Simbologia CORNA/CORNO parte 1: Generalità

Mosè_Michelangelo

Tra gli archeboli elementari quello delle Corna/Corno è tra i più diffusi, presente praticamente ovunque nel tempo e nello spazio, allo stesso modo dell’archebolo Serpente. L’archebolo delle corna/corno è uno dei miei preferiti, per la possibilità di far comprendere immediatamente e con semplicità il “triangolo semiotico” (il triangolo che mette in relazione l’archetipo, l’archebolo e il simbolo, di cui ti ho già parlato al tempo in cui li introducevo[1]); inoltre mette in luce il detto che “una parte fa presagire il tutto”, detto diversamente è sufficiente la “parte per il tutto”. In altre parole, una parte dell’animale, le corna o il corno, sostituiscono l’intero archebolo, che è l’animale medesimo, descrivendo, facendo intuire l’archetipo sotteso.

<Come sei complicato!>

Svelo subito quali siano gli archetipi sottesi al simbolismo delle corna/corno, così mi tolgo d’impaccio: elevazione, eminenza, spiritualità, luce, potenza, forza, abbondanza, fertilità, energia, procreazione, rinnovamento, rigenerazione, così come suggerito dall’ebraico queren, nonché dal sanscrito srnga e dal latino cornu. Nasce, quindi, spontanea la correlazione con gli animali dotati di corna, che diventano perfetti archeboli per la fattispecie. Tra gli animali dotati di corna più famosi e rinomati ricordo l’ariete, il bue, il toro, il bisonte, il capro o caprone, il cervo, il rinoceronte e, per ultimo, ma non per importanza, l’unicorno (animale tratto direttamente dall’iperuranio). Di essi ti dirò subito dopo.

Mi preme sottolineare che il simbolismo legato alle corna è indice sia di aspetti fisici sia di quelli metafisici. Ad esempio, nella celebre statua di Michelangelo, le corna possedute da Mosè rappresentano l’archebolo che richiama l’archetipo Luce/Spirito. I due raggi luminosi che scendono e colpiscono, penetrano nel soggetto, possono anche essere visti come uscenti dalla testa di Michelangelo, sede dello spirito, e indicare la potenza, la forza spirituale, l’elevazione acquisita da Mosè per la sua vicinanza con Jahvè.

29 Or Mosè, quando scese dal monte Sinai (scendendo dal monte Mosè aveva in mano le due tavole della testimonianza), non sapeva che la pelle del suo volto era divenuta raggiante, perché era stato a parlare con l’Eterno. 30 Così, quando Aaronne e tutti i figli d’Israele videro Mosè, ecco che la pelle del suo volto era raggiante ed essi avevano paura di avvicinarsi a lui. 31 Ma Mosè li chiamò ed Aaronne e tutti i capi dell’assemblea ritornarono da lui, e Mosè parlò loro. 32 Dopo di che, tutti i figli d’Israele si avvicinarono, ed egli ordinò loro di fare tutto ciò che l’Eterno gli aveva detto sul monte Sinai. 33 Come Mosè ebbe finito di parlare con loro, mise un velo sul suo volto. 34 Quando però Mosè entrava davanti all’Eterno per parlare con lui, si toglieva il velo finché usciva fuori; uscendo fuori, diceva ai figli d’Israele ciò che gli era stato comandato. 35 I figli d’Israele, guardando la faccia di Mosè, vedevano che la pelle di Mosè era raggiante; poi Mosè rimetteva il velo sul suo volto, fino a quando entrava a parlare con l’Eterno. [Esodo 34:29-35]

Nell’antica Mesopotamia, al tempo degli Accadi/Sumeri e, dopo, degli Assiro/Babilonesi, alcuni sigilli cilindrici indicano gli Dei con corna regali come nelle figure sottostanti:

ENLILA destra il dio omaggiato è Enlil

ENKI-EAA sinistra il dio omaggiato è Enki/Ea (sumero/babilonese)

Il simbolismo delle corna è riscontrabile in Cina nel mito del terribile Ch’ih-yu dotato di due corna e fornito di quattro occhi e sei braccia, ognuna brandente una spada molto affilata, considerato anche dio della guerra e delle armi. Fu sconfitto in battaglia dal guerriero che diventerà intorno al 2600 a.C. il mitico imperatore giallo della Cina Huang-ti (2697 a.C – 2597 a.C.). Il mito vuole che l’imperatore sconfisse Ch’ih-yu soffiando in un corno. Successivamente, Huang-ti utilizzò la bandiera del rivale – che ne raffigurava l’effige cornuta, detenendone la virtù – per imporre il proprio potere.[2]

Nei miti norreni o scandinavi o nordici (che dir si voglia), nonché in quelli germanici, non mancano certo riferimenti a divinità, eroi, guerrieri dotati di corna, anzi il pantheon è pieno, a partire dal signore degli dei, cioè Odino (spesso disegnato anche con elmo alato, come il figlio Thor). Il più cornuto di tutti, però, è il dio “birichino” (il trickster), il bugiardo, l’astuto, l’ingannatore per antonomasia, l’ambiguo Loki, fratellastro di Thor, dotato di corna dorate. Dei due avrò modo di parlarti in altra occasione.

Nei miti celtici, in due o tre occasioni, è citato un certo Conganchnes “dalla pelle di corna”, totalmente invulnerabile tranne che nella pianta dei piedi, in sintonia con il mito di Achille, che però era vulnerabile al tallone.[3]

Nei miti greci, pur non essendo estremamente diffusa la divinità cornuta, direi che è ben rappresentata da Apollon Karneios (Apollo Carneo) e da Dioniso, per non citare il dio con zampe di capra Pan, associato a Fauno del pantheon romano. Su Dioniso, su Pan e su Apollon Karneios avrò modo di accennare in altra occasione.

Nell’analisi moderna, le corna, essendo due, sono considerate anche come simbolo di ambivalenza, di divergenza, di opposizione, di forza negativa, di oscurità, ad esempio il diavolo è rappresentato iconograficamente con le corna, in chiara opposizione al simbolismo dell’apertura, della luce, dell’iniziazione, ad esempio come nel mito del “vello d’oro”.

In campo psicologico, G. Jung, in particolare, vede nel simbolismo delle corna, una duplice valenza: da una parte, per la loro forma esprimente la penetrazione, un principio attivo e maschile, mentre dall’altra, per l’aspetto sempre legato alla forma, che richiama la ricettività, la coppa, l’apertura, un principio femminile e passivo.

[1] Vedi link “Archetipo e Archebolo, Simbolo e Segno” in FAKT, Zero, Infinito, Punto Uno

[2] Voce “Corno” in J. Chevalier – A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, BUR, Milano, 2016.

[3] Bernard Sergent, Celti e greci. Il libro degli eroi, ed. Mediterranee, Roma, 2005, p.261.

Lucifero e Satana

Prima di esporre l’etimologia dei due nomi Lucifero e Satana, vorrei raccontarti una storiella. Non so come sia nata, non ero presente, ma, a un certo punto, la storia di Lucifero prese una piega strana.

Sembra che tanto tempo fa, ma proprio tanto, Lucifero fosse un Angelo, ma non uno qualunque: il più “bello”, il più “splendente”, il più “intelligente”, era addirittura il favorito di Dio (comunque non doveva essere il più “furbo”, tenendo conto della conclusione del racconto). Adesso non mi chiedere cosa sia un Angelo, perché è una storia molto lunga, ma soprattutto è diversa da come ti è stata raccontata. Inoltre, non vorrei essere “torturato” perché mi limito ad affermare che «gli angeli sono i poteri nascosti nelle facoltà e negli organi dell’uomo».

Per il momento accontentati di conoscere l’etimologia della parola, deriva dal greco ánghelos (ebraico malàkhìm), “messaggero”. Ad un certo momento della storia degli Angeli, non si sa bene perché, non si sa come, ma Lucifero, guardandosi un giorno nello specchio, uscì “fuori di testa”, ed incominciò a farneticare: «Come sono bello! Come sono intelligente! Come sono luminoso! Perché devo fare il messaggero di Dio? Ho deciso: faccio uno sciopero, anzi, meglio, un colpo di stato!». La cosa incredibile è che la sua follia, la sua megalomania, nel giro di poco tempo divenne contagiosa.

Moltissimi altri Angeli si unirono al progetto. Che Lucifero volesse diventare il nuovo “principale”, francamente posso pure capirlo, ma cosa cercassero gli altri Angeli, non sono ancora riuscito a capirlo. Ammesso, e non concesso, che Lucifero fosse riuscito nel suo intento, gli altri Angeli avrebbero, comunque, continuato a fare i “messaggeri”. A meno che … vuoi vedere che … anche tra gli Angeli ogni tanto si fa sentire il problema “occupazione lavorativa”? Sta di fatto che scoppiò una rivolta, che ovviamente finì come tutte le rivolte male organizzate: Lucifero e tutti i suoi amici furono scacciati dal “Regno dei Cieli” e sai dove finirono?

Sulla Terra! Ma, mi domando e dico, con tutti i miliardi di pianeti che ci sono nell’universo, proprio sulla Terra dovevano finire il Ribelle e i suoi Soci! Non bastassero le sonore “mazzate” che avevano preso, fecero una caduta così violenta, ma così violenta, da perforare la Terra e raggiungere il suo nucleo. Ora, tutti sanno, anche i bambini, che al centro della Terra non si vive proprio bene, perché fa un caldo dell’inferno, per cui, vuoi per le bastonate prese, vuoi per la caduta, vuoi per il caldo infernale, a quei poveri diavoli dovevano girare le scatole non poco. Quando qualcuno di essi, con molta fatica e dopo molto tempo, riuscì ad arrivare sulla superficie terrestre, non gli parve vero di vederla popolata da esseri che si definivano “i figli di Dio”. Fu così che, non potendosela prendere con il “Padre”, iniziarono a divertirsi con i “Figli”.

Adesso non pensare che non ci sia un fondo di verità nella storiella che, con l’aggiunta di una spruzzata d’ironia, ti ho raccontato. Ogni storia ha un fondo di verità. Tutto dipende da come si racconta e i significati attribuiti ai vari simboli inseriti nella storia. Su di essa ti dirò meglio in seguito.

1.1    Lucifero

Per il momento vorrei analizzare la definizione del termine “lucifero”. Deriva dal latino lucifer , “portatore di luce”, composto di lux, lucis, “luce”, e ferre, “portare” e derivante a sua volta dal greco phosphoros composto di phos, “luce” e pherein, “portare”

Inoltre, Lucifero era l’epiteto del pianeta Venere sia in ambito pagano sia in quello astronomico per le sue apparizioni mattutine, per le sue manifestazioni all’aurora, anticipando così la luce del giorno.

La graziosa stella, La quale lieta si leva inanzi a l’alba, e lucifero ha nome. [Torquato Tasso]

Siccome a Venere sono associate evidenti qualità femminili, essendo le istituzioni religiose monoteiste (nella loro versione essoterica ovviamente) anche misogine, cioè maschiliste, quale miglior nome per il Diavolo: Lucifero!

