalla scienza (che si è sostituita alla filosofia, per non accennare ai suoi infrequenti fuoricampo in settori che non le appartengono, penso alla teologia). Si potrebbe fare un nuovo paragrafo, insomma, il cui titolo potrebbe essere “thauma come principio della psicologia e della scienza”,  o mi sbaglio?

Sì, no, forse.
la meraviglia...

 

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