INDRA e la sfilata delle formiche

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Uno dei racconti più belli di cosmogonia mai scritto, tratto da Heinrich Zimmer, Miti e simboli dell’India, ed. Adelphi, 2012, tradotto a sua volta da Brahmavaivarta Purāṇȧ, Kṛṣṇajanma Khaṇḍa, XLVII, 50-161. È lungo, ma vale la pena, se arriverai alla fine ed avrai compassione di te e di me, allora piangerai, come ho pianto io.

              Avanti e indietro pieghe nel tempo
              Non chiara è la via
              Rompe il silenzio il tuono nel cielo [FAKT]

Indra uccise il drago, un gigantesco titano che se ne stava acquattato sulle montagne sotto l’aspetto informe di un serpente di nuvole che teneva prigioniere nel suo ventre le acque del cielo. Il dio scagliò la sua folgore nel mezzo di quelle spire difformi; il mostro rovinò come un mucchio di foglie secche. Le acque proruppero libere e calarono in tanti nastri attraverso la terra per circolare ancora una volta nel corpo del mondo.

Questo straripamento è lo straripare della vita e appartiene a tutti. È la linfa di campi e foreste, il sangue che scorre nelle vene. Il mostro si era accaparrato il bene comune, ammassando la sua mole egoista e ambiziosa tra cielo e terra, ma ora era morto. Gli umori affluivano nuovamente. I titani riparavano negli inferi, gli dèi tornavano alla sommità del monte che sta al centro della terra, per regnare dall’alto.

Nel periodo di supremazia del drago le maestose dimore dell’eccelsa città degli dèi erano andate in rovina. Il primo atto di Indra fu di ricostruirle . Tutte le divinità dei cieli lo acclamavano come loro salvatore. Inebriato dal trionfo e dalla consape­volezza della propria forza , Indra convocò Visvakarman, il dio delle arti e dei mestieri , e gli ordinò di erigere un palazzo che fosse consono allo splendore ineguagliabile del re degli dèi.

Quel genio prodigioso, Visvakarman, riuscì a costruire in un solo anno una fulgida dimora, meravigliosa nei suoi palazzi e giardini, nei suo i laghi e nelle sue torri. Ma col procedere dei lavori le pretese di lndra si fecero ancora maggiori e le sue visioni sempre più grandiose. Volle altre terrazze e padiglioni, e più laghi, boschetti e giardini. Tutte le volte che arrivava per dare il suo giudizio sull’opera, Indra dava vita a visioni sempre più ardite di meraviglie ancora da costruire. A questo punto il divino artefice, ridotto alla disperazione, decise di chiedere soccorso più in alto. Si sarebbe rivolto  al creatore-demiurgo , Brahmā, prima incarnazione dello Spirito Universale, che dimora ben al di sopra della travagliata sfera olimpica dell’ambi­zione, del conflitto e della gloria.

Quando Visvakarman si recò in segreto al trono più alto ed espose il suo problema, Brahmā confortò il postulante. «Sarai presto sollevato dal tuo fardello» gli disse.«Torna a casa in pace». Poi, mentre Visvakarman si affrettava a ridiscendere nella città di lndra, Brahmā salì a una sfera ancor più alta. Giunse al cospetto di Viṣṇu, l’Essere Supremo, del quale egli stesso, il Creatore, non era che un rappresentante. In beatifico silenzio Viṣṇu prestò ascolto, e con un semplice cenno del capo lasciò intendere che la richiesta di Visvakarman sarebbe stata esaudita.

Il mattino dopo, all’alba, un bambino  brahmano che portava il bastone dei pellegrini si presentò al palazzo di Indra e chiese al portiere di annunciare la sua visita al re . Il portiere corse dal suo signore, e il suo signore s’affrettò verso l’entrata per acco­gliere di persona il fausto ospite. Il fanciullo era esile, aveva circa dieci anni e splendeva con il fulgore della sapienza. Indra lo scorse al centro di un gruppo di bambini che lo contemplavano rapiti. Il fanciullo salutò l’ospite con lo sguardo dolce dei  suoi   occhi  scuri  e   lucenti.   Il   re  si  inchinò  dinanzi   al santo fanciullo che ridente lo benedì. I due si ritirarono  nella sala delle udienze di lndra, dove  il  dio  diede  cerimoniosamente  il benvenuto al suo ospite con offerte di miele, latte e frutta, poi disse: «Venerabile  fanciullo,  dimmi  lo scopo  della  tua visita».

