I due ciliegi innamorati

  1. Due Ciliegi innamorati, nati distanti, si guardavano senza potersi toccare.
  2. Li vide una Nuvola, che mossa a compassione, pianse dal dolore ed agitò le loro foglie, ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.
  3. Li vide una Tempesta, che mossa a compassione, urlò dal dolore ed agitò i loro rami, ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.
  4. Li vide una Montagna, che mossa a compassione, tremò dal dolore ed agitò i loro tronchi, ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.
  5. Nuvola, Tempesta e Montagna ignoravano, che sotto la terra, le radici dei Ciliegi erano intrecciate in un abbraccio senza tempo.

Premessa:

  • quando “parlo” (forse dovrei dire “scrivo”) nei miei commenti uso la seconda persona singolare. Questo “tu” ha un duplice significato: da una parte, è rivolto a colui che legge, ovvero che ascolta; dall’altra è riferito a me.
    <Come sarebbe a dire “riferito a me”?

    Ecco questo sei “tu”!
    Quel “tu” è una specie di esortazione a “ricordare me stesso”, a ricordare di non dare mai niente per scontato, di “leggere” con la dovuta attenzione ogni parola. Quando pongo una domanda, quella domanda è rivolta in primis al sottoscritto. Dopo, avendo cercato una possibile risposta, uso la prima persona singolare.
  • Ci tengo a sottolineare che qualsiasi commento, ma proprio qualsiasi commento, al racconto non è né giusto né sbagliato, è semplicemente ad un determinato livello: tutto qui!  Ognuno di noi è in grado di percepire soltanto ciò che è vicino al suo modo di vedere la Realtà, ciò che è lontano, inevitabilmente, gli sfugge: per questo è fondamentale avere differenti e divergenti “vedute”.

Sperando di non essere stato pedante, senza indugio, passerei a

ANALISI E COMMENTO

Frase 1: Due Ciliegi innamorati, nati distanti, si guardavano senza potersi toccare.

Due …”, la frase inizia con “Due” (sottolineo che la frase inizia con un Due, non con UNO, ma forse sarebbe più giusto dire con un Tre).
Quando ero più giovane mi ponevo spesso la domanda: «perché due sessi, visti i tanti problemi che questo comporta?»; «Non è sufficiente un solo sesso?». Poi ho capito: devono per forza essere “Due”! Non possono che essere “Due”.

“Due Ciliegi …”.
Perché Ciliegi? Non andavano bene due Meli, due Peri, o due Banani?
No: devono essere Ciliegi, se vogliamo che la storia sia ambientata in Giappone. Eh sì, la storia è ambientata in Giappone. Quando dico ambientata, ovviamente, non intendo dire necessariamente che sia nata in Giappone, infatti ho delle forti perplessità sulla sua origine. Ho la sensazione, data la struttura del racconto, che la sua origine sia da ricercarsi in Medio Oriente, e precisamente in ambienti “sufi”, anche perché si pensa che i luoghi d’origine del ciliegio siano l’Anatolia, la Persia, le regioni del Caucaso e l’Africa settentrionale.
Ora, indipendentemente dall’origine, che lascia il tempo che trova, la domanda è : «Perché in Giappone?»
Perché in Giappone il ciliegio è il simbolo della modestia, della grazia, della purezza, dell’integrità morale.
Pensa che, su una montagna abbastanza vicina a Tokyo, sono stati piantati oltre centomila ciliegi selvatici (Prunus serrulata), che quando fioriscono creano uno spettacolo che ha dell’irreale: lo sguardo si perde fra queste nuvole di fiori dai colori che vanno da un rosa delicato ad un rosa intenso, e l’animo si acquieta, tutto è calmo, la vita è come sospesa, non si sentono rumori, i passi sono attutiti dal tappeto di fiori su cui si cammina ed anche il senso effimero della vita che è simboleggiato dalla fugacità di questi fiori non riesce a procurare alcun senso di malinconia. [per maggiori dettagli http://astronavepegasus.forumattivo.com/t2250-il-ciliegio
In Giappone il ciliegio è anche il simbolo della sensualità e della femminilità. Quest’ultima affermazione pone un problema di ordine psicologico, ma non è questa la sede per occuparsene 🙂 A compensare il principio maschile ci pensa il fiore di ciliegio, perché simboleggia tutte le arti marziali, infatti anticamente tatuarsi i fiori di ciliegio era riservato solo ai samurai. Un proverbio giapponese recita: «tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero». Si narra che il colore dei fiori del ciliegio in origine fosse “candido”, ossia bianco, ma che, a seguito dell’ordine di un imperatore di far seppellire i samurai caduti in battaglia sotto gli alberi di ciliegio, i petali divennero rosa per aver succhiato il sangue di quei nobili guerrieri.
A questo punto immagino tu sia portato a pensare che il simbolismo del ciliegio abbia sempre connotati positivi. Non è così! E qui si apre una voragine sul principio DUE , ma non è questo il tempo, e neanche il luogo, adatto. Sappi per il momento che il principio DUE, oltre ad indicare due “unità”, indica anche i due “versi”; cioè ogni unità ha in sé i due versi. Il Ciliegio, come la maggior parte dei simboli, non sfugge a questa regola. In Oriente, ma anche in altre parti ha connotati positivi, ad esempio in alcune parti dell’Europa centrale è considerato da sempre protettore dei campi contro i malintenzionati, nonché simbolo di prosperità e felicità terrena. Nei Paesi Scandinavi ed in Gran Bretagna, invece, è simbolo di sventura e disgrazie, inoltre si dice che porti male sognare un albero di ciliegio e, addirittura, che i vecchi ciliegi siano il nascondiglio preferito dal diavolo. «Paese che vai, usanza che trovi» :).

