ROSACROCE: introduzione a quattro documenti fondamentali

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PREMESSA

Una bella mattina dell’agosto 1623 i parigini meravigliati poterono leggere sui muri della loro città dei manifesti che dicevano: «Noi, deputati del Collegio principale dei Fratelli della Rosacroce, soggiorniamo visibili ed invisibili in questa città per grazia dell’Altissimo, verso il quale si volge il cuore dei Giusti. Noi indichiamo e insegniamo senza libri e senza maschere a parlare ogni sorta di lingue dei paesi dove vogliamo essere, per salvare gli umani nostri simili dall’errore della morte»(l).

Altri manifesti erano ancora più espliciti: « Noi, deputati del Collegio dei Rosacroce, rendiamo noto a tutti coloro i quali desiderino entrare nella nostra Società e Congregazione, che insegneremo loro la perfetta Conoscenza dell’Altissimo, da parte del quale faremo questa assemblea e li renderemo come noi da visibili a invisibili e da invisibili a visibili, e saranno trasportati in tutti i paesi stranieri dove il loro desiderio li porterà. Ma per raggiungere la conoscenza di queste meraviglie, noi avvertiamo il lettore che conosciamo i suoi pensieri e che se egli vuole conoscere per pura curiosità, non riuscirà mai a comunicare con noi, ma se la sua volontà lo porta realmente ad iscriversi sul registro della nostra confraternita, noi che giudichiamo i pensieri, faremo loro vedere la verità delle nostre promesse, tanto è vero che non indichiamo il luogo della nostra dimora dato che i pensieri uniti alla volontà reale del lettore saranno in grado di far conoscere noi a lui e lui a noi »(2).

In tal modo si avvertiva il pubblico che soltanto gli uomini che avevano il sincero desiderio di aderire alla confraternita sarebbero stati individuati da essa. Questi manifesti sarebbero stati affissi da sei fratelli Rosacroce il cui ordine contava in tutto trentasei membri sparsi in Europa. I parigini si beffarono di questi «Invisibili» che potevano parlare tutte le lingue senza averle apprese; erano illusionisti? ciarlatani? Ci furono degli scherzi sinistri causati dalla credulità o dall’avidità degli uomini(3).

La Rosacroce fu subito attaccata violentamente, soprattutto dal clero francese. Un autore anonimo scrive un opuscolo intolato Gli orrendi patti conclusi tra il Diavolo e i presunti Invisibili, in cui si racconta, con lo stile di un Léo Taxil(4) , che così sembra anticipare, la fondazione della setta, gli accordi presi tra i sei membri e il Diavolo che ha fatto loro ammettere la falsità della teoria dell’immortalità dell’anima. I discepoli di Satana cercano quindi nuovi adepti ed hanno così redatto i manifesti per un reclutamento più rapido.

Bisogna anche ricordare che ci troviamo in un periodo torbido. L’Editto di Nantes è stato firmato il 15 aprile 1598 (5) e sono trascorsi solo tredici anni dall’assassinio di Enrico IV; la pace, imposta da Luigi XIII, scontenta sia cattolici che protestanti. Siamo quindi in un’epoca inquieta.

Nonostante queste calunnie, i Rosacroce incuriosirono alcuni spiriti indipendenti che cercarono di entrare in contatto con l’associazione segreta. Alcuni gridarono all’impostura, mentre uomini come Cartesio dichiararono «che avevano dovuto accontentarsi di leggere gli scritti pubblicati dalla Confraternita». Si tratta qui di affermazioni più caute, ma che tuttavia non ci mettono sulla giusta via. Vi sono cosi delle posizioni assai contraddittorie: da un lato, un movimento che si vuole far conoscere, dall’altro dei detrattori determinati e categorici e, al centro, degli uomini che lasciano aleggiare il dubbio nonostante le loro ricerche. Le loro dichiarazioni sfumate, il più delle volte non contestano questo movimento segreto, ma lasciano sovente spazio all’equivoco.

Anche se i manifesti sono stati affissi a Parigi, è tuttavia in Germania che va ricercata l’origine del movimento. Nel 1614 appare a Kassel, edita da Wessen, la prima opera sull’Ordine della Rosacroce. La Fama Fraternitatis ha solo 15 pagine in 12°, ed è seguita subito dopo da un altro trattato, la Confessio Fraternitatis, edito sempre a Kassel e largamente diffuso dall’editore J. Bringeren di Francoforte nel 1615. Questo testo ha 23 pagine nell’edizione latina e 46 in quella tedesca. Si tratta di due volumetti anonimi scritti in lingua tedesca. La terza opera anch’essa senza il nome dell’autore Chymische Hochzeit: Christiani Rosenkreutz Anno 1549 (tradotto come “Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz”) appare a Strasburgo nel 1616. Il successo di questi tre libri anonimi è considerevole e Will-Erich Peukert(6) ha calcolato che solo negli anni 1614-1620 si sono avuti circa 400 titoli tra dedizioni, commenti e libelli.
Il quarto manifesto, meno noto dei precedenti tre, ma altrettanto interessante è intitolato Speculum sophicum rhodo-stauroticum (tradotto come “Specchio della Sapienza Rosacrociana”). Fu stampato nel 1618, probabilmente a Francoforte; il suo autore un certo Theophilus Schweighardt lo dichiara comunque concluso il 1° marzo 1617. Come le altre opere “rosacrociane” (ma non solo) è scritto in un curioso e caratteristico assemblaggio di tedesco e di latino.

FAMA FRATERNITATIS

rosacroce-front_famaIl titolo della prima opera indica un programma completo: Riforma universale e generale di tutto il vasto mondo, seguito dalla Fama Fraternitatis del lodevole Ordine della Rosacroce, indirizzato a tutti i sapienti e capi di Europa. Con una breve risposta fatta dal Sig. Haselmayer che, a causa di essa, fu arrestato e imprigionato dai gesuiti e messo ai ferri sulle galere. Ora pubblicato e stampato e comunicato a tutti i cuori fedeli di Europa .

Un’illustrazione precede il titolo: il serpente che abbraccia l’ancora. La risposta di Adam Haselmayer indirizzata alla «lodevole Confraternita dei teosofi della Rosacroce» segue il messaggio. Benché la Fama ci presenti quest’ultimo come una persona vivente, segretario dell’Arciduca Massimiliano, gran dignitario condannato dai gesuiti alla galera, sospettiamo di essere in presenza di un simbolo che permette di sviluppare le affermazioni della Fama. Haselmayer risponde a questi «uomini apostolici» commentando il suo entusiasmo e i suoi terrori perché ha conosciuto la Confraternita già nel 1610 attraverso un testo manoscritto: «Voi siete uomini scelti ora da Dio per elargire l’eterna verità teofrastica e divina miracolosamente conservata fino ad oggi, forse dai tempi di Elia Artista».  Si profetizza così l’avvento del Quarto Regno, quello dello Spirito Santo, con il ritorno sulla terra del profeta Elia. Haselmayer predice la caduta del papa, dei prelati e dei gesuiti, mentre Gesù ritornerà trionfante ; questa trasformazione si deve svolgere tra il 1612 e il 1614 [Come “profeta” non mi sembra il massimo e neanche originale; il Papa cadrà e Gesù verrà, esattamente come, tutto ciò che è manifesto, prima o poi, sarà destinato a rientrare nell’immanifesto; tutt’altra storia, ovviamente, è sapere e dire quando! Nessuno sulla faccia della terra può fare simili previsioni, a meno che non si accettti la “predeterminazione” di ogni evento, il che ha però delle gravi conseguenze sul piano del “libero arbitrio”. Si possono fare previsioni solo e soltanto di fenomeni o eventi ripetibili e di cui si conosce perfettamente la funzione, che deve essere di tipo deterministico, perchè se la funzione fosse di tipo probabilistico, ossia una variabile aleatoria o casuale, saremmo nei guai 🙂 K.T.]. Nella Risposta di Haselmayer questi chiede che i Fratelli della Rosacroce si manifestino pubblicamente.

CONFESSIO FRATERNITATIS

rosacroce-front_confessioLa Confessio del 1615 conferma ciò che la Fama ha appena espresso, ma non alza il velo sulla sua esaltazione mistica e apocalittica. Ricordiamo nuovamente che questo testo di 46 pagine nell’edizione tedesca appare nel 1615 sia a Kassel che a Francoforte. Durante tutto questo periodo alcuni illuminati annunciano la fine del mondo e gruppi di uomini predicano nelle campagne per preparare l’umanità all’avvento dello Spirito Santo [Di nuovo: quando la smetteranno di fare previsioni per il futuro, sarà sempre troppo tardi! Sono proprio affermazioni di questo tipo a rendere ai miei occhi poco credibile l’insieme. 🙂 K.T.]. La Confessio conferma in termini più precisi la fine imminente del mondo: Dio ha inviato dei segni; nuove stelle appaiono nelle costellazioni del Serpente e del Cigno; la Confessio sottolinea la necessità di liberarsi dell’influenza del papa considerato come l’ingannatore, la vipera, l’anticristo; bisogna studiare le Sante Scritture; l’uomo deve seguire la via cristiana predicata dalla Confraternita che può, tuttavia, rivelare il suo messaggio all’eletto, soltanto dopo un decreto speciale di Dio.

Dopo questo importante limite – dato che non tutti gli uomini possono accedere alla salvezza eterna – si scopre che la Confraternita si serve di una scrittura magica e segreta e che s’interessa di astrologia pur rifiutando il sistema di Tolomeo. La Confessio è divisa in capitoli scrupolosamente definiti; questi spariscono nell’edizione di Francoforte. Come nota Paul Arnold(7), la Confessio è ricalcata da quella di Augusta redatta quasi cento anni prima da Melantone. Aggiungiamo che la Confessio cita il nome esatto di Christian Rosenkreutz che sino ad allora appariva solo con le iniziali.

NOZZE CHIMICHE DI CHRISTIAN ROSENKREUTZ

rosacroce-front_rosenkreutzNel 1616 viene pubblicato da Zetzner, a Strasburgo, Chymische Hochzeit: Christiani Rosenkreutz Anno 1459, senza il nome dell’autore(8). Il libro di 146 pagine descrive il cammino di Rosenkreutz verso l’illuminazione ultima. Per sette giorni, questo eremita, un vegliardo di 81 anni, si sottomette a terribili prove quotidiane; le prove fisiche con salite, scale e corde, si susseguono alle prove spirituali; l’età, i lavori, le prodezze fungono da simboli; l’azione inizia la sera del giovedì santo e termina il mercoledì dopo Pasqua. Si noti l’importanza dei numeri: il sette ritorna spesso, come anche il nove. Il pensiero alchemico presiede questa ricerca che si riferisce ai gusti dell’epoca con il tema della ricerca, dei viaggi, dei dedali, delle comodità, della magnificenza, ma anche dei buoni pasti con intermezzi musicali, le conversazioni, le domande enigmatiche che sono passatempi verbali. Ma vi sono anche dei valori più esoterici e la ricerca della Grande Opera mette il neofita in presenza del matrimonio del re con la regina; decapitati, i sovrani resuscitano grazie alle cure degli eletti.