<Però, se permetti, c’è qualcosa che non quadra! Se Lucifero significa portatore, dispensatore di luce, com’è possibile identificarlo con il buio, come lo associo all’oscurità?>

È qui il mistero! Tu parli così perché non conosci la “tortuosità” del pensiero umano. Devi sapere che nella Bibbia, in tutta la Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento, di Lucifero non c’è la minima traccia, tranne che in due passaggi, due riferimenti che con il Diavolo, con il Demonio, con Satana, non hanno nulla da spartire. Sono stati però utilizzati per affermare che Lucifero sia il nome di Satana prima della celebre “caduta”.

Il primo a proporre l’accoppiata Satana-Lucifero sembrerebbe sia stato Origene Adamanzio (Alessandria d’Egitto, 185 – Tiro, 254), a cui fecero seguito Tertulliano, San Cipriano di Cartagine, San Gregorio Magno, San Bernardo di Chiaravalle e Sant’Agostino di Canterbury. I cosiddetti “Padri della Chiesa” concordavano, in sostanza, nell’affermare l’originario stato angelico di Satana, il cui nome prima della caduta era, ovviamente, Lucifero.[1] Ai suddetti nomi va poi aggiunto quello di Tommaso d’Aquino (Roccasecca, 1225 – Fossanova, 1274), il quale, non solo accetta l’identificazione di Lucifero con Satana, ma addirittura afferma che solo ritenendo vera tale identificazione si può mostrare l’origine, il principio del cosiddetto mysterium iniquitatis, “mistero dell’iniquità”.

<Cosa è il “mysterium iniquitatis”?>

 In parole semplici è il mistero legato all’iniquità delle differenti condizioni umane, cioè il mistero legato alle domande del tipo: «Perché gli uomini non nascono tutti uguali?», «Perché Dio permette o decide che un uomo nasca ricco, sano, e talentuoso, e un altro nasca invece malato e povero, o tutt’e due le cose insieme?»

Secondo te Tommaso d’Aquino quale risposta fornisce alle suddette domande?

<Lucifero-Satana!!!>

Con buona pace della legge del Karma!

Secondo me, Tommaso d’Aquino era un uomo che amava “semplificare”; mettiamola così, va, altrimenti mi toccherebbe dire la mia sulle capacità di sintesi di Tommaso d’Aquino.

Ora, fai molta attenzione ai vari motivi addotti dai Padri della Chiesa, per giustificare la loro tesi sulla sostanziale identità tra Lucifero (prima della ribellione) e Satana (dopo la caduta).

Iniziamo con il primo riferimento:

4 Tu pronunzierai questa sentenza sul re di Babilonia e dirai: «Come è finito l’oppressore, l’esattrice d’oro è finita. 5 L’Eterno ha spezzato il bastone degli empi, lo scettro dei despoti. 6 Colui che nel suo furore per­cuoteva i popoli con colpi incessanti, colui che dominava con ira sulle nazioni è inseguito senza misericordia. 7 Tutta la terra riposa tran­quilla, la gente erompe in gridi di gioia. 8 Perfino i cipressi e i cedri del Libano gioiscono per te e dicono: “Da quando sei atterrato, nessun ta­gliabosco è più salito contro di noi”. 9 Lo Sceol di sotto è in agitazione per te, per farsi incontro al tuo arrivo; esso risveglia gli spiriti dei tra­passati, tutti i principi della terra; ha fatto alzare dai loro troni tutti i re delle nazioni. 10 Tutti prendono la parola per dirti: “Anche tu sei diven­tato debole come noi e sei divenuto simile a noi. 11 Il tuo fasto è precipi­tato nello Sceol assieme al suono delle tue arpe; sotto di te si stende un letto di vermi e i vermi sono la tua coperta”. 12 Come mai sei caduto dal cielo, o Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato gettato a terra, tu che atterravi le nazioni? 13 Tu dicevi in cuor tuo: “Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio; mi siederò sul monte dell’assemblea, nella parte estrema del nord; 14 salirò sulle parti più alte delle nubi, sarò simile all’Altissimo”. 15 Invece sarai precipitato nello Sceol, nelle profondità della fossa. 16 Quanti ti vedono ti guardano fisso, ti osservano attentamente e dicono: “È questo l’uomo che faceva tremare la terra, che scuoteva i regni, 17 che ridusse il mondo come un deserto, distrusse le sue città e non lasciò mai andar liberi i suoi prigio­nieri?”. 18 Tutti i re delle nazioni, tutti quanti riposano in gloria, cia­scuno nel proprio sepolcro; 19 tu invece sei stato gettato lontano dalla tua tomba come un germoglio abominevole, come un vestito di uccisi trafitti colla spada, che scendono sui sassi della fossa, come un cadavere calpestato. 20 Tu non sarai riunito a loro nella sepoltura, perché hai di­strutto il tuo paese e hai ucciso il tuo popolo; la discendenza dei malfat­tori non sarà più nominata. 21 Preparate il massacro dei suoi figli a causa della iniquità dei loro padri, perché non si alzino più a prendere possesso della terra e a riempire la faccia del mondo di città. 22 “Io mi leverò contro di loro”, dice l’Eterno degli eserciti, “e sterminerò da Ba­bilonia il nome e i superstiti, la progenie e la discendenza”, dice l’E­terno. 23 “Ne farò il dominio del porcospino e paludi di acqua; la spaz­zerò con la scopa della distruzione”, dice l’Eterno degli eserciti». [Isaia 14:4-22]

Ho riportato quasi per intero il capitolo, ti sembra che si faccia riferimento al “Diavolo”, al “Demonio”, a “Satana”? Si accenna a qualche angelo sotto qualsiasi forma?

<Se devo essere onesto, no! Mi sembra si faccia riferimento a un ipotetico “re di Babilonia”, inoltre c’è anche la domanda retorica: «è questo l’uomo che faceva tremare la terra […]?». Non credo che ci possano essere dubbi al riguardo.>

«Non c’è peggior sordo di chi non vuol ascoltare!», anche se in questo caso sarebbe meglio dire che «non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere!».

Per fortuna sembra sia ormai assodato, acclarato, dalla maggior parte degli interpreti (per non dire tutti), ciò che è ovvio, cioè la stella di cui si parla, il lucifero (cioè il portatore di luce), è il “Re di Babilonia”. Se poi uno vuole vederci altro, è un problema tutto suo.

Osserva, ora, quanto dice Ezechiele:

1 La parola dell’Eterno mi fu rivolta, dicendo: 2 «Figlio d’uomo, di’ al principe di Tiro: Così dice il Signore, l’Eterno: Poiché il tuo cuore si è innalzato e hai detto: “Io sono un dio; io siedo su un trono di dei nel cuore dei mari”, mentre sei un uomo e non un dio, anche se hai fatto il tuo cuore come il cuore di Dio. 3 Ecco, tu sei più savio di Daniele, nessun segreto rimane nascosto a te. 4 Con la tua sapienza e con la tua intelli­genza ti sei procurato ricchezze e hai ammassato oro e argento nei tuoi tesori; 5 con la tua grande sapienza, con il tuo commercio hai accre­sciuto le tue ricchezze, e a motivo delle tue ricchezze il tuo cuore si è in­nalzato». 6 Per questo così dice il Signore, l’Eterno: «Poiché hai fatto il tuo cuore come il cuore di Dio, 7 perciò ecco, io farò venire contro di te le più terribili nazioni; essi sguaineranno le loro spade contro lo splen­dore della tua sapienza e contamineranno la tua bellezza. 8 Ti faranno scendere nella fossa e tu morirai della morte di quelli che sono trafitti nel cuore dei mari. 9 Continuerai tu a dire: “Io sono un dio”, davanti a chi ti ucciderà? Ma sarai un uomo e non un dio nelle mani di chi ti tra­figgerà. 10 Tu morirai della morte degli incirconcisi per mano di stra­nieri, perché io ho parlato», dice il Signore, l’Eterno. [Ezechiele 28:1-10]

Secondo te c’è qualche relazione con il “Diavolo”, il “Demonio”, il “Satana”? Si accenna mai a un uomo o a un angelo di nome Lucifero (in ebraico helel)?

<Mi stai prendendo per i fondelli? Qui si parla di un fantomatico “principe di Tiro” e, comunque, si fa riferimento esplicito a un uomo. Di nuovo, cosa c’entra Lucifero?>

Appunto cosa c’entra Lucifero!?!

Alcuni hanno voluto tirare in ballo le parole di Cristo stesso, che implicitamente riconosce l’identità dell’Angelo caduto come Satana quando afferma: «Io vedevo Satana cadere dal Cielo come la folgore». [Luca 10:18]

Qui mi devo fermare un attimo, perché altrimenti la confusione regna sovrana. Ammettiamo, per semplicità, di prendere alla lettera le parole di Cristo. Sorge spontanea la domanda: «Cosa c’entra Lucifero?»

<Se non erro, nella frase non esiste nessun accenno a Lucifero. L’unico a cadere è Satana. Dov’è l’arcano?>

Semplice: i padri della chiesa “fiduciosi” che in Isaia 14:12 (vedi sopra) si stia parlando di un angelo di nome Lucifero e non di un uomo, ossia del re di babilonia, hanno fatto due più due, risultato, cinque!

<Come cinque? Due più due non fa quattro?>

In matematica, sì! Ma, qui, non mi sembra si stia facendo matematica.

Chiarito, almeno per me, che l’associazione Satana-Lucifero, non è proponibile alla luce dei versi di Isaia 14:4-22, resta il problema di chiarire che cosa intendesse dire Cristo con quella frase così esplicativa e sibillina: «Io vedevo Satana cadere dal Cielo come la folgore». Adesso dovrei aprire una parentesi e accennarti ad alcuni fatti che esulano dal tema in questione, cioè dovrei soffermarmi sulla figura di Gesù Cristo, sulla sua venuta e, quindi, sul “vero” significato da attribuire alle sue parole. Per fare questo, però, dovrei introdurre tutta una serie di premesse che giustifichino la tesi che intendo sostenere. Siccome ciò non è possibile, è meglio tacere.

<Mi piacerebbe sentire la tua tesi, anche se non è sostenuta dalle premesse.>

Come preferisci, però, prima, è bene specificare, che non è soltanto la mia tesi, ma anche di tutti quelli che affrontano la questione con un modesto “buon senno”.

La tesi afferma che la venuta e la parola di Gesù Cristo cambiano la visione tradizionale del Dio biblico. Scompare, cioè, l’immagine del Dio “vendicativo”, “violento”, quello con la “spada con il doppio taglio”, sempre pronto a premiare, ma ancor di più a castigare, a punire, e viene sostituita da quella di un Dio che ama. Già, perché questo è Dio: AMORE!

Se Dio è Amore, allora il satan che senso ha? Scompare la sua funzione! Il satan ha un bel da dire: «guarda che quel tizio si è comportato male!»  «Guarda che quell’uomo, o quella donna, ha commesso un peccato!» Se Dio è amore incondizionato, il satan può sgolarsi quanto vuole, tanto non ha alcun potere sulla Volontà Divina. Insomma, con la venuta di Gesù Cristo, il satan si ritrova disoccupato, in cassa integrazione o, se preferisci, in pensione. Il suo ruolo di accusatore, di avversario, di oppositore, di contraddittore, di calunniatore, di bastian contrario è finito!

