Due racconti “diabolici”

zok - diavolo che cerca

DIALOGO TRA DUE DIAVOLI

Un giovane Diavolo, tutto preoccupato, andò dal suo superiore, un vecchio Diavolo, che tutto sereno si stava godendo il panorama. «Non ha sentito le ultime novità, signore?», disse il giovane Diavolo con voce angustiata, «C’è un uomo sulla terra che sa la verità! Credo sia nostro dovere entrare in azione e metterlo fuori gioco».

Il vecchio Diavolo scoppiò a ridere: «Sei proprio giovane ed inesperto! Da quanto sei in servizio?».

«Questo è il mio primo giorno, signore» rispose il giovane Diavolo.

«Ora, capisco. Vieni, siedi vicino a me, perché devo dirti alcune cose sul nostro lavoro».

«Tanto tempo fa, ma proprio tanto, noi poveri Diavoli eravamo costretti a lavorare giorno e notte. Era un lavoro massacrante. Era un inferno, insomma. Sulla terra non passava giorno che qualcuno non aprisse gli occhi e vedesse la verità. Più noi ci impegnavamo e più le cose peggioravano. Poi, un nostro fratello, il nostro salvatore, il santo, colui che ha onorato la parola Diavolo, colui il cui nome possa essere ricordato per l’eternità, ebbe un’intuizione. Egli era un fine osservatore, possedeva il pensiero analogico o comparativo. Notò che alcuni umani, pur non avendo le capacità necessarie, riuscivano a percepire la verità nel momento culminante del nostro lavoro. Gli venne il dubbio che fosse proprio la nostra presenza la causa della loro realizzazione. In altre parole si rese conto che bisogna essere proprio ottimisti nel pensare di poter peggiorare l’uomo. Così informò i superiori della sua induzione. Da quel giorno fu dato l’ordine di non interferire più con l’umanità. Anzi, i nostri superiori fecero di più: ordinarono che, se per nostra disavventura avessimo incontrato un umano, dovevamo limitarci a sostenere sempre la verità».

«Ti sembrerà assurdo, ma da quel giorno, sempre meno umani conobbero la verità».

«Come è possibile una cosa simile?», disse il giovane Diavolo.

«È nella natura dell’uomo non voler vedere ciò che ha davanti agli occhi. La sua pigrizia gli appanna gli occhi, per cui è sempre disposto a cercare “mezzogiorno alle tre”. Volendo sintetizzare la loro natura, potrei dirti che sono sette i punti caratterizzanti: ogni specie di depravazione, conscia o inconscia; l’intima soddisfazione di indurre gli altri in errore; il bisogno irresistibile di distruggere tutto e tutti; la pigrizia, ossia l’esigenza di liberarsi da qualsiasi sforzo per vedere la verità; la tendenza ad usare ogni sorta di artificio per celare quello che altri ritengono difetti; la soddisfazione di godere tranquilli e beati ciò che non si è meritato; la tendenza a cercare di essere quello che non si è».

«I nostri superiori, poi, ebbero un’idea brillante: “istituzionalizzare” la verità, ossia incentivare la creazione di istituzioni, che si occupassero “esclusivamente” della verità, con “diversi colori”, in relazione alle diverse località, in modo tale che ogni gusto fosse soddisfatto. Certo, ci sono dei colori che sono più richiesti di altri. Ogni tanto nascono piccole incomprensioni. Ci scappa qualche morto. Ma queste sono sottigliezze,  “quisquiglie”, di cui si occupa il nostro settore marketing.  Dette istituzioni ora sono sparse su tutta la terra. Non c’è un solo lembo di terra che non sia ricoperto. Sono gestite interamente da umani e finanziate da altri umani. Nei loro luoghi di ritrovo, settimanalmente, tutti i “fedeli”, compiono piccoli, insignificanti, inutili atti, gesti, rituali».

«Se qualcuno non vuole far parte di alcuna di queste istituzioni, cosa succede?», chiese il giovane Diavolo.

«È libero di non far parte di alcuna istituzione, se non vuole.  È ovvio però che per Lui le “porte della verità” resteranno chiuse. Molti di essi, quasi tutti, comunque, saranno sempre disposti a seguire il “fumatore d’oppio” di turno, con la sua bellissima “pipa”, purché abbia uno dei seguenti requisiti: sia famoso e/o ricco e/o esotico; se poi è anche “agganciato”, direttamente o indirettamente, con qualche istituzione non guasta».

