Fenice

Introduzione

La Fenice (dal greco phòinix, “rosso porpora”) è il leggendario “uccello” la cui mitologia si perde nell’alba dei tempi. Come per molti altri animali mitici (e come per qualsiasi mito), ci sono molteplici interpretazioni attribuite al suo simbolismo, oltre che differenziazioni nella descrizione del mito medesimo. Dotata di notevole forza (infatti è capace di trasportare, anche per notevoli distanze, oggetti molto pesanti)  e con un’ugola degna del miglior usignolo (tale da incantare qualsiasi divinità), è descritta con il manto del corpo di colore rosso, le ali di colore purpureo e dorato (per altri le piume delle ali sono variopinte), il collo color d’oro,  un lungo becco affusolato, lunghe zampe, la coda presenta riflessi lucenti e possiede due piume ritte in capo, l’una azzurro tenue e l’altra rosa.
In un’Apocalisse attribuita a Baruch (Apocalisse siriaca di Baruc, Apocrifo dell’Antico Testamento) si legge che sulla sua ala destra sarebbero scritte a lettere cubitali, alte circa quattromila stadi, queste parole: “non è stata la terra a generarmi, e nemmeno i cieli, ma solo le ali di fuoco“.
Per alcuni la Fenice si nutre solo della rugiada mattutina, per altri si nutre d’incenso, mirra e cinnamomo (pianta della famiglia delle lauracee, di cui una specie dà la cannella e un’altra la canfora).
Vive  cinquecento anni (ma varia a seconda delle versioni, per alcuni 540, 900, 1000, 1461 o 1468 e, addirittura, 12954 o 12994 anni) e quando si accorge di stare per morire prepara una pira funeraria con dei rami di erbe aromatiche e al tramonto, rivolta verso il sole calante con le ali aperte, dà fuoco alla pira, lasciandosi consumare dalle fiamme.

Da qui nascono diverse ipotesi, tra le quali le seguenti due che vanno per la maggiore:
1) la Fenice rinasce “pimpante” dalle proprie ceneri e dopo tre giorni o nove (è controversa la cosa, in verità sia il tre sia il nove indicano il processo “morte terrena/nascita ultraterrena – vita ultraterrena – morte ultraterrena/nascita terrena” e viceversa  “morte ultraterrena/nascita terrena – vita terrena – morte terrena/nascita ultraterrena” ) spicca di nuovo il volo, ripetendo il tutto ogni 500 anni;
2) la Fenice muore, ma nelle sue ceneri c’è un uovo (depositato dalla medesima) che, dopo poco, si schiude facendo apparire una splendida “nuova” Fenice; in questo caso il leggendario uccello vive per 1000 anni, per poi ripetere lo stesso rituale.

Simbolismo

Indipendentemente dai particolari, che comunque hanno la loro importanza (penso ai numeri 3 e 9, e al numero degli anni di vita), è evidente che la Fenice rappresenta simbolicamente, da una parte,  il mito dell’immortalità, e, dall’altra, quello della rinascita. L’immortalità, in questo caso, però, non è da intendersi in senso lineare (cioè come la vita con durata eterna legata allo stesso soggetto per sempre), ma in senso circolare (cioè sempre come la vita con durata eterna, legata, però, questa volta, al cambiamento, al movimento, al rinnovamento del soggetto che continuamente rinasce con periodicità). Insomma, la Fenice come simbolo del tempo “circolare”, in contrapposizione con quello “lineare”, tipico della società moderna.
Il mito della Fenice è inerente alla qualità divina del genere umano, ossia alla sua innata capacità di sopravvivere a se stesso, ma facendo attenzione a non considerare questa capacità come una mera e semplice sopravvivenza. Se ci si limita a osservarla esclusivamente da questa prospettiva, la ciclicità diventa una trappola, per non dire una vera iattura.  La ciclicità ha valore a una sola condizione, che rappresenti cioè anche un’evoluzione, ossia il fine della ciclicità, della rinascita, dell’immortalità deve essere il raggiungimento di una “consapevolezza”, di una “maturazione” sempre più profonda, più evoluta.  Senza quest’accortezza la Fenice rimane prigioniera di se stessa, ma ciò nulla toglie alla potenza evocativa dell’animale né cambia il suo simbolismo, che è, e resta, quello della rinascita, della rigenerazione, del rinnovamento, della ciclicità, del processo che si autogenera.