<Non è per essere pignoli, però, se non ricordo male, quel “monello” di satan possedeva anche altre funzioni, ad esempio quelle d’insinuatore, di suggeritore, d’istigatore, d’ingannatore, di tentatore. Tutte queste funzioni potrebbero essere rimaste.>

Già … buona osservazione! Forse non è andato in pensione, forse lavora part-time!

Chiuderei l’abbinata Lucifero/Satana riportando il passo dell’Apocalisse ove si legge:

«E ci fu una battaglia nel Cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel Cielo. Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù: fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli.» [Apocalisse 12:7-9]

Anche in questo caso come puoi notare di Lucifero non si parla, non si fa alcun accenno all’accoppiata Lucifero/Satana. Si accenna invece ad un ipotetico “dragone”, anche nominato “serpente antico”, che è chiamato “diavolo e satana”.

Avendo già dato sui suddetti termini in precedenza, non credo sia il caso di tornarci, mentre è proprio il caso di soffermarsi su alcuni aspetti di Lucifero che dovrebbero, come si dice, “tagliare la testa al toro” e chiudere definitivamente la questione.

Lucifero nei primi anni della Chiesa, prima che venisse fuori la storiella della “caduta” e l’associazione con Satana, era considerato un nome bellissimo e degno di essere portato sia dai bambini dell’epoca, sia “nientepopodimenoche” dal vescovo di Cagliari (peraltro fatto santo, San Lucifero, morto nel 370).

Se poi non fossi ancora convinto, ti faccio presente che, sempre all’inizio dell’avventura cristiana, il termine lucifer era un appellativo con cui veniva indicato, apostrofato Cristo, cioè il “portatore di luce”, la “luce del mondo”, “luce e splendore” del Padre.[2]

Non bastasse in 2Pietro 1:19 si legge: «Noi abbiamo anche la parola profetica più certa a cui fate bene a porgere attenzione, come a una lampada che splende in un luogo oscuro, finché spunti il giorno e lucifero (ossia la stella mattutina) sorga nei vostri cuori».

A questo punto è opportuno fare un accenno alla mitologia del nome lucifer.

In quella romana, Lucifer è una divinità corrispondente a quella greca Phosphoros, “Torcia dell’Aurora”, nome dato alla “Stella del mattino”, cioè a “Venere” (che per inciso rappresenta anche la “dea della bellezza”, corrispondente, in parte, alla divinità greca Afrodite) perché era la prima luce che anticipava il “Sole”. Era figlio di Eos, “dea dell’Aurora” (da cui l’appellativo “Torcia dell’Aurora”) e del Titano Astreo e fu padre di Ceice (Ceyx), re di Tessaglia, e di Dedalione.[3]

Lucifero, la “stella del mattino”, a seguito del grande fascino emanato dall’immaginario legato alla luce, fu associato anche ad altre divinità, ad esempio, in Siria, a quella nota con il nome di Astaroth, con Ishtar per i Babilonesi; Astarte per i Fenici; Inanna per i Sumeri. Presso gli indù, il dio che può essere paragonato a Lucifero è Savitar, “sole sorgente”, associato alla bellezza e alla conoscenza. Per i Maya, in Messico, il dio in relazione con la luce (e quindi con il sole) è Quetzal, il “serpente piumato”, incarnazione del cielo; ha come complementare il “serpente a sonagli”, incarnazione della terra (con una non lontana allusione al dualismo Lucifero-Satana di cui ti dirò dopo).

Siccome non si può mai stare tranquilli, è bene ti accenni a ciò che nell’ultimo secolo, forse due, si asserisce nel nome della cosiddetta “Vecchia Religione”, anche chiamata “Tradizione Italiana”, “Stregoneria Italiana” o “Stregheria”.[4] La suddetta religione asserisce l’esistenza di un Dio, di nome “Lucifero”[5] o Dianus, Signore della Luce e del Mattino, fratello e consorte della dea Diana, anche noto come Dis (Kern), nell’aspetto di Dio della Morte e dell’Aldilà, e come Lupercus, nell’aspetto di “Figlio della Promessa”, portatore di Speranza e Luce. É chiaramente legato, ovviamente, agli antichi misteri del dio etrusco Tinia, e di quelli greco-romani come Pan, Bacco, Dioniso e Apollo. Dianus-Lucifero è anche apostrofato con i seguenti appellativi: il Cornuto (signore delle foreste selvagge e dio della fertilità e sensualità, nonché della vita e morte), l’Incappucciato (signore degli animali e delle piante; re del raccolto e signore della flora, Rex Nemorensis, simile al Greenman dei Celti), l’Anziano (signore della saggezza e guardiano dei santuari).

Chiarito che il termine “Lucifero” risale a molti secoli prima della cristianizzazione, nasce spontanea la “domanda delle 100 pistole”: «Perché i padri della chiesa hanno sentito il “dovere” di abbinare, di associare Satana e Lucifero? Perché non andava bene soltanto Satana? Che senso ha voler vedere le due figure unite, congiunte nella superbia e nel male?»

La risposta non è semplice, nel senso che, con ogni probabilità, non c’è un’unica spiegazione. Tralasciando quella fornita da Tommaso d’Aquino[6], quale potrebbe essere la ragione vera? Prima di tentare una possibile risposta ad una siffatta angosciante e misteriosa domanda, però, cerco di dire qualcosa sul nome Satana.

1.2    Satana

Deriva dall’ebraico satàn, ossia “nemico”, “avversario”, “oppositore”, “ostacolatore”, “accusatore in giudizio”, “contraddittore” (greco satàn o satanâs da cui anche “satanasso”, arabo šayṭān). Relativamente ai termini “accusatore” e “contraddittore” non ho molto da eccepire, almeno per il momento; per quanto attiene invece ai termini “avversario”, “nemico”, “oppositore” qualche cosina, invece, ho da obiettare. In primis: “nemico”, “oppositore”, “avversario”, di chi?

<Come di chi? Di Dio è ovvio!>

Ovvio? Mica tanto!

Il termine ebraico satàn è utilizzato per la prima volta nella storia di “Balaam e dell’asina”:

[7]20 Dio venne la notte a Balaam e gli disse: «Se quegli uomini sono venuti a chiamarti, alzati e va’ con loro; ma farai ciò che io ti dirò». 21 Balaam quindi si alzò la mattina, sellò l’asina e se ne andò con i capi di Moab. 22 Ma l’ira di Dio si accese perché egli era andato; l’angelo del Signore si pose sulla strada per ostacolarlo. Egli cavalcava l’asina e aveva con sé due servitori. 23 L’asina, vedendo l’angelo del Signore che stava sulla strada con la spada sguainata in mano, deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l’asina per rimetterla sulla strada. 24 Allora l’an­gelo del Signore si fermò in un sentiero infossato tra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. 25 L’asina vide l’angelo del Signore, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. 26 L’angelo del Signore passò di nuovo più avanti e si fermò in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di ritirarsi né a destra, né a sinistra. 27 L’asina vide l’angelo del Signore e si accovacciò sotto Balaam; l’ira di Balaam si accese ed egli percosse l’asina con il bastone. 28 Allora il Signore aprì la bocca all’asina ed essa disse a Balaam: «Che ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta?». 29 Balaam rispose all’asina: «Perché ti sei beffata di me! Se avessi una spada in mano, ti ammazzerei subito». 30 L’asina disse a Balaam: «Non sono io la tua asina sulla quale hai sempre cavalcato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così?». Ed egli rispose: «No». 31 Allora il Signore aprì gli occhi a Balaam ed egli vide l’angelo del Signore, che stava sulla strada con la spada sguainata. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra. 32 L’angelo del Signore gli disse: «Perché hai percosso la tua asina già tre volte? Ecco io sono uscito a ostacolarti il cammino, perché il cammino davanti a me va in precipizio. 33 Tre volte l’asina mi ha visto ed è uscita di strada davanti a me; se non fosse uscita di strada davanti a me, certo io avrei già ucciso te e lasciato in vita lei». 34 Allora Balaam disse all’angelo del Signore: «Io ho peccato, perché non sapevo che tu ti fossi posto contro di me sul cammino; ora se questo ti dispiace, io tornerò indietro». 35 L’angelo del Signore disse a Balaam: «Va’ pure con quegli uomini; ma dirai soltanto quello che io ti dirò». Balaam andò con i capi di Balak. [Numeri 22:2]

Tralasciando le solite “incongruenze” volute o non volute (Num. 22:20 e Num 22:35, ma è Dio che gli dice di andare oppure no?) e la mia incapacità costituzionale a comprendere certi passi (a meno che non si leggano in chiave metaforica, altrimenti non si spiegherebbe la capacità di Balaam di parlare con l’asina/anima – sottolineo asina, non asino – e la capacità dell’asina/anima di vedere l’angelo/spirito; sarà poi “Dio” – “esterno e superiore” all’uomo –  ad aprire i suoi occhi), in questi passi è evidente che Satàn è un angelo mandato dal Signore per “fermare” Balaam. Qui è chiaro l’avversario, l’oppositore e, volendo esagerare, per estensione, il nemico, ovviamente dell’uomo, non di Dio (cosa peraltro impossibile per assioma, essendo l’ESSERE rappresentato da DIO-PUNTO-UNO); inoltre può essere intravisto il “mettersi di traverso”, “essere di ostacolo”, “ciò o colui che è messo di traverso” (satàn=diábolos). Comunque si voglia vedere la faccenda  è evidente che in questo caso non possono essere attribuiti  aspetti “negativi” al termine satana. Scrive Giulio Busi[8]: «Quest’angelo, che sembra quasi giocare con l’asina, riassume in sé alcuni attributi fondamentali del satàn biblico. Come inviato di Dio, di cui esegue fedelmente il comando, egli ha lo scopo di dissuadere Balaam dal percorrere una strada storta, per evitargli di cadere in un errore irreparabile. Con l’arma della provocazione l’avversario suscita l’ira della vittima, riuscendo però ad aprirne gli occhi.» In questo caso, quindi, la figura di satana non mi sembra possa essere associata all’angelo del male.

Il termine satàn ricorre in altri punti dell’A.T. ad indicare proprio il nemico in senso letterale. Ad esempio, nel libro 1Re 11:14, 1Re 11:23, 1Re 11:25, in cui sono indicati come satàn i nemici “umani” di Salomone; nel libro 1Sam 29:4, in cui è segnalato come satàn lo stesso Davide dai suoi antagonisti filistei; nel libro 2Sam19:23, in cui sono redarguiti come satàn coloro che si oppongo al ritorno di Davide stesso.

Nel libro di Zaccaria è poi utilizzato con il significato di “accusatore”, “contraddittore in giudizio”, ritto in piedi alla destra dell’accusato come in Zac 3:1: «Poi mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore, e satana [in verità la traduzione corretta dovrebbe essere il satana, ossia l’accusatore] era alla sua destra per accusarlo». Si evince che ci siano due “angeli”, malakhìm, uno alla sinistra, con il compito di difensore, e l’altro, con il compito di accusatore, appunto con la funzione di satàn.