«Due Ciliegi innamorati …», I ciliegi erano innamorati!
Innamorati?
Non c’è parola più abusata: Amore!

«L’amore che è pronunciato non è l’Amore». [Parafrasando Lao Tse]

Per la verità, volendo essere un po’ pignoli, la parola è “innamorati”, ma in questa sede non intendo disquisire sulla differenza tra “innamoramento” ed “amore” alla luce di una pseudo-social-psicologia. «Non me ne può fregà de meno».
Ricorda sempre di lasciare da parte problematiche inutili, che non servono ai fini della “comprensione”. Non ti perdere in rivoli e fiumiciattoli che ti allontanano dal fiume-madre. Non è questa la Via. Non è questo l’approccio che devi avere quando mediti su un racconto della “Tradizione”. Non è questo che il racconto lascia trasparire. Il racconto afferma che i due Ciliegi si amavano, senza “se” e senza “ma”.
Sull’ “Amore”, invece, avrei parecchio da dire, ma non ora, un’altra volta, quando il tempo ed il luogo saranno giusti.

Un innamorato diceva alla sua amata: «Sarei Pronto a morire per te! Basterebbe una tua parola … Ti amo tanto, che basterebbe un tuo cenno e potrei suicidarmi! Potrei sacrificare la mia vita per te! Nessun potere al mondo potrebbe impedirmi di averti! Anche se piovesse fuoco dal cielo, ti troverei!» e via dicendo.
Alla fine, quando l’innamorato se ne stava andando, la ragazza gli chiese: «Ci vediamo domani?»
Lui: «Certamente … se non piove!»

«Due Ciliegi innamorati, nati distanti».
Qui bisogna togliere un velo. La Verità, la Realtà è stata velata, nascosta, occultata. La parola ha teso una trappola. La parola tende ad ingannare. Dimmi la verità: «hai riflettuto a sufficienza su questa frase, sul verbo, sulla virgola?»
I due Ciliegi sono nati!
Non si afferma che i due ciliegi si sono innamorati dopo essere nati. I due Ciliegi erano innamorati, quindi sono nati. Prima erano innamorati, dopo sono nati. I due Ciliegi sono sempre stati innamorati , anche prima di nascere.
La frase iniziale ha già in se la frase finale, la frase 1 e la frase 5 coincidono, ma su differenti livelli. Il seme ha già in sé la pianta. Come in ogni “processo” che si rispetti “inizio” e “fine” coincidono. Perché vi sia la Vita, deve esserci la Nascita-Morte, l’Inizio-Fine. Il “pari” (Vita, Manifestazione) è sempre compreso tra due “dispari” (Inizio-Fine, Nascita-Morte). Dovrei soffermarmi sul “pari” e sul “dispari”, ma appesantirei troppo la trattazione, e poi ci sarà sempre tempo un’altra volta per disquisire sul “pari” e sul “dispari”
Poi è aggiunto “distanti”.
Distanti? Perché distanti? Non potevano nascere “vicini”?
Direi di no, non potevano nascere vicini, devono per forza nascere “distanti”.
L’arcano si risolve, in parte, se sostituisci al termine “distante” un altro termine, ad esempio “separati”. Tutto ciò che si manifesta nasce “distante” ossia “separato”.

