Hugo Simberg, L’angelo ferito ovvero «perché il simbolo?»

the_wounded_angel_-_hugo_simbergPrenderò spunto da L’angelo ferito (1903) di Hugo Simberg (pittore finlandese, 1873-1917), per cercare di spiegare nei limiti del possibile, ma soprattutto delle mie capacità, il perchè del simbolo, avendo già in altra occasione (Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segno) introdotto il significato di simbolo.

Ultimamente, ho sentito dire, ma soprattutto ho letto, da parte di alcuni “commentatori” delle premesse interessanti, nonché corrette ed oggettive, almeno ai miei occhi, poi, però, non so per quale strana forma della logica o del ragionamento, le conclusioni  risultano non coerenti con le medesime. Con questo non affermo che le conclusioni dei vari “commentatori” siano in contrasto con le premesse o addirittura errate, ma semplicemente che sono “soggettive” (relative, per definizione) e,  aggiungerei, “arbitrarie”. In altre parole, non seguono il ragionamento fino alla sua “naturale” conclusione e non pervengono, così, a quelle conclusioni che qualsiasi cercatore dotato di “buon senso” definirebbe “non arbitrarie”, per non dire “oggettive”.

Porto come esempio di tale modo di procedere il commento al quadro di cui sopra da parte di su http://zoticone.wordpress.com/2012/09/20/001/ del

  1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.
  2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?
  3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.
  4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.
  5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.
  6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.
  7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 
  8. La paternità di un’opera d’arte non implica di certo la piena comprensione cosciente: anzi, se così fosse il quadro non sarebbe che uno sterile esercizio di stile. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Analisi e commento:

1. Forse non c’è quadro migliore di questo per capire la differenza fra l’approccio attivo e passivo all’arte.

Che dire? Quando ho letto per la prima volta la suddetta frase sono rimasto alquanto sconcertato, basito direi, e mi sono subito posto la domanda ma «che vuol dire approccio “attivo” e “passivo” all’arte?». «Esiste un approccio “attivo” e uno “passivo” all’arte?»
Poi, ho capito leggendo il seguito.

2. A vedere questa strana composizione, vengono in mente mille domande: è un gioco di bambini, o è veramente un angelo? Perchè le facce serie, perchè il bambino di sinistra è vestito di nero? C’è un significato nel torrentello a destra, o nel mare nello sfondo? Il paesaggio è brullo perchè è quello che si trova normalmente in Finlandia, terra natale di Simberg? O anche questo dettaglio cela un messaggio?

Questo è l’approccio “attivo“!!! (ma và? Interessante! :D)

3. Inseguendo tutti questi dubbi si finisce per perdere il contatto col quadro stesso; la cosa migliore da fare è perdersi nel quadro, abbandonarsi ad esso.

Questo è l’approccio “passivo“!!! (ah sì? intrigante! :D)

Ma di quale approccio “attivo” e “passivo” stiamo “cianciando”?!?
Non esiste alcun approccio attivo e alcun approccio passivo, a meno che non specifichiamo cosa si voglia intendere con i suddetti due termini.
Se con approccio “passivo” vogliamo far riferimento al fatto che deve essere il quadro a “parlare” e che io devo essere in “silenzio” per poter ascoltare, allora posso anche accettare il termine “passivo”. Il che non significa affatto lasciarsi andare, abbandonarsi ad esso, perdersi nel quadro, che sarebbe una vera iattura. Al contrario, il termine passivo, va inteso alla maniera “orientale”, ossia come “giusta”, “retta”, “corretta” predisposizione alla conoscenza, e non deve in nessun modo essere visto in contrapposizione alla forma “attiva”, che inevitabilmente, prima o poi, deve scattare. Affinché l’opera risulti viva, non deve essere monca, deve possedere entrambe le caratteristiche e deve permettere ai due approcci di coesistere. Voglio dire che l’elenco delle domande poste nella frase 2, devono trovare accoglienza in colui che si pone di fronte all’opera e devono trovare una possibile risposta nell’opera stessa. Ovviamente non sarà la risposta definitiva ma semplicemente una possibile risposta, con caratteristiche di inevitabile relatività, soggettività ovvero oggettività (varia da situazione a situazione), e soprattutto non-arbitrarietà.  In tale contesto le frasi successive risultano coerenti e trovano piena accoglienza in me.