Nel libro delle Cronache ritroviamo il termine satàn in veste inusuale ossia come “ingannatore”, “tentatore”, “istigatore”, oserei dire “suggeritore” (in uno spettacolo teatrale sarebbe perfetto per la parte del “gobbo”):

1 Satana insorse contro Israele. Egli spinse Davide a censire gli Israeliti. 2 Davide disse a Ioab e ai capi del popolo: «Andate, contate gli Israeliti da Bersabea a Dan; quindi portatemene il conto sì che io conosca il loro numero». 3 Ioab disse a Davide: «Il Signore aumenti il suo popolo sì da renderlo cento volte tanto! Ma, mio signore, essi non sono tutti sudditi del mio signore? Perché il mio signore vuole questa inchiesta? Perché dovrebbe cadere tale colpa su Israele?». 4 Ma l’opinione del re si impose a Ioab. Questi percorse tutto Israele, quindi tornò a Gerusalemme. 5 Ioab consegnò a Davide il numero del censimento del popolo. In tutto Israele risultarono un milione e centomila uomini atti alle armi; in Giuda risultarono quattrocentosettantamila uomini atti alle armi. 6 Fra costoro Ioab non censì i leviti né la tribù di Beniamino, perché l’ordine del re gli appariva un abominio. 7 Il fatto dispiacque agli occhi di Dio, che perciò colpì Israele. 8 Davide disse a Dio: «Facendo una cosa simile, ho peccato gravemente. Perdona, ti prego, l’iniquità del tuo servo, perché ho commesso una vera follia». [1Cronache 21:1-8]

Mah!?! Ho come la netta sensazione che la traduzione (come purtroppo spesso accade) faccia acqua da tutte le parti, altrimenti, con tutta la buona volontà, proprio non si comprende perché il “censimento” debba essere inviso al “Signore” tanto da indurLo a colpire Israele. Resta comunque il fatto che, in questa occasione, Satana ebbe il suo ruolo di “istigatore”!

Per avere comunque una chiara visione del ruolo di Satana sul “palcoscenico universale” bisogna fare riferimento al libro di Giobbe:

6 Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. 7 Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». 8 Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». 9 Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? 10 Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. 11 Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». 12 Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.[Giobbe 1:6-12]

Ti lascio immaginare cosa sia successo dopo. Ma, prima vorrei soffermarmi su alcuni aspetti emersi:

6 Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro.

Non si comprende dal contesto della frase se la “riunione di famiglia” sia un evento sporadico, episodico oppure sistematico, nel senso che la “riunione” sia un fatto casuale oppure periodicamente i “figli di Dio” si presentano al suo cospetto. Resta aperta ovviamente la risposta alla domanda: «Chi sono i figli di Dio? ».

Angeli?!? In Genesi 6:4 si legge: «C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i “figli di Dio” si univano alle “figlie degli uomini” e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi». Sono gli stessi “figli di Dio” oppure trattasi di altri?

Nella versione ebraica si legge bene (ha-) Elohim, che tradotto dovrebbe essere “figli di Elohim”. E qui si apre una “voragine”. Chi sono o chi è “Elohim”? Purtroppo devo aprire una parentesi, anche se ne avrei fatto volentieri a meno, avendo già trattato l’argomento altrove[9].

Devi sapere che i primi undici capitoli della Genesi sono il frutto della combinazione, della fusione di due documenti nominati rispettivamente Codice J e Codice P. Il Codice J, che è il più antico, contiene una serie di racconti diffusi fra le genti di Israele in un periodo che può essere collocato intorno al VII secolo a.C., all’epoca in cui l’Assiria, che aveva la sua base in Mesopotamia, nella valle tra i fiumi Tigri ed Eufrate, era il regno più potente dell’Asia occidentale. Il Codice P, più recente, fu composto intorno al VI secolo a.C., quando il popolo Ebraico si trovava in cattività sempre nella stessa regione (la Mesopotamia), nel periodo in cui i Caldei, che avevano la loro capitale a Babilonia, dominavano quella regione. I due documenti furono uniti intorno al V secolo a.C., all’epoca in cui gli Ebrei tornarono a Gerusalemme dall’esilio babilonese. I “curatori” della versione, peraltro discutibile, che è giunta a noi – mi riferisco alla versione ebraica e non alla traduzione greca che avviene solo nel 250 a.C., nota come “Traduzione dei Settanta” (Septuaginta in latino, indicata anche, secondo la numerazione latina, con LXX o, secondo la numerazione greca, con la lettera omicron seguita da un apice O’) – , preoccupati di recare il minor danno possibile all’uno e all’altro documento, non si resero conto, o quantomeno non diedero peso, alle possibili contraddizioni che in questo modo si ingeneravano. La cosa più importante, comunque, è che la Genesi non è il frutto della “inventiva” ebraica, ma l’unione, la fusione appunto, di racconti che, a partire dal 3000-3500 a.C. circolavano tra i popoli che stazionarono nell’area tra il Tigri e l’Eufrate, la cosiddetta Mesopotamia, e che hanno origine, con ogni probabilità, a partire da un popolo noto come Sumeri.

Ma, veniamo al punto che ci interessa, nella Genesi si parla di due “soggetti”: ELoHIM e YHWH. «In principio Dio creò i cieli e la terra». Così recita il primo verso tradotto della Genesi nelle lingue odierne, peccato che l’originale invece reciti diversamente, e precisamente: «In principio ELoHIM creò i cieli e la terra». Nella Genesi il nome “Dio” non esiste ancora. Non c’è alcun “Dio”. La Divinità che crea è multipla, ha un nome plurale.  Nella Genesi il nome, che ripeto è un plurale, viene associato ad un verbo al singolare, esattamente come facciamo noi quando ci esprimiamo in questi termini: «L’umanità ha deciso, ha dato vita, ha creato, oppure il popolo “TalDeiTali” decreta …».

<Allora quella parola così “ambigua” come andrebbe tradotta in una lingua moderna?>

Personalmente ritengo che la cosa migliore, la più saggia, sarebbe non tradurla, anche perché nessuno sa esattamente cosa significhi e a chi faccia riferimento, ma ammesso che si voglia tradurla a tutti i costi, non bisognerebbe mai dimenticare che trattasi di una pluralità.

<E di YHWH che mi dici?>

Il nome YHWH appare per la prima volta in Genesi 2:4b. Nelle versioni correnti il nome YHWH, la cui traduzione letterale potrebbe essere “Colui che è”, viene tradotto con “il Signore Dio”. Poiché le versioni consuete traducono anche ELoHIM con la parola “Dio”, tra i termini YHWH e ELoHIM non è possibile notare alcuna differenza.

Nel Documento P è utilizzata la parola ELoHIM, mentre si incontra per la prima volta la parola YHWH soltanto a partire dal Documento J. Il Documento J racconta la storia del “Dio” degli Ebrei.

<Ho capito cosa devo intendere per Dio, o meglio sulla distinzione tra ELoHim e YHWH, ma sui “figli di ELoHim” che mi sai dire?>

È un bel pasticcio, perché, per quanto si possa dire, non se ne viene fuori. Qualcuno ha provato ad “impapocchiare” una possibile risposta, ma francamente lascia il tempo che trova.

<Sentiamo questa risposta.>

 Gli “angeli caduti”! Gli “angeli ribelli”, insomma, di cui ti dirò tra poco. Fermo restando che non si capisce per quale strana forma del destino proprio “tutti” gli angeli che poi “tradiranno” debbano riunirsi in quel determinato giorno per poi sentirsi raccontare di un “Giobbe qualsiasi” (verrebbe quasi da dire: «e te credo che poi si siano ribellati!»), una simile interpretazione pone più problemi di quanti ne risolva:

  • Alcuni angeli si ribellarono nel momento in cui Dio impose Loro di inginocchiarsi di fronte all’uomo (si suppone trattasi di Adamo ed Eva). La nostra storia è ambientata molto dopo. Il che esclude, una volta per tutte, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’associazione Satana-Lucifero.
  • Gesù insegnò che gli angeli non si sposano (Mc 12:25). Ciò non esclude necessariamente la possibilità che angeli caduti possano sposare degli umani. Infatti, nel Vangelo, sono gli “angeli nel cielo” che non si sposano; come gli “uomini nel cielo” che non si sposano, ma sulla terra potrebbero sposarsi tranquillamente. Resta, comunque, un forte punto interrogativo.
  • Non si sa se gli angeli, che sono esseri spirituali, possano avere rapporti sessuali con umani. Possono senz’altro prendere la forma umana e interagire con il mondo fisico (ce ne sono tanti esempi nella Bibbia), ma non sappiamo più di questo. Però sappiamo (almeno crediamo di sapere) che i “diavoli”, cioè gli “angeli caduti”, abbiano la capacità di possedere il corpo di alcuni uomini, ma questo non implica necessariamente che possano procreare.
  • Non è chiaro perché l’umanità fu punita in Genesi 6:7: per il peccato degli angeli, per il peccato delle donne che hanno sposato gli angeli, oppure per cosa?

Ritorniamo a Satana.

7 Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa».

La frase recita in modo che sembra quasi che Satana non sia un «figlio di Dio», appare piuttosto un loro “superiore”. Infatti Dio rivolge la sua attenzione a Satana e, poi, cosa strana per Dio (non dovrebbe essere onnisciente?) chiede (per ben due volte nella versione originale): «da dove vieni?», insomma «dove sei stato?»[10]. Satana risponde in modo del tutto colloquiale, come se parlasse a un suo pari: ««Da un giro sulla terra, che ho percorsa», quasi come se dicesse: «ho fatto un giro per la terra, perché t’interessa?»

Sembrerebbe che per comprendere da dove salti fuori il termine satàn (sarebbe meglio dire ha-satàn, perché “ha” è articolo determinativo per cui la traduzione corretta dovrebbe essere “il satana”, ma non è questo il momento di simili sottigliezze) bisogna risalire al periodo in cui Israele fu sotto il dominio persiano. In Persia, a quei tempi, il re aveva un suo funzionario, che si chiamava “l’occhio del re”, cioè satàn. Che cosa faceva questo funzionario? Girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene, lo segnalava al re per farlo promuovere, premiarlo; se uno si comportava male, lo segnalava al re per punirlo, eventualmente anche con la morte. Nella visione ebraica del Vecchio Testamento, Dio è rappresentato con una corte e c’è Satana che è l’occhio del re. È quindi un funzionario della corte divina, non un “nemico” di Dio (come invece diventerà in seguito). Insomma ha-satàn è la qualifica, non il nome proprio, di un angelo sottomesso a Dio, che rappresenta il capo-accusatore della corte divina. Satana, che a volte sta in cielo con Dio, spesso e volentieri fa un’incursione sulla terra e, se vede una persona che si comporta “male”, torna subito da Dio e gli dice: «guarda quella persona si comporta “male”, la possiamo punire?». Se Dio lo permette, si procede.

Satàn, in una siffatta visione, è la spia di Dio per scoprire i peccatori e punirli. Siccome fare la spia è una funzione, un compito, un lavoro, come tanti altri lavori, può essere affidato a chiunque, purché ovviamente ne abbia le capacità. Con ciò, intendo sottolineare che il termine satàn non fa riferimento ad un “individuo” specifico, ad un “essere” che è sempre lo stesso.

