Cicala, formica e altro

LA CICALA E LA FORMICA (Esopo)
C’era una volta, in una calda estate, un’allegra cicala sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano.
Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolse alle formiche: «Perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!»
Le formiche, senza fermarsi, continuando imperterrite il loro lavoro, dissero: «Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno. Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere.»
«L’estate è ancora lunga, c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno. Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare: io preferisco  cantare!», rispose la cicala.
Per tutta l’estate la cicala continuò  a cantare e le formiche a lavorare, ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie. La cicala scese dall’albero ormai spoglio, anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Un gelo improvviso bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare. Affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana, si avvicinò e, quasi affondando nella neve, esclamò:
«Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!»
La finestra si aprì e la formica si affacciò: «Chi è? Chi è che bussa?»
«Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!»
«La cicala, eh! Mi ricordo di te. Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?»
«Io? Cantavo e riempivo del mio canto il cielo e la terra.»
«Bene!» – replicò la formica – «Prima hai cantato, adesso balla!»

Qualsiasi cosa tu ritenga di essere (cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, induista, taoista, teosofista, agnostico, ateo, e via dicendo), non hai la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato in questa favola? Ricorda che, molto probabilmente, tuo figlio, o tua figlia, ha ascoltato questo racconto da te, in alternativa può averlo sentito a scuola o in televisione. Cosa pensi che abbia compreso?

<Cosa vuoi che abbia compreso? A risparmiare, quando è il momento opportuno! Ma anche a lavorarare indefessamente per beneficiarne dopo!>

Sì, indubbiamente, questo è lapalissiano! Tutti noi ad un primo livello (letterale-materiale) interpretiamo così,  ma mi chiedevo se per caso non avesse imparato anche altro, senza essere cosciente. Non è che a un secondo livello (emotivo-sentimentale) abbia imparato altro, ad esempio una forma di “egoismo”? Forse la formica poteva avere un atteggimento più “generoso”? Forse la favola poteva avere una fine diversa? In fondo si tratta di un “semplice” racconto, la formica poteva anche essere più “prodiga”, poteva accogliere la cicala, darle da mangare e, forse, farle comprendere (in una forma diversa dalla prima volta), che va bene cantare, ma senza esagerare (quarto livello coscienziale).

La cicala ha bussato, ma la porta non è stata aperta. Della serie: «fai attenzione a quale porta bussi, perchè rischi che non ti venga aperta, ma soprattutto che ti venga sbattuta in faccia» 🙂 (Terzo livello, intellettuale). La cicala, ora che era nelle condizioni di apprendere, aveva bisogno di qualcuno che le insegnasse il “lavoro”, ma non le è stata offerta l’occasione.

IL LADRO E LA COPERTA
Un ladro entrò nella casa di un Sufi e non vi trovò nulla. Stava andando via quando il Sufi si accorse del suo disappunto, così gli gettò la coperta in cui dormiva, affinché non se ne andasse a mani vuote.

Non dico che la formica dovesse comportarsi come un Sufi, se preferisci come un “buon” cristiano, ma forse nella favola doveva essere messa in evidenza una maggiore “coscienza”, insomma maggior “cuore”, anche se la parola “cuore” può dare adito a fraintendimenti. Ciò che voglio dire è che la formica doveva prendere in considerazione lo stato attuale della cicala e il forte rischio che potesse lasciarci la pelle, insomma c’erano buone probabilità per la cicala di morire. Con questo non intendo dire che la morte non possa essere il giusto “premio” per una condotta estremamente sbagliata.

LA MORTE DI UN GRANCHIO (Leonardo da Vinci)
Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso. L’acqua era limpida come l’aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l’ombra e il sole. Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso. Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
«Non è bello ciò che stai facendo» – brontolò il masso – «Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.»
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.

Un giorno, però, all’improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.

Karma!
Ora, ti chiedo: «La cicala con il suo comportamento meritava la morte? Non aveva diritto la cicala, almeno una volta nella sua vita, a comprendere “veramente” l’errore e a cambiare sistema di vita?»

Vieni, vieni chiunque tu sia
Miscredente o praticante,

Vieni.