Le origini

Bennu, la "Fenice" egiziana

Bennu, la “Fenice” egiziana

Si fanno risalire le origini di questo mitico “uccello” agli Egiziani, ma con ogni probabilità, come per quasi tutti i miti, l’origine dovrebbe essere ricercata presso gli Assiro-Babilonesi e, per conseguenza, presso i Sumeri, da cui tutti (o quasi tutti) i miti ebbero origine. Sta di fatto che nei Testi delle Piramidi (2375-2055 a.C.), e in altri scritti geroglifici, troviamo indicazioni sul Bennu, Benu o Benhu (letteralmente “brillare”, “splendere”, “librarsi in volo”, “puntare al cielo”), che dapprima aveva le sembianze di un passeraceo e poi divenne un trampoliere dal becco lungo e sottile, con due piume dietro il capo, quindi un uccello sacro che aveva l’aspetto, all’incirca, di un ibis, dal colore splendido, dorato o rosso, con la lunga coda azzurra e le piume infuocate. Dalla testa partivano due lunghe piume di colore diverso, sempre azzurre, rosse o dorate.Veniva in genere raffigurato con l’Atef, il simbolo del disco solare, in cima al capo, proprio perché i trampolieri sorgono dall’acqua come il sole all’alba, quindi rappresentava il cammino dell’astro nel cielo, che sorgeva e tramontava.

Nell’antico Egitto il Bennu era connesso a Ra [i] (ovvero Atun [ii] in seguito Amon [iii], quindi Aton [iv]), il dio Sole. Secondo la leggenda Ra (o Atun) emerse dall’oceano primordiale autogenerandosi con un atto di volontà. Quindi, assunte le sembianze di una fenice, volò sull’obelisco Ben-Ben di Heliopolis[v], una sacra pietra conica venerata nel tempio solare di Heliopolis sulla “collina di sabbia” del tempio dove il dio primevo si era manifestato e nel luogo dove cadevano i primi raggi del sole nascente. Secondo i Testi delle Piramidi, invece, il dio sarebbe nato proprio dall’obelisco del tempio della fenice.

Sull’obelisco e sul nome Ben-Ben (da cui il nome Benu, Bennu o Benhu del volatile associate alla Fenice) dovrò tornarci, quando analizzerò il mito della Fenice dal punto di vista “extraterrestre”.

Dato il simbolismo della Fenice-Bennu è facile l’accostamento anche a un’altra divinità solare, Osiride, che muore e grazie a Iside rinasce e prima di andare nell’aldilà origina il figlio ed erede Horus. Infatti, accanto al sarcofago di Osiride è raffigurato l’Albero della Vita con sopra appollaiata la fenice (simbolo diffuso nelle tombe egizie).

Nel Libro dei Morti si trova addirittura una formula per far assumere al defunto la forma della Fenice-Bennu come dimostra questa invocazione:

«Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dèi nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino».

Diventa quindi facile l’associazione con il pianeta Venere (chiamato “la stella della nave del Bennu-Asar”), con il Vespero, con la Luce in senso generale.

Quanto esposto richiama alla mente quel “biricchino” di Lucifero, «la graziosa stella, La quale lieta si leva inanzi a l’alba, e lucifero ha nome» (di cui mi occuperò ampiamente nel mio libro Due e Dualità, seconda parte di BAGLIORI DI VERITÀ) e quindi tutta la mitologia Assiro-Babilonese-Sumerica legata all’Enuma Elish, nonché la mitologia indiana esposta nei Ṛgveda (penso ad Agni e Indra). Insomma, senza tanti giri di parole, il mito della Fenice, a mio modesto avviso, non rappresenta semplicemente uno dei tanti miti sugli animali, ma indica propriamente il Mito, la Fenice è il Mito. Come potrebbe essere diversamente? La Fenice, con la sua assonanza con il simbolismo del Sole, racchiude in sé l’essenza del processo (morte-vita-nascita ovvero nascita-vita-morte), della rinascita, del cambiamento, del nuovo che avanza pur essendo legato in qualche modo al vecchio, del passato-presente-futuro, mentre la relazione con il fuoco, la rende fonte di calore, energia, vita, amore, infine il suo nesso con la luce fa sì che possa anche essere vista come fonte di saggezza, di conoscenza, di opposizione all’oscurità, all’ignoranza.

A causa del suo aspetto simile a un airone, il Bennu era una figura che annunciava il ritorno di un periodo fertile e prospero. L’airone, infatti, era solito comparire sulla sommità delle rocce del fiume Nilo, dopo la periodica inondazione che fecondava la terra con il limo. Un mito egizio della creazione narra, addirittura, che il Bennu fosse il primo essere animato a sorgere sulla collina emersa dal caos delle acque primordiali.

Di Bennu ne poteva esistere solo uno per volta, proprio come il sole. Era sempre di sesso maschile e viveva in prossimità di una sorgente d’acqua fresca, in un’oasi dell’Arabia (da qui l’epiteto “araba fenice”) che era pressoché introvabile. Lì, ogni mattina faceva il bagno nell’acqua della fonte e intonava una melodia talmente soave che il sole fermava il suo corso per ascoltarla. Secondo un’altra versione sarebbe il Nilo la sorgente d’acqua da cui il Bennu cantava a mezzogiorno le sue dolci melodie.
Talvolta lo si poteva veder volare a Heliopolis (Eliopoli) per depositarsi sul salice sacro o sull’obelisco, chiamato BenBen, all’interno della città.