Nell’Ebraismo ha-satàn non è malvagio, ma piuttosto indica a Dio le cattive azioni e inclinazioni dell’uomo. Essenzialmente ha-satàn, ovvero colui che ha il compito di accusatore, non ha potere a meno che gli umani non compiano azioni malvagie. Tutto ciò fino al libro di Giobbe in cui si scoprono altri lati del nostro vigile, attento e scrupoloso “funzionario”.

A voler essere pignoli, io aggiungerei che questo compito, questa funzione – faccio riferimento all’occhio di re – deve per forza di cose essere nata con l’uomo. Insomma è nata con Adamo ed Eva, perché, se così non fosse, su chi doveva agire l’occhio del re: sui dinosauri? La conseguenza logica è che il serpente tentatore, di cui hai fatto la conoscenza in Genesi 3:1-7, potrebbe essere Satàn!

8 Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male».

Dio è interessato! Infatti, chiede lumi su un suo servo, un certo Giobbe, su cui esprime un parere molto favorevole: «nessuno è come lui sulla terra, uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». Tralascio quel “teme Dio”, che voglio benevolmente considerare come il solito errore di traduzione (ma come “teme Dio”? Casomai “Mi teme”, se proprio vogliamo essere spiritosi).

9-10-11 Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!».

Viene fuori un’altra natura di Satana, diversa da quella esposta in precedenza e da quella vista nel racconto di Balaam, cioè qui si osserva  il “bastian contrario”, l’“oppositore nato”, “colui che insinua il dubbio”, “colui che mette zizzania”, il “calunniatore”.

12 Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.

È fatta! Anche Dio abbocca: incredibile! Non voglio neanche esprimermi su questo passo, perché rischio di essere blasfemo!

Prima di vedere ciò che accade a Giobbe, vorrei soffermarmi sul rapporto tra Dio (giudice) e Satana (pubblico ministero). Per quanto possa non piacere, c’è una evidente relazione di “quasi parità” tra i due. Sembrano appartenere allo stesso livello o quasi. Sembrano due di famiglia, ecco: due fratelli! Di cui il primo, Dio, ha maggior potere, rispetto al secondo, Satana. È altresì evidente che Satana ha voce in capitolo, e non solo, Dio lo ascolta, accetta i suoi “suggerimenti”, i suoi “consigli”. Il guaio è che i suggerimenti di Satana, in questo caso almeno, finiranno per “inguaiare”, per “incasinare” la vita di quel povero uomo che ha nome Giobbe.

Satana, dopo aver avuto il via libera da Dio, si scatena:

13 Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, 14 un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, 15 quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

16 Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

17 Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

18 Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, 19 quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo». [Giobbe 1:13-19]

Qui Satana cambia vestito, non rappresenta più soltanto il nemico, l’avversario, l’oppositore, l’accusatore, il contraddittore, il bastian contrario, l’insinuatore, il calunniatore, il suggeritore, l’istigatore, l’ingannatore, il tentatore, ma indiscutibilmente l’angelo del male, l’angelo della vendetta, l’angelo distruttore, l’angelo punitore, insomma l’angelo addetto ai “lavori sporchi”, “il braccio destro divino”. Non è forse Satana colui che soggiorna “spesso e volentieri” sulla terra?!?

20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò. 21 e disse: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». 22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla d’ingiusto. [Giobbe 1:20-22]

Questa è la risposta di Giobbe! A questo punto dovrebbe essere chiara la sua natura di uomo “integro, retto, timorato di Dio e alieno dal male”. Ma Giobbe non ha fatto i conti con la natura “sospettosa” di Satana, infatti, durante un’altra “riunione di famiglia”:

3 Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male. Egli è ancor saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo». [Giobbe 2:3]

Sono basito! Come sarebbe a dire: «Tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo»? Mi viene voglia di aggiungere: «e fu così che venne fuori il gioco dello “scarica barile”!» Sta scherzando, non può essere vero! È Dio che risponde oppure uno stolto, un bacchettone, un allocco, che si fa prendere “in giro” da Satana?

Ho maturato una convinzione: i capitoli 1 e 2 del libro, ad esclusione della parte che riguarda il modo di comportarsi di Giobbe, sono avulsi dal resto del libro medesimo, insomma non sono originali, sono stati aggiunti.

<Chi li ha aggiunti?>

Un “satanista” è ovvio!

A parte gli scherzi, ma com’è possibile che Dio si rivolga a Satana in questo modo? Chi comanda: Dio o Satana? C’è qualcosa che non mi convince, c’è qualcosa che non quadra, Satana ha soltanto il ruolo del “consigliori”, è Dio a prendere le decisioni non il “funzionario”, non ha-satàn. Mi rifiuto di credere in un Dio che si esprima in modo così palesemente sciocco, stolto, infantile e per giunta incapace di apprendere dai propri errori. Mi viene spontaneo, non posso farci niente: «ma mi faccia il piacere!».

4 Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. 5 Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!». 6 Il Signore disse a Satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita». [Giobbe 2:4-6]

Come volevasi dimostrare!

7 Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. [Giobbe 2:7]

E ti pareva! Satana, o chi per Lui, senza più freni inibitori, si scatena contro il povero Giobbe.

8 Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla ce­nere. 9 Allora sua moglie disse: «Rimani ancor fermo nella tua inte­grità? Benedici Dio e muori!». 10 Ma egli le rispose: «Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non do­vremo accettare il male?». In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. [Giobbe 2:8-10].

Meravigliosa risposta di Giobbe, uomo “integro, retto, timorato di Dio e alieno dal male”:

«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?»

Grande, mirabolante, illuminante[11]:

«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?»

E’ tutto qui! Non c’è altro da aggiungere al riguardo. Ciò che segue è un di più, che comunque consiglio di approfondire.

<Mi è venuto un dubbio, nei Vangeli si parla di Gesù che, dopo essersi ritirato in meditazione nel deserto per 40 giorni, viene tentato dal “diavolo”, chi era costui: Satana?>

[12]Uhm! Purtroppo, come puoi ben comprendere, la risposta non è semplice. Nella traduzione dei Vangeli troviamo indifferentemente i termini diavolo, satana e demonio utilizzati come sinonimi. Venirne a capo non è semplice. Se poi a ciò aggiungi che manca ancora all’appello il “più bello di tutti” cioè Lucifero, puoi ben comprendere che la domanda non è di facile soluzione. Per fortuna Lucifero non è mai nominato nei Vangeli e neanche nell’Antico Testamento (tranne una volta, in Isaia 14:12, di cui ti dirò dopo) per cui possiamo escluderlo a priori.

La risposta alla tua domanda dovrebbe trovare accoglienza in quel Satana “birichino” “scrupoloso” sempre pronto a rompere le uova nel paniere a chiunque se ne stia per i fatti suoi a meditare, insomma Lui, quel “bellimbusto” che se ne va in giro per la terra, sempre pronto a mettere “zizzania”, a svolgere il suo lavoro di “oppositore”, di “istigatore”, di “tentatore”. Chi altri se no? Però, pensandoci bene, un piccolo dubbio mi sovviene. Questo Satana, come “piazzista”, come “suggeritore”, come “imbonitore” non mi sembra allo stesso livello di quello conosciuto in Giobbe: è meno deciso!

<Ho la vaga sensazione che sia un suo sostituto, che non sia il “principale”.>

Torniamo al termine satàn. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi, peraltro tutta da dimostrare e alquanto peregrina, che il termine ebraico satàn, possa derivare dal sanscrito SatNam, composto “da Sat, “verità, esistente, essere” e Nam, “nome o identità”. La sua traduzione, interpretazione, ovviamente, è variegata: “nome di verità”, “identità con la verità”,  “nome dell’essere”, “identità con l’essere”. Nel cosiddetto “Kundalini” Yoga si utilizza un “mantra”, ossia una sequenza di suoni, noto proprio come satnam. Questo mantra, che serve come sfera protettiva contro gli “incidenti”, consiste nel “recitare” secondo una sequenza precisa i suoni SaTaNaMa (è evidente l’assonanza con il suono satàn e ancor di più con il nostro satana). Premesso che un’assonanza sonora è ben misera cosa per fare degli accostamenti tra termini, per cui tra satàn  e satnam è molto probabile, per non dire certo, che non ci sia alcuna parentela, ricordo, soltanto per pura informazione, che Sa vuol dire nascita (inizio), Ta significa vita (fase), Na significa morte (fine) e Ma significa rinascita (nuovo inizio)[13].  Il mantra normalmente è accompagnato da un “mudra”, cioè da particolari posizioni delle mani e delle dita. Consiste nel formare sia con la mano sinistra sia con quella destra, una O, un anello, unendo rispettivamente pollice e indice in corrispondenza del suono Sa, pollice e medio con il suono Ta, pollice ed anulare con il suono Na e, per finire, pollice e mignolo con il suono Ma. Mi piacerebbe dilungarmi sul suddetto mudra, sul suo legame con le arti marziali e sulla versione “oscura”, “nera” “nascosta”, “occulta” dell’insegnamento, ma non mi sembra il caso in questa sede. Mi limito ad accennare che «il più conosciuto degli stili, uno di quelli che si tramandano sino ai tempi recenti, che veniva chiamato Mou Shan Shu (Arte dei Monti Mou) una derivazione dell’antichissimo “Sistema degli Amuleti” taoista, veniva ritenuto in grado di fornire il potere di comandare gli spiriti, guarire gli ammalati, esorcizzare i posseduti, dominare la mente degli uomini sino al punto di controllare i cadaveri costringendoli ad una falsa vita».[14]

Vorrei chiudere questa disamina prendendo in considerazione un’altra parola composita sanscrita e precisamente SatAnanta, “infinito esistente”, composta da sat, aggettivo di cui ti ho già detto, e dal sostantivo ananta, “senza fine”, “infinto “.

<Cosa c’entra questo con satàn?>

Aspetta non avere fretta, ricorda che il “cercatore” deve essere paziente e saper aspettare il tempo e il luogo giusti. Fermo restando l’assonanza satananta con satàn, (che ovviamente potrebbe essere del tutto casuale) l’aspetto interessante consiste nel fatto che Ananta è il nome del serpente (sanscrito naga), chiamato Sesa,[15] detto anche “Eterno”, “Infinito”.  La testa di Sesa sostiene la terra [ti ricordo che Satana è anche il principe, il signore, il padrone della terra], e quest’ultima le sfere celesti e i loro abitatori.

Sesa, aspetto teromorfico di Visnu, è una sorta di demiurgo, il cui soffio di fuoco, al termine di ogni era cosmica, distrugge l’universo intero; le ceneri di questo sprofondano allora nelle acque primordiali (simbolo dello stato indifferenziato del cosmo), mentre il solo Visnu, con Sesa, prosegue l’opera di creazione. Visnu si adagia sul serpente avvolto in spire, e queste rappresentano l’infinita rivoluzione del Tempo.

Secondo quanto afferma il testo Harivamsa, Sesa rimane “appeso” a un albero per un periodo di “mille anni”, in fervore ascetico (tapas), distillando dalla propria bocca il veleno Kalākula e, quindi, dando fuoco all’universo intero.

Ti ricorda qualche evento biblico il serpente “appeso” all’albero?