Il racconto è senza dubbio l’allegoria di una prova iniziatica con i gradi successivi della ricerca della parola perduta, il raggiungimento dell’illuminazione totale dopo il difficile cammino della salvezza. Questo mito della ricerca non è nuovo e il Medio Evo ha spesso commentato simili ricerche. Per Bernard Gorceix, questo testo si pone come un anello della «catena che unisce il Sogno di Polifilo di Francesco Colonna del 1499, il Quinto Libro di François Rabelais del 1564, il Viaggio alle Isole Fortunate di Beroaldo di Verville del 1610». Ma Paul Arnold ha mostrato tutti gli accostamenti che si possono fare con l’opera incompiuta di Edmund Spenser The Fairie Queene e più particolarmente il suo decimo canto: «La Leggenda del Cavaliere della Croce Rossa»(9). Il tema della Rosacroce sembra provenire verosimilmente da una corrente tradizionale.

Il misterioso castello delle Nozze è vicino a quello frequentato
dai Cavalieri della Tavola Rotonda, alla ricerca del Graal; si pensi al Parzival di Wolfram von Eschenbach e si può evocare la stessa magia dello sfondo, con scene estremamente simboliche che possono sembrare soltanto decorative, fiabesche o fantastiche. Certe scene burlesche orientano verso uno scopo ben preciso; Mozart, con il suo Flauto Magico, sembra aver seguito un processo iniziatico analogo.

nozze_chimiche_1Nelle Nozze Chimiche non troviamo soltanto tutto un armamentario alchemico, ma anche simboli eterni come il pellicano, il corvo, il liocorno. Se le vergini abbondano e girano intorno a questo vegliardo,  la cui età è essa stessa simbolica, 81 anni (ossia 8 + 1 = 9 = 3 x 3 =32), ma che si può anche vedere come (5 + 4)2 , ci troviamo di fronte all’operazione della Grande Opera alchemica, con il matrimonio filosofico dello zolfo e del mercurio, del re e della regina la cui unione ha luogo nella camera nuziale che porta anche il nome di uovo filosofico. Scopriamo così le fasi della putrefazione, della resurrezione, della rubedo. Ma al processo della via umida, della trasmutazione metallica, si aggiunge la ricerca cosciente della spiritualità, dell’Amore. Per Bernard Gorceix, le Nozze Chimiche «sono un trattato religioso che parla di edificazione, di escatologia e di misticismo. Le Nozze Chimiche sono altrettante Nozze Mistiche».

Serge Hutin(10) precisa che vari passaggi del libro descrivono episodi rituali, rivelano drammi iniziatici, e vi vede anche il carattere misto delle logge della Rosacroce, poiché le donne vi sono investite di funzioni rituali capitali: si notano delle vergini vestali ed una donna che presiede il rituale.

Le nozze tra il Re e la Regina non sono altro in realtà che il tema alchemico per eccellenza. Si può considerare l’unione tra Cielo e Terra, quella dei due Mondi; su un piano spirituale. I principi maschili e femminili devono unirsi se si vuole trovare l’essere androgino primordiale, l’essere indifferenziato. L’autore delle Nozze Chimiche non ha indubbiamente voluto rappresentare una loggia come la conosciamo ai giorni nostri, ma suggerire l’unione dei principi. D’altronde, come abbiamo sottolineato, sembra probabile che la Rosacroce del 1616 non ha mai avuto sedi fisse, templi o rituali; le scene descritte mirano più a definire un clima spirituale piuttosto che le rappresentazioni esteriori di un ordine. Le Nozze Chimiche mostrano le relazioni dell’uomo con l’Universo; il luogo dove riposa Christian Rosenkreutz, che riflette la conoscenza, è esso stesso concepito come un’immagine del Cosmo.

SPECCHIO DELLA SAPIENZA ROSACROCIANA

rosacroce-front_specchioSi può osservare che la maggior parte dei numerosi scritti rosacrociani che videro la luce un po’ dappertutto in Germania – sulla scia dei tre scritti ufficiali della Confraternita – si presentano, in generale, come una sorta di «offerta di collaborazione» indirizzata alla Rosa-Croce da parte dei loro occasionali autori. Al contrario lo Speculum, oltre a presentare le suddette caratteristiche, si propone fin dalle sue prime righe soprattutto come un discorso assolutamente esaustivo (teorico-pratico ed emblematico al tempo stesso) elaborato da qualcuno che sembra conoscere verosimilmente da molto vicino gli autentici risvolti della vicenda connessa al movimento rosacrociano e che cerca di separare energicamente, nella coscienza dei lettori, l’autentica Rosa-Croce metafisica-ermetica dalla sua caricatura «Occultistica», che aveva già eccessivamente proliferato.

Nello Speculum, la polemica è soprattutto diretta contro i falsi alchimisti, gli impostori che promettono delle «meraviglie » di natura esclusivamente fisica e materiale. All’identica maniera della Fama Fraternitatis (1614) e della Confessio Fraternitatis (1615), lo Speculum traccia una demarcazione molto netta tra la preparazione dell’Oro Filosofale e la semplice trasmutazione materiale dei metalli in normale oro fisico. Assolutamente per la prima volta, lo Speculum fornisce anche ai lettori avveduti – sotto forma allegorica ed emblematica – dei metodi tecnici ben precisi per intraprendere correttamente le due «fatiche» che costituiscono l’integralità dell’Opera psico-chimica.

Fedeli a tutta la tradizione medievale dell’alchimia cristiana, il testo, come le figure, raccomanda quasi ossessivamente la necessaria complementarietà tra una Opera Prima (ergon) a carattere mistico-contemplativo-immaginale e una Opera Seconda (parergon) a carattere manipolatorio e sperimentale; senza tale complementarietà, ammonisce perentoriamente Schweighardt, ogni sforzo in vista del compimento della Grande Opera è già in partenza destinato a fallire.

rosacroce_2A volte il tono veementemente polemico e, talvolta, addirittura violento dell’opera potrebbe far sospettare una tipica forma di intransigenza settaria. Ma vorremmo ricordare che, almeno quando ci si riferisce – come in questo caso – ad emanazioni dell’autentica Confraternita rosacrociana, il tono seccamente perentorio non va considerato di tipo settario, bensì di tipo iniziatico(11). L’intransigenza verbale ha dunque qui la specifica funzione di tutelare da contaminazioni profane la piena limpidezza del segreto(12) .

Ancora, in ogni sua componente teorica – ovvero riferita all’Opera Prima mistico-contemplativa – il contenuto sapienzale dello Speculum si pone come autentico esempio del più puro e ortodosso esoterismo cristiano: trascendendo (in essenza) i limiti confessionali inerenti alle contingenze storico-culturali del momento, ma al tempo stesso attentissimo a rispettare – come del resto ogni manifestazione esoterica realmente tradizionale – le forme del proprio exoterismo di riferimento, qui coincidente con la Riforma luterana.

Se si considerano la profondità e la levatura del”ispirazione dello Speculum, se si studiano attentamente tanto le sue informazioni teoriche, pratiche e bibliografiche, quanto il prezioso contenuto simbolico delle sue illustrazioni – nel limpido solco di un «misticismo ermetico» cristiano, che si mostra vicinissimo ad autori come Valentin Weigel e Jacob Boehme, e a sperimentatori ermetici come Paracelso – si comincerà lentamente a rendersi conto che questa operetta potrebbe ben essere considerata, sotto un certo punto di vista, come un vero e proprio «quarto manifesto» – dopo la Fama, la Confessio e le Chimische Hochzeit di Johann Valentin Andreae – dell’autentica Confraternita rosacrociana.

LUDIBRIUM ET FICTITIA

valentin_andreae«Ludibrium curiosorum», «ludibrium vanae Famae», «ludibrium fictitiae Fraternitatis Rosae-Crucis»: sono tre affermazioni di Johann Valentin Andreae, il quale si è attribuita la paternità delle Nozze chimiche di Chrtstian Rosenkreutz  (1616) nella sua Vita ad ipso conscripta (scritta verso il 1640, ma pubblicata in tedesco nel 1799 e in latino nel 1849), contenute rispettivamente nel Menippus (1617), in una lettera a Comenius del 1629 e in un indirizzo al principe Augusto del 1642. Intorno a queste parole latine – ludibrium e fictitia – si sono accapigliati gli studiosi e gli interpreti: era intesa in senso positivo, negativo o semplicemente descrittivo?  Non si tratta di una questione marginale o di una pignoleria da filologi: al contrario, il problema è veramente essenziale perché esso coinvolge l’intera problematica della Rosa-Croce, il cui “mistero” può essere almeno in parte sciolto a seconda del valore da dare a quei due termini. Infatti, le Nozze Chimiche, come scrive Frances Y ates, «hanno valore quasi di un terzo manifesto rosacrociano»: la definizione quindi che ne dà il suo autore si riverbera sui due precedenti e sull’intero senso da conferire alla Fraternitas.

È indubbio che ludibrium, come si evince da qualsiasi buon vocabolario, può essere inteso in due modi: da un lato in senso negativo come appunto “ludibrio”, “scherno”, “irrisione”; da un altro in senso descrittivo e comunque non negativo come “scherzo”, “gioco” (ad esempio: “ludibria fortunae“, gli scherzi del caso, in Cicerone; e “ludibria ventis“, gli scherzi del vento, in Virgilio). Inoltre, gli aggettivi che ne derivano, ludibundus e ludicer, hanno un’accezione assai più vicina al secondo significato: ludibundus sta per «che si abbandona alla gioia, allo scherzo, all’allegria», e ludicer «che serve da passatempo, gioco, divertimento», addirittura sta anche per «teatrale, scenico, da commediante».