Il bellissimo bambino rispose con una voce profonda e dolce come il lento tuonare di benaugurose nubi cariche di pioggia: «O Re degli  Dei,  ho  udito  del  magnifico  palazzo  che  stai co­struendo e sono venuto a riferirti le domande che si affacciano alla mia mente. Quanti anni ci vorranno per completare questa ricca e vasta dimora? Quali altri prodigi di ingegneria Visvakar­man dovrà ancora compiere? O più alto tra gli dèi» e i tratti luminosi del fanciullo si mossero a  un  sorriso appena abbozza­to, quasi impercettibile «nessun Indra prima di te è mai riuscito a completare un palazzo quale dovrebbe essere il tuo».

Ebbro del trionfo , il re degli dèi era divertito dalla pretesa di quel semplice fanciullo di conoscere altri lndra vissuti prima di lui. Con un sorriso paterno gli disse: «dimmi, fanciullo, sono così numerosi gli Indra e i Visvakar­man che hai visto , o almeno di cui hai sentito parlare?»

Pacatamente l’ospite meraviglioso annuì. «Sì, in verità ne ho visti molti». La sua voce era calda e dolce come latte appena  munto, ma le sue parole fecero correre per le vene di Indra un lento brivido. «Caro figliolo,» continuò il fanciullo «conoscevo tuo padre Kasyapa, il Vecchio Uomo Tartaruga, signore e progenitore di tutte le creature della terra. E cono­scevo tuo nonno, Marīci, Raggio di Luce Celeste, che era figlio di Brahmā . Marīci fu generato dal  puro  spirito  di  Brahmā ; sua sola ricchezza e gloria erano la santità e la devozione. Conosco anche Brahmā , generato da Viṣṇu dal calice di loto che esce dall’ombelico di Viṣṇu. E Viṣṇu stesso, l’Essere Supremo che sostiene Brahmā nel suo sforzo creatore, conosco anche lui.

«O Re degli Dei, ho conosciuto la tremenda dissoluzione dell’universo. Ho visto tutto perire, sempre di nuovo, alla fine di ogni ciclo. In quel terribile momento ogni singolo atomo si dissolve nelle primordiali, pure acque dell’eternità, dalle quali originariamente tutto è sorto. Ogni cosa allora torna nell’in­sondabile e selvaggia infinità dell’oceano  coperto di tenebre profonde e privo di ogni segno di essere animato. Chi conterà gli universi trascorsi o le creazioni sorte sempre di nuovo dall’abisso senza forma delle vaste acque? Chi enumererà le epoche del mondo che passano, succedendosi l’una  all’altra senza fine? E chi scruterà le vaste infinità dello spazio per contare gli universi  in esso allineati, ognuno dei quali contiene il suo Brahmā, il suo Viṣṇu, il suo Śiva? Chi  conterà  gli Indra che li abitano, quegli Indra che fianco a fianco regnano contemporaneamente in tutti gli innumerevoli mondi,  chi gli lndra che sono scomparsi  prima di loro, o anche solo quelli che si succedono in una data linea, salendo uno a uno al trono degli dèi e scomparendo uno dopo l’altro? O Re degli Dei, fra i tuoi servitori vi sono alcuni che sostengono sia possibile contare i granelli di sabbia sulla terra e le gocce di pioggia che cadono dal cielo, ma nessuno potrà mai contare tutti quegli Indra. Questo è ciò che sanno Coloro che sanno.

«La vita e il regno di un Indra durano settantuno eoni, e quando ventotto lndra sono spirati, sono trascorsi soltanto un giorno e una Notte di Brahmā. Ma l’esistenza di un  Brahmā, misurata  in giorni e notti di Brahmā, dura solo cento e otto anni. A un Brahmā subentra un altro Brahmā; uno sprofonda, un altro sorge; la serie illimitata è incalcolabile. Non c’è fine al numero di quei Brahmā, per non parlare degli Indra.

«Quanto agli universi che in un qualsiasi momento esistono fianco a fianco, ognuno dei quali contiene un Brahmā e un Indra, chi mai può calcolarne il numero? Al di là della più remota immaginazione, affollando lo spazio esterno, gli univer­si vanno e vengono, come una schiera innumerevole. Come fragili battelli galleggiano sulle acque pure e insondabili che costituiscono il corpo di Viṣṇu. Da ogni poro di quel corpo esce come una bolla un universo che subito scompare. Vuoi pretendere di contarli? Vuoi forse contare gli dèi in tutti quei mondi, i mondi presenti e quelli passati?».

Una processione di formiche aveva fatto la sua comparsa nella sala durante il discorso del bambino. In assetto militare la tribù sfilò sul pavimento, formando una colonna larga quattro metri. Il fanciullo le notò, si fermò, le guardò, poi d’un tratto scoppiò in una stupefacente risata, ma subito piombò in un silenzio pensoso di profonda meditazione.

«Perché ridi?» balbettò lndra. «Chi sei, essere misterioso, sotto queste ingannevoli spoglie di fanciullo?». La gola e le labbra di quel re orgoglioso si erano seccate e la voce gli si spezzava continuamente. «Chi sei, Oceano di  Virtù, velato dalla nebbia dell’illusione?».

