Due racconti “diabolici”

zok - diavolo che cerca

DIALOGO TRA DUE DIAVOLI

Un giovane Diavolo, tutto preoccupato, andò dal suo superiore, un vecchio Diavolo, che tutto sereno si stava godendo il panorama. «Non ha sentito le ultime novità, signore?», disse il giovane Diavolo con voce angustiata, «C’è un uomo sulla terra che sa la verità! Credo sia nostro dovere entrare in azione e metterlo fuori gioco».

Il vecchio Diavolo scoppiò a ridere: «Sei proprio giovane ed inesperto! Da quanto sei in servizio?».

«Questo è il mio primo giorno, signore» rispose il giovane Diavolo.

«Ora, capisco. Vieni, siedi vicino a me, perché devo dirti alcune cose sul nostro lavoro».

«Tanto tempo fa, ma proprio tanto, noi poveri Diavoli eravamo costretti a lavorare giorno e notte. Era un lavoro massacrante. Era un inferno, insomma. Sulla terra non passava giorno che qualcuno non aprisse gli occhi e vedesse la verità. Più noi ci impegnavamo e più le cose peggioravano. Poi, un nostro fratello, il nostro salvatore, il santo, colui che ha onorato la parola Diavolo, colui il cui nome possa essere ricordato per l’eternità, ebbe un’intuizione. Egli era un fine osservatore, possedeva il pensiero analogico o comparativo. Notò che alcuni umani, pur non avendo le capacità necessarie, riuscivano a percepire la verità nel momento culminante del nostro lavoro. Gli venne il dubbio che fosse proprio la nostra presenza la causa della loro realizzazione. In altre parole si rese conto che bisogna essere proprio ottimisti nel pensare di poter peggiorare l’uomo. Così informò i superiori della sua induzione. Da quel giorno fu dato l’ordine di non interferire più con l’umanità. Anzi, i nostri superiori fecero di più: ordinarono che, se per nostra disavventura avessimo incontrato un umano, dovevamo limitarci a sostenere sempre la verità».

«Ti sembrerà assurdo, ma da quel giorno, sempre meno umani conobbero la verità».

«Come è possibile una cosa simile?», disse il giovane Diavolo.

«È nella natura dell’uomo non voler vedere ciò che ha davanti agli occhi. La sua pigrizia gli appanna gli occhi, per cui è sempre disposto a cercare “mezzogiorno alle tre”. Volendo sintetizzare la loro natura, potrei dirti che sono sette i punti caratterizzanti: ogni specie di depravazione, conscia o inconscia; l’intima soddisfazione di indurre gli altri in errore; il bisogno irresistibile di distruggere tutto e tutti; la pigrizia, ossia l’esigenza di liberarsi da qualsiasi sforzo per vedere la verità; la tendenza ad usare ogni sorta di artificio per celare quello che altri ritengono difetti; la soddisfazione di godere tranquilli e beati ciò che non si è meritato; la tendenza a cercare di essere quello che non si è».

«I nostri superiori, poi, ebbero un’idea brillante: “istituzionalizzare” la verità, ossia incentivare la creazione di istituzioni, che si occupassero “esclusivamente” della verità, con “diversi colori”, in relazione alle diverse località, in modo tale che ogni gusto fosse soddisfatto. Certo, ci sono dei colori che sono più richiesti di altri. Ogni tanto nascono piccole incomprensioni. Ci scappa qualche morto. Ma queste sono sottigliezze,  “quisquiglie”, di cui si occupa il nostro settore marketing.  Dette istituzioni ora sono sparse su tutta la terra. Non c’è un solo lembo di terra che non sia ricoperto. Sono gestite interamente da umani e finanziate da altri umani. Nei loro luoghi di ritrovo, settimanalmente, tutti i “fedeli”, compiono piccoli, insignificanti, inutili atti, gesti, rituali».

«Se qualcuno non vuole far parte di alcuna di queste istituzioni, cosa succede?», chiese il giovane Diavolo.

«È libero di non far parte di alcuna istituzione, se non vuole.  È ovvio però che per Lui le “porte della verità” resteranno chiuse. Molti di essi, quasi tutti, comunque, saranno sempre disposti a seguire il “fumatore d’oppio” di turno, con la sua bellissima “pipa”, purché abbia uno dei seguenti requisiti: sia famoso e/o ricco e/o esotico; se poi è anche “agganciato”, direttamente o indirettamente, con qualche istituzione non guasta».

«Relativamente a quel “povero” uomo che tanto ti preoccupava con la sua conoscenza della verità, sappi che mi fa pena. Spero per Lui che lo lascino vivere in pace. Molti, prima di Lui, sono stati ammazzati per molto meno. Gli suggerirei di parlare il meno possibile e, se proprio gli scappa di dire qualcosa, spero si accerti di dirla solo ad un gruppo ristretto di “amici” fidati. Ed ora, mio giovane Diavolo, goditi il panorama, perché quello che doveva essere fatto è già stato fatto» [tratto da Kuphasael Thorosan, Due e Dualità, (seconda parte di BAGLIORI DI VERITÀ) di prossima pubblicazione]

zok - diavolo in regola

PRIMO GIORNO DI SCUOLA
L’estate era finita. La prima lezione dell’anno scolastico, per i giovani diavoli dell’Inferno, era tenuta per tradizione da Mefistofele. Lucifero si era raccomandato di rendere il percorso di quella lezione accessibile, di usare parole semplici.«Le conoscenze pregresse di questi giovani diavoli non sono più quelle di una volta, Mefistofele…questi non sanno neanche che siamo stati cacciati dal Paradiso… e poi, le risorse scolastiche sono quelle che sono…insomma, mi affido al tuo buon senso!»