Fictitia è un vocabolo che non si trova nel latino classico: esistono invece l’avverbio ficte, l’aggettivo ficticius, il sostantivo fictio, da cui quel termine tardo palesemente deriva. Il primo significa sia «falsamente» che «apparentemente»; il secondo sia «falsificato» che «fittizio»; il terzo ha addirittura tre sensi: «creazione-composizione », «finzione-ipotesi-supposizione», «menzogna-frode-ipocrisia» (la parola inglese fiction, per intendere la narrativa in genere, sembra evidente che derivi da fictio inteso complessivamente). Come si vede, anche in questo caso il senso da dare alle intenzioni di Andreae, e quindi al fenomeno dei Rosa-Croce, può essere duplice ed opposto, negativo o positivo, a seconda della impostazione generale di chi se ne occupa: la finzione della Confraternita può risultare così una semplice «invenzione» o un peggiore «inganno».

In genere, tutti coloro i quali, sin dal XVII secolo, si sono occupati della Rosa-Croce a livello storico, critico, interpretarivo, non sono mai riusciti ad assumere una posizione equilibrata, mediana: o si era a favore o si era ostili, e ciò vale sia per i contemporanei, che subito si schierarono da una parte o dall’altra, sia per gli studiosi di oggi. È questo peraltro un atteggiamento che si ripete sempre di fronte a fenomeni che toccano problemi spirituali. Il loro mistero, e quindi il loro fascino, è tale che tocca e coinvolge una sfera che non è più soltanto quella puramente intellettuale, talché quasi istintivamente, al di là della mera razionalità, a seconda della propria formazione culturale e, diremmo, mentale, si è indotti a prendere posizione o per un partito o per l’altro, mettendo al servigio del pro o del contro tutte le proprie doti specialistiche, dialettiche, scientifiche.

Così pagine e pagine, libri su libri, hanno proposto analisi, interpretazioni, deduzioni sulla vita e le opere di Andreae: essendo l’unico ad essersi apertamente attribuito la paternità di un testo rosacroce, capire i suoi intenti avrebbe significato risolvere l’enigma dell’intera Confraternita. Da un lato dunque chi interpreta negativamente i due termini latini come ludibrio, inganno, mistificazione; dall’altro coloro che li interpretano come scherzo, gioco, invenzione, e quindi sia «mito fantastico» e «allegoria biblica » (Paul Arnold), sia addirittura «scherzo mistico», «commedia», «scena drammatica di temi buoni e utili » (Frances Y ates, che mette in risalto l’interesse di Andreae per la rappresentazione teatrale come traspare anche dalle Nozze chimiche). Il risultato è, allora, come sostiene Umberto Eco, «l’impossibilità di risolvere definitivamente il mistero, dato che gran parte di questa letteratura pare reggersi anche sul gioco, sull’ammicco, sul qui-lo-dico-e-qui-lo-nego».

Queste conclusioni del semiologo di Alessandria, insolitamente possibiliste per chi ne conosca l’intransigenza razionalista nei confronti di certi argomenti, sono poste come chiusa della sua introduzione alla traduzione italiana della Storia dei Rosa-Croce del citato Arnold (Bompiani, 1989), un saggio fondamentale sull’argomento, di cui viene messa in risalto, et pour cause, in pratica soltanto la pars destruens. È invece, fondamentale l’aspetto propositivo, il giudizio che l’autore francese dà al termine delle sue indagini e che conviene riportare abbastanza per esteso, perché il nocciolo dell’intera questione; dell’intero mistero, ci sembra proprio che risieda qui:

«Per gli autori e i difensori dei manifesti la Confraternita non è una realtà ma una finzione, un simbolo solenne, una sorta di allegoria seducente. Ora comprendiamo perché sembravano passarsi parola nel chiamare i loro scritti burle o divertimenti, perché sono stati manifestamente poco seri nelle loro descrizioni mitiche della Confraternita, della vita dei Fratelli, della procedura di affiliazione; perché nessuno di loro ha mai incontrato dei Fratelli; perché essi stessi non lo erano; perché gli avversari della dottrina continuavano a sfidare la Confraternita a manifestarsi, e i Fratelli a restare sul vago; perché, a detta di Andreae, si possono trovare solo falsi Fratelli che insieme formano una nuova torre di Babele […]. All’inizio non esisteva alcuna Confraternita Rosa-Croce. C’era solo una allegoria e una dottrina della salvezza spirituale proposte sotto forma di ludibrium “che perseguiva un fine serio e ispirava l’amore per il cristianesimo”. È infatti grazie a questo gioco divertente che si spera di veder sorgere l’aurora spirituale di cui parla la Confessio».

nozze_chimiche_2Insomma, quel «complotto dei saggi», come lo definisce Jean-Pierre Bayard, che si serviva del simbolismo ermetico e si ricollegava a dottrine spirituali precedenti sperando di approdare a lidi nuovi: nelle Nozze chimiche, dopo l’operazione alchemica che ha portato alla creazione della fenice e alla rinascita del Re e della Regina nella Torre dell’Olimpo a sette piani, si è fatto giustamente notare come Christian Rosenkreutz ripassi il mare con una flottiglia di navi che recano ognuna un segno dello Zodiaco (la sua ha quello della Bilancia) ed una volta giunto a terra si unisca a dei cavalieri che recano una bandiera bianca con al centro una croce rossa cioè il simbolo di San Giorgio e dei Templari.

Non è un caso allora che, come tutte indistintamente le opere ermetiche del tempo, e dei secoli precedenti le Nozze chimiche si presentino come una vera e propria narrazione (hermetic romance viene chiamato nella prima traduzione inglese del 1690) ricchissima di simboli e che portino sul frontespizio due significativi motti in latino, allo stesso tempo ermetici ed evagelici: «Arcana publicata vilescunt: et gratiam prophanata amittunt. Ergo: ne Margaritas obijce porcis, seu Asino substerne rosas». Vale a dire: «Gli arcani svelati vengono sviliti: e quello che  è profanato distrugge la grazia. Quindi: non gettare le perle ai porci e non preparare un letto di rose ad un asino». Il motivo essenziale e vero dell’«ammicco» e del « qui-lo-dico-e-qui-lo-nego» sta dunque esattamente qui.

Le Nozze chimiche sono allora «un notevole racconto cavalleresco, o romanzo, o fantasia» (Yates): addirittura si può ben dire che «l’opera racconta in forma di parabola il cammino verso l’illummazione suprema», quindi non «una mistificazione,  un “travestimento”, ben riuscito della Fama allo scopo di ridicolizzare la Confraternita», bensì il «riassunto migliore del messaggio rosacrociano » (Arnold): «Così, ben lungi dall’essere una parodia, le Nozze chimiche costituiscono il lascito più  prestigioso delle aspirazioni teosofiche della Rosa-Croce originaria e la testimonianza del ruolo preponderante che Andreae ha giocato nell’elaborazione del mito e della dottrina rosacrociana», conclude sempre lo scrittore francese.

Albero_Conoscenza_Bene_Male_RosacroceMito, dunque. E quindi vicenda sacra esemplare che trasmette il suo messaggio lungo il tempo. Nonostante che la storia leggendaria di Christian Rosenkreutz sia esposta nella Fama (mentre la Confessio è una illustrazione degli scopi della Confraternita), sono senza dubbio le Nozze che forniscono il maggior numero di riferimenti simbolico-ermetici, e di conseguenza la maggiore suggestione, al riguardo. In  realtà, nell’opera che, per stessa sua ammissione, Andreae scrisse da ragazzo, i  simboli si accavallano ai simboli in un modo tanto eccessivo da indurre, alla fine del secolo scorso, Karl Kiesewetter a definirlo «un libro di alchimia assolutamente astruso e talmente bizzarro che nessuno è capace di trovargli un senso minimamente tollerabile». In effetti, leggendo questo «romanzo ermetico» si ha l’impressione di un sovraccarico di s1mboli non sempre possibili da spiegare, sopratutto perché sono intersecati e sovrapposti tra loro. Questo sistema può però avere una duplice spiegazione: da un lato una esuberante fantasia giovanile che può essersi ispirata, come ipotizzano alcuni esegeti, sia alla Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna del 1499 (A.C. Ambesi), sia al poema The Faerie Queene di Edmund Spenser del 1590 (P. Arnold); dall’altro il preciso intento di sviare i curiosi, gli impreparati, gli inadatti, gli inesperti come ben indicano i due motti latini riportati nel frontespizio del libro, essenziali dunque – come moniti – e come segnali delle intenzioni dell’autore – per la comprensione dell’opera, ma ai quali raramente (e stranamente) gli esegeti fanno riferimento.

Detto ciò, non è che il testo sia «assolutamente astruso» e privo di «un senso miniamente tollerabile». Bisogna impegnarsi a sviscerarlo: in linea di massima si può comunque dire con Arnold che esso espone «il duro cammino della salvezza attraverso l’illuminazione e l’estasi». E questo,  aggiungiamo noi, operando a tre livelli di lettura: il primo e quello di un vero e proprio romanzo fantastico, estremamente piacevole e avvincente, non privo anche di qualità letterarie (ed è in fondo proprio per questo aspetto che la sua fama si e trasmessa nei secoli, più di quella dei primi due manafesti), e proprio cosi lo definisce Andreae nella sua autobi0grafia: «un ameno componimento pieno di scene d’avventura». C’è qui tutto l’armamentario narrativo dell’epoca: il viaggio pericoloso, le prove da superare, il castello misterioso con i suoi abitanti, i segreti che custodisce, morti, resurrezioni, spettacoli teatrali, operazi0ni magiche, personaggi enigmatici, esseri invisibili,  cripte e sotterranei, torri misteriose, procedimenti alchemici, unicorni e fenici, peregrinazioni per terra e per mare, oggetti strani e invenzioni inusitate. Tutto quello che poteva occorrere per captare l’attenzione dei lettori e non solo di quelli seicenteschi. La stessa « moderna » trovata conclusiva (le due pagine finali mancanti) è tale da suscitare curiosità e attesa in quella parte di pubblico che si limitava a leggere l’opera soltanto per il piacere di gustare un « avventura mistica ».

TempleofrosycrossIl secondo livello è, si potrebbe dire, proprio quello del ludibrium inteso in senso negativo come scherno e irrisione. E non certo nei confronti della Rosa-Croce, ma di due categorie di personaggi: coloro i quali all’inizio della storia riescono, non si sa bene come, a raggiungere il castello del Re percorrendo la prima delle quattro vie a disposizione dei viaggiatori, ma si rivelano al dunque soltanto degli sbruffoni, dei millantatori, dei provocatori, e che non riescono a superare la prova della Bilancia degli Artisti e quindi vengono scacciati o addirittura condannati a morte; e coloro i quali, pur avendo superato i pesi della Bilancia, non hanno ancora raggiunto un sufficiente grado di iniziazione lungo la via della perfezione spirituale e continuano a credere che lo scopo dell’Alchimia sia soltanto quello di preparare l’Elisir di Lunga Vita o la Pietra Filosofale, cioè credono che il fine vero dell Ars Regia sia la ricerca dell’immortalità del corpo e la fabbricazione dell’oro materiale: essi sono i semplici «soffiatori» e proprio a tale incombenza li vede intenti il protagonista spiandoli dall’abbaino in cui si trova per completare la Grande Opera: quella vera, quella che consiste nel portare a termine le Nozze chimiche facendo penetrare l’anima nei corpi rigenerati del Re e della Regina, mentre al piano inferiore i «soffiatori» si affannano a produrre l’oro credendo di compiere a loro volta la Grande Opera. Su questi punti Andreae è chiarissimo e non si può equivocare: soltanto Rosenkreutz ed i suoi tre amici hanno effettivamente portato a termine la loro missione.