Ardea cinerea

Qualcuno ha voluto identificare il Bennu con l’ardea cinerea (o airone cinereo), che gli antichi Egizi avevano l’abitudine di aspettare, considerando l’evento di buon auspicio e speranza, presso il salice sacro della città di Heliopolis. Secondo una leggenda, il Bennu sarebbe addirittura nato dal fuoco che ardeva sul sacro salice di Heliopolis. In tarda età, il Bennu costruiva un nido di arbusti profumati (cannella, mirto, incenso, sandalo, mirra e altro) sui rami di una quercia. Poi, lasciava che i profumi gli dessero una morte dolce, mentre il sole bruciava gli arbusti. Cantando una canzone meravigliosa, si lasciava consumare dalle fiamme. Dal mucchietto di cenere, dopo tre giorni, spuntava così una nuova creatura, identica alla prima. Secondo un’altra storia, le ceneri mischiate alla mirra prendevano la forma di un uovo, depositato nel tempio di Ra a Heliopolis; a volte da una divinità o dal Bennu stesso, a seconda delle versioni. Il Bennu fu il primo a sorgere dalla collina primordiale, dove ebbe origine la vita. Proprio su quella collina, poi, fu edificata la città di Heliopolis.

Quattro piramidi sono state dedicate alla fenice:

1. quella di Cheope, presso Giza, detta “dove il sole sorge e tramonta”;
2. quella di Sahura, ad Abusir, “splendente come lo spirito Fenice;
3. quella di Neferikare, “dello spirito Fenice”;
4. quella di Reneferef, “divina come gli spiriti Fenice”.

L’evoluzione

Dall’Egitto, la leggenda si diffuse in Grecia grazie a Esiodo ma soprattutto a Erodoto. Nella sua Storia, fu  il primo che descrisse in modo preciso l’aspetto della Fenice e le sue caratteristiche. Secondo lo storico greco l’uccello era più o meno della grandezza di un’aquila e il suo piumaggio era in parte oro brillante e in parte rosso cremisi. Nonostante l’aspetto dell’animale sia profondamente cambiato rispetto alla tradizione precedente, Erodoto si riallaccia comunque al culto egiziano, affermando che la Fenice giungeva dall’Arabia a Eliopoli ogni cinquecento anni, in occasione della morte del genitore, le cui salme erano state imbalsamate in un uovo di mirra. La nuova Fenice portava con sé l’uovo per depositarlo e bruciarlo sull’altare del dio del sole.  Sempre Erodoto ci svela che, prima di morire, la Fenice si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido d’incenso e cannella sopra una quercia o una palma, accatastando le piante aromatiche in modo da formare un uovo. Dopodiché, adagiatasi nel giaciglio, lasciava che i raggi del sole incendiassero il nido e si lasciava consumare dalle fiamme. Incendiandosi, le piante aromatiche diffondevano un dolce profumo, che accompagnava sempre la morte della Fenice. Dalle ceneri, poi, spuntava una larva o un uovo, che i raggi del sole contribuivano a trasformare in una Fenice adulta in tre giorni attraverso il loro calore. In seguito, come già accennato, la nuova creatura si dirigeva verso Eliopoli e si posava sull’albero sacro.

«Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l’ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poiché è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Eliopoli) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall’Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sé i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull’altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un’aquila.» (Erodoto, Storia II, 73).

Ovviamente questa figura non poteva non essere citata anche da scrittori romani, che dibatterono molto su alcune caratteristiche della Fenice (il cibo di cui si nutrisse, sulla modalità della sua morte), ma mantenendo in generale inalterati i tratti fondamentali fissati da Erodoto. Per esempio Ovidio, nelle sue Metamorfosi, scrive:

Tutti gli esseri viventi, comunque, traggono origine da altri; l’unico a nascere riproducendosi da sé è un uccello che gli Assiri chiamano fenice. Non di erbe o di frumento vive, ma di lacrime d’incenso e stille d’amomo, e quando giunge a cinque secoli di vita, se ne va in cima a una tremula palma e con gli artigli, col suo becco immacolato si costruisce un nido tra il fogliame. E non appena sul fondo ha steso foglie di cassia, spighe di nardo fragrante, cannella sminuzzata e bionda mirra, vi si adagia e conclude la sua vita fra gli aromi. Allora, si dice, dal corpo paterno rinasce un piccolo di fenice, che è destinato a vivere altrettanti anni. E quando l’età gli ha dato le forze per reggere alla fatica, libera i rami sulla cima della pianta dal peso del nido, religiosamente prende con sé la culla, sepolcro del padre, e, giunto sull’alito dell’aria alla città di Iperione, davanti alle porte sacre del suo tempio la posa.