Il DUE elimina l’occulto, il principio DUE toglie il velo. Devi comprendere il principio DUE.

Ricorda di non aprire quella porta, perché se la apri entreranno tutti e due: Dio e Diavolo![citando me stesso]

«Due Ciliegi innamorati, nati separati, si guardavano …»
Guardare, vedere, osservare … senso della vista. I sensi si ottengono solo dopo la manifestazione, infatti i due ciliegi sono nati (nota che ho utilizzato la lettera “c” minuscola per indicare i due ciliegi manifestati, al fine di distinguerli da quelli non-manifestati che indicherò sempre con la “C” maiuscola, così come fa l’autore del racconto).

«Il ciliegio che è nominato non è il Ciliegio» [Parafrasando Lao Tse]

Ora è più chiaro Lao Tse, quando afferma che «il tao che è nominato non è il Tao»?
Ovviamente, nei vari testi tradotti (a loro volta tradotti da chi sa quale lingua), non c’è la distinzione tra lettera minuscola e lettera maiuscola, il che rende impossibile la comprensione, ovvero non si permette a colui che si avvicina al testo per la prima volta di avere la minima indicazione. [1]

«Due Ciliegi innamorati, nati distanti, si guardavano senza potersi toccare».
Siamo così giunti alla fine della prima frase … i due ciliegi, non potevano toccarsi, perché erano nati distanti , ma i due Ciliegi – quelli con la “C” maiuscola – quelli si potevano toccare tranquillamente.

Frase 2: Li vide una Nuvola, che mossa a compassione, pianse dal dolore ed agitò le loro foglie … ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.

Frase 3: Li vide una Tempesta, che mossa a compassione, urlò dal dolore ed agitò i loro rami … ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.

Frase 4: Li vide una Montagna, che mossa a compassione, tremò dal dolore ed agitò i loro tronchi … ma non fu sufficiente, i Ciliegi non si toccarono.