<Come sei spiritoso!>

I serpenti, secondo la tradizione, erano l’incarnazione dell’“anima”. Sesa, narra la leggenda, apparve dal corpo del morente Balarāma e penetrò nella terra, ove ricevette l’accoglienza degli altri serpenti.

Ti ricorda qualcosa?

<Uhm … direi di sì! La caduta di un angelo, che sprofonda al centro della terra. Ma, così facendo, anche Lucifero è associato al serpente! Non avevi detto che non era possibile?>

Io ho detto che Lucifero non può essere Satana, non ho detto che non possa essere associato al “serpente”.

<Buonanotte!>

1.3 Lucifero-Satana

Ora posso provare ad abbozzare alcune risposte alla domanda: «Perché i padri della chiesa hanno sentito il “dovere” di abbinare, di associare Satana e Lucifero? Perché non andava bene soltanto Satana? Che senso ha voler vedere le due figure unite, congiunte nella superbia e nel male?».

La risposta, come ti dicevo, non è semplice, nel senso che, con ogni probabilità, non c’è un’unica spiegazione.

Provo ad indicarne alcune:

  • Evitare antagonismo tra Dio e Lucifero;
  • Eliminazione tra Anima e Spirito;
  • Semplificazione tra Bene e Male:
  • “Tre” che diventa “due” con annessi e connessi problemi;
  • Molto più semplicemente e banalmente tenendo presente le teorie gnostiche che andavano sviluppandosi nei primi due secoli dopo Cristo, qualcuno (Origene, in particolare, gli altri non hanno fatto altro che accodarsi) ha sentito il bisogno di prendere le distanze. Tieni presente che in quel periodo erano in tanti a contrastare la versione “ufficiale”, ad esempio: Valentino (Phrebonis, 135–165) filosofo e predicatore egiziano di lingua greca e di scuola cristiano-gnostica; Basilide (greco: Βασιλείδης, Basilides; floruit 117-138; ?) maestro religioso dello gnosticismo cristiano primitivo; Simone Mago (Gitton?, villaggio della Samaria, I secolo), considerato dagli eresiologi cristiani il primo degli eretici e proto-gnostico samaritano; Cerdone (latino: Cerdo; floruit II secolo; Siria, ?) teologo gnostico siriano, nato in Siria, si trasferì a Roma al tempo di papa Igino (138-142), in quel periodo erano a Roma anche lo gnostico Valentino e, verso il 146, Marcione di Sinope; Marcione (greco: Μαρκίων; Sinope, 85 – Roma, 160) vescovo e teologo greco antico, fondatore della dottrina cristiana che prende il nome di Marcionismo, considerata eretica dalla corrente proto-ortodossa, fu il primo a costituire un canone di scritti ispirati; Mānī (Mardinu, 25 aprile 215 – 276) profeta e predicatore iranico, fondatore del Manicheismo.

Ma di questo avrò modo dirti dopo. Per momento ci tengo a sottolineare che sentire da “soggetti” vari, a tutte le latitudini e longitudini, utilizzare indifferentemente i nomi Lucifero e Satana, mi fa stare male. Sentire di gruppi “satanisti” di varia natura parlare di Satana come se fosse Lucifero e viceversa, significa non aver compreso la profonda differenza tra l’essenza, la natura dei due “soggetti” in questione. Insomma, i cosiddetti “satanisti” si comportano, in modo ignaro, allo stesso modo dei padri della Chiesa, rifacendo il loro stesso “errore”, ossia capovolgendo il simbolismo correlato a Lucifero ed unendolo a Satana, poi, aggravando ulteriormente l’errore, ricapovolgendo il simbolismo dei due archeboli, ormai uniti in unica entità. Quindi, in un colpo solo, due “errori”! Con questo non intendo dire che il significato di un archebolo non possa essere capovolto, puntando all’opposto di ciò a cui si rivolgeva in precedenza, ma bisogna essere perfettamente coscienti di ciò che si sta facendo, per non accennare poi alla Coincidentia oppositorum o mysterium coniunctionis, cioè “l’unione degli opposti”. Non esiste nessun satanismo “spirituale”, nessun satanismo “buono”.

Inoltre non c’è alcun “Satana” che possa essere associato a divinità accadico/sumere o assiro/babilonesi o greco/egiziane. Questa è un’operazione, del tutto impropria fatta ultimamente dai “moderni” dotati di molta fantasia, soprattutto da quando sono iniziate le traduzioni di centinaia di tavolette rinvenute nella solita area della Mesopotamia, l’attuale Iran (culla della civiltà, fino a prova contraria, cioè fino a quando non si scopriranno altre tavolette, risalenti magari a 10.000 o 20.000 anni fa, in altri posti della terra, ad esempio in antartide).

Oramai imperversa il sincronismo più audace e sfrenato, senza regole, senza logica, senza coscienza. Non voglio neanche accennare, poi, alla storiella degli extraterrestri, mi riservo di farlo in un secondo momento. E con questo non intendo dire che io non sia aperto ad accettare qualsiasi ipotesi, anche la più fantasiosa, purché sia argomentata, logica, non presenti interruzioni o salti o incongruenze, non scambi l’ipotesi per tesi, e mi fermo qui.

Ho letto in alcuni gruppi, ovvero in alcuni post/articoli di qualche “moderno” dotato di molta fantasia che, ormai, i suoi “dei” sono liberi, non sono più “prigionieri”!

<Non sono più in catene, quindi sono usciti dal carcere? E chi li avrebbe messi in carcere, chi li avrebbe imprigionati? E poi perché “suoi”? Li ha comprati?>

Boh, forse i vari maghi e maghetti ebreo/cristiani (Salomone docet); comunque una cosa è certa, i maghi non possono essere stati musulmani, perché la magia è bandita nel Corano. Per quanto riguarda il “noi”, lascio che cada nella più totale indifferenza.

<Chiedo venia per l’ironia, ma di che stiamo parlando? «Ma che, davero? (con una sola “v”)». Stiamo scherzando, immagino!? Fermo restando che ogni essere è libero di “credere” ovvero di “non credere” a ciò che vuole, e che nessuno può sindacare il “mi piace” ovvero “non mi piace” di un altro, esiste però anche un limite alla fantasia e al sincretismo, o no?>

Non è a me che devi rivolgerti, comunque anche di questo avrò modo di dire qualcosa in seguito.

Tratto da FAKT, Due e dualità, che spero di completare quanto prima.

[1] Della visione patristica riguardo Satana/Lucifero risente tutta la letteratura e la filosofia cristiana almeno fino al XVIII secolo (e oltre), per cui Dante Alighieri e John Milton diedero una rappresentazione di Lucifero che ben palesava la sua totale identificazione con l’origine prima del Male, il Principe dei demoni, delle tenebre, dell’Inferno e di questo mondo, il Nemico di Dio e degli uomini. Tra le fonti non cristiane è la Jewish Encyclopedia ad affermare che, l’identità fra Sataniel (Satana) e Helel (Lucifero), risale già a un secolo prima dell’era cristiana, quando gli scritti ebraici, quali il Secondo Libro di Enoch e la Vita Adae et Evae, interpretarono il passo di Isaia e quello di Ezechiele nello stesso senso dei Padri della Chiesa, riferendolo cioè al racconto della Caduta degli Angeli capeggiati dall’arcangelo Samhazai o Samyaza, “ladro del cielo”, che sarebbe appunto un altro nome di Sataniel. [Voce “Lucifero” in Wikipedia].

[2] In tutta l’opera di sant’Ambrogio (340-397) è ripreso più volte l’accostamento del Cristo all’immagine della luce e dello splendore.

[3] Voce “Lucifero” in Wikipedia

[4] La Vecchia Religione anche chiamata Tradizione Italiana, Stregoneria Italiana o Stregheria, è una pratica religiosa e spirituale neo-pagana, ricostruzionista e politeista, ritenuta nativa dell’Italia; essa fa parte della cosiddetta Stregoneria Tradizionale ed ha avuto il primo moto di rinascita principalmente per influsso dell’opera dell’antropologo Charles Godfrey Leland che intervistò gente dell’appennino tosco-romagnolo di fine ‘800, che si dichiarava strega e seguace di questo culto (come evidenziato nei suoi libri Etruscan Roman Remains in Popular Tradition e, specialmente, Aradia, o il Vangelo delle Streghe). In realtà gli studi di Leland sono stati messi piuttosto in dubbio dagli antropologi successivi, ma ciò non toglie che i suoi scritti (esattamente come in altri casi, ad esempio con Margaret Murray per la Wicca), siano stati presi come “mito di fondazione” per la rinascita di un culto italiano della Stregoneria, quest’ultima intesa come una sopravvivenza in Italia dei culti pagani, dopo l’avvento del Cristianesimo. Contrariamente che altrove però non si è formato in Italia un unico culto capace di elevarsi a livello nazionale, in quanto sono emerse piuttosto varie piccole forme locali, influenzate ed alimentate da studi e ricerche successive di altri autori, le quali sono legate soprattutto al folklore popolare. La pratica perciò può variare molto da regione a regione ed include la celebrazione di feste stagionali, rituali magici e di riverenza per gli Dei, gli Antenati e gli Spiriti della propria Tradizione. [Sheanan e ArdathLili. Il Sabba italiano. Edizione Privata. 2003]

[5] Voce “Lucifero nella stregoneria” in Wikipedia.

[6] A mio modestissimo avviso, la risposta fornita da Tommaso d’Aquino è lacunosa nella logica: se Lucifero-Satana è la causa-principio dell’aver tentato l’uomo e dell’aver dunque introdotto la morte e il male (metafisico, morale e fisico) nella Creazione, che di per sé sarebbe stata altrimenti perfetta, chi o cosa è la causa-principio di Lucifero-Satana? Bisogna fare molta attenzione alla risposta, perché c’è il rischio di una “forte” contraddizione.

[7] Satana e Balaam by Gustav Jaeger

[8] Voce “Satan – Avversario” in Giulio Busi, Simboli del pensiero ebraico, Einaudi Ed. 

[9] Nel capitolo “UNO” di Infinto, Zero, Punto, Uno (prima parte di BAGLIORI DI VERITA’).

[10] Ricorda tanto Genesi 3:8-9«Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».

[11] La ripetizione è a beneficio, soprattutto, di Tommaso d’Aquino, dei suoi seguaci e del suo mysterium iniquitatis.

[12] Le tentazioni di Gesù by Gustave Dorè

[13] Per una corretta comprensione ti rimando al libro ARCHETIPI E SIMBOLI –  Tre e Legge del Tre.

[14] Bruno Abietti, Ninjutsu, l’arte dell’invisibilità, Ed. Mediterranee.

[15] Quanto segue è ripreso dalla voce “Sesa” del libro di Margaret e James Stutley, Dizionario dell’Induismo, Ubaldini Editore. Tra parentesi quadre ci sono i miei commenti.

Diavolo e Demone (o Demonio)

DIALOGO TRA DUE DIAVOLI

Un giovane Diavolo, tutto preoccupato, andò dal suo superiore, un vecchio Diavolo, che tutto sereno si stava godendo il panorama. «Non ha sentito le ultime novità, signore?», disse il giovane Diavolo con voce angustiata, «C’è un uomo sulla terra che sa la verità! Credo sia nostro dovere entrare in azione e metterlo fuori gioco».