La nostra non è una casa di disperazione

Anche se hai rotto i tuoi voti cento volte

Vieni ancora. [Jalāl al-Dīn Rūmī]

Inoltre la formica ha pensato alle conseguenze karmiche della sua azione? (granchio docet 😀 )
Per rendere ancora più chiaro il mio pensiero sarà bene portare come esempio un’altra favola in cui la morte di uno dei due protagonisti, sempre la cicala 😀 ,  è del tutto gratuita.

LA CICALA E LA CIVETTA (Fedro)
La cicala faceva un baccano che dava fastidio alla civetta, solita a cercare cibo di notte e a dormire nel cavo di un albero di giorno. Fu pregata di tacere. Ma prese a sgolarsi molto più forte. Le fu rivolta di nuovo la stessa preghiera, ma lei si scaldò ancora di più. La civetta, come vide che non c’era scampo e che le sue parole non erano tenute in alcun conto, si rivolse contro la strillona con questo tranello:
«Dato che il tuo canto non mi lascia dormire – lo si direbbe uscito dalla cetra di Apollo – mi è venuta voglia di bere il nettare che, or non è molto, mi donò Pallade; se non lo disdegni, vieni, beviamolo insieme».
Quella, che ardeva di sete, non appena sentì che si lodava la sua voce, si slanciò a volo bramosa. La civetta uscì dal suo buco, si gettò sulla cicala atterrita e tremante, e la uccise.
Così, da morta, le concesse quello che le aveva rifiutato da viva.

Primo livello (letterale-materiale): Chi non si adatta a vivere rispettando gli altri, per lo più paga il fio della propria arroganza.
Secondo livello (sentimentale-emotivo): Ammazza il tuo vicino se questo ti rompe le palle per una notte. Ora domandati: «Che cosa accadrebbe alla psiche di un bambino se ascoltasse da qualche parte (giornale, internet, libro scolastico, amici) o vedesse da qualche parte (televisione, internet, video, film) che suo padre ha ammazzato il padre del suo amico della porta accanto semplicemente perchè l’altra notte questo ascoltava musica a tutto volume e non ne voleva proprio sapere di abbassarlo?»
Terzo livello (intellettuale): per sconfiggere gli “stronzi” ci vuole l’astuzia!
Quarto livello (coscienziale): non c’era un modo alternativo alla morte per far comprendere alla cicala che di notte si dorme e non si canta, in modo che la favola oltre che educativa sia anche formativa?
Ad esempio, “La civetta uscì dal suo buco, si gettò sulla cicala atterrita e tremante, e le diede due schiaffi ed un “sonoro” calcio in culo». Non sarà efficace come la morte, ma mi sembra più educativo, almeno credo. 🙂
Taccio sugli altri livelli: se non si comprende il quarto, ed io spesso non lo comprendo, come si può sperare di arrivare al quinto? 😀

<Mi fai un esempio di favola secondo i tuoi canoni educativi o formativi.>

Di favole siffatte ce ne sono a iosa, anzi ti dirò di più, quasi tutte le favole hanno carattere educativo e formativo, per esse si può dire che vale il “proverbio del pescatore”: «con l’amo piccolo abbocca sia il pesce più piccolo sia quello più grande; con l’amo grande è più facile che non abbocchi né il più piccolo né il più grande». Per le altre favole, quelle poche, per fortuna,  in cui l’autore non si è reso conto (probabilmente perchè non ha riflettuto abbastanza) che la favola è rivolta ad un “pubblico” di bambini (anche se non principalmente), i quali non hanno tutte le barriere mentali degli adulti. Ad un bambino è difficile spiegare che la “violenza”, percepibile in alcune favole, è preferibile non applicarla nella realtà e, comunque, non è foriera di un karma positivo (granchio docet 🙂 ). Insomma, per dirla con un altro proverbio: «soltanto dopo che son cresciuti i denti, si può mordere e mangiare anche quello che è più duro». Il bambino, proprio perchè è un bambino, nella migliore delle ipotesi, è posizionato al primo e secondo livello (rispettivamente letterale-materiale e sentimentale-emotivo), non è in grado di farsi le seghe mentali come gli adulti 🙂 (terzo livello) . Se ad un bambino dici “muori di fame”, il bambino comprende che “non mangia e muore per la fame”, se ad un bambino dici che “un animale ammazza un altro animale”, comprende esattamente che “un animale ha ucciso un altro animale”. Se poi a questo ci aggiungi che sei autorizzato ad ammazzazre o a lasciar morire perchè sei giustificato per “futili” motivi, il gioco è fatto! Dove è l’educazione, dov’è la formazione?
Ciò che deve essere chiaro, però, è che, indipendentemente dal fatto che il bambino comprenda o non comprenda,
che voglia o non voglia, che sia consapevole oppure no, che abbia o non abbia sufficienti barriere psicologiche, la favola è come l’acqua, è fluida, aggira le barriere, va a depositarsi sul lato irrazionale, nella parte inconcia dell’essere, partecipando così alla formazione del carattere del soggetto.