«Relativamente a quel “povero” uomo che tanto ti preoccupava con la sua conoscenza della verità, sappi che mi fa pena. Spero per Lui che lo lascino vivere in pace. Molti, prima di Lui, sono stati ammazzati per molto meno. Gli suggerirei di parlare il meno possibile e, se proprio gli scappa di dire qualcosa, spero si accerti di dirla solo ad un gruppo ristretto di “amici” fidati. Ed ora, mio giovane Diavolo, goditi il panorama, perché quello che doveva essere fatto è già stato fatto» [tratto da Kuphasael Thorosan, Due e Dualità, (seconda parte di BAGLIORI DI VERITÀ) di prossima pubblicazione]

zok - diavolo in regola

PRIMO GIORNO DI SCUOLA
L’estate era finita. La prima lezione dell’anno scolastico, per i giovani diavoli dell’Inferno, era tenuta per tradizione da Mefistofele. Lucifero si era raccomandato di rendere il percorso di quella lezione accessibile, di usare parole semplici.«Le conoscenze pregresse di questi giovani diavoli non sono più quelle di una volta, Mefistofele…questi non sanno neanche che siamo stati cacciati dal Paradiso… e poi, le risorse scolastiche sono quelle che sono…insomma, mi affido al tuo buon senso!»

Mefistofele aveva fatto cenno di si con la testa ma si era ben guardato dal pianificare la lezione. Non la preparava mai, preferiva improvvisare, seguendo i suoi umori, i pensieri. Non apriva neanche il registro, non gli interessavano i nomi degli alunni e teneva la lezione stando sempre in piedi, dietro la scrivania, senza neanche togliersi il mantello rosso, anche se in quell’aula, che era a fianco della fornace ardente, faceva molto caldo.
«Un po’ di attenzione prego, là in fondo…» , disse, dando un colpetto con la bacchetta sulla scrivania.Il brusio cessò di colpo. I diavoli guardarono affascinati quella bacchetta, simile a quella di Albus Silente, della saga di Harry Potter. Ma non era una bacchetta di sambuco. E neanche magica. Era solo una vecchia bacchetta di avorio fossile, screziata di nero. Mefistofele rifletté un momento poi iniziò a parlare, senza guardare nessuno, tanto non aveva bisogno di vederli. Facce rosse. Code dritte. Sguardi persi. Tutti uguali.«Chi non è mai stato tentato?…la tentazione… è ciò che non è o che non è stato o che avrebbe potuto essere. O ciò che sarebbe differente. O ciò che potrebbe essere nascosto. Cos’è la tentazione è la prima cosa che dovete imparare e …» si interruppe infastidito sentendo aprire gli zainetti e dette un altro colpo di bacchetta sulla scrivania, stavolta con forza.

«Non prendete appunti…non servono!»

I diavoli che avevano iniziato a scrivere fecero sparire in un baleno penne e fogli, intimoriti.

«Ogni rinuncia non fatta è la vostra meta. E questa è la seconda cosa da imparare…la terza….»

S’interruppe e sfiorò con lo sguardo i giovani diavoli immobilizzati sulle sedie, «… a terza cosa è che la tentazione che agisce unicamente sui sensi dell’uomo può fallire. Quelle dei sensi sono seduzioni, comuni, facili, semplici…inutile parlarne…».

Ignorò gli sguardi delusi degli alunni, che invece speravano che si parlasse proprio di quelle tentazioni lì…gola…vanità…lussuria…sesso… cose vere…materia, non parole fumose e inconsistenti.

«Che il desiderio di sapere è una grande tentazione è la quarta cosa che dovete imparare! Il desiderio di sapere è un abisso, un baratro…La quinta cosa è che è l’inganno è ciò che assomiglia di più alla verità. La sesta è che bisogna saper nascondere l’esistenza all’esistente. La settima, è che solo ciò che è ignoto è veramente desiderato. L’ottava, che bisogna far vedere per non far vedere. La nona è che tutto è nel nascosto…la decima …»

Il suono della campanella lo bloccò. I giovani diavoli che erano all’estremo della resistenza per quella lezione incomprensibile, si alzarono tutti in piedi di colpo, facendo tremare l’aula, spostando i banchi, sospirando di felicità per quella liberazione: «Arrivederci professore…” e uscirono di corsa, spingendosi per la paura che Mefistofele li riacchiappasse.

«La decima cosa …» proseguì imperturbabile Mefistofele…poi guardò l’aula vuota… «La decima cosa, la più importante da sapere, l’unica che è veramente importante: tutto è vanità, tentatore e tentato sono uguali,  siamo tutti Nulla!»

S’infilò la bacchetta nella tasca del mantello.

«Siamo tutti nulla!» mormorò «E del resto non fummo mai qualcosa! Se capite questo, avete capito tutto.»

 Poi uscì, circospetto, rasentando i muri del corridoio, sperando che Lucifero non lo bloccasse per chiedergli com’era andata la lezione. [Massimo Cavezzali]
zok - diavolo stanco
Note:
Le immagini sono ovviamente del grande Massimo Cavezzali. Trovo il suo racconto  “Primo giorno di scuola“, di una bellezza e delicatezza particolare, difficile da descrivere, forse perchè io sono un Prof. Quando l’ho letto per la prima volta sono rimasto come sospeso … riflessivo, direi; non nascondo che mi è scappata una lacrimuccia. Grande Massimo! Per completare il racconto di Massimo Cavezzali credo vada citata ed ascoltata Vanità di vanità di Angelo Branduardi , insuperabile la versione nel film “State Buoni Se Potete” diretto da Luigi Magni, di cui un giorno spero di poter fare una speciale e particolareggiata recensione.
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Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

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