Il terzo livello infine è evidentemente il contraltare del precedente:
una esposizione, per chi la sa capire attraverso «il velame de li versi strani», di tutto quanto è trasmissibile per iscritto circa operazioni iniziatiche, un iter spirituale per raggiungere uno status più alto. Nelle Nozze chimiche c’è veramente tutto a ben vedere, dopo averle scrostate e lette nel loro significato essenziale (Irenaeus Agnostus, dopo aver letto il testo manoscritto afferma in una lettera del 3 dicembre 1615: «Questo trattato contiene tutta l’arte alchemica descritta in forma enigmatica»). Non è certo possibile in questa sede addentrarci in una analisi minuziosa dei principali nodi simbolici del testo (ma ciò è in ogni caso possibile farlo grazie all’ausilio di alcune opere che, nell’epoca moderna, hanno analizzato il senso spirituale dell’Arte Regia, sviscerandone il simbolismo: La Tradizione Ermetica di J. Evola, Alchimia di T. Burckhardt, L’Alchimia di E. Canseliet soprattutto, ma anche Le Meraviglie della Natura di E. Zolla, vedi al riguardo la pagina dei libri sul BLOG dedicata all’argomento http://www.archeboli.it/libri/alchimia/ ); si può comunque dire che gli stessi elementi che in precedenza erano stati visti nella semplice ottica « avventurosa», qui prendono tutt’altro significato di fronte ai nostri occhi: la «chiamata» da parte di una Vergine in veste d’Angelo; la scelta affidata al Caso, al Fato, di una delle quattro vie canoniche dell’Alchimia (umida, umido/secca, secco/umida, secca) seguendo una colomba e un corvo; il superamento di varie prove costituite prima dal Guardiano della Soglia e poi dalla Bilancia degli Artisti; la tonsura, il digiuno; la visita al Castello, alle sue meraviglie, ai suoi sotterranei; la visione non volontaria di «Venere senza veli»; l’episodio del leone che spezza la spada, e dell’unicorno; la decapitazione dei sovrani ad opera di un negro a sua volta decollato (e qui basti ricordare che «etiope» era uno dei nomi attribuiti alla «materia prima» dopo alcune fasi di passaggio dell’Opera al Nero); l’uso che si fa della sua testa; l’inganno nei confronti di coloro i quali non sono del tutto pronti, facendo loro credere che i cadaveri dei monarchi vengono sepolti; la partenza verso la Torre dell’Olimpo sita su di un’isola quadrata a bordo di navi con i segni dei pianeti sulle vele.

Triade_Settenario_RCEccola: è una torre a sette piani come sette sono gli stadi dell’operazione alchemica, e come sono sette i giorni in cui si svolge l’avventura di Rosenkreutz: al primo piano si preparano tinture ed essenze; al secondo si sciolgono i corpi dei defunti grazie alla testa del moro ricavandone un liquore, chiuso poi in una sfera d’oro; al terzo piano la sfera viene esposta alla luce concentrata del sole grazie ad un gioco di specchi, in modo che nella sfera si formi un uovo; al quarto piano l’uovo viene sepolto nella sabbia calda e da esso nasce un «uccello selvaggio » con le piume nere, la Fenice, che viene nutrita con il sangue dei sovrani, le penne cadono sostituite dalle bianche e poi da quelle multicolori; al quinto piano la Fenice viene immersa in un bagno che le fa perdere le piume dalle quali si ricava una tintura blu con cui la si dipinge; al sesto piano, al momento di una particolare congiunzione, si decapita l’uccello, il corpo viene incinerito e le ceneri conservate; al settimo piano vanno soltanto i «soffiatori» che si affannano intorno ai fornelli «sino a perdere fiato»; nell’abbaino, che ha una cupola a forma di sette semisfere concave e che nessuno sa essere al di sopra del settimo piano, vanno invece i veri adepti, i «filosofi» (che sono quattro – Rosenkreutz e tre amici – come quattro sono gli adepti iniziali della Rosacroce, secondo quanto si dice nella Fama) qui viene ridata vita al Re e alla Regina umidificando e riscaldando le ceneri della Fenice e poi versandole in due stampi da cui escono due figurine di pochi centimetri che assumono forma umana dopo essere state nutrite con il sangue sgorgato dal petto della Fenice; l’anima giungerà infine attraverso il tetto lungo un raggio di luce, anzi una triplice anima, secondo gli insegnamenti tradizionali. Il ritorno avviene su navi che questa volta – passando dall’astronomia all’astrologia – hanno sulle vele i simboli dello Zodiaco, e insieme ad un gruppo di cavalieri che reca la bandiera bianca e la croce rossa dell’Ordine del Tempio.

Ma … Ma a quanto pare Christian Rosenkreutz, nonostante fosse l’adepto privilegiato che, non solo rispetto ai cinque «soffiatori», ma anche rispetto ai suoi tre amici «filosofi», aveva capito in anticipo la reale portata dei procedimenti, sia perché aiutato esplicitamente, sia grazie al caso, sia per merito del suo intuito, nonostante sia ormai Eques Aurei Lapidis, non è ancora definitivamente degno della ricompensa reale: egli ha visto «Venere senza veli» mentre era addormentata. Viene quindi punito: deve sostituire nel suo compito il primo Guardiano che tempo prima si era macchiato dello stesso peccato. Le ultime righe del libro però, denunciando la perdita di due fogli, li sunteggiano rendendo noto al lettore che alla fine il protagonista se ne torna invece a casa sua.

venereCome si può spiegare una conclusione così inattesa e sconcertante rispetto a tutto quanto la precede? Non è essa in contraddizione con l’essere le Nozze chimiche una specie di «manuale di ascesi pratica», come è stato anche definito? In effetti, i vari autori che si sono occupati della Rosa-Croce ed hanno affrontato l’esegesi del «romanzo ermetico» di Andreae, non si sono soffermati molto o affatto su questo particolare. L’unico che abbia tentato di darne una spiegazionè è Alberto Cesare Ambesi nel suo I Rosacroce (Armenia, 1975): egli ritiene che il finale tronco alluda ad un «errore di Andreae alla soglia di un precoce trionfo ermetico». Questo errore non deve essere inteso però su di un piano meramente umano, e cioè riferentesi ad alcuni incresciosi episodi dell’epoca universitaria, ma soprattutto su di un piano simbolico ed esoterico: aver osservato «Venere senza veli» vorrà dire allora «non aver percepito nell’Eros umano il riflesso di quello celeste ( … ) un mancato processo di identificazione della Venere umana con la Venus Urania. Il che significa che il fittizio Rosenkreutz di Andreae, nelle fasi ultime di consacrazione, essendo venuto a contatto con una forza fecondatrice che ancora doveva attendere un lasso di tempo per sciogliersi e generare, seppe cogliere solo l’aspetto fascinatore di essa, subendone in pieno il potere paralizzante».

Ipotesi verosimile, cui da parte nostra possiamo aggiungerne un’altra a completamento. Johann Valentin era nato il 17 agosto 1586 (morirà il 27 giugno 1654) ed aveva iniziato a frequentare l’Università di Tubinga nel 1601: per sua ammissione avrebbe redatto le Nozze fra il 1602 e il 1604, dunque tra i 16 ed i 18 anni; fu espulso nel 1606, dopo essersi diplomato magister nel 1605, a causa di una« vergognosa faccenda» che immischiava alcuni suoi compagni e delle «etere» ed in cui risultò coinvolto. Ora, se l’episodio avvenne almeno tre anni dopo la composizione delle Nozze come possono farvi riferimento queste ultime? I casi allora sono due: o il «romanzo ermetico» venne in realtà redatto posteriormente alla data assegnatagli dallo stesso autore molti anni dopo nella sua autobiografia (Arnold ha evidenziato, del resto, molti punti in cui Andreae ha «barato» non dicendo la verità); oppure la brusca cesura del testo, che in origine non esisteva, venne appositamente effettuata nel 1616, quando apparve la prima edizione anonima delle Nozze. Non vi sono altre possibilità.

Non mi pare che questa discrepanza di date ed episodi sia stata adeguatamente messa in luce sino ad ora e si sia cercato di spiegarne i motivi. Peraltro, essa potrebbe risolvere alcuni punti oscuri ed alcune apparenti contraddizioni: ad esempio, la grande precocità, la grande esperienza nel trattare il materiale simbolico-ermetico dimostrate da un ragazzo di 16-18 anni. Nella prima ipotesi, infatti, l’opera potrebbe essere stata composta in seguito, forse dopo la comparsa manoscritta della Fama, in cui c’è il primo nucleo del mito di Christian Rosenkreutz, e che si fa risalire almeno al 1610-1612 nella sua forma manoscritta, quando dunque Andreae aveva già 24-26 anni e potrebbe essere stato sollecitato a mettere mano alle Nozze partendo da quella suggestione: avrebbe allora potuto parlare con cognizione di causa di un evento del 1606 (lo scandalo delle «etere»). Nel secondo caso, occorrerebbe sapere se sono la Fama (in cui il protagonista è indicato soltanto con le iniziali C.R.C.) e la Confessio (in cui il nome è citato per esteso) a derivare dalle Nozze scritte intorno al 1604 e diffuse manoscritte attraverso il «circolo di Tubinga», oppure se sono le Nozze ad essersi ispirate ai manoscritti della Fama e della Confessio per trarvi qualche spunto: in ogni modo un testo del 1602-1604 non poteva riferirsi ad un evento reale o simbolico che fosse posteriore.