4. La forza del linguaggio dei simboli è proprio l’indeterminatezza: non esprimono una forma precisa, ma una relazione ricorrente fra enti diversi. E’ in questa maniera che i simboli riescono a parlare universalmente, adattando il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore.

Sono d’accordo a condizione di riscrivere la frase, nel senso che non è il simbolo ad “adattare il proprio messaggio alla singola individualità dell’osservatore”, ma è “l’osservatore che adatta al proprio livello il messaggio universale del simbolo”.

5. Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso imporre la propria individualità agli altri.

Questa proprio non riesco a mandarla giù!  Per quale strana forza del destino, per quale mistico mistero, esprimere la propria opinione, la propria interpretazione, il proprio commento, su di un quadro, un racconto, una fiaba, un mito, un albero, una montagna o un fiore, debba essere visto come “imporre la propria individualità agli altri“? Boh, proprio non comprendo! Forse l’autore voleva intendere che: «Cercare di bloccare un quadro simile ad un unico significato vorrebbe dire in un certo senso non aver compreso il valore del simbolo.»
Su questo aspetto devo soffermarmi un attimo, perché è di fondamentale importanza. Leggo sempre più spesso da parte di “commentatori moderni”, proposizioni come quelle di cui sopra, o del tipo «se ci si aggrappa a quello che hanno detto gli altri e si cerca di capire il racconto, la storia, l’opera (in genere) mediante le spiegazioni altrui, si è come un idiota che crede di poter colpire la luna con un palo o grattarsi il piede che prude da sopra la scarpa».
Fermo restando che trovo le due analogie estremamente interessanti, non capisco, però, ripeto, per quale “morboso” motivo si ci debba “aggrappare a quello che hanno detto gli altri“. Perchè? Forse il medico ha ordinato per colazione, pranzo e cena di far proprie le idee altrui? Non credo!
Con le affermazioni di cui sopra si vorrebbe far passare l’idea che, siccome il simbolo è interpretabile a più livelli, e all’interno dei differenti livelli l’interpretazine è esprimibile in modo indefinito, allora tanto vale non ascoltare nessuno, e limitarsi alle proprie sensazioni, alle proprie interpretazioni, alle proprie emozioni, ai propri farneticamenti, aggiungo io, alle proprie fantasie, ai propri fraintendimenti, che rappresentano, se tutto va bene, ossia nella migliore delle ipotesi, solo e soltanto un possibile angolo di visuale. Da dove nasce una simile induzione?
Comprendo perfettamente che il modello occidentale potrebbe essere rappresentato dall’eroe solitario alla maniera dei mitici Gilgamesh, Ercole, Ulisse, Enea, Sigfrido, Dante e altri, ma si dimentica, in questo caso, troppo facilmente, che i suddetti eroi non erano uomini comuni, e anche quando erano tali, penso a Dante, il loro viaggio era accompagnato da illustri Maestri (Virgilio per Dante).
Se per un attimo si mettesse da parte l’idea dell’eroe impavido e solitario, si perverrebbe alla conclusione, analizzando la storia dell’umanità, che il modello ricorrente è quello della “scuola”, del “gruppo” ovvero del “maestro” che trasmette la “Conoscenza”. Che questa poi non possa essere trasmessa in alcun modo e che il Maestro possa solo indicarla – così come il dito può indicare la luna, ma non può mai rappresentare la luna – è un’altra storia, che meriterebbe di essere raccontata, ma non in questa sede.
Personalmente ritengo l’analisi ed il commento, ai fine della “comprensione” e della “coscienza” (per la “consapevolezza” lasciamo stare), ancor più importanti dell’opera medesima (sia essa un quadro, una statua, un racconto, una favola, una fiaba, un albero, una montagna, un fiore, ecc.). Intendo dire che ciò che conta non è ciò che uno dice (per quanto importante), ma lo “sforzo” e la “sofferenza” che deve mettere per poter analizzare e commentare. Insomma, come sempre, la cosa importante è lo “sforzo” e la “sofferenza”. Devi concentrarti al massimo per cercare tutte le possibili sfumature. Di “opere” ce ne sono a migliaia, sono tutte importanti e nessuna di esse è importante. Ciò che conta non è conoscerne quante più è possibile. Così si diventa giornalisti, avidi di informazioni, e non ci saranno mai abbastanza informazioni per colui che è avido. Ne bastano poche, un centinaio, voglio esagerare. Ciò che conta è entrare nell’opera (sia essa un racconto, una fiaba, una favola, una storia, una scultura, un quadro) capire cosa trasmette l’opera, percepire la sua anima. Per farlo purtroppo non è sufficiente una sola persona. Un singolo essere per quanto possa “sforzarsi” e “soffrire” non è in grado di percepire le indefinite sfumature. Per questo motivo c’è bisogno di un gruppo. Ma non un gruppo come quelli su facebook, intendo il GRUPPO, fatto di differenti soggetti con differenti visioni, al limite tutte in contraddizioni tra loro (chiaramente la mia è solo un’immagine iperbolica), ma con in testa un unico fine: la “Conoscenza”. Certo all’interno del gruppo ci sarebbe bisogno di un Maestro, ma nel frattempo che sbuchi quello giusto, all’interno del gruppo sarebbe opportuno acquisire la “giusta” mentalità.