L’ASINO, IL GALLO E IL LEONE (Fedro)
Un asino e un gallo se ne andavano a passeggio per la foresta, quando da un grande albero sbucò un leone che, con un ringhio feroce, camminò dritto verso di loro. Mentre l’asino tremava, il gallo strillò un potente chicchirichì. E poiché il leone ha una paura matta del gallo e della sua voce, voltò la groppa e fuggì via.
“Hai visto?” disse l’asino al suo amico “E’ stata sufficiente la mia presenza perché quella belva si spaventasse.”
“Che cosa dici!” ribatté il gallo. “E’ risaputo che i leoni si spaventano all’udire la voce del gallo.”
“Ma no. Ora ti farò vedere io se non è vero!” E l’asino, invaso da un improvviso spirito guerriero, trottò dietro al leone.
Il leone, che nascosto dietro l’albero aveva udito la piccola discussione, attese che il gallo fosse abbastanza lontano, poi si precipitò sull’asino e lo abbatté con una zampata.
“Amico” gli disse dopo averlo steso a terra “ti faccio dono della vita, ma ricordati di non dare mai battaglia a chi è più forte e svelto di te.”
L’asino riprese tutto malconcio la sua strada.

Ora non vorrei tu pensassi che io ritenga che la morte, in quanto tale, tout court, non possa avere effetto educativo o formativo, lungi da me un simile pensiero! Io sostengo che, come al solito, la questione si risolve sempre con il tempo, il luogo e i soggetti giusti.

LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO (J.De La Fontaine)
Un tale aveva una gallina che faceva le uova d’oro.
Pensava che dovesse avere molto oro nelle viscere, così, per averlo tutto, decise di ucciderla.
Con suo gran sgomento, però, dovette constatare che la gallina all’interno era fatta come tutte le altre.
Il “pover” uomo, con la speranza di trovare la ricchezza tutta in una volta, si privò anche del modesto, ma sicuro guadagno.

Come vedi, in questo caso, la morte di un innocente ha valore educativo e formativo. Mi chiedo: «ma come si fa ad ammazzare la gallina dalle uova d’oro?»

😀 😀 😀

<Perchè stai ridendo? Per il pirla di prima?>

No, pensavo a Pavarotti, ma non solo a Pavarotti, anche ai cantanti più modesti, sparsi per il mondo!

<Perché?>

Mi chiedevo: «chi sa cosa pensano i cantanti della favola LA CICALA E LA FORMICA?»
Secondo me, i cantanti (e non solo i cantanti) odiano le formiche! 😀 😀 😀
Mi chiedevo: dopo che la cicala “balla”, nella favola di Esopo, la formica la fa entrare in casa e le dà qualcosa da mangiare? Inoltre, se la cicala invece di “cantare”, avesse “dipinto” oppure “ballato” per tutta l’estate, sarebbe cambiato qualcosa? 😀

<Non so se sarebbe cambiato qualcosa, ma sono sicuro che essere parsimoniosi sia una cosa utile e giusta nella vita, indipendentemente dai tuoi livelli d’interpretazione!>

Io dico, invece, che dipende dalle circostanze, cioè dal tempo e dal luogo e dai soggetti coinvolti!

IL LUPO CHE VOLEVA RISPARMIARE
Un giorno in una foresta un arciere uccise un meraviglioso cervo. Lo stava portando a spalle verso casa, quando intravide un enorme cinghiale che grufolava sotto un albero. Fece scivolare piano il corpo del cervo a terra, estrasse una freccia dalla faretra, tese l’arco, rilasciò il fiato e scoccò la freccia. L’animale lanciò un grugnito terrificante, si voltò per individuare con i minuscoli occhi il suo assassino e, incurante del dolore, lo caricò. Correva all’impazzata, desideroso di vendicarsi. Furente, si precipitò in mezzo a spini, rovi e sterpaglia, accecato dall’odio e incurante del dolore.