C’è poi un altro particolare, minimo ma significativo, che anche qui non mi pare sia mai stato notato da alcuno e che collega la Fama e le Nozze chimiche. Nella prima si afferma: «Essa promette più oro di quanto ne procurino le Indie al re di Spagna». Le Indie: vale a dire le Americhe, note da oltre un secolo all’epoca della redazione del manifesto che è presentato come opera di autori contemporanei. Nelle Nozze si dice: «il dono consisteva in una grossa e preziosa perla incastonata; era rotonda e lucente e non se n’era vista una simile né nel nostro né nel nuovo mondo». Ovviamente si dovrebbe pensare anche qui alle Indie/Americhe, ma è un paradosso perché nel 1459, anno in cui si dice si sia svolta l’avventura di Rosenkreutz, Colombo la sua scoperta non l’aveva ancora effettuata. Si deve quindi ritenere che sia un lapsus dell’effettivo autore, cioè Andreae, che scriveva nel XVII secolo. Una piccola incongruenza che potrebbe far pensare che le due opere siano state redatte dalla stessa mano, da sola o insieme ad altre: forse prima la Fama e poi le Nozze dove, come per forza d’abitudine, viene citato una seconda volta il «nuovo mondo» delle Indie occidentali.

Scoppiata la frenesia dei Rosa-Croce, si può così pensare che Johann Valentin, ormai trentenne, abbia deciso di dare alle stampe il suo anonimo «romanzo ermetico» giovanile, e che effettuò solo per l’occasione la cesura finale e per incuriosire i lettori e perché in realtà era proprio avvenuto qualcosa sul duplice piano dei fatti e dei simboli tre anni dopo la prima stesura.

Ma potrebbe esserci un ulteriore motivo per aver descritto una iniziazione che non diviene del tutto definitiva. Nella Turris Babel, sive Judiciorum de Fraternitate Rosae Crucis chaos, apparsa nel 1619 con le sue sole iniziali I.V.A., Andreae denuncia la degenerazione della Confraternita da quando si sono introdotti sulla scena «numerosi scrivani sfrontati che, sotto falso nome, riversano tutto ciò che sanno e pubblicano rabbiosamente protetti dall’impunità». In tal modo si era pervertito quello che Paul Amold ancora una volta definisce «un gioco tra intellettuali con lo scopo di sollecitare nella gente un ritorno alla religione e al raccoglimento in se stessi». Ora è ipotizzabile che tale degenerazione già si fosse cominciata a manifestare nel 1616 e che Andreae, venutone a conoscenza, abbia deciso di troncare bruscamente le Nozze senza far giungere Christian Rosenkreutz alla agognata e prevedibile (sino a quel momento) conclusione, quasi per scoraggiare gli impostori che volevano ricavar denaro alle spalle dei gonzi in nome della Confraternita.

Non solo degenerazione, naturalmente, ma anche l’esagerata reazione pro e contro quest’ultima indussero Andreae ad una maggiore cautela per non essere compromesso e subire danni nella sua vita pubblica e privata (dal 1614 era diacono della Chiesa evangelica a Vaihingen, nel Wurttemberg). Sinché i testi circolavano manoscritti, tra amici e, come si dice oggi, «addetti ai lavori», il ludibrium restò limitato ad una ristretta cerchia di persone: una volta divenuto di dominio pubblico, esso cominciò a provocare una serie di reazioni inaspettate. E che si trattasse di un «gioco» intellettuale e spirituale di alto livello, e non una beffa ed una ciarlataneria è lo stesso interessato a precisarlo sempre nell’autobiografia, là dove scrive, a proposito dei suoi successivi libelli, Turbo e Turris Babeli quali alla Confraternita a loro volta fanno riferimento, che «era il problema del cristianesimo che mi stava a cuore e che io tentavo di risolvere con tutti i mezzi; e siccome non potevo farlo per la via maestra, tentai di farlo mediante sotterfugi e pagliacciate, per niente mosso, come è parso a certuni, da intenti beffardi, ma ricorrendo a mezzi molto usati da persone pie, nel senso che con delle facezie e un’accattivante malizia perseguivo uno scopo serio e inculcavo l’amore per il cristianesimo».

I clamores spaventarono molti amici di Andreae e lui stesso che tentò immediatamente dopo di raggiungere il suo «scopo serio» attraverso la proposta di una Fraternità Cristiana più «ortodossa» (Invitatio ad Fraternitatem Christi, 1617; Reipublicae Christianopolitanae descriptio, 1619; e cosi via).

nozze chimiche_4CONCLUSIONE

Johann Valentin Andreae, da solo e con la collaborazione dei suoi colleghi del circolo di Tubinga, creò uno «scherzo mistico», senza «intenti beffardi» ma con uno «scopo serio», forse dapprincipio come un «gioco» interno, poi esternato proprio in un momento di grande tensione politica, culturale, spirituale, di tutta la Germania, che attecchì in modo inaspettato e insperato e creò, fondò, trasmise nei secoli un «mito», quello della misteriosa Confraternita che, riallacciandosi ad una tradizione esoterica (alchimia) e religiosa (il vangelo universale), prospetta una via di realizzazione interiore.

Essa va ben oltre tutti i ciarlatani, i quali, nel corso di quattro secoli e mezzo, si sono indebitamente appropriati di un nome come quello di Rosa-Croce; sono costoro che, spesso e volentieri, attirano gli strali polemici, le frecciate sarcastiche di tanti moderni ricercatori, sociologi, semiologi, storici, letterati attenti soltanto all’aspetto esteriore più evidente e chiacchierato della questione.

Grazie a questi testi, un vasto programma viene rivelato ad ogni individuo. Esso pare “completo”. Se si esprime a volte con un estro satirico – derivante indubbiamente dallo spirito medievale – non manca d’altro canto di mostrare una ricerca pedagogica  inserita in una preoccupazione universalistica. Ma accanto a questo comportamento intellettuale, visto da un’ottica iniziatica, esiste anche un aspetto concreto che chiede l’aiuto dei prìncipi illuminati, che fa pensare alla ricerca dei templari che ha avuto anch’essa obiettivi simili.

È importante precisare, anche se non ci sarebbe bisogno,  che questo «discorso sulla Riforma generale del mondo intero», s’indirizza non a tutti (peraltro impossibile per assioma), ma soltanto a coloro i quali pensano alla loro salvezza.

Tratto da: Jean-Pierre Bayard, I Rosacroce, Storia-Dottrine-Simboli, Ed. Mediterranee, Roma, 1990; Jean-Pierre Bayard, Manifesti Rosacroce, Ed. Mediterranee, Roma, 1990; Theophilus Schweighardt, Lo Specchio della Sapienza Rosacrociana, Ed. Arkeios, 2001.

Per una visione più ampia sui Rosacroce ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri http://www.archeboli.it/libri/ .

Note:
(1) Gabriel Naudé, Instruction à la France sur la vérité de l’histoire des fo’rères de la Rose-Croix, Parigi 1623.
(2) Anonimo, Effroyables pactions faites entre le Diable et les prétendus Invisibles, Parigi 1623.
(3) Paul Arnold, Histoire des Rose-Croix, Mercure de France, p. 9. (tr. it.: Storia dei Rosa-Croce, Bompiani, Milano 1989 – N.d.C.).
(4) Léo Taxil (pseudonimo di Gabriel Jongand-Pagès) era uno scrittore sensazionalistico che nel 1885 pubblicò dei libelli in cui la Massoneria era descritta come satanica. Nel 1897 confessò trattarsi di una mistificazione per far quattrini (N.d.C.) .
(5) Con esso si sancisce la pacificazione tra cattolici e ugonotti (protestanti) e si stabilisce la libertà religiosa in Francia (N.d.C.).
(6) Will-Erich Peuckert, Die Rosenkreutzer, Zur Geschichte einer Reformation, Jena 1928, p. 126.
(7) Paul Arnold, Histoire des Rose-Croix, p. 39.
(8) Tre riedizioni appaiono nel 1616. J.V. Andreae ne ammetterà la paternità nella sua biografia.
(9) Paul Arnold, Histoire des Rose-Croix, p. 184; e Rose-Croix et FrancMaçonnerie, p. 94.
(10) Prefazione alle Noces Chymiques, Editions du Prismme, 1973, p. 21.
(11) Ricordiamo che la differenza fondamentale tra una setta (la cui natura è sempre exoterica) e un autentico gruppo iniziatico (la cui natura è sempre esoterica) consiste essenzialmente nel fatto che la setta crede semplicemente di detenere una soggettiva –  quanto ipotetica – chiave interpretativa dei dogmi religiosi; mentre l’autentico gruppo iniziatico detiene invece, realmente e oggettivamente, la vera conoscenza di ciò che si pone all’origine stessa del dogma religioso.
(12) Cfr. ad esempio Virgilio, Eneide, VI, 238: «Fuori i profani!», la cui precisa reminiscenza ritroviamo nelle parole incise al di sopra del portale del Palazzo rosacrociano descritto dalle Chymisce Hochzeit (cfr. infra, p. 45 n. 15). Una traccia importante di questa  intransigenza esoterica può essere significativamente rinvenuta- anche a livello exoterico – nella liturgia bizantina, fissata da san Giovanni Crisostomo all’inizio del V secolo. Alla fine della prima parte della Messa, riservata sia ai semplici catecumeni che ai fedeli già pienamente acquisiti, il diacono esclama perentoriamente: «Tutti i catecumeni, che escano! Catecumeni, uscite! Tutti i catecumeni, che escano! Che nessuno dei catecumeni rimanga qui» (cfr. P. Evdokimov, La prière de l’Eglise d’Orient, Paris, 1985, p. 119).

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ROSACROCE: scherzo o realtà?

TempleofrosycrossRosacroce è il nome dato ad una confraternita di mistici, ricercatori spirituali, che ha avuto una grande influenza in Germania nel XVII secolo. Nel 1614, a Kassel, appaiono in un unico volume la Riforma e la Fama, e nel 1616 a Francoforte la Confessio, entrambi di autore ignoto. Le loro traduzioni furono numerose. Questi due documenti, che inquadrano il pensiero e l’organizzazione dell’Ordine dei Rosacroce, influenzano la Vita spituale in Europa. A sei anni dalla pubblicazione della Confessio, nel 1622, venivano affissi a Parigi dei manifesti che recavano il seguente messaggio: «Noi, deputati del collegio principale dei Fratelli della Rosacroce, soggiorniamo in questa città in modo visibile e invisibile per grazia dell’Altissimo, verso cui si volgono i cuori dei giusti, per salvare gli uomimi, nostri s1mili, dall’errore della morte».

Questa Confraternita sarebbe stata organizzata da Christian Rosencreutz – di fatto un personaggio mitico – che sarebbe vissuto 106 anni e che, secondo la leggenda, sarebbe nato in Germania nel 1378.
Questa società ermetica, rivelatasi durante la Riforma continua a vivere sotto aspetti diversi nel XVIII secolo e alcuni adepti rivendicano ancora ai nostri giorni il titolo di Rosacroce o Rosacrociani. Molti membri ammettono che l’ordine può essere «messo in sonno» e che il suo ritmo ciclico è di 108 anni.