Per poter analizzare le suddette tre frasi devi prima dare un “volto” a Nuvola, Tempesta e Montagna, altrimenti l’insieme sfugge.
Cosa vogliono indicare Nuvola, Tempesta e Montagna?
Io partirei con il cercare di capire il simbolo della Montagna che, a mio modestissimo avviso, dei tre “elementi” sembra essere quello più sfuggente. Il motivo di una mia tale affermazione è presto detto. In quasi tutti i testi che parlano di “simbologia” e che, direttamente o indirettamente, si rifanno alla “Tradizione” , la Montagna è vista come il tramite tra la “Terra” ed il “Cielo”.
La Montagna è un simbolo di stabilità, di elevazione, ma è anche un simbolo dell’intera Manifestazione. Geometricamente individuabile mediante un triangolo con vertice in alto, la Montagna con la sua base indica la Manifestazione “Corporea” o “Grossolana”, con la sua parte centrale (cioè dalla base alla punta) indica la Manifestazione “Incorporea” o “Sottile” e con la punta, che “tocca il Cielo”, ossia vicino al Cielo, individua la Manifestazione “Informale” (in chiara complementarietà con la Manifestazione “Formale”, ossia l’unione di quella “Corporea” e di quella “Incorporea”). Sui termini suddetti, che non ripeto per non appesantire la lettura, ci sarebbe parecchio da dire, ma per il momento soprassediamo.[2]
Perché allora tanti dubbi sul significato da attribuire alla Montagna?
Perché, se così fosse, non si comprenderebbe il significato di “Nuvola” e “Tempesta”! Si potrebbe attribuire a “Nuvola” il significato di “Cielo”, ma in questo caso quale dovrebbe essere il significato di “Tempesta”?
No, c’è qualcosa che non quadra! La “Montagna” deve avere un significato meno estensivo, altrimenti non riesci a venirne fuori: la “Montagna” indica semplicemente la “Terra”! In questo caso, insomma, di tutta la simbologia della Montagna, devi prendere in considerazione una restrizione, cioè la base della montagna, quella che individua la Terra. <Perché?>
Per tre motivi:
1. La Montagna è nominata per ultima, cioè dopo “Nuvola” e “Tempesta”;
2. È detto nella Frase 4 che la Montagna “tremò”, quindi c’è un richiamo esplicito al “terremoto” che è un fenomeno della terra;
3. L’insieme delle frasi 2-3-4 devono avere un significato.
Chiarito il significato da attribuire a Montagna, in automatico dovrebbe essere chiaro il significato da attribuire agli altri due. Per Nuvola non ci sono problemi: indica il Cielo!
E per Tempesta? Qui c’è qualche piccolo problema!
Indipendentemente da come si manifesti e da dove si scateni, la tempesta (nota che ho utilizzato la “t” minuscola) ha una caratteristica: si preannuncia con un “imbruttimento” del “cielo” (sempre “c” minuscola), cioè ha inizio in cielo per poi abbattersi sulla terra (“t” minuscola). Si potrebbe, quindi, senza tema di essere scambiati per illusionisti, affermare che rappresenta un “tramite tra Cielo e Terra”, cioè un “mediatore tra Cielo e Terra”. Quindi: Nuvola = Cielo, Tempesta = Mediatore, Montagna = Terra.
Sembrerebbe che sia tutto chiaro, purtroppo non è così! Come devo intendere Cielo e Terra? Cosa rappresentano Cielo e Terra?
Con Cielo e Terra devi indicare, devi intendere il “Due”, non “un due” e neanche “DUE”. Lo so: non è chiaro! Non può essere chiaro perché ci sarebbe bisogno di tutta una serie di premesse, che ora non posso fare. [3]
Provo a fornire dei sinonimi per Cielo e Terra, nella speranza che ti siano noti: Essenza e Sostanza, Purusha e Prakriti, Tien e Ti … Facciamo così, con Cielo e Terra devi intendere i due principi, i due poli, il Cielo quello superiore, la Terra quello inferiore, relativamente alla Manifestazione; inoltre essendo Principi non appartengono per definizione alla Manifestazione (anche in questo caso mi rendo conto di non essere molto chiaro, non è per cattiva volontà: il problema è la sintesi!).
«Il Cielo copre, la Terra sostiene» è la nota formula che chiarisce in forma simbolica il ruolo e la posizione (superiore ed inferiore) dei due principi in relazione ai “diecimila esseri”, ossia in relazione alla Manifestazione. I due principi, Cielo e Terra, è bene dirlo subito, risultano caratterizzati da “opposizione”, “polarità”, “complementarietà” ed “interdipendenza”. Di queste caratteristiche, però, dirò un’altra volta.
Ora, quello che mi preme sottolineare è: «Corrispondono i due principi suddetti, cioè Cielo e Terra, rispettivamente ai due termini del racconto indicati con Nuvola e Montagna»? Purtroppo la risposta non può essere che negativa.
<Come sarebbe a dire negativa? Lo hai detto tu prima che Nuvola=Cielo, Tempesta=Mediatore, Montagna=Terra.>
Sì, è vero! Eppure è così: la risposta è negativa! I due principi Cielo e Terra, assimilabili a Essenza e Sostanza, Purusha e Prakriti, Tien e Ti non corrispondono a Nuvola e Montagna del racconto che comunque indicano Cielo e Terra.
Starai pensando: «questo è scemo!», «è andato, non è più recuperabile!». Calma, calma, calma: «quante volte ho detto e ripetuto che le parole sono ingannatrici, che è facile fraintendere»? Ricorda, le parole servono ad ingannare, ma anche a svelare. Dipendono da Colui che parla e da Colui che ascolta.
L’arcano è presto svelato: come a volte accade, lo stesso simbolo, in questo caso la stessa parola, è usato con due differenti significati, due diverse accezioni, perché differenti sono i contesti, diversi i livelli a cui si fa riferimento. Mentre con Cielo (Tien), Mediatore (Jen), Terra (Ti) si fa riferimento ad un certo tipo di ternario noto come “Grande Triade estremo-orientale”, e che corrisponde in qualche modo alla “Trimurti” orientale Brahmā, Vishnu, Shiva, con i simboli Nuvola, Tempesta e Montagna del racconto, invece, si vuole alludere ai “tre mondi” del Tribhuvana indù, cioè Cielo-Nuvola (Swar), Atmosfera-Tempesta (Bhuvas) e Terra-Montagna (Bhû), che corrispondono ai tre livelli, ai tre piani della Manifestazione (Informale, Sottile o Incorporea, Grossolana o Corporea) e di cui ti avevo accennato sopra.
Ora nasce spontanea la domanda: «perché ritieni che il simbolismo Nuvola-Tempesta-Montagna faccia riferimento al secondo tipo di ternario e non al primo?» cioè «perché ritieni che Nuvola corrisponda alla Manifestazione Informale, Tempesta a quella Sottile-Incorporea e Montagna a quella Grossolana-Incorporea?»
Buona domanda! Però la risposta è semplice: osserva le frasi 2-3-4, ma con attenzione, non con superficialità … entra nelle frasi, devi sentirle tue … tu sei le frasi 2-3-4 … ora puoi rispondere da solo.
La conclusione delle frasi 2-3-4 è che, finché si è nella Manifestazione, a qualsiasi livello di manifestazione (informale o formale) – non si è in grado di aiutare nessuno, anche se mossi a compassione.
Perché?
Perché la compassione, la voglia di far del bene, benché auspicabili in un “mondo di sofferenza” come il nostro, nulla possono.
«Non puoi fare niente per gli altri, ma puoi fare molto per te.»
Siccome questa frase può essere facilmente fraintesa è bene meditare profondamente e per molto tempo su di essa, prima di aprire la bocca e far uscire l’aria.

