L’elefante al buio

Prima Versione, tratta da Idries Shah, I Sufi, leggermente modificata da K.T.

Di ritorno da un lungo viaggio in paesi lontani, un ricco signore portò con sé una grande gabbia di legno con dentro uno strano animale: un elefante. La gabbia possedeva dei fori, attraverso i quali l’animale respirava. Disse ai suoi amici che avrebbe aperto la gabbia l’indomani, e avrebbe mostrato loro l’animale. Assicurò loro che la sorpresa sarebbe stata grande e che un animale così non lo avevano mai visto. Gli amici, incuriositi al massimo, non vollero aspettare l’indomani e, di nascosto, andarono a far visita al loro amico, per scoprire in anticipo di quale strana bestia stesse parlando. Non potendo vedere all’interno della gabbia per il buio, ognuno pensò bene di utilizzare i singoli fori presenti nella gabbia, in modo tale da toccare l’animale. Dopo aver toccato l’animale, ognuno si fece un’idea precisa. Quindi, andarono via.
L’indomani, il ricco signore, davanti ai suoi amici, disse: «Siete pronti per vedere?»
Tutti in coro risposero: «Non c’è bisogno che ci fai vedere, sappiamo già cosa contiene. Ieri notte, a tua insaputa, abbiamo toccato l’animale con le nostre mani».
«E, di che animale si tratta?» domandò il ricco signore.
Il primo, che aveva toccato la proboscide, disse: «È una specie di grosso verme».
Il secondo, che aveva toccato le orecchie, disse: «E’ una specie di pipistrello».
Il terzo che aveva toccato la pancia, disse: « E’ una specie di bue».
Il quarto che aveva toccato la coda, disse: « E’ una specie di serpente».
Il ricco signore scoppiò in una fragorosa risata ed esclamò:
«Ecco cosa è la conoscenza senza luce: un “elefante al buoi!».

Seconda Versione (l’originale), tratta da Jalâl ad-Dîn Rûmî, Mathnawî

Alcuni indù avevano portato un elefante; lo esibirono in una casa oscura. Parecchie persone entrarono, a una a una, nel buio, per vederlo. Non potendo vederlo con gli occhi, lo tastarono con la mano.
Uno gli pose la mano sulla broboscide e disse: «Questa creatura è come un tubo per l’acqua».
Un altro gli toccò l’orecchio ed esclamò: «è un ventaglio».
Avendogli preso la zampa, un altro dichiarò: «L’elefante ha la forma di un pilastro».
Dopo avergli posato la mano sulla schiena, un altro affermò: «In verità, questo elefante è tal quale un trono».
Del pari, ogni volta che qualcuno sentiva una descrizione dell’elefante, la comprendeva in base alla parte che aveva toccato. Le loro affermazioni variavano secondo quanto avevano percepito: l’uno lo chiamava dâl, l’altro alif.1 Se ognuno di loro fosse stato munito di una candela, le loro parole non avrebbero differito. L’occhio della percezione è tanto limitato quanto la palma della mano che non poteva abbracciare la totalità (dell’elefante).
L’occhio del mare è una cosa, un’altra nè è la spuma; tralascia la spuma e guarda con l’occhio del mare!
Giorno e notte, provenienti dal mare, si muovevano le falde di spuma; tu vedi la spuma, non il mare. Come è strano!
Urtiamo gli uni contro gli altri come barche, i nostri occhi sono accecati; tuttavia l’acqua è chiara.
O tu che ti sei addormentato nel bacello del corpo, hai visto l’acqua; contempla l’Acqua dell’acqua! L’acqua ha un’Acqua che la emette, lo spirito uno Spirito che lo chiama.

1 Queste due lettere dell’alfabeto arabo, corrispondenti rispettivamnete a “d” e “a”, hanno la prima la forma di un angolo, e la seconda di un tratto verticale.

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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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