Il magnifico fanciullo riprese a parlare: «Ridevo per le formiche. Il motivo non si può dire. Non chiedermi di svelartelo. Il seme del dolore e il frutto della sapienza sono racchiusi in questo segreto. È il segreto che abbatte come con un’ascia l’albero della vanità mondana, ne recide le radici e ne disperde il fogliame. Questo segreto è una lampada per coloro che brancolano nell’ignoranza. Questo segreto giace sepolto nella sapienza delle varie epoche ed è rivelato raramente perfino ai santi. Questo segreto è l’aria che respirano gli asceti che rinunciano all’esistenza mortale e la trascendono; ma coloro che vivono nel mondo, accecati dal desiderio e dall’orgoglio, ne sono distrutti».

Il fanciullo sorrise e sprofondò nel silenzio. Indra lo guardò, incapace di muoversi. «O Figlio di Brahmano,»  lo supplicò ora il re, con nuova ed evidente umiltà «non so chi tu sia. Sembreresti essere la Sapienza Incarnata. Rivelami questo segreto delle epoche, a luce che disperde le tenebre».

A tale richiesta d’insegnamento il fanciullo schiuse al dio la sapienza nascosta. «Ho visto le formiche, o Indra, che sfilavano in una lunga parata. Ognuna di esse fu un tempo un Indra. Come te, ognuna di esse, in virtù di atti pii, ascese un tempo al rango di re degli dèi. Ma ora, attraverso molte rinascite, sono tutte ridivenute formiche. Questo esercito è un esercito di antichi Indra.

«La devozione e le nobili azioni elevano gli abitanti del mondo al regno glorioso delle dimore celesti, o ai domini più alti di Brahmā e Śiva e alla sfera suprema di Viṣṇu; ma le azioni malvagie li precipitano negli inferi, in abissi di pene e dolori, che comportano la reincarnazione in uccelli e in parassiti, o nel ventre di maiali e animali selvatici, o fra gli alberi , o  fra gli insetti. È con  le azioni che ci si merita la felicità o il tormento, e si diviene padroni oppure servi. È con le azioni che si assurge al rango di un re o di un brahmano, o di un qualche dio, di un Indra o di un Brahmā. Ed è ancora con le azioni che si contraggono le malattie, si acquistano bellezza o deformità, o si  rinasce come esseri mostruosi.

«Questa è la sostanza del segreto. Questa sapienza è la zattera che attraverso l’oceano infernale conduce alla beatitudine.

«La vita nel ciclo delle infinite rinascite è come una visione avuta in sogno. Gli dèi in alto, i muti alberi e i sassi sono tutti allo stesso modo apparizioni all’interno di questa fantasia. Ma la Morte amministra la legge del tempo. Comandata dal tempo, la  Morte è signora di tutte le cose. Perituri come bolle d’acqua sono il bene e il male degli esseri del sogno. Bene e male si alternano in cicli senza fine. Perciò i sapienti non si attaccano né all’uno né all’altro, né al bene né al male. I sapienti non sono attaccati a nulla».

Il fanciullo concluse la terribile lezione e guardò  tranquillamente il suo  ospite. Il re degli dèi, nonostante tutto il suo celeste splendore, si vedeva ora ridotto a qualcosa di insignificante. NeI frattempo un’altra sorprendente apparizione era entrata nella sala.

Il  nuovo  venuto aveva  l’aspetto di un eremita. Il suo capo era ricoperto di trecce arruffate, sui fianchi portava una pelle di antilope nera, sulla fronte recava dipinto un  segno bianco, la sua testa era riparata da un povero parasole d’erba, e sul petto gli  cresceva uno strano ciuffo di peli di  forma circolare: sulla circonferenza era intatto, ma al centro pareva che molti peli fossero scomparsi. La santa figura avanzò dritto verso Indra e il fanciullo, si accovacciò a tra fra i due e là rimase, immobile come una roccia.

Il regale Indra, ripreso in qualche modo il suo ruolo di ospite, si inchinò e gli rese omaggio, offrendogli latte acido con miele e altri rinfreschi; poi, esitante ma riverente, si informò su come stesse il suo severo ospite e gli diede il benvenuto. Il fanciullo allora si rivolse al sant’uomo, chiedendogli le stesse cose che avrebbe voluto chiedergli Indra.

«Da dove vieni, Sant’uomo? Qual è il tuo nome e cosa ti conduce da queste parti? Dov’è la tua attuale dimora, e qual è il significato del tuo parasole d’erba? Qual è la ragione di quel ciuffo di peli circolare sul tuo petto: perché è folto alla periferia ma quasi privo di peli al centro? Abbi la bontà o Sant’uomo, di rispondere in breve a queste domande. Sono ansioso di com­prendere».