Infatti, oltre ad un gruppo di uomini del XVII secolo che ha cercato l’illuminazione per raggiungere una vita migliore, il termine Rosacroce comprende un insieme di società segrete che pretendono di essere le eredi di un’antica saggezza sotto forma di confraternite segrete. Vi troviamo quindi l’Ermetismo egizio, lo Gnosticismo, la Cabala, l’Alchimia e l’Esoterismo cristiano, tutto un mondo che gravita attorno all’illuminazione e che comunica attraverso il simbolismo.

Tutte queste società hanno dato adito a innumerevoli congetture in quanto le loro attività sono quasi del tutto sconosciute. Ci si può persino chiedere se siano realmente esistite, se non siano rimaste allo stadio embrionale. Hanno queste società una struttura ben definita, struttura che non conosciamo, dato che il segreto è stato gelosamente conservato?

Ciò porta alcuni studiosi a ritenere che la Confraternita dei Rosacroce non abbia mai avuto un’esistenza sociale. Gli adepti, portatori del titolo, sarebbero solamente Fratelli per via della conoscenza e del successo delle loro opere. «Non li impegna nessun giuramento, nessuno statuto li lega tra loro, nessuna regola – oltre la disciplina ermetica liberamente accettata e volontariamente osservata – influenza il loro libero arbitrio […] I Rosacroce non si conoscevano tra loro, non avevano né luoghi di riunione, né sedi sociali, templi, rituali o segni di riconoscimento. Non versavano quote di associazione […] ».

Ma, a parte queste affermazioni del Fulcanelli (1), René Guénon e Victor-Émile Michelet (2) hanno sostenuto la stessa tesi che si ritrova nella maggior parte degli autori: «Non immaginiamo una società organizzata, ma dei contatti necessari tra spiriti di alto livello e un linguaggio comune, non segreto ma semplicemente inaccessibile agli altri uomini in un dato tempo (3) ».

rosacroce_3Le origini della Confraternita rimangono oscure; è quindi molto facile collegarle indirettamente all’insieme dei movimenti esoterici, ai gruppi iniziatici segreti più antichi, sia che se ne ritrovino le aspirazioni comuni, sia che se ne scopra l’identico insieme di simboli a partire principalmente dalla rosa mistica e dalla croce. Si può immaginare tutto e pensare ai «Nove Sconosciuti » o ai « Superiori Sconosciuti », associazioni misteriose dietro a cui alcuni saggi, o dei rari privilegiati, si sarebbero dissimulati, per non venire importunati a causa della loro conoscenza, pur fornendo consigli per interposta persona; il loro consiglio supremo sarebbe stato composto da nove membri. I Rosacroce hanno di conseguenza ricevuto la loro misteriosa eredità?

Non essendoci nulla di verificabile o controllabile, le tesi più contraddittorie sono state sostenute da uomini spesso sinceri. Per alcuni i Rosacroce sono superuomini, grandi iniziati che hanno un’influenza su tutta la nostra vita; essi modificano
il corso degli avvenimenti. Per altri, i Rosacroce non sono altro che mistici allucinati e anche, a volte, ciarlatani che approfittano della credulità dei loro simili. Ci troviamo così di fronte ad un delirio immaginativo, o al più deplorevole scetticismo (5). Che cosa pensare d’interpretazioni così contraddittorie?

La Confraternita della Rosacroce si sforzava di far sorgere una nuova fraternità cristiana, la « vera » religione, ridicolizzando il papismo; insegnava una « vera » filosofia, la morale più pura con il suo disinteresse, la sua carità; conduceva alla conoscenza delle scienze più segrete, tra cui l’alchimia, attraverso la quale si poteva creare il pensiero universale. I Rosacroce potevano guarire i malati, prolungare la vita, ma l’Elisir di Lunga Vita non è che una tappa in un’elaborazione più completa che mira alla trasmutazione dell’essere umano. Si tratta dunque della ricerca di un processo iniziatico: «passaggi» e «porte» che possono essere attraversate solo da coloro i quali ne sono degni, coloro i quali hanno ricevuto la rivelazione della Luce divina. L’uomo è alla ricerca del suo aspetto cosmico.

Per raggiungere tale via della vera saggezza, per avere la conoscenza integrale della natura visibile o invisibile, bisognava aderire a questa confraternita, il cui emblema era la croce macchiata dal sangue di Cristo, alla quale si univa la Rosa, la Purezza, la Discrezione, il crogiolo indubbiamente alchemico, la Bellezza; questa rosa era anche l’emblema della ribellione contro la chiesa di Roma e il culto reso a Maria. Con questo segno di riconoscimento, quindi, troviamo quasi sempre una rosa al centro della croce, ma qualche volta quattro rose disposte all’inizio dei quattro bracci della croce lasciando il centro libero; vedremo anche più in là che i Rosacroce si servono di altri simboli.

stemmi_rosa_croce

Gli Alchimisti e i Rosacroce sono stati intimamente collegati. I due manifesti considerano che l’alchimia, ben nota ai suoi adepti, sia la base del loro pensiero; questa conoscenza quindi non è commentata in modo frammentario, ma gli autori prendono posizione contro i «soffiatori»; e grandi alchimisti quali Fludd, Paracelso, Thomas Vaughan, Eugenio Filalete, sarebbero stati dei Rosacroce. Si possono trovare in loro caratteri comuni: l’amore fraterno per i simili, la carità, la ricerca di una medicina universale. Ma in realtà non si sa chi tra loro abbia veramente fatto parte di questa segreta e misteriosa Confraternita.

Pare che i Rosacroce abbiano tenuto in disparte chi sembrava indegno di una visione spirituale e tutti coloro che erano spinti più dalla patologia psicologica e sociale che da una conoscenza esoterica. Se i Rosacroce sono veramente esistiti, il reclutamento deve essere stato molto severo; i loro dirigenti non hanno mai dato peso al numero come nelle nostre associazioni moderne, ma quelli che sono stati ammessi hanno avuto accesso alla conoscenza del misterioso Libro del Mondo.

È stato inoltre affermato che i Rosacroce abbiano permesso la costituzione della Massoneria e che siano stati alla base dell’organizzazione di quest’ordine. In effetti, a tale riguardo abbiamo soltanto informazioni molto parziali, in quanto mancano i documenti storici.

Alcuni autori hanno addirittura confutato l’esistenza di questo movimento; perché non è stata trovata traccia dei loro archivi. Ma le società segrete non hanno archivi, i poteri sono trasmessi a voce. Una volta all’anno i Compagnons du Tour de France bruciavano la documentazione, anche se non era compromettente. Si nota indubbiamente una certa indifferenza verso lo scritto, ma anche il rispetto della parola, della memoria, del silenzio iniziatico.

Questo silenzio rappresenta il cuore e lo spirito di uomini amanti della libertà e della lealtà, per i quali soltanto la trasmissione dei simboli era importante. Una tale assenza di storicità non può però far pensare ad una mancanza di organizzazione, o perfino alla non-esistenza di questo movimento. Peraltro, il suo esoterismo ha influenzato la letteratura, la filosofia, gli avvenimenti della nostra vita e quindi la politica sociale e quella delle varie fazioni. Se non esistono prove dell’esistenza di questa Confraternita, i fatti improntati dal suo spirito rimangono molto tangibili.

È cosl che con uno spirito dello stesso genere MarquèsRivière dedicando la sua Histoire de la Franc-Maçonnerie Française «al Maresciallo Pétain, Capo dello Stato Francese, che sopprimendo la Massoneria ha liberato la Francia6 da una esautorazione che la stava uccidendo», è stato costretto a riconoscere che « la Massoneria è stata troppo legata alla grandezza della nazione e alcuni suoi membri hanno avuto un ruolo storico troppo considerevole perché delle ingiurie non possano indirettamente ricadere sulla gloria della patria ». Anche Bernard Fay ( 6) ammette che «meglio di qualunque altra forza, meglio di qualunque altro corpo costituitosi dal XVIII secolo, la Massoneria ha saputo attirare gli uomini, svegliare in loro il desiderio e la curiosità, farli agire tenendoli sempre in tensione senza saziarli né stancarli».  Potremmo dire la stessa cosa per i Rosacroce che hanno segnato la ricerca spirituale  di un’epoca.

Così lo studio delle società segrete diventa una necessità assoluta se si vuole raggiungere una comprensione tanto dei fatti antichi passati quanto di quelli dei tempi moderni, perché una fraternità di pensiero ha sempre una ripercussione sull’ambiente che la circonda. L’atto politico non è comandato da un iniziato, ma è motivato da un’atmosfera generale che scaturisce da pensatori, ricercatori, umanisti; gli enciclopedisti hanno fatto nascere la rivoluzione francese, senza per questo agire direttamente sugli avvenimenti politici.

logo_rosacroceIl silenzio e il segreto osservati da queste società chiuse hanno suscitato molti commenti. La profusione di libri ad esse dedicati provoca un malessere e porta sovente ad una falsa interpretazione. L’ideologia di tali movimenti deve essere vista dall’interno e non dall’esterno; bisogna penetrarne lo spirito.

Gli errori riguardo agli ordini segreti si sono cosl accumulati, sia che provenissero da studiosi ostili che favorevoli. Per mancanza di documenti disponibili è stata redatta una presunta storia al di fuori di ogni possibile critica. È curioso notare come le società segrete non hanno voluto rettificare le menzogne o le maldicenze espresse sul loro conto. Sotto la copertura dei simboli hanno lasciato diffondere delle leggende pià o meno comprensibili, lasciando i profani nell’impossibilità di determinare il vero o il falso. Gli uomini non colgono altro che ciò che viene detto in modo letterale e nella maggior parte dei casi non possono fare lo sforzo di assimilare l’idea che si trova oltre le parole. Cristo stesso diceva « Parlo in parabole per coloro i quali sono di fuori, affinché guardando non vedano e ascoltando non sentano» (7). Ora, un archetipo che esprime un’idea-forza, il fondamento, l’essenza stessa dell’idea, non può che presentarsi sotto una forma approssimata, in quanto esso è la profondità stessa. L’idea è in sé incomunicabile, e la sua natura implica il concetto di silenzio, di vuoto. Bisogna quindi agire e parlare per equivalenze; un critico  d’arte che vuole fare una descrizione interiore di un quadro, avrà molta difficoltà a trovare le parole per tradurre la sua emozione plastica, in quanto il dipinto è composto di pasta e colori. Lo stesso vale per il pensiero metafisico. Questa traduzione per equivalenza prende così una forma velata e si è quindi parlato di segreto delle società iniziatiche. Questi movimenti chiusi si rivolgono a coloro che sono iniziabili e che ne sono degni, ma non contengono «segreti» nel senso profano.