L’arciere, paralizzato, non ebbe il tempo di scappare e si ritrovò le zanne affilate del cinghiale piantate nelle budella. Ironia della sorte: il cacciatore è stato abbattuto dalla sua preda! I morti ora sono tre: un cerco, un cinghiale e un uomo.
Un’oretta più tardi, un lupo famelico passa da quelle parti. Non riesce a credere ai suoi occhi, conta i corpi più e più volte: uno, due, tre! Pensa: «Sono un lupo baciato dalla buona sorte! Oggi è il mio giorno fortunato, non c’è dubbio!»

Dopo aver smaltito la piacevole sorpresa, stava per incominciare il suo lauto banchetto, con l’intento di sbranare tutto velocemente, quando all’improvviso sorge un pensiero: «Calma, cerchiamo di mantenere la calma, che diamine! Devo razionare tutto questo ben di Dio, consumarlo un po’ alla volta, risparmiare, tenerlo per i giorni bui, per i giorni in cui non si trova una preda neanche a pagarla a peso d’oro. Devo nascondere le mie scorte e farle durare il più a lungo possibile.»
Il lupo si accuccia per studiare con calma la situazione e, mentre continua a rimuginare su quale possa essere il miglior nascondiglio per le sue scorte,  nota in disparte l’arco. Così, pensa: «Bene! Prima di tutto mi farò uno spuntino con quello, a stomaco pieno si ragiona meglio, dopo provvederò a nascondere i corpi.»
Mise le zampe attorno all’arco e cominciò a mordere un’estremità della corda di budello. Mentre rosicchiava, però, accadde qualcosa d’inaspettato: la corda dell’arco si spezzò e partì una sferzata violentissima, che tagliò  di netto la gola del lupo, uccidendolo sul colpo! [Tratto da Ramsay Wood (a cura di), Kalila e Dimma]

Come vedi, a volte, essere eccessivamente parsimoniosi può avere degli strani effetti collaterali. Sotto questo cielo, per ogni medaglia, esistono sempre due facce.

IL MULLAH E L’ASINO GIRATO DALLA PARTE SBAGLIATA
Il Mullah Nasrudin fu invitato, dalle autorità del suo paese, a dar prova di non essere “pazzo”, al fine di tutelare l’ordine pubblico. La “paura” scaturiva dalla sua fama di essere diventato irrazionale nella presentazione di fatti ed argomenti. Il giorno della prova il Mullah passò solennemente cavalcando un asinello, con la testa rivolta dalla parte della coda dell’animale. Quando giunse davanti ai suoi giudici disse: «Da che parte sono rivolto?»

«Dalla parte sbagliata», risposero i giudici, «è evidente!».
Nasrudin concluse: «Dal mio punto di vista, sono voltato dalla parte giusta. È l’asino a essere girato dalla parte sbagliata!»

Nella speranza di aver chiarito un po’ meglio il mio pensiero, chiuderei con …

L’ASINO CHE PORTAVA IL SALE (versione Esopo)
Un asino, carico di sale, attraversava un fiume. Tutto rabbuiato e sconsolato per il lavoro che svolgeva e per il carico molto pesante che era costretto a portare, non si rese conto del pericolo, così finì con il mettere una zampa in fallo e scivolò. Il sale a contatto con l’acqua si sciolse. L’asino, dopo essersi rialzato, si accorse di avere un carico più leggero e si rallegrò molto per l’accaduto. Il giorno seguente, il padrone, invece che caricarlo di sale, lo caricò di spugne. Quando giunse al fiume, pensò bene di ripetere l’esperienza del giorno precedente, così si lasciò cadere di propositò nel fiume, con la speranza di rialzarsi più leggero. Accadde, però, che le spugne, assorbendo l’acqua, resero più pesante il fardello del povero asino, il quale, per quanto si sforzasse di rialzarsi, si rese ben presto conto dell’errore compiuto, ma comunque troppo tardi per non annegare.

Povero “ciuchino”, non sapeva che essere il protagonista in una favola di Esopo ha come conseguenza, quasi sempre, quella di fare una brutta fine! Mi chiedo cosa avesse fatto di tanto orribile l’asinello per meritarsi una simile fine.

«Ha cercato di fare il furbetto e ha pagato le conseguenze della sua furberia!»