Mefistofele aveva fatto cenno di si con la testa ma si era ben guardato dal pianificare la lezione. Non la preparava mai, preferiva improvvisare, seguendo i suoi umori, i pensieri. Non apriva neanche il registro, non gli interessavano i nomi degli alunni e teneva la lezione stando sempre in piedi, dietro la scrivania, senza neanche togliersi il mantello rosso, anche se in quell’aula, che era a fianco della fornace ardente, faceva molto caldo.
«Un po’ di attenzione prego, là in fondo…» , disse, dando un colpetto con la bacchetta sulla scrivania.Il brusio cessò di colpo. I diavoli guardarono affascinati quella bacchetta, simile a quella di Albus Silente, della saga di Harry Potter. Ma non era una bacchetta di sambuco. E neanche magica. Era solo una vecchia bacchetta di avorio fossile, screziata di nero. Mefistofele rifletté un momento poi iniziò a parlare, senza guardare nessuno, tanto non aveva bisogno di vederli. Facce rosse. Code dritte. Sguardi persi. Tutti uguali.«Chi non è mai stato tentato?…la tentazione… è ciò che non è o che non è stato o che avrebbe potuto essere. O ciò che sarebbe differente. O ciò che potrebbe essere nascosto. Cos’è la tentazione è la prima cosa che dovete imparare e …» si interruppe infastidito sentendo aprire gli zainetti e dette un altro colpo di bacchetta sulla scrivania, stavolta con forza.

«Non prendete appunti…non servono!»

I diavoli che avevano iniziato a scrivere fecero sparire in un baleno penne e fogli, intimoriti.

«Ogni rinuncia non fatta è la vostra meta. E questa è la seconda cosa da imparare…la terza….»

S’interruppe e sfiorò con lo sguardo i giovani diavoli immobilizzati sulle sedie, «… a terza cosa è che la tentazione che agisce unicamente sui sensi dell’uomo può fallire. Quelle dei sensi sono seduzioni, comuni, facili, semplici…inutile parlarne…».

Ignorò gli sguardi delusi degli alunni, che invece speravano che si parlasse proprio di quelle tentazioni lì…gola…vanità…lussuria…sesso… cose vere…materia, non parole fumose e inconsistenti.

«Che il desiderio di sapere è una grande tentazione è la quarta cosa che dovete imparare! Il desiderio di sapere è un abisso, un baratro…La quinta cosa è che è l’inganno è ciò che assomiglia di più alla verità. La sesta è che bisogna saper nascondere l’esistenza all’esistente. La settima, è che solo ciò che è ignoto è veramente desiderato. L’ottava, che bisogna far vedere per non far vedere. La nona è che tutto è nel nascosto…la decima …»

Il suono della campanella lo bloccò. I giovani diavoli che erano all’estremo della resistenza per quella lezione incomprensibile, si alzarono tutti in piedi di colpo, facendo tremare l’aula, spostando i banchi, sospirando di felicità per quella liberazione: «Arrivederci professore…” e uscirono di corsa, spingendosi per la paura che Mefistofele li riacchiappasse.

«La decima cosa …» proseguì imperturbabile Mefistofele…poi guardò l’aula vuota… «La decima cosa, la più importante da sapere, l’unica che è veramente importante: tutto è vanità, tentatore e tentato sono uguali,  siamo tutti Nulla!»

S’infilò la bacchetta nella tasca del mantello.

«Siamo tutti nulla!» mormorò «E del resto non fummo mai qualcosa! Se capite questo, avete capito tutto.»

 Poi uscì, circospetto, rasentando i muri del corridoio, sperando che Lucifero non lo bloccasse per chiedergli com’era andata la lezione. [Massimo Cavezzali]
zok - diavolo stanco
Note:
Le immagini sono ovviamente del grande Massimo Cavezzali. Trovo il suo racconto  “Primo giorno di scuola“, di una bellezza e delicatezza particolare, difficile da descrivere, forse perchè io sono un Prof. Quando l’ho letto per la prima volta sono rimasto come sospeso … riflessivo, direi; non nascondo che mi è scappata una lacrimuccia. Grande Massimo! Per completare il racconto di Massimo Cavezzali credo vada citata ed ascoltata Vanità di vanità di Angelo Branduardi , insuperabile la versione nel film “State Buoni Se Potete” diretto da Luigi Magni, di cui un giorno spero di poter fare una speciale e particolareggiata recensione.
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Cicala, formica e altro