Ovidio, quindi, rimane fedele alla storia tramandata da Erodoto, aggiungendo però alcuni particolari: il nutrimento della Fenice e il fatto di trasportare a Eliopoli non solo le salme del genitore, ma anche il proprio nido.

Tacito negli Annales arricchisce la storia, descrivendo come la giovane Fenice porti l’intero corpo del genitore morto a Eliopoli per bruciarlo sull’altare del sole, aggiungendo quindi il simbolismo del fuoco.

E’ bene evidenziare che il continuo riferimento a Eliopoli non era casuale. Lì, i sacerdoti di Ra erano soliti conservare i testi dei tempi passati in archivi. Se si tiene presente questo dato importante, la Fenice diveniva così il nuovo profeta, il nuovo messia che distruggeva gli antichi testi sacri per far rinascere una nuova religione dalle ceneri di quella precedente.

Durante l’impero romano, la Fenice smise i panni del sole che tramontava e risorgeva ogni giorno e assurse a simbolo dello stesso impero che, pur alterandosi, si rinnovava sempre ed era immortale.

Le differenziazioni

L’idea di rinnovamento e rigenerazione legata alla Fenice non poteva restare confinata solo al mondo classico. Infatti, il favoloso uccello era presente già nella tradizione ebraica, dove assunse il nome di Milcham. Dopo che Eva mangiò il frutto proibito, divenne gelosa dell’immortalità e della purezza delle altre creature del Giardino dell’Eden, così convinse tutti gli animali a mangiare a loro volta il frutto proibito, affinché seguissero la sua stessa sorte. Solo l’uccello Milcham resistette alla tentazione, così Dio (in alcune versioni l’Angelo della Morte) la  ricompensò con la facoltà di non conoscere mai la morte. Milcham si chiuse (ovvero fu posta da Dio) in una città fortificata per mille anni senza timore di morire:

“Mille anni è lunga la sua vita e quando i mille anni son passati il suo nido prende fuoco e l’uccello brucia. Si salva un solo uovo, che diventa un pulcino, che poi vivrà ancora mille anni. Altri dicono che, passati  mille anni, il suo corpo avvizzisce e l’uccello perde le penne e le ali. Poi rinnova completamente le sue piume e vola verso l’alto come un’aquila, diventando immortale”.

Enoc vide le fenici quando fu rapito in cielo e le descrisse come creature alate, meravigliose e strane a vedersi purpuree come l’arcobaleno e la loro altezza è di novecento misure. Hanno dodici ali come gli angeli, scortano il carro del sole seguendolo nel suo corso e dispensando calore e rugiada così come Dio comanda loro. Al mattino, quando il sole s’appresta al giro quotidiano, le fenici e Chalkedri cantano e tutti gli uccelli frullano le ali allietando Colui che dispensa la luce e cantando un inno per volontà del Signore.

La simbologia della Fenice, con la sua vittoria sulla morte con relativa resurrezione, ben si addiceva alla figura di Gesù Cristo. La religione cristiana riprendeva in seguito le caratteristiche salienti del mito per adattarle alla figura del Cristo. Ben presto, la Fenice divenne parte dei bestiari dell’epoca medievale. In particolare,  nel Physiologus, “Fisiologo”, (II sec. d.C.) viene  proposta una diversa versione del mito trasmesso da Erodoto, ossia si racconta che la Fenice era originaria dell’India  e ogni cinquecento anni si dirigeva verso il Libano, dove si profumava le ali con piante aromatiche e si annunciava al sacerdote di Eliopoli. Costui, ricevuto il segnale, preparava sull’altare una pira di sarmenti di legno dove l’uccello si sarebbe posato e avrebbe preso fuoco. Dopo la morte sul rogo, il sacerdote trovava un piccolo vermicello, che in tre giorni si sarebbe trasformato nella nuova Fenice.