La scimmia premurosa disse al pesce:
«lascia che ti aiuti a venir fuori dall’acqua»,
così dicendo, mise il pesce sull’albero.

La Compassione, in compagnia dell’Ignoranza, in assenza di Conoscenza, nulla possono nei confronti dell’Amore.
La Commiserazione, sotto la spinta dell’Ignoranza, privata della Conoscenza, ha come effetto Dolore e Agitazione.
L’Indulgenza, insieme all’Ignoranza, sottratta la Conoscenza, non è sufficiente, i Ciliegi continuano a non toccarsi.
Relativamente al verbo “toccare” ovviamente si potrebbe dire molto, essendoci molti modi di “toccare” (almeno sette ovviamente :-D ).
Si apre così la strada alla conclusione: frase 5!
Prima della conclusione, però, c’è ancora da analizzare le parole “foglie”, “rami”, “tronco”.
Nel frattempo, mi piacerebbe ti soffermassi sui verbi “pianse”, “urlò”, “tremò” utilizzati nel racconto.
Non trovi che siano perfetti, belli, poetici, illuminanti, insomma proprio “azzeccati”?
La Nuvola pianse …
La Tempesta urlò …
La Montagna tremò …

Mirabolante: pura poesia!

Il simbolismo dell’albero è uno di quelli più diffusi in tutte le tradizioni, dall’est all’ovest, dal nord al sud. È praticamente presente nelle culture di tutti i popoli. Molteplici sono le ragioni. Tra queste, una è senza ombra di dubbio dovuta al fatto che si presta, anche meglio della montagna, ad esprimere, da un lato, la non-manifestazione con le radici (invisibili alla vista “normale” perché nascoste sotto terra) e, dall’altro, la manifestazione mediante le foglie, i rami e il tronco. Ovviamente, le foglie (più vicine al cielo) indicano la manifestazione informale, i rami (immersi nell’atmosfera) sono il simbolo della manifestazione sottile o incorporea e il tronco (posto nella terra) rappresenta la manifestazione grossolana o corporea.
Ora le frasi 2-3-4 incominciano a prendere corpo, la vita si manifesta, il velo è tolto e l’essenza appare, il simbolismo punta il dito verso l’archetipo. Per pura curiosità vorrei ricordarti che l’uomo, nella Tradizione, è visto come un albero rovesciato, ossia con le radici in alto.

Frase 2: … Nuvola … foglie …
Le foglie rappresentano il simbolo, la Nuvola indica l’archetipo.

Frase 3: … Tempesta … rami …
I rami rappresentano il simbolo, la Tempesta indica l’archetipo.