LA CICALA E LA FORMICA (Esopo)
C’era una volta, in una calda estate, un’allegra cicala sul ramo di un albero, mentre sotto di lei una lunga fila di formiche faticava per trasportare chicchi di grano.
Fra una pausa e l’altra del canto, la cicala si rivolse alle formiche: «Perché lavorate tanto? Venite qui all’ombra a ripararvi dal sole, potremo cantare insieme!»
Le formiche, senza fermarsi, continuando imperterrite il loro lavoro, dissero: «Non possiamo! Dobbiamo preparare le provviste per l’inverno. Quando verrà il freddo e la neve coprirà la terra, non troveremo più niente da mangiare e solo se avremo le dispense piene potremo sopravvivere.»
«L’estate è ancora lunga, c’è tempo per fare provviste prima che arrivi l’inverno. Con questo sole e questo caldo è impossibile lavorare: io preferisco  cantare!», rispose la cicala.
Per tutta l’estate la cicala continuò  a cantare e le formiche a lavorare, ma i giorni passavano veloci, poi le settimane e i mesi. Arrivò l’autunno e gli alberi cominciarono a perdere le foglie. La cicala scese dall’albero ormai spoglio, anche l’erba diventava sempre più gialla e rada. Una mattina la cicala si svegliò tutta infreddolita, mentre i campi erano coperti dalla prima brina. Un gelo improvviso bruciò il verde delle ultime foglie: era arrivato l’inverno. La cicala cominciò a vagare cibandosi di qualche gambo rinsecchito che spuntava ancora dal terreno duro e gelato. Venne la neve e la cicala non trovò più niente da mangiare. Affamata e tremante di freddo, pensava con rimpianto al caldo e ai canti dell’estate. Una sera vide una lucina lontana, si avvicinò e, quasi affondando nella neve, esclamò:
«Aprite, per favore! Sto morendo di fame! Datemi qualcosa da mangiare!»
La finestra si aprì e la formica si affacciò: «Chi è? Chi è che bussa?»
«Sono io, la cicala! Ho fame, freddo e sono senza casa!»
«La cicala, eh! Mi ricordo di te. Cosa hai fatto durante l’estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’inverno?»
«Io? Cantavo e riempivo del mio canto il cielo e la terra.»
«Bene!» – replicò la formica – «Prima hai cantato, adesso balla!»

Qualsiasi cosa tu ritenga di essere (cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, induista, taoista, teosofista, agnostico, ateo, e via dicendo), non hai la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato in questa favola? Ricorda che, molto probabilmente, tuo figlio, o tua figlia, ha ascoltato questo racconto da te, in alternativa può averlo sentito a scuola o in televisione. Cosa pensi che abbia compreso?

<Cosa vuoi che abbia compreso? A risparmiare, quando è il momento opportuno! Ma anche a lavorarare indefessamente per beneficiarne dopo!>

Sì, indubbiamente, questo è lapalissiano! Tutti noi ad un primo livello (letterale-materiale) interpretiamo così,  ma mi chiedevo se per caso non avesse imparato anche altro, senza essere cosciente. Non è che a un secondo livello (emotivo-sentimentale) abbia imparato altro, ad esempio una forma di “egoismo”? Forse la formica poteva avere un atteggimento più “generoso”? Forse la favola poteva avere una fine diversa? In fondo si tratta di un “semplice” racconto, la formica poteva anche essere più “prodiga”, poteva accogliere la cicala, darle da mangare e, forse, farle comprendere (in una forma diversa dalla prima volta), che va bene cantare, ma senza esagerare (quarto livello coscienziale).

La cicala ha bussato, ma la porta non è stata aperta. Della serie: «fai attenzione a quale porta bussi, perchè rischi che non ti venga aperta, ma soprattutto che ti venga sbattuta in faccia» 🙂 (Terzo livello, intellettuale). La cicala, ora che era nelle condizioni di apprendere, aveva bisogno di qualcuno che le insegnasse il “lavoro”, ma non le è stata offerta l’occasione.

IL LADRO E LA COPERTA
Un ladro entrò nella casa di un Sufi e non vi trovò nulla. Stava andando via quando il Sufi si accorse del suo disappunto, così gli gettò la coperta in cui dormiva, affinché non se ne andasse a mani vuote.

Non dico che la formica dovesse comportarsi come un Sufi, se preferisci come un “buon” cristiano, ma forse nella favola doveva essere messa in evidenza una maggiore “coscienza”, insomma maggior “cuore”, anche se la parola “cuore” può dare adito a fraintendimenti. Ciò che voglio dire è che la formica doveva prendere in considerazione lo stato attuale della cicala e il forte rischio che potesse lasciarci la pelle, insomma c’erano buone probabilità per la cicala di morire. Con questo non intendo dire che la morte non possa essere il giusto “premio” per una condotta estremamente sbagliata.

LA MORTE DI UN GRANCHIO (Leonardo da Vinci)
Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso. L’acqua era limpida come l’aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l’ombra e il sole. Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso. Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
«Non è bello ciò che stai facendo» – brontolò il masso – «Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.»
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.

Un giorno, però, all’improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.

Karma!
Ora, ti chiedo: «La cicala con il suo comportamento meritava la morte? Non aveva diritto la cicala, almeno una volta nella sua vita, a comprendere “veramente” l’errore e a cambiare sistema di vita?»

Vieni, vieni chiunque tu sia
Miscredente o praticante,

Vieni.

La nostra non è una casa di disperazione

Anche se hai rotto i tuoi voti cento volte

Vieni ancora. [Jalāl al-Dīn Rūmī]

Inoltre la formica ha pensato alle conseguenze karmiche della sua azione? (granchio docet 😀 )
Per rendere ancora più chiaro il mio pensiero sarà bene portare come esempio un’altra favola in cui la morte di uno dei due protagonisti, sempre la cicala 😀 ,  è del tutto gratuita.