Il santo vecchio sorrise con pazienza, e lentamente cominciò a rispondere: «Sono un brahmano, il mio nome è Peloso, e sono venuto qui per vedere lndra. Poiché so di avere la vita breve, ho deciso di non possedere una dimora, di non costruirmi una casa, di non sposarmi né di cercare di procurarmi da vivere. Vivo chiedendo l’elemosina . Per proteggermi dal sole e dalla pioggia reggo sopra il mio capo questo parasole d’erba.

«Quanto al cerchio di peli che ho sul petto, è una fonte di dolore per i figli del mondo e tuttavia insegna loro la saggezza. A ogni caduta di un lndra, cade un pelo. Per questo al centro tutti i peli sono caduti. Quando sarà trascorsa l’altra metà del periodo assegnato all’attuale Brahmā, morirò anch’io. Di conseguenza, o Fanciullo Brahmano, i giorni che mi rimangono sono pochi; a che mi servirebbero dunque una moglie e un figlio, o una casa?

«Ogni battito di ciglia del grande Viṣṇu segna l’estinzione di un Brahmā. Ogni cosa al di sotto della sfera di Brahmā è priva di consistenza come una nube che prende forma e poi di nuovo si dissolve. Per questo mi dedico esclusivamente a meditare sugli incomparabili piedi di loto dell’altissimo Viṣṇu. La fede in Viṣṇu è superiore alla beatitudine della redenzione; perché ogni gioia, anche quella celestiale, è fragile come un sogno e non fa che interferire con la concentrazione della nostra fede in Lui, il Supremo.

«Śiva, che dona la pace, la più altaguidda spirituale, mi ha insegnato questa meravigliosa sapienza. Non aspiro a sperimentare le diverse forme beatifiche di redenzione: condividere le magioni celesti del dio supremo e godere della sua eterna presenza, o essere simile a lui per aspetto e attributi, o divenire parte della sua augusta sostanza, o anche essere completamente assorbito nella sua ineffabile essenza».

All’improvviso il sant’uomo tacque e subito svanì. Era il dio Śiva in persona; era tornato alla sua sede oltremondana. Simultaneamente sparì anche il fanciullo brahmano, che era Viṣṇu . Il re rimase solo, sconcertato e meravigliato. Il re, Indra, si mise a riflettere; e gli avvenimenti gli parvero essere stati come un sogno. Ma non provava più alcun desiderio di esaltare il suo splendore celeste né di continuare la costruzione del suo palazzo. Convocò  Visvakarman,  lo  salutò  affabilmente  con  parole dolci come il  miele,  lo riempì di gioielli e di doni preziosi e con una sontuosa celebrazione lo congedò.

Il re Indra ora desiderava la redenzione. Aveva raggiunto la sapienza, e desiderava unicamente essere libero. Affidò l’onore e l’onere della sua carica a suo figlio e iniziò i  preparativi per andarsene a vivere da eremita nella foresta.

La sua bellissima e appassionata consorte, Śacī, rimase sconvolta dal dolore. In lacrime, per il patimento e l’estrema disperazione, Śacī si rivolse al sagace sacerdote e consigliere spirituale di Indra, Bṛhaspati, il Signore della  Sapienza  Magica.  Inchinandosi ai suoi piedi lo implorò di distogliere la mente dello sposo dalla sua crudele risoluzione. L’accorto consigliere degli dei, che con i suoi incantesimi e stratagemmi aveva aiutato le potenze celesti a strappare il governo dell’universo dalle mani dei loro   rivali i titani, ascoltò attentamente le lamentele della dea, conturbane e sconsolata, e annuì, comprensivo. Con un sorriso da mago la prese per mano e la condusse alla presenza dello sposo. Poi in qualità di maestro spirituale discettò saggiamente sulle virtù della vita religiosa ma anche su quelle della vita secolare. Diede a entrambe il dovuto e sviluppò il suo tema molto abilmente. Il regale allievo fu persuaso a rinunciare alla sua estrema risoluzione. La regina ridivenne raggiante di gioia.

Questo Signore della Sapienza Magica, Bṛhaspati, un tempo aveva composto un trattato sull’arte dl governo per insegnare a Indra come regnare sul mondo. Ora produsse una seconda opera, un trattato sulla politica e gli stratagemmi  da usare nell’amore coniugale. Illustrando la dolce arte di rinnovare sempre il corteggiamento e di incatenare la persona amata con legami durevoli, questo libro impagabile stabilì su solide basi la vita coniugale della coppia ricongiunta.

Così termina la storia meravigliosa di come il re degli dèi fu umiliato nel suo orgoglio smisurato, fu curato della sua eccessiva ambizione e attraverso una sapienza sia spirituale che mondana fu istruito circa il suo giusto ruolo nel girotondo senza fine della vita.

 

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