Il vecchio Diavolo scoppiò a ridere: «Sei proprio giovane ed inesperto! Da quanto sei in servizio?».

«Questo è il mio primo giorno, signore» rispose il giovane Diavolo.

«Ora, capisco. Vieni, siedi vicino a me, perché devo dirti alcune cose sul nostro lavoro».

«Tanto tempo fa, ma proprio tanto, noi poveri Diavoli eravamo costretti a lavorare giorno e notte. Era un lavoro massacrante. Era un inferno, insomma. Sulla terra non passava giorno che qualcuno non aprisse gli occhi e vedesse la verità. Più noi ci impegnavamo e più le cose peggioravano. Poi, un nostro fratello, il nostro salvatore, il santo, colui che ha onorato la parola Diavolo, colui il cui nome possa essere ricordato per l’eternità, ebbe un’intuizione. Egli era un fine osservatore, possedeva il pensiero analogico o comparativo. Notò che alcuni umani, pur non avendo le capacità necessarie, riuscivano a percepire la verità nel momento culminante del nostro lavoro. Gli venne il dubbio che fosse proprio la nostra presenza la causa della loro realizzazione. In altre parole si rese conto che bisogna essere proprio ottimisti nel pensare di poter peggiorare l’uomo. Così informò i superiori della sua induzione. Da quel giorno fu dato l’ordine di non interferire più con l’umanità. Anzi, i nostri superiori fecero di più: ordinarono che, se per nostra disavventura avessimo incontrato un umano, dovevamo limitarci a sostenere sempre la verità».

«Ti sembrerà assurdo, ma da quel giorno, sempre meno umani conobbero la verità».

«Come è possibile una cosa simile?», disse il giovane Diavolo.

«È nella natura dell’uomo non voler vedere ciò che ha davanti agli occhi. La sua pigrizia gli appanna gli occhi, per cui è sempre disposto a cercare “mezzogiorno alle tre”. Volendo sintetizzare la loro natura, potrei dirti che sono sette i punti caratterizzanti: ogni specie di depravazione, conscia o inconscia; l’intima soddisfazione di indurre gli altri in errore; il bisogno irresistibile di distruggere tutto e tutti; la pigrizia, ossia l’esigenza di liberarsi da qualsiasi sforzo per vedere la verità; la tendenza ad usare ogni sorta di artificio per celare quello che altri ritengono difetti; la soddisfazione di godere tranquilli e beati ciò che non si è meritato; la tendenza a cercare di essere quello che non si è».

«I nostri superiori, poi, ebbero un’idea brillante: “istituzionalizzare” la verità, ossia incentivare la creazione di istituzioni, che si occupassero “esclusivamente” della verità, con “diversi colori”, in relazione alle diverse località, in modo tale che ogni gusto fosse soddisfatto. Certo, ci sono dei colori che sono più richiesti di altri. Ogni tanto nascono piccole incomprensioni. Ci scappa qualche morto. Ma queste sono sottigliezze, “quisquiglie”, di cui si occupa il nostro settore marketing.  Dette istituzioni ora sono sparse su tutta la terra. Non c’è un solo lembo di terra che non sia ricoperto. Sono gestite interamente da umani e finanziate da altri umani. Nei loro luoghi di ritrovo, settimanalmente, tutti i “fedeli”, compiono piccoli, insignificanti, inutili atti, gesti, rituali».

«Se qualcuno non vuole far parte di alcuna di queste istituzioni, cosa succede?», chiese il giovane Diavolo.

«È libero di non far parte di alcuna istituzione, se non vuole.  È ovvio però che per Lui le “porte della verità” resteranno chiuse. Molti di essi, quasi tutti, comunque, saranno sempre disposti a seguire il “fumatore d’oppio” di turno, con la sua bellissima “pipa”, purché abbia uno dei seguenti requisiti: sia famoso e/o ricco e/o esotico; se poi è anche “agganciato”, direttamente o indirettamente, con qualche istituzione non guasta».

«Relativamente a quel “povero” uomo che tanto ti preoccupava con la sua conoscenza della verità, sappi che mi fa pena. Spero per Lui che lo lascino vivere in pace. Molti, prima di Lui, sono stati ammazzati per molto meno. Gli suggerirei di parlare il meno possibile e, se proprio gli scappa di dire qualcosa, spero si accerti di dirla solo ad un gruppo ristretto di “amici” fidati. Ed ora, mio giovane Diavolo, goditi il panorama, perché quello che doveva essere fatto è già stato fatto» [F.A.K.T.]

Prima di soffermarmi sul significato da attribuire al termine demonio, credo sia bene analizzare quello di diavolo, partendo dai vari nomi, almeno i principali, che si sono avuti nel tempo, al fine di liberare l’anima da quelle congetture “errate”, “distorte”, “deformate”, “alterate” – instillate durante l’infanzia e oltre, sostenute e tollerate dalla religione monoteistica nella sua versione essoterica, sotto qualsiasi forma essa si sia manifestata, si manifesta e si manifesterà.

<Eh già, si fa presto a dire “diavolo”!>

Hai una vaga idea di quanti nomi esistano per identificarLo, per nominarLo? Tanti, veramente tanti, forse troppi: Abraxas, Asmodeus, Azazél, Astarte, Astaroth, Baal, Baphomet, Belial, Belfagor, Belzebù, Dagon, Demonio, Diavolo, Emaus, Lucifero, Mammona, Mefistofele, Moloch, Samael, Satana, Shaytan, Tuberoch, solo per citarne alcuni.

<E qual è il problema?>

Non ci sarebbe problema se indicassero tutti la stessa cosa, cioè lo stesso archetipo, purtroppo non è così. Alla base di tutti i nomi vi è la tendenza connaturata in ogni nuova “religione” che si rispetti, e che diventi religione di stato, di fare tabula rasa di tutti i simboli e archeboli delle religioni che l’hanno preceduta. Un modo molto simpatico è quello di prendere ad esempio il nome simbolico di un dio dell’altra religione e attribuirgli connotati negativi, ossia trasformarlo in un archebolo del male. Altri simboli e archeboli, invece, vengono riciclati e diventano simboli ufficiali della nuova religione, quasi sempre però snaturandoli, in modo tale da far perdere il loro significato originale. Per intenderci, ti sei mai chiesto, solo per fare un piccolissimo esempio, perché il Diavolo è rappresentato iconograficamente con le corna e con testa e piedi di caprone, oppure perché è associato al serpente-dragone?

<No, veramente no, perché ha un significato?>

Tutto ha un significato, perché l’archetipo è uno, ma gli archeboli e i simboli sono molteplici. Tutti gli archeboli e i simboli possono assumere caratteristiche negative e positive, dipende dall’occhio di chi guarda e dal significato che costui vuole attribuirgli.

Un uomo andò dal Mullah Nasrudin e gli disse: Il vostro toro ha ferito con le corna la mia mucca. Ho diritto a qualche risarcimento?».

«No!», rispose il Mullah, «Il toro non è responsabile per le sue azioni».

«Sono spiacente», disse l’uomo, «ma devo essermi espresso male: volevo dire che il mio toro ha ferito con le corna la vostra mucca. Ovviamente la situazione resta la stessa».

 «No!», replicò il Mullah, «Penso sia meglio consultare il mio libro sulle leggi per vedere se esiste un precedente a ciò». [“Le sottigliezze del Mullah” in Idries Shah, I sufi]

Come ti dicevo, ci sono diversi nomi per identificarLo, direi di analizzare e commentare quelli più noti. Inizierei proprio con il nome diavolo, se non ti dispiace, anche perché, a mio modesto avviso, il suo significato non è per niente chiaro, come invece sembrerebbe leggendo i vari vocabolari etimologici. Tutti riportano, ad eccezione del Canini, di cui ti dirò subito dopo, che il termine deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione del termine greco diábolos, derivato da diabàllo, composto di dia “a traverso” e bàllo “getto, metto”, indi getto, caccio, metto a traversoossia, detto con una sola parola, “attraverso“, “trafiggo”; si potrebbe anche pensare ad un “dividere” quindi “colui che divide”; metaforicamente, si sostiene significhi anche “calunnio”, quindi “calunniatore”. Premesso che io non sono un filologo e neanche un linguista, per cui è facile che possa prendere “fischi per fiaschi”, ma come abbia fatto il termine “attraverso”, “trafiggo” a diventare metaforicamente “calunniatore” e, in seguito, per estrapolazione “ingannatore”, “tentatore”, “istigatore”, “suggeritore”, per me resta un mistero, anche perché si perde il proprio tempo, se si cerca di risalire etimologicamente, mediante un processo a ritroso, dai termini “calunniatore, accusatore” alla parola diabàllo ovvero diábolos.

Un uomo è veramente disperato, infatti si trova sul bordo di un altissimo dirupo, pronto a gettarsi nel vuoto. Ad un tratto una voce: «Uomooo… qual è il tuo nomeee?». «Mi chiamo Giovanni». «Giovanniii … cosa stai per fareee ?». «Sto per suicidarmi … ma tu chi sei? Vai via! lasciami con il mio dolore. Lasciami morire in pace». «Sono il diavolooo, e posso offrirti quello che vuoi, se mi venderai la tua animaaaa ed mi darai il culoooo». «Va bè, tanto peggio di così … in cambio voglio essere ricco, tante donne e potermela godere per almeno 20 anni». «Concessooo, Giovanniii, adesso spogliatiii!». Dopo un po’, tra i lamenti dell’uomo, la voce chiede: «Giovanni, dimmi, quanti anni hai?». «Ahi,  ahi … Ho 35 anni!». «E  tu, Giovanni, a 35 anni credi ancora al diavolo?» risponde la voce tutta soddisfatta.

L’unica scappatoia sarebbe di tradurre il termine diabàllo con “ciò che è messo di traverso”, cioè “mettere o mettersi di traverso” e non con “mettere attraverso”, ma non so quanto questa operazione sia corretta. Comunque perché cercare di far “entrare l’elefante dal buco, lasciando fuori la coda”, quando nella seconda metà dell’ottocento Marco Antonio Canini nel suo Etimologico dei vocaboli italiani di origine ellenica con raffronti ad altre lingue ci viene incontro e ci toglie le castagne dal fuoco.

Il Canini sostiene che l’etimo di “diavolo” sia lo stesso di “dio”, in quanto entrambe deriverebbero dalla radice sanscrita div, diu ossia “rilucere” (da cui dyaus, “brillare”, “emettere luce”, “splendore”, “giorno”, “cielo”; “aere luminoso”), aggiungendo che in principio la voce diàbolos non era, al pari di daimon, “demone”, di significato sinistro, ma di buon genio, come lo zingaresco devel significante “santo” e devla nome di Maria, madre di Gesú. Solo in seguito il significato di calunniatore sarebbe derivato da diàbolos, dalla “leggenda cristiana”, ossia quando il solito traduttore, grazie alla sua innata capacità di confondere le acque, pensando di fare cosa buona e giusta, ha tradotto il termine ah-satàn, dell’Antico Testamento, prima con il greco diábolos (nella versione dei “settanta”, septuaginta, III secolo a.C.) e poi con il latino diabŏlus (nella versione “vulgata”, V secolo d.C.). Nei Vangeli, ovviamente, il solito zelante traduttore ha confermato l’ispirazione, continuando a utilizzare il termine latino diábolos (in Marco 1:12 per fortuna è rimasto il termina satana: «Immediatamente lo Spirito lo sospinse nel deserto, e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato dal satana [tou= satana], e stava con le bestie e gli angeli lo servivano»).