LA CICALA E LA CIVETTA (Fedro)
La cicala faceva un baccano che dava fastidio alla civetta, solita a cercare cibo di notte e a dormire nel cavo di un albero di giorno. Fu pregata di tacere. Ma prese a sgolarsi molto più forte. Le fu rivolta di nuovo la stessa preghiera, ma lei si scaldò ancora di più. La civetta, come vide che non c’era scampo e che le sue parole non erano tenute in alcun conto, si rivolse contro la strillona con questo tranello:
«Dato che il tuo canto non mi lascia dormire – lo si direbbe uscito dalla cetra di Apollo – mi è venuta voglia di bere il nettare che, or non è molto, mi donò Pallade; se non lo disdegni, vieni, beviamolo insieme».
Quella, che ardeva di sete, non appena sentì che si lodava la sua voce, si slanciò a volo bramosa. La civetta uscì dal suo buco, si gettò sulla cicala atterrita e tremante, e la uccise.
Così, da morta, le concesse quello che le aveva rifiutato da viva.

Primo livello (letterale-materiale): Chi non si adatta a vivere rispettando gli altri, per lo più paga il fio della propria arroganza.
Secondo livello (sentimentale-emotivo): Ammazza il tuo vicino se questo ti rompe le palle per una notte. Ora domandati: «Che cosa accadrebbe alla psiche di un bambino se ascoltasse da qualche parte (giornale, internet, libro scolastico, amici) o vedesse da qualche parte (televisione, internet, video, film) che suo padre ha ammazzato il padre del suo amico della porta accanto semplicemente perchè l’altra notte questo ascoltava musica a tutto volume e non ne voleva proprio sapere di abbassarlo?»
Terzo livello (intellettuale): per sconfiggere gli “stronzi” ci vuole l’astuzia!
Quarto livello (coscienziale): non c’era un modo alternativo alla morte per far comprendere alla cicala che di notte si dorme e non si canta, in modo che la favola oltre che educativa sia anche formativa?
Ad esempio, “La civetta uscì dal suo buco, si gettò sulla cicala atterrita e tremante, e le diede due schiaffi ed un “sonoro” calcio in culo». Non sarà efficace come la morte, ma mi sembra più educativo, almeno credo. 🙂
Taccio sugli altri livelli: se non si comprende il quarto, ed io spesso non lo comprendo, come si può sperare di arrivare al quinto? 😀

<Mi fai un esempio di favola secondo i tuoi canoni educativi o formativi.>

Di favole siffatte ce ne sono a iosa, anzi ti dirò di più, quasi tutte le favole hanno carattere educativo e formativo, per esse si può dire che vale il “proverbio del pescatore”: «con l’amo piccolo abbocca sia il pesce più piccolo sia quello più grande; con l’amo grande è più facile che non abbocchi né il più piccolo né il più grande». Per le altre favole, quelle poche, per fortuna,  in cui l’autore non si è reso conto (probabilmente perchè non ha riflettuto abbastanza) che la favola è rivolta ad un “pubblico” di bambini (anche se non principalmente), i quali non hanno tutte le barriere mentali degli adulti. Ad un bambino è difficile spiegare che la “violenza”, percepibile in alcune favole, è preferibile non applicarla nella realtà e, comunque, non è foriera di un karma positivo (granchio docet 🙂 ). Insomma, per dirla con un altro proverbio: «soltanto dopo che son cresciuti i denti, si può mordere e mangiare anche quello che è più duro». Il bambino, proprio perchè è un bambino, nella migliore delle ipotesi, è posizionato al primo e secondo livello (rispettivamente letterale-materiale e sentimentale-emotivo), non è in grado di farsi le seghe mentali come gli adulti 🙂 (terzo livello) . Se ad un bambino dici “muori di fame”, il bambino comprende che “non mangia e muore per la fame”, se ad un bambino dici che “un animale ammazza un altro animale”, comprende esattamente che “un animale ha ucciso un altro animale”. Se poi a questo ci aggiungi che sei autorizzato ad ammazzazre o a lasciar morire perchè sei giustificato per “futili” motivi, il gioco è fatto! Dove è l’educazione, dov’è la formazione?
Ciò che deve essere chiaro, però, è che, indipendentemente dal fatto che il bambino comprenda o non comprenda,
che voglia o non voglia, che sia consapevole oppure no, che abbia o non abbia sufficienti barriere psicologiche, la favola è come l’acqua, è fluida, aggira le barriere, va a depositarsi sul lato irrazionale, nella parte inconcia dell’essere, partecipando così alla formazione del carattere del soggetto.

L’ASINO, IL GALLO E IL LEONE (Fedro)
Un asino e un gallo se ne andavano a passeggio per la foresta, quando da un grande albero sbucò un leone che, con un ringhio feroce, camminò dritto verso di loro. Mentre l’asino tremava, il gallo strillò un potente chicchirichì. E poiché il leone ha una paura matta del gallo e della sua voce, voltò la groppa e fuggì via.
“Hai visto?” disse l’asino al suo amico “E’ stata sufficiente la mia presenza perché quella belva si spaventasse.”
“Che cosa dici!” ribatté il gallo. “E’ risaputo che i leoni si spaventano all’udire la voce del gallo.”
“Ma no. Ora ti farò vedere io se non è vero!” E l’asino, invaso da un improvviso spirito guerriero, trottò dietro al leone.
Il leone, che nascosto dietro l’albero aveva udito la piccola discussione, attese che il gallo fosse abbastanza lontano, poi si precipitò sull’asino e lo abbatté con una zampata.
“Amico” gli disse dopo averlo steso a terra “ti faccio dono della vita, ma ricordati di non dare mai battaglia a chi è più forte e svelto di te.”
L’asino riprese tutto malconcio la sua strada.