6. Una sensibilità attuale potrebbe ad esempio comprendere la ferita dell’angelo come una perdita dell’innocenza; certi potrebbero sospettare le conseguenze di un abuso sessuale, altri l’azione della società conformista sulla spontaneità.

7. Ogni interpretazione è potenzialmente valida, ma nessuna è l’unica, e nemmeno la più importante. Sono diversi punti di vista su una cosa che è impossibile da vedere globalmente; possono essere utili e necessari per la comprensione, ma sono frammenti, non certo l’unica verità. Questo discorso vale anche nei confronti dell’interpretazione che del proprio quadro dà l’autore! 

Faccio completamente mie le suddette frasi!

Come dicevo sopra … mi dispiace che il “commentatore” dopo aver espresso delle premesse, tutto sommato degne di nota, come quelle espresse nelle frasi 4, 6 e 7,  non concluda coerentemente e si perda in sé stesso (ma non mi aspetto niente di diverso da chi vuole “perdersi”  nel quadro, invece di “entrare”  nel quadro).

8. Nella creazione infatti intervengono fattori su cui la coscienza non ha assolutamente voce in capitolo: ed è proprio qui uno dei valori dell’arte. Se la pittura, la musica, la scultura, la poesia ed anche la danza fossero soltanto espressione della nostra coscienza, non potrebbero dirci nulla di nuovo, niente che non sappiamo già. Invece tramite l’arte l’inconscio ha un modo di parlarci, e noi abbiamo l’opportunità di conoscerci più a fondo: una dialettica che sarebbe altrimenti molto più difficile!

Mi sembra ci sia un uso improprio del vocabolo “coscienza”.
Può darsi che mi sbagli, ma ho la sensazione che la “coscienza” venga utilizzata come il contrapposto di “incoscio”. In altri termini la parola “coscienza” sembra voglia indicare la parte “razionale-conscia” dell’essere, l’Io-attivo, però da intendersi come specificato nella frase 2, in contrapposizione all’inconscio, l’Io-passivo, da intendersi come specificato nella frase 3 . In altre parole, mi sembra di scorgere una visione psicologica moderna del termine “coscienza”. Se così fosse non posso che dissociarmi, ancora una volta.

Dalle mie parti, e per fortuna non solo dalle mie, per coscienza s’intende qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell’ambito psicologico (cioè lo stato o l’atto di essere consci, contrapposta all’inconscio: esperienza soggettiva di eventi o di sensazioni), psichiatrico (cioè la funzione psichica capace di intendere, definire e separare l’io dal mondo esterno), filosofico (cioè l’attività, distinta dalla consapevolezza, con la quale il soggetto entra in possesso di un sapere specifico), etico (cioè la capacità di distinguere il bene e il male per comportarsi di conseguenza, contrapposta all’incoscienza).

Il termine coscienza deriva dal latino cum-scire , ossia “sapere insieme” ed indicava originariamente un determinato stato interiore di un individuo che può in qualche modo descrivere e comunicare ad altri.
Anticamente era molto diffusa l’idea (per fortuna oggi ripresa dai cercatori più attenti) che l’uomo, fosse dotato di tre centri, relativamente indipendenti, chiamati “centro intellettivo”, “centro motore-istintivo” e “centro emozionale”. I suddetti centri, sul piano della manifestazione formale corporea o grossolana, possono essere collocati rispettivamente: in una parte dell’encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell’uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati “gangli del simpatico e del parasimpatico”. Ebbene coscienza indicava, ed indica, quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (appunto “sapere insieme“) che, se raggiunto, permetteva all’uomo di elevare il proprio essere. Bisogna quindi intendere con il termine coscienza, secondo la psicologia tradizionale (non quella moderna) una funzione generale propria della capacità umana di assimilare la conoscenza. All’inizio vi è comprensione, cioè constatazione attiva della nuova conoscenza; quando a questa segue la permeazione definitiva del nuovo come parte integrante del vecchio, si può parlare di coscienza. Questa funzione, applicata al susseguirsi di fenomeni di conoscenza (non solo sensoriali) genera il fenomeno della coscienza. Come fenomeno dinamico, che si protrae nel tempo, può essere identificata come un vero e proprio processo.