Ma era tale, la  “furberia”, da meritarsi la morte?

<Ok, ho capito! Sentiamo tu come l’avresti scritta la favola?>

Come l’avrei scritta io non lo so, ma di certo posso dirti come l’avrebbe scritta un Sufi:

L’ASINO CHE PORTAVA IL SALE (versione Sufi)
Nasrudin, dopo aver fatto provvigione di sale al mercato e aver caricato il tutto sul suo asino, lungo la via del ritorno verso casa, è costretto a guadare il fiume. Ovviamente, a contatto con l’acqua,
il sale  si scioglie.
Quando raggiungono l’altra sponda, l’asino è vivace e raggiante di felicità, perché il suo carico si è alleggerito. Nasrudin, invece, è  alquanto contrariato, non tanto per la perdita economica, quanto per l’atteggiamento dell’asino.
Il giorno dopo, al mercato, Nasrudin carica l’asino con delle gerle di lana. Questa volta, nell’attraversamento del fiume, la lana assorbe l’acqua, diventando molto più pesante rispetto a prima, con grande disappunto dell’asino, che rischia quasi di annegare per il troppo carico.
«Ecco» – disse trionfante Nasrudin – «così impari a pensare che guadagni qualcosa tutte le volte  che attraversi l’acqua!»

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About Thorosan

Io non conosco l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Io non conosco il sanscrito, il pali, il greco e il latino. Io non conosco l’arabo, l’ebraico e l’aramaico. Io non conosco il cinese antico o moderno, il giapponese, il russo o qualsiasi altra lingua. Io non sono uno storico delle lingue e tanto meno un filologo. Io conosco una sola lingua: la mia! Spesso incespico nelle parole. Non sono bravo a scrivere e a parlare. Tutto ciò che dico o scrivo mi costa fatica. Io non conosco il buddismo, il taoismo, il cristianesimo, il sufismo, l’islamismo. Io non sono uno storico di religione. Io non sono un accademico. Io non sono un fisico, un chimico, un ingegnere, un architetto, un medico, un matematico, uno psicologo, un sociologo o un filosofo. Io non sono questo! Io sono un semplice uomo, che vaga nella notte con la sua lanterna. Io non vedo lontano. Riesco solo a vedere i miei passi, grazie alla fievole luce emanata dalla fiamma della lanterna. Cerco di non cadere. Faccio molta attenzione a dove metto i piedi. Lungo la strada, tenendo gli occhi sempre aperti, se trovo qualche pietra particolare la raccolgo. Le pietre, per fortuna, appartengono a chi le trova. Io sono un raccoglitore di pietre!

4 thoughts on “Cicala, formica e altro

  1. Amavo molto la cicala e la formica da bambina e tutte le volte speravo che finisse diversamente, immaginavo di prendere da parte la formica e spiegarle che, magari, se avesse ospitato la cicala avrebbe potuto insegnarle ad essere previdente e lei avrebbe potuto imparare a rilassarsi! Le favole di Fedro sono state le mie preferite e non mi hanno influenzata negativamente ma mi hanno, invece, insegnato molta saggezza.
    Comunque sia hai ragione a dire che non son favole da bimbi, in realtà nessuna favola si rivolge ai bambini, almeno non in origine, come tutti sanno le favole di Fedro erano rivolte agli adulti ed erano una critica verso i potenti e i prepotenti, nel ‘700 La Fontaine le mise tutte in rima facendone un componimento satirico contro la nobiltà nel quale la “cicala” rappresentava i nobili di Francia e la formica il popolo e alla fine, come sappiamo morirono tutti.

    Ciò che principalmente insegnano le favole è che la realtà non è un cartone animato della Disney, esistono gli stronzi e la morte, esiste chi non ti aprirà e chi ti sbatterà la porta in faccia è bene sapere che può accadere quando si decide di bussare.
    I bambini vanno messi a contatto con la durezza della vita in modo adeguato e questo è il compito delle favole, per esperienza personale dico che i bambini troppo protetti dalla brutalità della vita diventano adulti deboli e infantili spesso frantumati dalla prima porta sbattuta in faccia.
    Io rimanevo male per la formica ma ad ogni porta sbattuta o non aperta ho sempre detto: chiusa una porta, si apre un portone.