Ora non vorrei tu pensassi che io ritenga che la morte, in quanto tale, tout court, non possa avere effetto educativo o formativo, lungi da me un simile pensiero! Io sostengo che, come al solito, la questione si risolve sempre con il tempo, il luogo e i soggetti giusti.

LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO (J.De La Fontaine)
Un tale aveva una gallina che faceva le uova d’oro.
Pensava che dovesse avere molto oro nelle viscere, così, per averlo tutto, decise di ucciderla.
Con suo gran sgomento, però, dovette constatare che la gallina all’interno era fatta come tutte le altre.
Il “pover” uomo, con la speranza di trovare la ricchezza tutta in una volta, si privò anche del modesto, ma sicuro guadagno.

Come vedi, in questo caso, la morte di un innocente ha valore educativo e formativo. Mi chiedo: «ma come si fa ad ammazzare la gallina dalle uova d’oro?»

😀 😀 😀

<Perchè stai ridendo? Per il pirla di prima?>

No, pensavo a Pavarotti, ma non solo a Pavarotti, anche ai cantanti più modesti, sparsi per il mondo!

<Perché?>

Mi chiedevo: «chi sa cosa pensano i cantanti della favola LA CICALA E LA FORMICA?»
Secondo me, i cantanti (e non solo i cantanti) odiano le formiche! 😀 😀 😀
Mi chiedevo: dopo che la cicala “balla”, nella favola di Esopo, la formica la fa entrare in casa e le dà qualcosa da mangiare? Inoltre, se la cicala invece di “cantare”, avesse “dipinto” oppure “ballato” per tutta l’estate, sarebbe cambiato qualcosa? 😀

<Non so se sarebbe cambiato qualcosa, ma sono sicuro che essere parsimoniosi sia una cosa utile e giusta nella vita, indipendentemente dai tuoi livelli d’interpretazione!>

Io dico, invece, che dipende dalle circostanze, cioè dal tempo e dal luogo e dai soggetti coinvolti!

IL LUPO CHE VOLEVA RISPARMIARE
Un giorno in una foresta un arciere uccise un meraviglioso cervo. Lo stava portando a spalle verso casa, quando intravide un enorme cinghiale che grufolava sotto un albero. Fece scivolare piano il corpo del cervo a terra, estrasse una freccia dalla faretra, tese l’arco, rilasciò il fiato e scoccò la freccia. L’animale lanciò un grugnito terrificante, si voltò per individuare con i minuscoli occhi il suo assassino e, incurante del dolore, lo caricò. Correva all’impazzata, desideroso di vendicarsi. Furente, si precipitò in mezzo a spini, rovi e sterpaglia, accecato dall’odio e incurante del dolore.

L’arciere, paralizzato, non ebbe il tempo di scappare e si ritrovò le zanne affilate del cinghiale piantate nelle budella. Ironia della sorte: il cacciatore è stato abbattuto dalla sua preda! I morti ora sono tre: un cerco, un cinghiale e un uomo.
Un’oretta più tardi, un lupo famelico passa da quelle parti. Non riesce a credere ai suoi occhi, conta i corpi più e più volte: uno, due, tre! Pensa: «Sono un lupo baciato dalla buona sorte! Oggi è il mio giorno fortunato, non c’è dubbio!»

Dopo aver smaltito la piacevole sorpresa, stava per incominciare il suo lauto banchetto, con l’intento di sbranare tutto velocemente, quando all’improvviso sorge un pensiero: «Calma, cerchiamo di mantenere la calma, che diamine! Devo razionare tutto questo ben di Dio, consumarlo un po’ alla volta, risparmiare, tenerlo per i giorni bui, per i giorni in cui non si trova una preda neanche a pagarla a peso d’oro. Devo nascondere le mie scorte e farle durare il più a lungo possibile.»
Il lupo si accuccia per studiare con calma la situazione e, mentre continua a rimuginare su quale possa essere il miglior nascondiglio per le sue scorte,  nota in disparte l’arco. Così, pensa: «Bene! Prima di tutto mi farò uno spuntino con quello, a stomaco pieno si ragiona meglio, dopo provvederò a nascondere i corpi.»
Mise le zampe attorno all’arco e cominciò a mordere un’estremità della corda di budello. Mentre rosicchiava, però, accadde qualcosa d’inaspettato: la corda dell’arco si spezzò e partì una sferzata violentissima, che tagliò  di netto la gola del lupo, uccidendolo sul colpo! [Tratto da Ramsay Wood (a cura di), Kalila e Dimma]

Come vedi, a volte, essere eccessivamente parsimoniosi può avere degli strani effetti collaterali. Sotto questo cielo, per ogni medaglia, esistono sempre due facce.

IL MULLAH E L’ASINO GIRATO DALLA PARTE SBAGLIATA
Il Mullah Nasrudin fu invitato, dalle autorità del suo paese, a dar prova di non essere “pazzo”, al fine di tutelare l’ordine pubblico. La “paura” scaturiva dalla sua fama di essere diventato irrazionale nella presentazione di fatti ed argomenti. Il giorno della prova il Mullah passò solennemente cavalcando un asinello, con la testa rivolta dalla parte della coda dell’animale. Quando giunse davanti ai suoi giudici disse: «Da che parte sono rivolto?»