Ma, anche mettendo da parte, per il momento, la “scienza tradizionale” (eventualità assurda e che io non farei neanche sotto tortura), per quanto mi sforzi, proprio non riesco a comprendere come si possa escludere la “coscienza”, anche intesa nella forma restrittiva moderna, vuoi in senso psicologico, psichiatrico, filosofico o etico, nell’atto creatico. A meno che non si voglia far diventare, da una parte, l’artista uno zombie posseduto da forze interiori del tutto soggettive (e sottolineo soggettivo, perchè l’inconcio è legato al singolo, nel senso che due inconsci non sono paragonabili, rapportabili) e, dall’altro, il fruitore dell’opera, una sorta di sonnambulo, perso nelle sue fantasie inconsce. A proposito di “zombie” e “sonnambuli”, se ti va di leggere una versione ironica del “dormiente” nelle sue sette componenti o parti (lo zombie, l’inadeguato, il succube, il sonnambulo, il beato, lo scalatore, il potente) ti consiglio di leggere, senza ombra di dubbio :D, il capitolo 2 del mio Infinito, Zero, Punto, Uno.

Se, poi, per inconcio si volesse far riferimento non a quello “individuale”, “soggettivo”, ma a quello “collettivo”, di “junghiana” memoria, quindi facendo appiglio alla psicoanalitica, allora si potrebbe trovare un possibile punto di equilibrio. Sorge però spontanea la domanda: perché dovrei cercare possibili appigli al fine di scalare una montagna per scoprire, magari dopo, che la vetta non m’interessa e non mi stimola? Perchè dovrei navigare a vista per mari tempestosi, quando posso tranquillamente starmene in un porto e aspettare che le acque si calmino, così da riprendere dopo il mio viaggio? Perché, insomma, dovrei mettere da parte la concezione di “coscienza” derivante dalla tradizione, e abbracciare terminologie più o meno incomplete, con tutto ciò che ne consegue?
No, grazie! Al “moderno” preferisco l'”antico”, anzi la “Tradizione”.

Piccolo memorandum per un commento: chi o cosa è l’angelo? il bambino di destra? il bambino di sinistra? il mazzolino di bucaneve? il rigagnolo? il lago o il mare? le montagne? il cespuglio? ecc. Ed il quadro nel suo insieme chi o cosa dovrebbe essere, o dovrebbe rappresentare?

Sempre se hai tempo, e la cosa non disturba il tuo psichismo, ti invito a vedere il video sottostante. Mi sembra il tipico caso in cui, prendendo un’opera famosa e interpretandola arbitrariamente, si ritenga di aver fatto “arte”. Lasciamo perdere il testo della canzone, ma, secondo te, esiste una relazione tra l’angelo del video e quello del quadro? Esiste una connessione tra i due ragazzi del video e quelli del quadro? e il paesaggio? Lasciamo perdere! Quando si rimane al primo livello (quello letterale) di un’opera simbolica, è ovvio che vengano fuori, poi, delle “idee” che con l’opera medesima hanno poco o nulla a che vedere.

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About Thorosan

Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

One thought on “Hugo Simberg, L’angelo ferito ovvero «perché il simbolo?»

  1. Ciao, e grazie per il commento 🙂
    Vorrei chiarire un paio di punti dubbi, e magari anche sollevare una polemica che spero non divenga soltanto un vano scambio di posizioni irriconciliabili, ma magari l’inizio di un bel dialogo.
    Riprendo la numerazione:

    3: la “passività” come la intendo io è semplicemente l’umiltà di ascoltare l’opera, invece di volerle imporre forzatamente un contenuto premeditato.
    In un certo senso, la mancanza di umiltà è proprio la parte che non digerisco di quella corrente di pensiero che si definisce “scienza tradizionale”; la convinzione di possedere la verità preclude ogni ragionamento, perchè di per sè è più simile ad una fede che ad una conclusione logica.
    La conclusione è una tautologia: quello che penso io è “Tradizione” e verità oggettiva, mentre quello che non concorda con la mia linea di pensiero è soggettivo (o nei casi più agguerriti controiniziatico e antitradizionale…).
    Per quanto mi riguarda, ognuno è libero di scegliere la propria via; per come la penso io, essere troppo sicuri di sè stessi porta ad un appiattimento, e la mancanza di cambiamento è per forza di cose anche mancanza di miglioramento di sè. Ma se per migliorare (evito accuratamente il termine progredire) è necessario cambiare, allora è necessario anche mettere in dubbio sè stessi, le proprie convinzioni, persino i propri credi.
    Ecco il perchè del “perdersi” nel quadro: il coraggio di lasciar liberi gli ormeggi è la condizione necessaria per raggiungere nuovi porti.
    Capisco perchè tu deprechi questo modo di porsi: il mio è l’esatto opposto del modus operandi conservatore.
    Mutamento e conservazione sono due poli del pensiero: vorrei evitare schieramenti, ma mi viene naturale immaginarci ai due lati di una scacchiera, tu sul fronte della tradizione e io dalla parte del progresso.
    Dalla tua hai l’assoluto, mentre dalla mia ho un relativismo abbastanza spinto; il tuo modo di vedere ti presenta l’avversario come errore, e di conseguenza tu dalla parte della verità, mentre il mio punto di vista mi mostra sia le tue idee che le mie come mere opinioni. Ci può essere un dialogo che non sia né opposizione né rinuncia?

    8: La nostra differenza di base si palesa anche nella terminologia; quando uso determinate parole trovo naturale intendo nella loro accezione corrente ed odierna, e precludo da eventuali significati passati.
    Per inconscio intendo tanto quello personale che quello collettivo. Col tempo mi sono fatto l’idea che fra i due non c’è una divisione netta e distinta, ma piuttosto una sfumatura graduale ed interconnessa.
    Non serve certo spegnere la coscienza per dare modo all’inconscio di esprimersi; anche nell’atto che noi riteniamo più conscio c’è sempre una componente inconscia. Credere il contrario significa semplicemente una mancanza di autoanalisi.
    Ma normalmente questa componente inconscia rimane inascoltata e incompresa; nell’arte invece abbiamo l’occasione di poterla ricevere e affrontare.

    Ho trovato molto interessante la domanda “Perchè dovrei navigare a vista per mari tempestosi, quando posso tranquillamente starmene in un porto e aspettare che le acque si calmino, così da riprendere dopo il mio viaggio?”
    Mi è venuta in mente la diversità di approcci al sacro, osservabile ad esempio anche all’interno del cristianesimo. E’ un buon cristiano colui che accetta con fiducia e senza dubbio le scritture, evita il peccato e si reca ogni domenica in chiesa. Ma è altrettanto un buon cristiano l’anacoreta che si rifugia nel deserto, nel cui silenzio infuriano amplificate le tempeste delle passioni, e lì affronta a viso scoperto i propri demoni, non evitando ma lottando direttamente con il peccato.
    Anche in questo caso, io non trovo giusto dichiarare una via migliore dell’altra; entrambe sono interconnesse ed indispensabili l’una all’altra, e benché mutualmente esclusive entrambe hanno il loro valore e il loro perchè.

    Insomma, io non preferisco né l’antico né il moderno; non pretendo di essere il depositario della “Tradizione”, né tanto meno mi faccio portabandiera di verità nuove e rivoluzionare. Semplicemente, cerco di guardarmi attorno, con gli occhi ben aperti, e solo dopo aver ben osservato mi concedo di tentare un ragionamento, senza idee preconcette a priori, e comunque ben conscio che si tratta solo di un salto nel buio.

    Gli aggiornamenti del blog li faccio venir fuori in automatico il lunedì ed il giovedì, ma molti dei pezzi sono già scritti da tempo. Proprio domani dovrebbe uscire un breve articolo sulla Circe Invidiosa di Waterhouse, in cui accennavo al rapporto fra coscienza ed inconscio secondo il mio modo di vedere. Senza dubbio anche quello solleverà le tue obiezioni, ma sinceramente le gradisco molto, perchè trovo molto stimolanti le idee diverse dalla mia, specialmente in questi tempi in cui la risposta generalizzata è di solito l’apatia.

    A breve,
    Francesco

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