Il rituale iniziatico si svolge nel silenzio, al riparo dei rumori della vita quotidiana; esso mira all’espansione dell’individuo. Le autocrazie civili e religiose vi hanno visto il segno di una ubbidienza passiva, di una credenza imposta. La sua potenza magica ed incantatoria permette all’essere di sdoppiarsi: attraverso una morte fittizia, il profano si trasforma in un iniziato rigenerandosi in un altro status.

L’inesprimibile non è l’incomprensibile e difatti la ricerca del suo significato permette all’adepto di passare da uno stato esteriore ad uno stato interiore che è proprio dell’iniziazione. La società segreta ricorre ai simboli che suggeriscono una corrispondenza analogica. Questi simboli si ritrovano, ovunque, sia nelle società arcaiche come i Maya, sia nella società egizia o nei misteri di Mithra ed Eleusi. Molte società iniziatiche moderne – fra cui la Massoneria e il Compagnonaggio – commentano le leggende facendole rivivere per mezzo dei loro rituali.

Questi adepti hanno senza dubbio raggiunto la loro verità, che è difficilmente spiegabile agli altri, a meno che questi ultimi adottino lo stesso procedimento, cioè un cammino molto lungo che li porterà alla stessa comprensione. Una tale difficoltà a spiegare o a tradurre mostra meglio perché costoro abbiano lasciato effettuare le più svariate congetture sul loro conto senza smentirle.

Ritornando ad una società chiusa, ma meglio conosciuta, come la Framassoneria e, volendo fare un esempio preciso, la letteratura profana ha notato che Anderson nelle sue Costituzioni ha affiliato Adamo alla Massonena; ma non ha capito che ciò significava collegare quest’ordine ad un centro spirituale, dando ogni valore all’iniziazione che si deve trasmettere senza interruzione a partire dai valori tradizionali. Ogni ordine spirituale non può avere un’origine umana fisica; è invece l’espressione di un’idea, di un potere metafistco. È evidente che usiamo la parola «tradizionale» unicamente nel suo senso iniziatico e non nel suo senso profano. Ci sembra comunque utile precisare questo valore al fine di evitare ogni confusione.

album-fotografico_sacramentario-rosacrociano-secxviii-fig16René Guénon, ne Le Règne de la quantité et le Signes des Temps(8) indica «non c’è e non ci può essere nulla di veramente tradizionale che non implichi un elemento di ordine sovrumano; questo rappresenta un punto essenziale che in un certo qual senso costituisce la definizione della Tradizione e tutto ciò che la riguarda ». Ne La Crise du Monde Moderne l’autore aggiunge che «nella confusione mentale caratterizzante l’epoca nostra, si è infatti giunti ad applicare indistintamente questa parola “tradizione” ad ogni sorta di cose, a cose spesso insignificanti, a semplici costumi privi di ogni portata e spesso di origine affatto recente» (9). La Tradizione invece non può essere che la trasmissione orale « della dottrina secondo la quale le verità assolute sarebbero state rivelate da Dio a Adamo » (definizione contenuta nel dizionario di Hatzfeld e Darmesteter). La trasmissione di fatti di ordine umano non può essere considerata tradizionale, ma solamente folcloristica. Un ordine che attinge dalla Tradizione la più autentica, possiede in sé tutte le virtualità dell’insieme della Conoscenza; esso irraggia dal suo punto centrale, nella Certezza assoluta, ed è da lì che proviene la nozione di «infallibilità».
Da parte nostra impiegheremo la parola «Tradizione» nel senso della trasmissione e dell’appartenenza ad un centro primordiale di natura divina, a carattere rivelato, da cui noi proveniamo e che tentiamo di reintegrare per mezzo dell’iniziazione. Le leggende circa l’immortalità trovano una spiegazione nel valore che ha la catena iniziatica, dove il messaggio si trasmette e sopravvive al di fuori della nozione del tempo terrestre. L’iniziato non ha più bisogno di morire per rinascere in uno status migliore, perché arriva da sé a questo stato del superamento. Vediamo così Cagliostro affermare, con grande sorpresa dei membri di un intero salotto: « Non appartengo a nessuna epoca e a nessun luogo, il mio essere spirituale vive la sua esistenza eterna».

Attualmente in tutto il mondo si sta producendo un vasto movimento di ricerca verso l’unità spirituale. Legami di solidarietà si stanno imponendo al di là delle credenze e delle opinioni; individui, giunti da lontani orizzonti, si riconoscono: questa mescolanza di mentalità fa nascere un amichevole spirito di confronto. Grazie allo sviluppo delle nostre conoscenze scientifiche le frontiere amministràtive si aprono, l’uomo non vuole più essere isolato: questo fenomeno comunitario si sviluppa su scala mondiale. Tutta la nostra società aspira ad una pausa; la nostra trasformazione materialista riattualizza cosl una ricerca spirituale affinché l’essere umano possa espandersi liberamente. Le chiese separate tentano di riunirsi e di ritornare alla Tradizione Una ed Universale.

La speranza vaga e imprecisa di un mondo migliore si trova in ogni essere che diventa un Rosacroce. Se l’individuo non ha l’aiuto di una religione, di una fede, cerca una conoscenza ideale che oltrepassi il razionale o il determinismo della materia. Per alcuni la conoscenza tradizionale permette di affermare la propria fede, e in tal modo, di entrare meglio in comunione con i «misteri religiosi». Per mezzo di una ricerca cosciente l’uomo vuole conoscere, vuole penetrare gli enigmi, vuole sapere. Le scienze tradizionali, con il loro superamento dei concetti umani, permetteranno di scoprire questa verità? Permetteranno che l’uomo giunga alla sua evoluzione interiore, che pervenga alla sua forma più pura ed elevata?

Ci sono dei problemi più concreti da risolvere. Allo scopo di stabilire un’unità dottrinale religiosa, bisogna creare un movimento e attirare l’attenzione del pubblico; cosi nascono dei libri che s’interrogano sulle società segrete, sui Rosacroce, la Framassoneria, sulla Religione e particolarmente sui legami con la chiesa cristiana d’Occidente, quella che per divergenza dogmatica e dottrinale ha lanciato l’anatema sui « Figli della Luce ». La Framassoneria ha dato origine ad un gran numero di scritti perché attinge alle fonti più antiche – tra cui quella della Rosacroce – pur mantenendo come base l’insegnamento di San Giovanni che onora come suo patrono. Tutte queste tradizioni fanno appello agli uomini di buona volontà.

Al di fuori della ricerca di un superamento morale vi è anche l’attrazione dello scandalo. Esiste un movimento segreto, abbastanza potente da dare parole d’ordine e praticare una solidarietà universale e totale fra membri che si riconoscono come « Fratelli », con tutto ciò che questo comporta a livello spirituale? Ma allora chi sono i suoi dirigenti? chi può vantarsi di presentare la Rosa posta sulla Croce? Possiamo senza dubbio ammettere che la Confraternita della Rosacroce non è esistita come « organismo », ma non si può contestare né questo spirito, né la sua influenza, dato che molte altre società si sono formate basandosi proprio su questa presunta confraternita. Anche se mancano le pezze d’appoggio concrete – cosa che resta d’altronde da dimostrare – è nato un vasto movimento: il suo mito avrebbe dunque fatto nascere un’ampia trama di ermetisti che hanno avuto un ruolo e anche un’influenza concreta sugli avvenimenti sia spirituali che politici. Ci interessa poco determinare con esattezza, sulla base di un documento datato, se tale o tal altro personaggio sia o meno appartenuto a questa società segreta; ci sembra più utile percepire il clima spirituale scaturito da questi ricercatori e da questi sapienti e di vedere come questa influenza si sia trasmessa. Sappiamo inoltre che questo spirito, che sopravvive al di là del tempo, al di là delle lotte dottrinali o ideologiche, ha un’origine molto oscura. Non abbiamo dunque la pretesa di portare la Verità; sarebbe presuntuoso voler riflettere tutto il punto di vista iniziatico; sappiamo che ogni organizzazione lascia libero il pensiero di ciascuno, che è egli stesso un caleidoscopio di tendenze, di opinioni diverse, che alla fine si uniscono per creare misteriosamente la ricerca simbolica e iniziatica.

Tratto da: “Introduzione” in Jean-Pierre Bayard, I Rosacroce, Storia-Dottrine-Simboli, Ed. Mediterraanee, Roma, 1990.

Per una visione più ampia sui Rosacroce ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri sul blog http://www.archeboli.it/libri/ .

 

Note:
(1) Fulcanelli, Les Demeures Philosophales, t. I, p. 161 dell’edizione 1960 (tr. it.: Le Dimore Filosofali, Edizioni Mediterranee, Roma 1973 – N.d.C.)
(2) Victor-Émile Michelet, Le secret de la Chevalerie, p. 74 (tr. it.: Il segreto della Cavalleria, Basaia, Roma 1985 – N.d.C.)
(3) L. Pauwels e J. Bergier, Le Matin des Magiciens, NRF, Parigi 1960, p. 60 (tr. it.: Il Mattino dei Maghi, Mondadori, Milano 1963 – N.d.C.)
(4) Le Roman de la Rose venne completato nel1260 da Jean de Meung in uno spirito diverso.
(5) L’ abbé Grégoire scrive nella Histoire des Sectes (Parigi 1828 vol. Il, p. 49): «Viviamo in un paese in cui l’incredulità anticristiana ha come parallelo l’inconcepibile credulità, da parte anche di letterati, nelle fantasticherie di Swedenborg,  Jacob Boehme e in altre chimere».
(6) Bemard Fay, La Franc-Maçonnerie, p. 263 (tr. it.: La massoneria e la rivoluzione intellettuale del secolo XVIII, Einaudi, Torino 1939 – N.d.C.)
(7) Matteo XIII, 13; Marco IV, 11-12; Luca VIII, 10.

(8) Tr. it.: Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano 1982 (N.d.C.)
(9) Tr. it.: La crisi del mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma 1972, pag. 50 (N.d.C.)