«Dalla parte sbagliata», risposero i giudici, «è evidente!».
Nasrudin concluse: «Dal mio punto di vista, sono voltato dalla parte giusta. È l’asino a essere girato dalla parte sbagliata!»

Nella speranza di aver chiarito un po’ meglio il mio pensiero, chiuderei con …

L’ASINO CHE PORTAVA IL SALE (versione Esopo)
Un asino, carico di sale, attraversava un fiume. Tutto rabbuiato e sconsolato per il lavoro che svolgeva e per il carico molto pesante che era costretto a portare, non si rese conto del pericolo, così finì con il mettere una zampa in fallo e scivolò. Il sale a contatto con l’acqua si sciolse. L’asino, dopo essersi rialzato, si accorse di avere un carico più leggero e si rallegrò molto per l’accaduto. Il giorno seguente, il padrone, invece che caricarlo di sale, lo caricò di spugne. Quando giunse al fiume, pensò bene di ripetere l’esperienza del giorno precedente, così si lasciò cadere di propositò nel fiume, con la speranza di rialzarsi più leggero. Accadde, però, che le spugne, assorbendo l’acqua, resero più pesante il fardello del povero asino, il quale, per quanto si sforzasse di rialzarsi, si rese ben presto conto dell’errore compiuto, ma comunque troppo tardi per non annegare.

Povero “ciuchino”, non sapeva che essere il protagonista in una favola di Esopo ha come conseguenza, quasi sempre, quella di fare una brutta fine! Mi chiedo cosa avesse fatto di tanto orribile l’asinello per meritarsi una simile fine.

«Ha cercato di fare il furbetto e ha pagato le conseguenze della sua furberia!»

Ma era tale, la  “furberia”, da meritarsi la morte?

<Ok, ho capito! Sentiamo tu come l’avresti scritta la favola?>

Come l’avrei scritta io non lo so, ma di certo posso dirti come l’avrebbe scritta un Sufi:

L’ASINO CHE PORTAVA IL SALE (versione Sufi)
Nasrudin, dopo aver fatto provvigione di sale al mercato e aver caricato il tutto sul suo asino, lungo la via del ritorno verso casa, è costretto a guadare il fiume. Ovviamente, a contatto con l’acqua,
il sale  si scioglie.
Quando raggiungono l’altra sponda, l’asino è vivace e raggiante di felicità, perché il suo carico si è alleggerito. Nasrudin, invece, è  alquanto contrariato, non tanto per la perdita economica, quanto per l’atteggiamento dell’asino.
Il giorno dopo, al mercato, Nasrudin carica l’asino con delle gerle di lana. Questa volta, nell’attraversamento del fiume, la lana assorbe l’acqua, diventando molto più pesante rispetto a prima, con grande disappunto dell’asino, che rischia quasi di annegare per il troppo carico.
«Ecco» – disse trionfante Nasrudin – «così impari a pensare che guadagni qualcosa tutte le volte  che attraversi l’acqua!»

La divinità nell’uomo

C’era un tempo in cui gli uomini erano simili agli Dei, ma abusarono talmente del proprio potere che Brahma, il Dio Supremo, decise di privarli della potenza divina nascondendola in un luogo a loro inaccessibile. Pensò di consultare gli altri Dei per risolvere il problema.

Alcuni degli Dei riuniti a consiglio dissero: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo nelle profondità della terra”.
Brahma rispose: “Non è sufficiente, l’uomo scaverà e la troverà”.

Gli Dei dissero allora: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo negli abissi oceanici”.
Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo esplorerà le profondità dei mari e riuscirà a riportarla in superficie”.

Allora gli dei: “La nasconderemo sulla montagna più alta, quasi al limite del cielo, dove l’uomo non potrà arrivare”.
Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo scalerà le montagne più alte e se ne impadronirà”.

Allora gli dei conclusero: “Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo, non c’è posto sulla terra, nel mare o nel cielo che egli non possa raggiungere”.
Finalmente Brahma sentì di aver trovato la soluzione al problema e disse: “La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, abiterà proprio nel suo cuore: è l’unico posto in cui l’uomo non guarderà.

I tre pesci

Prima versione: si racconta che Hussein, nipote di Maometto, trasmise questa storia-insegnamento ai Khwajagan (i ‘Maestri’) che nel xrv secolo presero il nome di Naqshbandi. Talvolta la storia si svolge in un ‘mondo’ chiamato Karatas, il Paese della Pietra Nera. Questa versione è quella di Abdal (il ‘trasformato’) Afifi, che la ricevette dallo sceicco Mohammed Asghar, che morì nel 1813. La sua tomba si trova a Delhi.