 C’è un altro volatile che è detto fenice. Nostro Signore Gesù Cristo ha la sua figura, e dice nel Vangelo: «Posso deporre la mia anima, per poi riprenderla una seconda volta».
Per queste parole i Giudei si erano scandalizzati e volevano lapidarlo. C’è dunque un uccello, che vive in alcune zone dell’India, detto fenice. Di lui il Fisiologo ha detto che, trascorsi cinquecento anni della sua vita, si dirige verso gli alberi del Libano, e si profuma nuovamente entrambe le ali con diversi aromi. Con alcuni segni si annuncia al sacerdote di Eliopoli nel mese nuovo, Nisan o Adar, cioè nel mese di Famenòth, o di Farmuthì. Dopo che il sacerdote ha avvertito questo segnale, entra e carica l’altare di sarmenti di legno. Quindi il volatile arriva, entra nella città di Eliopoli, pieno di tutti gli aromi che sprigionano entrambe le sue ali; ed immediatamente vedendo la composizione di sarmenti che è stata fatta sull’altare, si alza e, circondandosi di profumi, un fuoco si accende da solo e da solo si consuma. Poi, un altro giorno, giunse un sacerdote e, dopo aver bruciato la legna che aveva collocato sopra l’altare, trovò qui, osservando, un modesto vermicello, che emanava un buonissimo odore. Poi, al secondo giorno, trovò un uccellino raffigurato. Il terzo il sacerdote tornò a vedere e notò che l’uccellino era divenuto un uccello fenice. Una volta salutato il sacerdote, volò via e si diresse al suo luogo antico. Se invero questo uccello ha il potere di morire e di nuovo di rivivere, nel modo in cui gli uomini stolti si adirano per la parola di Dio, tu hai il potere come vero uomo e vero figlio di Dio, hai il potere di morire e di rivivere. Dunque come ho detto prima, l’uccello prende l’aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell’Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». E di nuovo: «Così sarà ogni scrittore dotto nel regno dei cieli, offrendo rose nuove ed antiche dal suo tesoro»

Oro, incenso e mirra furono i doni offerti dai Re Magi a Gesù, sottintendendo la sua nascita “solare” e le sue valenze cosmiche (non a caso il Natale cristiano si celebra nei giorni di un’antica festa solare).
I Padri della Chiesa ne trattano in riferimento all’anima immortale e alla risurrezione di Gesù, e si legge in un Bestiario Medioevale:

«Il nostro Signore Gesù Cristo mostra le caratteristiche di questo uccello, dicendo “Io ho il potere di interrompere la mia vita e di riprenderla” (Giovanni, 10-18). Se perciò la Fenice ha il potere di distruggersi e di rivivere, perché va scioccamente contro la Parola di Dio? Il nostro Salvatore discese dal paradiso riempiendo le sue ali con la fragranza del Vecchio e del Nuovo Testamento, Egli offrì se stesso a Dio suo Padre per la nostra salvezza sull’altare della Croce, e nel terzo giorno resuscitò. […] Perciò la Fenice è il simbolo della resurrezione, non è un esempio di uccello, ma un esempio per l’uomo. Chi Crede in Dio non muore per sempre. Anche tu o uomo, costruisci una coperta per te stesso e spogliati della tua vecchia natura umana con la tua prima morte e mettitene una nuova. Cristo è la tua coperta, il tuo scudo, il tuo fodero e ti nasconde nel giorno del male. Vuoi sapere perchè la Sua copertura è la tua protezione? La tua copertura è il destino, riempila con le fragranze delle tue virtù di castità, pietà e giustizia. Quindi come la Fenice usa fragranze di erbe aromatiche, così l’uomo deve usare le fragranze delle sue virtù per resuscitare. Il punto dell’esempio è che tutti dovrebbero credere nella verità della venuta della resurrezione. Notate come la natura degli uccelli offre alle persone la prova della resurrezione come proclamano le Scritture e il lavoro della natura conferma.»

Al mito di quest’uccello che rinasce dalle proprie ceneri è collegato anche il simbolo dell’uovo. La descrizione della fenice che nell’uovo rinasce e nell’uovo muore, riallacciandosi al mito dell’ Uovo cosmogonico.[vi]. L’uovo assume valore di creazione primordiale e rinascita: tutt’oggi nella festa di Ostara (Eostre, Easter, Pasqua) si usa offrire uova per celebrare il rinnovo dell’anno a primavera. Dioniso veniva spesso raffigurato con un uovo in mano, mentre nell’orfismo veniva proibito agli adepti il consumo di uova in quanto tendeva ad interrompere il continuo ciclo reincarnativo.

Nel periodo Medioevale, secondo gli alchimisti la Fenice altro non era che la Pietra filosofale stessa il simbolo del compimento della Trasmutazione Alchemica, processo Misterico equivalente alla rigenerazione umana (esiste anche un preciso riferimento allegorico nell’Opera del Rosso).

Anche l’ermetismo si è appropriato della figura della fenice, conservando il rapporto con la croce (intesa qui come unione dei quattro elementi) su cui figura il  motto I.N.R.I. Questo noto acrostico, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, diventa nell’ermetismo Igne Natura Renovatur Integra, “attraverso il fuoco la natura si rinnova integralmente”.

Dante Alighieri nell’Inferno tratta della Fenice e narra concisamente i suoi costumi nel canto dei mutanti, associato alla metamorfosi eterna (Inferno, Canto XXIV, 107-111):

Così per li gran savi si confessa che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba né biado in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, e nardo e mirra son l’ultime fasce”.

Nel mondo

Il mito della Fenice, come è facile intuire si trova praticamente in tutte le culture della terra, dalla Cina all’India, dall’America del sud a quella del nord passando per il centro, dal Giappone alla Russia.