 

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Sulla via cristiana all’unione mistica con Dio

MISTICAIntendiamo qui occuparci del sentiero mistico cristiano visto esclusivamente nella prospettiva dei contemplativi attivi, e non in quella relativa a coloro i quali devono i loro beni spirituali esclusivamente ai doni gratuiti della Grazia divina.
Innanzitutto, bisogna distinguere tra contemplazione diretta e indiretta: la prima appartiene solo allo spirito, il quale conosce, senza ricerca, senza indagine e ragionamento, ma per visione immediata, le verità eterne; la seconda pertiene solo all’anima, la quale conosce per riflessione, attraverso indagine e ragionamento, e nel tempo.
La contemplazione indiretta si realizza quando attraverso il creato si cerca di conoscere il Creatore, giacché il primo è ovviamente per il credente il frutto dell’atto generante ed intelligente del secondo. Il vero mistico, in ogni caso, ricerca la visione diretta di Dio senza alcuna intermediazione, né delle sue stesse facoltà conoscitive, né degli intercessori celesti, quali possono essere i santi o gli angeli.
Consideriamo ora la dottrina di Maestro Eckhart, i cui principii fondamentali sono essenzialmente due: quello del Natale mistico, inteso come nascita spirituale di Cristo nell’anima dell’amante di Dio; e quello dell’unione mistica, intesa come superamento totale di ogni dualità che possa stabilirsi tra Dio stesso e l’amante. In questo senso, infatti, il Maestro distingueva tra Dio (Gott), quale entità divina oggettiva, ossia considerata come totalmente altra rispetto all’amante; e la Divinità (Gottheit), intesa come unica realtà divina assoluta, nella quale la precedente dualità si spegne completamente, e nella quale pertanto si realizza l’unione eterna tra Dio e l’amante. Inutile dire, quindi, che quest’ultima è il fine ultimo di qualunque autentica via mistica, e che pertanto questa non si può considerare se non come un sentiero di unione spirituale totale con l’Assoluto. Quindi, il suo indispensabile presupposto metafisico è che Dio sia l’unica realtà, l’unico essere in assoluto, e che pertanto Esso debba essere concepito esclusivamente come la Realtà di tutte le realtà, l’Essere di tutti gli esseri. Solo in tal modo la molteplicità può essere ricondotta all’Unità, ed ogni dualità, di conseguenza, può essere ritenuta, a condizione di porsi in questa prospettiva, praticamente illusoria.
La sintesi in unità della pluralità, o, preferibilmente, la sussistenza e presenza eterna della seconda nella prima – se non si vuol parlare, in riferimento alla totalità delle creature, di uguaglianza vera e propria tra le due (essendo Dio inteso, ad un certo livello, come Tutto e non come l’Uno assolutamente trascendente tutti gli enti) -, oppure, ancora, il superamento della dualità nell’unità e nell’unicità, nel rapporto Amante/Amato, mistico/Dio, non può quindi che trovare il proprio fondamento ed archetipo, in questo contesto cristiano, innanzitutto nella stessa Trinità divina, la quale è, evidentemente, concepita come Unità divina, giacché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono un’unica realtà: il Padre in quanto Amato, il Figlio in quanto Amante, e lo Spirito quale Amore o Unione tra i primi due, ed i tre sono in verità uno, giacché essi sono l’Amore unico nei suoi tre aspetti eterni. In tal modo il monoteismo cristiano viene affermato dai mistici con una forza ancora maggiore rispetto al normale contesto religioso. Per questa ragione, anche, si affermano in prevalenza tutti quei concetti di Dio che appartengono alla «teologia negativa», la quale appunto mira ad affermarne l’assoluta trascendenza attraverso la negazione di ogni possibile attribuzione ontologica e qualitativa particolare, determinata e limitata. La Divinità viene dunque definita di volta in volta quale «Tenebra», «Nulla», «Deserto», etc.; e siccome il mistico si identifica con tale Realtà, e per unirsi con Lei deve necessariamente ad Essa stessa assimilarsi, ecco che la stessa esperienza mistica viene definita e realmente vissuta interiormente come un oscuramento, un annullamento, uno svuotamento dell’io umano, del suo “desertificarsi”. È, ad esempio, il caso dell’esperienza della «Notte oscura» di S. Giovanni della Croce, del tutto paragonabile alla fase della «Nigredo» in alchimia, nella quale la purificazione interiore occupa la parte preponderante.
I presupposti specifici della teoria, se così si può dire, alla base della via unitiva cristiana non possono che essere rintracciati in una interpretazione mistica dei Misteri del Cristo: la sua Passione, la Morte e la Resurrezione non possono che significare che l’umanità dell’uomo deve essere completamente sacrificata affinché la sua divinità possa finalmente risorgere e rivelarsi. In tal senso va letto l’episodio della Trasfigurazione, nella quale il Figlio di Dio non si limita ad affermarsi e disvelarsi quale vero uomo e vero Dio – cosa che in tal modo riguarderebbe unicamente la sua speciale identità, e non avrebbe pertanto alcun carattere di universalità rispetto al genere umano -, ma rivela altresì la natura essenzialmente divina di ciascun uomo, il quale appunto viene così chiamato ad imitare il Messia in quel supremo sacrificio.
Comunemente si ritiene che il profondo desiderio del mistico di unirsi totalmente con Dio dipenda esclusivamente dal suo immenso l’amore per Lui, in quanto Essere infinitamente perfetto e desiderabile quale Bene supremo proprio in quanto la sua assoluta alterità rispetto alla totalità degli enti, nella prospettiva della Sua trascendenza, è la causa prima della sua insuperabile perfezione.
In verità, secondo noi, il mistico non anela ad annullarsi per cedere completamente la propria vita ad un essere che, per quanto divino, è del tutto altro da sé, ma intende altresì liberare il Dio che è prigioniero nella sua stessa forma umana, ossia quel Dio che è il vero sé divino del mistico, così come di ogni altra creatura, e dell’intero universo. Il mistico, quindi, a differenza di tutti gli altri uomini, è capace di intuire che la propria vera identità non è affatto quella umana, ma quella divina. Eckhart infatti, sulla scorta della sua dottrina del «fondo dell’anima», afferma che “l’Abisso invoca l’Abisso”: è solo l’Abisso, cioè il Dio che è prigioniero nell’uomo, ad invocare l’Abisso, cioè ad aspirare alla liberazione totale dalla prigione dell’umana condizione. Questo avviene, come s’è detto, quando nella coscienza umana misteriosamente si produce quell’intuizione, per quanto incerta e parziale – altrimenti già si avrebbe un’autentica illuminazione spirituale -, della propria profonda identità divina, rispetto alla quale quella umana è solo un volto, quasi una maschera. Ritorna qui in mente l’immagine che un paio di volte Plotino impiega per esprimere la scoperta che sorprende colui che è riuscito a convertirsi alla divinità: egli vede che essa è come un’unica testa che possiede infiniti volti, ognuno dei quali corrisponde ad una creatura, ed il suo era solo uno di essi, mentre ora può identificarsi pienamente solo con quell’unico capo divino, o meglio, può essere finalmente certo di essere sempre stato solo quell’unico dio.
Se invece lo slancio spirituale del mistico fosse teso ad un Dio inteso come essere assolutamente altro, non solo si riproporrebbe la dualità tra il Dio ed il mistico, ma verrebbe a mancare il presupposto ontologico indispensabile alla stessa unione spirituale tra i due, poiché, se non fosse vero che la condizione umana non è che una forma della stessa vita divina, sarebbe del tutto impossibile all’uomo elevarsi a quella somma altezza fino al punto di fondersi totalmente con essa, poiché è fin troppo evidente che la distanza tra l’umano, comunemente inteso, ed il Divino, è assolutamente infinita ed incolmabile.
Per conseguire il proprio scopo, affinché appunto risplenda solo l’unica Realtà divina, il mistico deve consacrare a Dio tutti gli elementi e le funzioni sia del proprio essere che della propria esistenza; ogni momento la sua coscienza e le sua vita devono tendere a Dio, e pertanto la sua mente deve cercare di essere il più possibile concentrata sulla Divinità. Si tratta della «preghiera ininterrotta», che, specie nell’«Esicasmo» del Cristianesimo Ortodosso, significa appunto questo stato di concentrazione permanente su Dio, e nel contempo l’esercizio continuo della tensione interiore verso di Lui, e l’apertura costante alla Sua Grazia e alla Sua Presenza. In questo senso, come mi insegnò a suo tempo don Peppino Cutrone, la “capacità” dell’essere umano, non sta in quello che egli riesce a compiere di buono, ma nel suo essere sufficientemente aperto e “vuoto” da accogliere e contenere Dio dentro se stesso. Per questo motivo, il mistico svuota il proprio pensiero da qualunque cosa non sia Dio, ivi compreso se stesso; è lo stesso insegnamento di Plotino: per unirti all’Uno “elimina tutto”. Naturalmente è assolutamente centrale la funzione del Cristo quale unico mediatore tra il Padre ed il mistico, e pertanto l’Eucarestia è il fondamento imprescindibile di ogni sforzo di comunione spirituale con Dio.
Ad ogni modo, non è assolutamente possibile ottenere l’annullamento spirituale indispensabile alla “generazione” di Dio nell’anima, se non dopo aver realizzato sufficientemente una perfetta forma di “impersonalità”, la quale può essere raggiunta unicamente mediante una totale obbedienza a Dio, alla sua Legge, ed all’autorità religiosa che la rappresenta e l’impartisce. L’obbedienza è dunque la via maestra senza la quale è del tutto impossibile percorrere l’ascesa verso Dio.
Quanto alla «morte mistica» dell’anima, e alla «resurrezione» che essa comporta, vale quanto segue: quando tutto ciò che è mortale spiritualmente muore, allora solo ciò che è immortale risorge e si rivela; così come, analogamente, solo quando tutto ciò che è umano viene sacrificato, avviene che il divino vive e rifulge di eterna gloria. E se Dio genera in Se stesso l’uomo, nella Mente divina, – giacché all’infuori di Dio nulla può avere alcuna realtà -, anche l’uomo deve concepire Dio nella propria anima; e se vi riesce, in tal modo si crea un circolo di vita eterna, poiché la fine del processo spirituale coincide con il suo principio; giacché entrambe, com’è evidente, non sono che lo stesso Dio. In verità, infatti, quando il mistico infine riesce a liberare Dio nella propria anima, è lo stesso Dio ad essersi liberato, giacché Egli è sempre stato l’unica vera realtà del mistico, l’unico essere eternamente reale. Non può esservi dubbio che proprio questa sia una delle interpretazioni mistiche dell’affermazione di Cristo secondo cui Egli stesso è l’Alfa e l’Omega.

Tratto da: Giovanni M. Tateo Posted 26 mercoledì ottobre 2011 by sargilgamesh in ORIZZONTI TRADIZIONALI di Centro Studi Paradêsha

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