1. C’erano una volta tre pesci che vivevano in uno stagno: uno era intelligente, un altro lo era a metà e il terzo era stupido. La loro vita era quella di tutti i pesci di questo mondo, finché un giorno arrivò un uomo.
2. L’uomo portava una rete e il pesce intelligente lo vide attraverso l’acqua. Facendo appello all’esperienza, alle storie che aveva sentito e alla propria intelligenza, il pesce decise di passare all’azione. “Dato che ci sono pochi posti dove nascondersi in questo stagno, farò finta di essere morto”, pensò. Raccolte tutte le sue forze, balzò fuori dall’acqua e atterrò ai piedi del pescatore, che si mostrò piuttosto sorpreso. Tuttavia, visto che il pesce tratteneva il respiro, l’uomo lo credette morto e lo ributtò nello stagno. Allora il nostro pesce si lasciò scivolare in una piccola cavità sotto la riva.
3. Il secondo pesce, quello semintelligente, non aveva capito bene quanto era accaduto. Raggiunse quindi il pesce intelligente per chiedergli spiegazioni. “È semplice”, disse il pesce intelligente, “ho fatto finta di essere morto e così mi ha ributtato in acqua”. Immediatamente, il pesce semintelligente balzò fuori dall’acqua e cadde ai piedi del pescatore. “Strano”, pensò il pescatore, “tutti questi pesci che saltano fuori dappertutto!”. Ma il pesce semintelligente si era dimenticato di trattenere il respiro, così il pescatore si accorse che era vivo e lo mise nel suo secchio. Riprese quindi a scrutare la superficie dell’acqua, ma lo spettacolo di quei pesci che atterravano sulla riva, ai suoi piedi, lo aveva in qualche modo turbato, sicché si dimenticò di chiudere il secchio. Quando il pesce semintelligente se ne accorse, riuscì faticosamente a scivolare fuori e a riguadagnare lo stagno a piccoli salti. Andò a raggiungere il primo pesce e, ansimando, si nascose accanto a lui.
4. Ora, il terzo pesce, quello Stupido, non era naturalmente in grado di trarre vantaggio dagli eventi, neanche dopo aver ascoltato il racconto del primo e del secondo pesce. Allora riesaminarono ogni dettaglio con lui, sottolineando l’importanza di non respirare quando si finge di essere morti. “Molte grazie, adesso ho capito!”; disse il pesce stupido, e con quelle parole si lanciò fuori dall’acqua e andò ad atterrare proprio accanto al pescatore. Ora, il pescatore, che aveva già perso due pesci, lo mise subito nel secchio senza preoccuparsi di verificare se respirava o no.
5. Poi lanciò ancora ripetutamente la sua rete nello stagno, ma i primi due pesci erano ormai al sicuro nella cavità sotto la riva. E questa volta il suo secchio era ben chiuso. Il pescatore finì per rinunciare. Aprì il secchio, si accorse che il pesce stupido non respirava, lo portò a casa e lo diede da mangiare al gatto.

Seconda Versione: Kalila e Dimma. Fiabe indiane di Bidpai. C’è chi sostiene che questo libro (il famoso Panciatantra, cinque libri di saggezza indiana) abbia girato il mondo ancor più della Bibbia, visto che nel corso dei secoli è stato tradotto ovunque, dall’Etiopia alla Cina. Di sicuro i racconti di Bidpai si ritrovano nella cultura popolare della maggior parte dei Paesi europei, almeno quanto in quella orientale. La Fontaine e Esopo, così come alcuni racconti sufi con protagonisti animali, devono molto alle “favole di Bidpai”; Il racconto dei “Tre Pesci” della prima versione è chiaramente tratto dal Libro di Kalila e Dimma, versione rielaborata dallo scrittore arabo Ibn al-Muqaffa’ (721-757) dell’originale Panciatantra. È in questa nuova veste, ovviamente con adattamenti e ritraduzioni locali, che raggiunse tutta l’Europa.