    Ciò che poi educa davvero il bambino non è la singola favola ma l’intero insieme di storie e di esempi che gli vengono messi a disposizione.

    Se dopo la Cicala e la Formica legge “la colomba e la formica” il messaggio finale sarà che il mondo è vario e val la pena credere nel prossimo ed essere prodighi.
    Perché il quinto livello della prima storia è: “chi pensa solo a lavorare rimane solo e diventa arido” almeno a me dispiaceva pure per la formica.

    un caro saluto
    Irene.

  2. Riporto il commento di un “amico” (di cui non faccio il nome) sulla favola della cicala e della formica, su una pagina di facebook, che io trovo estremamente significativo e interessante.

    Chi nulla mai fa, nulla mai ottiene”: il cinico utilitarismo che sembra emergere dalla morale della fiaba La cicala e la formica di Esopo, mostra una lettura parziale e superficiale della storia. Oltre ad essere prive di un qualsiasi afflato caritatevole e compassionevole nei confronti di chi, comunque aveva in estate allietato l’ambiente del suo incessante canto, le formiche sembrano non saper cogliere il valore profondo dell’arte della cicala (ma come avrebbero potuto?). La morale dunque sembra riconoscere merito soltanto alle fatiche della formica: nulla è dovuto alla cicala.

    Esopo con questa morale incompleta, di superficie, sembra volere stimolare nell’anima umana un processo di catarsi, che al di là della compassione, richiede profonda comprensione. Una penetrazione anagogica della questione può infatti condurci al di là dell’ovvio dualismo cicala-formica, verso l’intuizione metafisica che certi aspetti della realtà cosmologica non vadano giudicati in maniera univoca. Ogni animale, per ‘istinto’ (sarebbe meglio dire, in obbedienza al proprio Archetipo), compie con la sua esistenza un inno di lode al Creatore. Tale inno è evidente nel canto ininterrotto della cicala, ma è sotteso anche al lavoro incessante della formica. Entrambi gli animali hanno svolto il compito a loro assegnato, pur se in maniere diverse. L’Archetipo umano, che in sé ricapitola tutto il mondo animale, vegetale e minerale, invita l’essere ad un compito non poi diverso da quello della formica e della cicala che sono privi di libero arbitrio. Anche all’uomo è richiesta un’incessante lode di gloria all’Eterno, attraverso una vita di amore e conoscenza, e tutto ciò attraverso la sua volontà e non per quell’‘istinto’ innato che porta l’animale a fare la cosa giusta. Ed è proprio grazie a tale Volontà – da imporre sui voleri del proprio ego – che il ruolo dell’uomo all’interno del creato assume una dimensione diversa e teomorfica.

    Dunque la fiaba di Esopo, al pari di una tragedia teatrale, richiede una necessaria catarsi del lettore, tale da non potersi accontentare della morale esteriore della lettura, provocatoriamente posta dallo scrittore greco, a stimolo di un ulteriore lavoro interiore da parte del lettore della fiaba. Esopo invita all’intuizione della propria natura divinumana.

    Di fatto, l’uomo moderno – degradato a ‘formica’ del nostro tempo – tende ad accontentarsi della morale scritta, nero su bianco (“la lettera che uccide”), e non cercherà quella più interna a cui si allude e che richiede sforzo di ricerca. Si vanterà altresì che la propria vita attiva e previdente diano significato alla sua esistenza, un vivere tuttavia che non riesce a comprendere nella sua essenza profonda. Il ragionamento umano, fondamentalmente utilitaristico, ben poca attenzione rivolge ad altre forme di espressione che vadano al di là di un fine materiale. Ecco perché si è allontanato dalla religione, dal rito, dalla preghiera, o se in qualche misura ne è ancora connesso è in ragione della previdenza della formica, nella superstizione di un certo prolungamento, dopo la propria, morte di quella parte del proprio essere (l’ego) a cui si sente maggiormente attaccato. E in tal modo, non si rende conto di contraddire completamente il senso della religione, che altresì tende ad invitare l’uomo a disfarsi dell’attaccamento a questo mondo (che di per se incarna l’ego di ciascuno di noi). Ecco quindi che la morale finale di Esopo, “chi nulla mai fa, nulla mai ottiene”, assume un aspetto diverso se in riferimento ad un’azione interiore profonda, tale da poter cambiare lo stato della propria coscienza.

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