Frase 4: … Montagna … tronchi …
I tronchi rappresentano il simbolo, la Montagna indica l’archetipo.

È tutto qui! Tutto quello che c’è da sapere è racchiuso in due parole: Simbolo e Archetipo.

Il Tao che si può nominare (il Simbolo) non è il Tao eterno (l’Archetipo).
Il Nome che si può pronunciare (il Simbolo) non è il Nome eterno (l’Archetipo).
Senza nome Esso è il principio di Cielo-e-Terra ( il Processo).
Col Nome (il Modello) è l’origine dell’infinità degli esseri particolari.
Così: chi è distaccato percepisce l’Essenza Misteriosa.
A chi è offuscato dal desiderio, lo sguardo è arrestato dal limite.
Ora dei due (Archetipo e Simbolo, Processo e Modello)
Una l’essenza, diversa solo la denominazione.
Mistero è la loro identità.
È l’insondabile fondo di là dalla soglia dell’ultimo arcano.
[Parafrasando Lao Tse, Tao Tê Ching]

Sei così giunto alla conclusione:

Frase 5: Nuvola, Tempesta e Montagna ignoravano, che sotto la terra, le radici dei Ciliegi erano intrecciate in un abbraccio senza tempo.

Non ci sarebbe da aggiungere altro, perché ciò che doveva essere detto è stato già detto. Resterebbe da rifinire, facendo accenno all’Immanifesto. Siccome non intendo, però, “sporcarmi”, non intendo rivoltarmi nella “melma”, non ho voglia di fare bagni di “fango”, se a te non dispiace, io passerei. [4]

Un Maestro, si fermò a pernottare presso un paese. La sua fama era tale che, poco dopo, tutti i paesani ne furono informati. Il mattino seguente, mentre il Maestro stava per riprendere il suo viaggio, fu invitato da molti cittadini a soffermarsi qualche attimo in più per effettuare una “predica” all’intera cittadinanza. Il Maestro fece loro notare che in vita sua non aveva mai predicato e che non era possibile trasmettere la conoscenza. Ma, insistettero così tanto che, alla fine, fu costretto ad accettare.
«Di cosa volete che vi parli?» chiese il Maestro.
«Parlaci di Dio» risposero in coro.
«Sapete qualcosa di quello di cui vi debbo parlare?» disse il Maestro.
«No, non sappiamo» risposero in coro.
«Allora è inutile che ne parli, se sapete niente, come potete capire quello che potrei dire» replicò il Maestro. Così dicendo, se ne andò.
I cittadini rimasero stupiti, ma era tale la loro curiosità, che persuasero il Maestro a rimanere un altro giorno nel paese come loro ospite.
L’indomani, di fronte all’intera cittadinanza, il Maestro rifece la stessa domanda:
«Sapete qualcosa inerente a ciò di cui vi debbo parlare?».
«Si, sappiamo» risposero in coro.
«Se sapete allora non c’è bisogno che io aggiunga parola, il mio e il vostro tempo è prezioso». Così dicendo, se ne andò.
I cittadini erano ancora più sconcertati, ma intravedevano qualche “rara” conoscenza nel Maestro e così lo indussero ancora a rimanere nel paese.
L’indomani, il Maestro rifece la stessa domanda:
«Sapete qualcosa relativamente a ciò di cui vi debbo parlare?».
I cittadini avevano compreso che tutto dipendeva dalla loro risposta e così dissero in coro:
«Metà di noi sa e l’altra metà non sa».
«Bene!» rispose il Maestro «allora la metà che sa lo riferisca alla metà che non sa». Così dicendo, se ne andò.
La curiosità della gente salì alle “stelle”, era evidente che quel uomo sapeva, ma non voleva parlare.
Fecero di tutto per convincerlo a pernottare un altro giorno.
L’indomani il Maestro imperterrito domandò:
«Sapete qualcosa relativamente a quello di cui vi debbo parlare?».
I paesani durante la notte avevano confabulato per cercare la risposta più opportuna da dare e così dissero in coro:
«A volte ci sembra di sapere, altre volte no».
«Bene!» rispose il Maestro «le volte che ritenete di sapere, prendete appunti; le volte che ritenete di non sapere, potete rivedere i vostri appunti». Così dicendo, se ne andò.
La gente era costernata, non sapeva più che “pesci” prendere, era lampante che quel uomo era un saggio, ma come fare per invogliarlo a parlare? Lo supplicarono di restare un altro giorno.
L’indomani il Maestro con il sorriso sulle labbra rifece la solita domanda:
«Sapete qualcosa di ciò di cui vi debbo parlare?».
Questa volta nessuno rispose.
«Sapete qualcosa relativamente a ciò di cui vi debbo parlare?» ripropose il Maestro.
Ancora una volta, silenzio.
«Sapete qualcosa inerente a quello di cui vi debbo parlare?» disse il Maestro per la terza volta.
Silenzio.
Allora il Maestro parlò: «Prese il bastone che aveva con sé e lo alzò». Così dicendo, se ne andò. [Parafrasando “Le sottigliezze del Mullah” in Idries Shah, I sufi]