In Cina

Feng-Huang

I cinesi hanno un gruppo di quattro creature magiche che presiedono i destini della Cina, e rappresentano le forze primordiali degli animali piumati, corazzati, pelosi e con squame. Si identificano con i 4 punti cardinali: il Sud è rappresentato dal Feng: rappresentava il potere e la prosperità, ed era un attributo esclusivo dell’imperatore e dell’imperatrice. Era la personificazione delle forze primordiali dei Cieli, e talvolta veniva rappresentata con la testa e la cresta di fagiano e la coda di pavone. Nel becco portava due pergamene o una scatola quadrata che conteneva i Testi Sacri. Si dice inoltre che la sua canzone contenesse le cinque note della scala musicale cinese, e che la sua coda includesse i cinque colori fondamentali (verde, rosso, giallo, bianco e nero), e che il suo corpo avesse corrispondenza con i corpi celesti (la testa simboleggiava il cielo; gli occhi, il sole; la schiena, la luna; le ali, il vento; i piedi, la terra; e la coda, i pianeti).
Il Feng viene a volte dipinto con una sfera di fuoco che rappresenta il sole, ed è chiamato “l’uccello scarlatto”: l’imperatore di tutti gli uccelli. Nato dal fuoco nella “Collina del Falò del Sole “, vive nel Regno dei Saggi, che sta ad Est della Cina. Beve acqua purissima e si ciba di bambù. Ogni volta che canta, tutti i galli del mondo l’accompagnano nella sua canzone di cinque note. Appare soltanto in tempi di pace e prosperità, e scompare nei tempi bui . Diversamente dal Benu, il Feng può essere maschio o femmina, e vivere in coppia – coppia che rappresenta la felicità della coppia di sposi. Al concepimento, è il Feng a consegnare l’anima del nascituro nel grembo della madre.

In India

Nella cultura induista e buddista, esite una figura mitologica di nome Garuda. Ha ali e becco d’aquila, un corpo umano, la faccia bianca, ali scarlatte e un corpo d’oro. È uno dei Supremi, depositari della conoscenza. È un’acerrima nemica dei Naga (cioè draghi e serpenti).

In Giappone

Nella mitologia giapponese esiste la figura di Karura; ha il corpo di uomo e il volto con un becco d’aquila, in grado di sputare fuoco. Trae origine dalla divinità hindu Garuda; infatti Karura è la traduzione fonetica giapponese di Garuda. Viene spesso confusa con la cinese Fenghuang, che ha invece in Ho-oo il suo equivalente giapponese.

In America

Il dio uccello (o serpente piumato) dell’America centrale, Quetzalcoatlaveva il dono di morire e risorgere. Il nome “Quetzalcoatl”, nella lingua nahuatl, significa letteralmente serpente con piume di Quetzal (il che rimanda a qualcosa di divino o prezioso). I vari significati riferiti al suo nome nelle altre lingue mesoamericane sono abbastanza similari. I Maya lo chiamavano Kukulkán, i Quiché, Gukumatz. Oltre che come “serpente” (coatl) e “uccello” (quetzal)», da cui  “serpente piumato”  il nome può essere anche interpretato come “gemello” (coatl) e “prezioso” (quetzalli), in quanto Quetzalcoatl è il gemello di Xolotl: i due, come stella del mattino e stella della sera, scomparivano per poi ricomparire dopo aver soggiornato nel mondo sotterraneo dei morti.
La divinità del serpente piumato ha rivestito una certa importanza, sia nell’arte che nella religione, in gran parte del territorio mesoamericano, per quasi 2.000 anni, dall’età pre-classica fino alla conquista spagnola. Tra le civilizzazioni che praticavano il culto del serpente piumato ricordiamo gli olmechi, i mixtechi, i toltechi, gli aztechi ed i maya.

Anche le varie tribù dei Nativi Americani annoverano far gli spiriti animali un uccello di fuoco o di tuono, saggio e potente, assimilabile all’araba fenice. Presso i Dakota tale uccello era chiamato Wakonda.  Per i Sioux incarna il “grande potere superiore”, divinità generosa fonte di saggezza che sostiene il mondo e illumina lo sciamano.

In Russia

C’è un uccello di fuoco anche nelle antiche leggende russe, e in genere la fenice è protagonista di molte delle bellissime favole di quelle terre. Ricordo il famoso balletto “L’uccello di fuoco” di Igor´ Fëdorovič Stravinskij.