Tre grassi pesci – pesce saggio, pesce scaltro e pesce scemo vivono in un profondo laghetto vicino all’ansa di un fiume. Sono grassi perché, essendo in tre, sono i dominatori incontrastati del loro ambiente. Divorano all’istante tutti i pesci più piccoli che risalgono il canale che unisce il fìume al laghetto. Anche tritoni, salamandre, anguille, insetti, sanguisughe, lumache, ragni, serpenti o rane che indugiano troppo a lungo nel laghetto hanno buone probabilità di finire nella pancia di uno dei tre compari. Siccome il lago è nascosto e isolato, nessun predatore li infastidisce. Le cose vanno avanti cosl, finché un giorno due uomini che stanno pescando nel fiume scoprono per caso il laghetto e si mettono a osservare i tre grassi amici.
«Anche i pesci si accorgono degli uomini. Guardando fuori dall’acqua ne vedono uno che li indica uno dopo l’altro muovendo svelto un dito. Il suo compagno si lascia scappare un fischio d’ approvazione. Sorridono compiaciuti e speranzosi, in preda a un eccitazione quasi infantile. Un pescatore chiude gli occhi e si lecca le labbra beato. L’altro batte la spalla dell’amico e gli mostra dove possono gettare con il massimo profitto le reti, fingendo di lanciare e ritirare una rete nelle acque del laghetto. Per un po’ i due continuano a confabulare eccitati, poi si calano dalle spalle le reti, le stendono sopra a delle rocce nelle vicinanze e si concentrano sui preparativi.
«Pesce saggio cerca subito di mettersi in salvo. Senza nemmeno salutare gli altri, attraversa il laghetto con gran vigore. Le pinne scintillanti e il corpo che guizza veloce agitano l’acqua lasciando una scia spumeggiante. Si tuffa nello stretto immissario che porta al fiume facendo un gran trambusto e presto scompare dalla loro vista.
«Efficace, ma non troppo elegante» sottolinea pesce scaltro, riprendendosi in fretta dallo stupore per l’improvvisa fuga di pesce saggio.
«Dove va?» chiede pesce scemo. «Perché tutta questa agitazione?»
«Amico mio» spiega adagio «presto arriveranno gli uomini con le reti e dobbiamo escogitare un piano per essere più scaltri di loro, altrimenti ci prenderanno».
«”Come fai a saperlo?» chiede con diffidenza pesce scemo. «Magari quei signori sono solo osservatori di pesci e non vogliono farci del male. E poi io so nuotare meglio di un uomo! Questo laghetto è profondo e mi posso nascondere sul fondale».
Pesce scaltro riprova con estrema pazienza a spiegargli la situazione: «Le reti da pesca hanno dei pesi lungo il bordo e possono raggiungere il fondo del laghetto. I pescatori sono assai abili, sanno come lanciare le reti e dragare il fondo i pesci grossi come noi non hanno scampo. Dobbiamo fare qualcosa, e presto!».
«Bene, sono sicuro che sarà molto interessante» dice pesce scemo, un po’ infastidito dal tono da maestrino di pesce scaltro. «Ma adesso ti dico cosa ho intenzione di fare: schiaccerò un bel pisolino, proprio cosl! Tutto questo ciarlare mi fa venire sonno. Io non li vedo gli uomini. Non vedo nessuna rete. Comunque, dormirò sul fondo – non si sa mai. Grazie per i consigli. Intanto, tu fai a modo tuo che io faccio a modo mio». E con un primo dignitoso colpo di coda, seguito da molti altri, pesce scemo si dirige verso il fondale per il suo sonnellino.
Pesce scaltro, ormai solo, fluttua quasi immobile. Mentre riflette, continua a sprofondare. «Come muoversi e quando? Questo è il problema», rimugina fra sé, e di tanto in tanto una bolla gli scivola fuori dalle labbra e risale ondeggiando lentamente verso la superficie, dove esplode quasi impercettibile. «Devo analizzare questa spiacevole situazione con estrema cura» pensa. Il suo astuto cervello da pesce sa come procedere: «Individuare in modo sistematico tutte le variabili; esaminare con cura le tattiche possibili; ideare creativamente
una strategia di fuga inedita. Le rotelle della sua mente girano a velocità vorticosa. Più si concentra, più scivola verso il fondo. Alla fine decide di esplorare l’immissario del fiume.
«Bisogna avere informazioni precise prima di formulare ipotesi» arguisce mentre nuota. Ma quando arriva al canale scopre che gli uomini, messi in allarme dalla fuga rumorosa del pesce saggio, hanno sbarrato l’uscita con le reti. Attraversa il laghetto per controllare l’altro canale. Niente da fare: chiuso anche quello.
«Maledizione» dice fra sé, e comincia a girarsi attorno impaurito e confuso. Poi sente un tonfo, si volta e vede alle sue spalle un velo di reti da pesca che sprofonda con eleganza nell’acqua. «Maledizione!» ripete. «Maledizione, maledizione! Perché ho sprecato cosl tanto tempo? È spaventoso! Adesso cosa faccio?»
Fortunatamente nesce a controllare l’agitazione ripetendo una delle sue massime preferite: «Il panico non serve a nulla». Poi, mentre cerca ulteriore conforto, ricorda un altro detto e scoppia a ridere declamando a voce alta: «La tensione è il miglior stimolo per la mente». ·
«A quel punto, come per magia, dentro alla sua portentosa testa di pesce matura un piano brillante. Si tuffà rapidamente verso il fondo del laghetto. «Arrrivano le reti! Arrivano le reti!» urla a pesce scemo che se ne sta lì insonnolito.
«Oh, piantala!» risponde pesce scemo voltandosi dall’altra parte. «Lasciami in pace.»
Pesce scaltro scava con la bocca un grosso pezzo di fanghiglia maleodorante dal fondo e se ne riempie le fauci. Finisce quasi soffocato per l’orrore. Tornato a pelo d’acqua si rigira e si lascia andare alla deriva come un morto, con la pancia bianca rivolta verso il sole. Nel frattempo i pescatori cominciano a dragare sistematicamente il laghetto; lanciano e ritirano le reti battendo il fondale a tappeto. Notano pesce scaltro che galleggia a pancia all’aria sulla superficie e lo tirano a riva. Uno dei due lo afferra per la coda e lo annusa. «Puah! Bleah!» strilla. «Questo è già morto e putrefatto» e lo scaraventa a terra.
Con la bocca colma dell’orribile fanghiglia, pesce scaltro trattiene il respiro il più a lungo possibile. Quando gli uomini si rimettono al lavoro, procedendo a piccoli guizzi raggiunge uno dei canali oltre le reti, piomba in acqua con un tonfo sonoro, sputa l’orrido fango e si precipita al riparo nel fiume.
«Pesce scemo continua a dormire, ignaro di tutto. Russa producendo una sottile scia di bolle che gli sale dritta sopra la testa, finché la rete non gli si chiude addosso. A quel punto
si sveglia per vivere l’ultimo incubo.
«Cosa? Cosa sta succedendo?» urla disperato mentre gli uomini lo issano fuori dall’acqua esultanti. Nonostante cerchi di opporsi con tenacia, pesce scemo non ha via di scampo. Gli uomini lo stordiscono con una bastonata e lo portano a casa dalle loro famiglie per trasformarlo in una smisurata frittura. In seguito raccontano interminabili storie sui «due enormi pesci che ci sono scappati», ma nessuno dà loro retta.