Qui finisce il mio piccolo contributo al racconto “I DUE CILIEGI INNAMORATI”. Ricorda che non è un semplice racconto, è qualcosa in più: è un racconto che proviene dalla “Tradizione”!

NOTE:
[1] Deve essere questo il motivo per cui ho deciso di scrivere BAGLIORI DI VERITA’, per fornire le chiavi di comprensione, altrimenti reperibili soltanto in migliaia di testi sparpagliati di qua e di là (scherzo … ma non troppo :-D)

[2] Per uno “schizzo” di spiegazione dei termini Manifestazione Informale e Formale (Incorporea o Sottile eCorporea o Grossolana) ti rimando al capitolo “Stati molteplici dell’Essere” in Kuphasael Thorosan, Infinito, Zero, Punto, Uno.

[3] Se sei interessato ad un approfondimento ti consiglio René Guénon, “La Grande Triade”, ma se hai la pazienza di aspettare ancora un po’, se non pensi che io sia troppo sfacciato ed arrogante, ti consiglio la seconda parte del mio libro, BAGLIORI di VERITÀ – DUE e Dualità, che non ritengo inferiore ad altri sotto nessun aspetto:-) (esagero di proposito, ma non troppo), sia per semplicità espositiva (chi ha letto qualcosa di Guénon sa che cosa intendo dire), sia per completezza, sia per senso ironico.

[4] Se dovessi aver voglia di fare una doccia di “acqua sporca”, allora ti consiglio un libro a caso Infinito, Zero, Punto, Uno (di nuovo, che palle! :-D) in cui ti aiuto ad aprire il rubinetto dell’acqua.
Riporto per puro piacere due link da YouTube.

Il primo, da vedere ed ascoltare:

Ogni anno, in primavera, tra i primi di aprile e la metà di maggio, il Giappone rivive la festa dei ciliegi in fiore, Hanami.
E’ commovente e poetica la partecipazione dei giapponesi a questo evento: in tutti i Parchi si riversa una moltitudine di persone
che intende godere dello spettacolo dello sbocciare del fiore del ciliegio( Sakura) .
La festa si svolge quando la fioritura è al culmine ; ci si reca di buon mattino per occupare i posti migliori e stendendo dei teli per terra ci si lascia sfiorare dalla caduta dei leggeri petali , dimentichi degli affanni della vita quotidiana .
Hanami tocca tutto il territorio del Giappone dal settentrione al meridione : partendo prima da Okinawa ,poi toccando Tokio per arrivare più tardi nell’isola di Hokkaido.
L’evento è anche motivo di incontro e gioia per trascorrere momenti all’aria aperta ; si mangia e si beve tè e sakè; si ascolta musica e ci si ritrova tra amici .
Nulla sembra perduto di quell’incanto così ben trasportato da Hiroshige nei suoi dipinti , quasi il tempo si fosse fermato in quel magico mondo del Sol Levante .
Sottofondo musicale :John Williams — Becoming a Geisha

Il secondo, la versione video dei “Due Ciliegi Innamorati”

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

8 thoughts on “I due ciliegi innamorati

  1. tre sono le cose che voglio da te,non c’è due senza tre,uno è più che sufficiente,ma non dimenticate me che sono zero.quanta grazia nelle radici dell’albero della vita.ho potato i rami raccolto le foglie cadute e aspetto le nuove che verranno. ho da dargli solo acqua eppure sembra che si accontentano, del resto la luce è sia per me che per loro.

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