Extra

Adesso iniziano i problemi, perché ciò che sto per dire smonta, mette in crisi, qualsiasi visione mitica; inoltre punta il dito sulle origini del mito, intendo dire non solo del mito della Fenice, ma di qualsiasi mito, seminando il dubbio.
Secondo Zecharia Sitchin[vii], qualsiasi mito non è una creazione fantastica, o qualcosa da ricercarsi in avvenimenti legati alla “natura” o quant’altro, ma è semplicemente memoria di fatti realmente avvenuti in epoche remote; insomma l’interpretazione da dare ai miti deve essere di tipo letterale e, pur essendo acquisito che il mito si esprima mediante simboli, è altrettanto vero che tale linguaggio simbolico non fa riferimento a “questioni o cose” metafisiche, ma a “questioni o cose” molto fisiche.

Senza voler ripercorre in questa sede tutta la tematica esposta da Sitchin nelle sue Cronache Terrestri, mi limiterò a riportare quanto afferma in relazione al mito della Fenice nel capitolo “Gli dei che vennero sul pianeta Terra” nel libro Le astronavi del Sinai.

«Secondo gli antichi Egizi, il Ben-Ben era un grosso oggetto che, partito dal Disco Celeste, era poi arrivato sulla Terra. Era la “Camera Celeste” con cui il grande dio Ra in persona era atterrato sul nostro pianeta; il termine Ben (letteralmente Ciò che fluì fuori”) esprimeva anche i concetti di “splendere”, “puntare al cielo”.
«Un’iscrizione posta sulla stele del faraone Pi-Ankhi (vedi H.K. Brugsch, Dictionnaire Géographique de l’Ancienne Egypte) così diceva:” Il re Pi-Ankhi salì alle stelle, verso la grande finestra, al fine di vedere il dio Ra nel Ben-Ben. Il re in persona, da solo, spinse il chiavistello e aprì la doppia porta. Vide allora suo padre Ra nello splendido tempio di Het-Benben. Vide il Maad, la barca di Ra; e vide Sektet, la barca dell’Aten”.
«Presso il tempio, ci dicono gli antichi testi, vi erano due gruppi di dei che lo sorvegliavano e ne avevano cura. Il primo gruppo era formato da coloro «che stanno fuori dall’Het-Benben, anche se avevano comunque il permesso di entrare nelle parti più sacre del tempio, poiché era loro compito ricevere le offerte dai pellegrini e portarle al tempio. L’altro gruppo era composto dai guardiani veri e propri, non soltanto del Ben-Ben stesso, ma anche di tutte «le cose segrete di Ra che stanno dentro l’Het-Benben». Gli Egizi erano soliti compiere dei veri e propri pellegrinaggi a Eliopoli, per rendere omaggio e recitare preghiere al Ben-Ben probabilmente con fervore religioso simile a quello con cui i fedeli musulmani vanno da pellegrini alla Mecca, per pregare presso la Qa’aba (una pietra nera considerata una copia della «Camera Celeste» di Dio).
«Presso il tempio vi era una fontana o una sorgente, nota per le sue acque che avevano il potere di guarire gli ammalati, specie per ciò che aveva a che fare con problemi di virilità e fertilità. Il termine Ben e il corrispondente segno geroglifico ∆ [una sorta di triangolo isoscele con base stretta] acquistarono nel tempo proprio una connotazione legata ai concetti di virilità e riproduzione e ciò fu probabilmente all’origine del significato di “progenie maschile” che Ben ha in ebraico.
«Accanto al potere di restituire virilità e capacità riproduttiva, il tempio acquisì ben presto anche il potere di ringiovanire: questo, a sua volta, diede origine alla leggenda dell’uccello Ben, che i Greci, che avevano visitato l’Egitto, chiamavano Fenice (“Phoenix”). Secondo tale leggenda, la Fenice era un’aquila con un piumaggio in parte rosso e in parte dorato; ogni 500, quando stava per morire, andava a Eliopoli e in qualche risorgeva dalle ceneri di se stessa (o di suo padre).
«Eliopoli e le sue acque capaci di guarire furono venerate fino all’inizio dell’era cristiana; le tradizioni locali affermano che quando Giuseppe e Maria fuggirono dall’Egitto con il bambino Gesù, si fermarono presso la sorgente del tempio.
«Il tempio di Eliopoli fu distrutto diverse volte da invasori nemici: oggi non ne rimane nulla, e nemmeno il Ben-Ben è giunto fino a noi. Sui monumenti egiziani, però, lo si trova raffigurato come una struttura conica all’interno della quale vi è un dio.  E in effetti gli archeologi hanno trovato un modello in scala del Ben-Ben, dove si vede appunto un dio presso la porta, nell’atto di accogliere benevolmente qualcuno (Fig. a). «Il fatto che i moderni moduli di comando – cioè le capsule in cui si trovano gli astronauti, poste in cima alla navetta spaziale al momento del lancio, e con cui poi gli astronauti tornano sulla Terra (Fig. b) appaiano così simili al Ben-Ben non può che celare un’analogia di scopo e funzione.»

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[i] Ra (noto anche nella forma Rê oppure Rha (IPA:Rɑ: ) è il Dio-Sole di Eliopoli nell’antico Egitto. Emerse dalle acque primordiali del Nun portato tra le corna della vacca celeste, la dea Mehetueret. È spesso rappresentato simbolicamente con un occhio (l’occhio di Ra). A partire dalla dodicesima dinastia (ca. 1990 a.C.) in avanti fu congiunto con il dio tebano Amon fino a diventare la più importante divinità del pantheon egizio con il nome di Amon-Ra. Egli rimase per secoli il dio supremo, tranne per un breve periodo durante il periodo di Akhenaton (1350 a.C. – 1334 a.C.) quando fu imposta nell’Egitto l’esclusiva adorazione di Aton, il disco solare stesso. Il sole è il corpo di Ra, o solamente il suo occhio. In Eliopoli (la capitale del suo culto), Ra era adorato come Atum (il tramonto del sole), Ra-Harakhti (il sole allo zenit) e Khepri (“il sole che sorge”) associato ad Harmakis (Horus sorge all’orizzonte). Più tardi fu associato ad Horus. Benché Ra e Atum (“colui che completa o perfeziona”) fossero lo stesso dio, Atum era utilizzato in vari modi. Egli era primariamente il simbolo del sole che tramonta ed era anche un sostituto di Ra come creatore di Shu e Tefnut. In alcuni culti Atum era stato creato da Ptah. [Voce tratta da Wikipedia]

[ii] Nel mito cosmogonico legato all’enneade di Eliopoli si narra che in principio vi fosse Nun, il Caos incontrollato, elemento liquido e turbolento, il non creato. Dal Nun emerse una collinetta dalla quale nacque Atum. Questi sputando o eiaculando diede vita a Shu (l’aria) e Tefnut (l’umido), i quali a loro volta generarono Geb (la terra) e Nut (il cielo). Il mito racconta che questi ultimi se ne stavano sempre uniti e impedivano alla vita di germogliare, così Atum ordinò al loro padre, Shu, di dividerli. Con le mani Shu spinse Nut verso l’alto facendole formare la volta celeste e con i piedi calpestò Geb tenendolo sdraiato. In questo modo l’aria separò il cielo dalla terra. Geb e Nut, a loro volta, generarono quattro figli: Osiride, Iside, Nefti e Seth. [Voce tratta da Wikipedia].

[iii] Seguendo le fortune della città di Tebe, capitale dell’Alto Egitto, a partire dalla XVIII dinastia da dio guerriero, protettore del sovrano, divenne il dio supremo del pantheon egizio e divinità universale di tutto il mondo egizio, tanto da essere assimilato al dio del Sole Ra, sotto il nome di Amon-Ra.

[iv] Il faraone Amenofi IV e la sua grande sposa reale Nefertiti, durante la XVIII dinastia del Nuovo Regno, diedero vita ad un nuovo modo di intendere il culto del Sole, unico dio e re, con il nome Aton, sostituendolo alla teologia solare tebana che adorava Amon. Il sole, che prima veniva rappresentato come un uomo dalla testa di falco, venne simboleggiato dal disco, dal quale partono i raggi terminanti in mani tese, che porgono Ankh, la chiave della vita, agli umani e a tutto il creato. Come a dire che non bisogna adorare l’idolo, il segno, ma ciò che sta dietro, il principio di luce che dona effetti benefici a tutti, anche al di fuori dell’Egitto. I due regnanti erano sempre associati nei rituali dedicati al culto del dio, tanto da far supporre che ci fosse stata un’equiparazione tra i due, fatto altrettanto nuovo nella storia dei Faraoni.

[v] Heliopolis fu la capitale del XII distretto del Basso Egitto. Il suo nome originale era Lunu e nella Bibbia corrisponde alla città di On. Fu un centro importante per il culto del Sole, ovvero del dio Ra. Le sue rovine si trovano nei pressi del Cairo.

[vi] Se sei interessato all’Uovo Cosmogonico ti consiglio di leggere il capitolo “Uovo cosmico” nella versione aggiornata del mio “Infinito, Zero, Punto, Uno” (parte prima di BAGLIORI DI VERITÀ).

[vii] Scrittore azero naturalizzato statunitense; esperto di lingue semitiche e di civiltà sumera, è stato uno dei pochi studiosi in grado di decifrare le iscrizioni in carattere cuneiforme (anche se in ambito accademico ci sono molti dubbi al riguardo, ma questa non è una novità quando non si fa parte del mondo accademico). I suoi libri, facenti parte del ciclo Le Cronache Terrestri, hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo. Molti autori stranieri, ma anche nostrani, riportando alla “meno peggio”, quanto asserito da Zecharia Sitchin, hanno vissuto, o vivono tuttora, di “successo” riflesso.

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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