Per convincere di tale sua teoria, nella monografia che introduce il vocabolario, presenta il parallelo tra i vocaboli esprimenti le idee assimilabili a quella di “dio” e di “diavolo” nelle diverse lingue. Degna di nota, soprattutto per ciò che andrò a dire in seguito, è quella tra il sanscrito Deva, il lituano Devas, cioè “Dio”, “Divinità” (“colui” o “ciò” che emana luce) e il zendo Daeva, l’armeno e il persiano Dev, cioè “Diavolo”, “Demonio”. In altre parole, il Canini sostiene che sia una trasformazione di significato legata ad una visione “distorta” da parte del cristianesimo.

Ottorino Pianigiani, nel suo dizionario etimologico, alla voce “diavolo”, dopo aver detto che deriva dal greco diábolos, derivato da diabàllo ecc. riporta quanto espresso dal Canini, però aggiungendo che «il cui giudizio giova registrare a titolo di curiosità e perché gl’inesperti non lo accettino per buono», adducendo la seguente motivazione alla sua affermazione: «E tutto ciò tornerebbe bene, se la voce Diavolo fosse stata applicata al genio del male prima del cristianesimo: il che non costa».

Pianigiani sarà stato un grande magistrato ed un fine linguista, ma come logico, ho la sensazione che lasci un po’ a desiderare. Ma come, il Canini si sforza in tutti i modi di affermare, di dimostrare che prima del Cristianesimo il termine diavolo non aveva connotati “negativi” e cosa fa il Pianigiani, non soltanto non nega che quanto affermato dal Canini sia errato, ma avvalora la tesi di Costui riaffermando che il termine diavolo non era associabile prima del cristianesimo al genio del male. Boh? Problemi di logica? E che la cosa sia veramente strana è confermata, se mai ce ne fosse bisogno, da quanto lo stesso Pianigiani sottolinea alla voce “demonio”, in cui non si comprende, per quale strana forma del destino, egli non segua la stessa logica.

Riporto testualmente dal dizionario del Pianigiani (tra parentesi quadre ci sono mie aggiunte). «Demone o demonio deriva dal greco daimónion “genio sovrumano” [da cui il latino daemónium] che in principio non può aver avuto mai, come in seguito, sinistro significato. Indi la greca voce, come avviene in genere delle divinità di una religione antica, cui si sostituisca la nuova, prese anche il significato di genio dannoso, funesto, come si desume pure dall’aggettivo daimónios che vale “sovrumano”, “divino” [“appartenente agli dèi”, “che è in rapporto con daimón”, cioè “demone”, “demonio”] ma, anche, “venerabile”, [“ammirabile”, “sorprendente”], “ottimo”, “beato” e insieme “triste”, “misero”, “pessimo”. In Esiodo son detti “Demoni” le anime umane dell’età dell’oro, le quali avviluppate nell’aria dimorano sopra la terra, osservano le azioni degli uomini e li difendono, divinità protettrici che mantengono l’unione fra gli dei e gli uomini, e simili di tal modo ai “Lari” dei Romani; ed in questo concetto il Pott collega siffatta voce a Daio “divido”, come dire “Distributore”, “Dispensatore del bene e del male”, e il Bopp alla stessa radice della voce Dio, il che troverebbe conforto nel raffronto tra il sanscrito Devas “Dio” e lo zendo Daeva “demonio” [vedi il raffronto fatto dal Canini], ambedue derivanti dalla radice ariana Div “splendere”. Dopo il Cristianesimo però assunse esclusivamente il senso di spirito maligno e delle tenebre, nemico del bene, che eccita l’uomo a mal fare».

Che dire? Io penso che sia l’analogo del termine “diavolo”, e tu?

<Se lo dici tu! Comunque sembrano simili.>

Nel Nuovo testamento il termine “demonio”, “demone” è presente sia con l’originale senso neutro di divinità, sia con quello di angelo caduto. In Atti 17:18, Paolo è descritto dai pagani Ateniesi come un predicatore di “divinità straniere” (daimónia).

Nella Septuaginta (LXX) daimónion, è usato più volte, nel senso dell’antico vicino oriente, come spiriti del deserto. In LXX Isa 13:21 il termine ebraico śe’îrîm, “capre selvatiche”, è tradotto come “satiri”, “capre demoni”  e in Isa 34:14 il termine  siyyim, “dimoranti del deserto”, “bestie selvatiche” come “bestie del deserto”. In LXX Ps 95:5 le divinità nazionali di altri popoli che sono dette essere ‘elilim in ebraico, “idoli”, diventano “demoni” (“Tutti gli dei delle nazioni sono demoni”). In LXX Deut 32:17, le divinità straniere che Israele adorava e che sono propriamente descritte nel testo ebraico come šēdîm (spiriti tutelari), diventano di nuovo “demoni” (“Essi sacrificano ai demoni e non a dio”; cf. LXX Ps 105:37; Bar. 4:7). In LXX Isa 65:11 è usato “demonio” per rendere il nome ebreo del “dio pagano della fortuna” Gad ».

<Insomma, con un pizzico di fantasia e di ironia anche un “dio” può diventare un “demonio” e viceversa, dipende dall’occhio di chi guarda, dall’orecchio di chi ascolta.>

Esatto! A questo punto prima di proseguire con la disamina dei nomi attribuiti al diavolo (e associati simbolicamente al male) è bene soffermarsi su alcuni miti.

Tratto da FAKT, Due e Dualità, che spero di completare quanto prima

Epifania

Tre_Magi_Befana

La festa dell’Epifania
Oggi, nella liturgia cristiana occidentale, l’Epifania celebra la manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio e del Cristo ai Magi. Ma inizialmente questa festa, nata in Oriente intorno al 120-140 fra gli gnostici basilidiani, celebrava il battesimo di Gesù. «Quelli della setta di Basilide» scrive Clemente Alessandrino «festeggiano anche il giorno del suo battesimo trascorrendo tutta la notte precedente in letture. E dicono che fu il 15° giorno del mese di Tubi del 15° anno di Tiberio Cesare (per alcuni l’11° giorno dello stesso mese.»
La celebrazione del battesimo aveva un significato particolare per coloro che, come gli gnostici basilidiani, credevano che l’incarnazione del Cristo fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo. Il 15° giorno di Tubi – ovvero il 6 gennaio – era la data paleoegizia del solstizio invernale nella quale tradizionalmente si festeggiava il nuovo sole. Fu dunque naturale celebrare l’«incarnazione» del Cristo in quella data simbolica; analogamente i cristiani di Roma fissarono più tardi il Natale nel giorno in cui si celebrava la nascita del Sol Invictus.

Poi la festa venne adottata dalle Chiese orientali purificata dagli elementi gnostici; sicché si trasformò nella quadruplice celebrazione della nascita del Cristo, dell’adorazione dei Magi, del suo battesimo e del primo miracolo a Cana. E anche il nome mutò significato: inizialmente era Epipháneia, ovvero in greco “apparizione” e in senso traslato “manifestazione sensibile di una divinità”; il battesimo del Cristo, secondo gli gnostici basilidiani, era dunque una Epipháneia.
Le Chiese cristiane orientali la modificarono in tà Epipháneia ierá con la variante tà Epiphánia ierá cioè le “feste della manifestazione”, dove Epipháneia o Epiphánia era aggettivo neutro plurale; e infine semplicemente tà Epiphánia, le “epifanie”, per indicare le varie “manifestazioni” del Cristo; la nascita, il battesimo e il primo miracolo di Cana. Gli orientali la chiamavano e la chiamano anche eortè ton phôton, ovvero “festa delle luci”, come riferisce san Gregorio Nazanzieno: espressione in cui si avverte l’eco dell’antica tradizione mazdeica della Luce.

La festa delle Epifanie si diffuse intorno al secolo IV in Occidente, e all’inizio del V fu adottata a Roma dove si modificò perché nello stesso periodo, come si è ricordato, la Chiesa romana aveva cominciato a celebrare il Natale del Cristo il 25 dicembre: divenne quindi prevalentemente la celebrazione della venuta dei Magi e fu tradotta in Epipháneia “manifestazione” – aI singolare – oppure in Manifestatio (Fulgenzio) o in Festivitas declarationis (san Leone Magno), ma vi si univa inizialmente anche il ricordo del battesimo di Gesù e del suo primo miracolo a Cana.

Nel secolo V era ormai popolare a Roma, come dimostrano vari Sermones di papa Leone Magno letti in occasione della festa. «Una stella più fulgente delle altre» diceva il papa «attira l’attenzione dei Magi, abitanti dell’estremo oriente. Essi erano uomini non ignari nell’arte di osservare le stelle e la loro luminosità, per questo compresero l’importanza del segno. Certamente operava nei loro cuori la divina ispirazione … ». I Magi, soggiunge in un altro sermone, erano stati istruiti anche dall’oracolo di Balaam: «Un astro spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele». Come si ricorderà, Balaam è descritto nell’Antico Testamento come mago e indovino; ebbene, molti esegeti cristiani affermavano che l’istituzione dei Magi risaliva a Balaam, che identificavano, come si è già accennato, con Zoroastro. Papa Leone Magno sembra accettare questa interpretazione: ancora una volta si rivela la fitta trama di connessioni fra la religiosità iranica e il cristianesimo. Infine san Leone Magno offre dell’Epifania il suo profondo significato: « … è il segno sacro di quella grazia e l’inizio di quella vocazione per cui, non solo nella Giudea, ma in tutto il mondo si sarebbe predicato il Vangelo», soggiungendo: «Ciò che era iniziato nell’immagine si compie ora nella realtà. Infatti, irraggia dal cielo, come grazia, la stella, e i tre re Magi, chiamati dal fulgore della luce evangelica, ogni giorno in tutte le nazioni accorrono ad adorare la potenza del sommo Re».

Tre_Magi

Tutti questi temi confluirono in vari testi medievali, dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine all’Historia Scholastica di Pietro Comestore e alle Meditationes, un testo erroneamente attribuito a san Bonaventura da Bagnoregio, ma riconducibile all’ambiente francescano toscano verso la fine del secolo XII. Le Meditationes giustificano la data del 6 gennaio raccontando che «nel tredicesimo giorno della sua nascita Gesù Bambino si manifestò ai Gentili, cioè ai Magi, che erano pagani». E soggiungono che il motivo per cui si deve festeggiare l’Epifania è che «oggi la Chiesa viene ricevuta da Lui nella persona dei Magi poiché la Chiesa è formata dai Gentili, cioè dai pagani. E il giorno della sua nascita Egli apparve ai Giudei, personificati dai pastori, ma solo pochi Giudei accolsero il Verbo, ovvero il Figlio di Dio. Oggi Egli appare ai Gentili, o pagani, e questa è la Chiesa degli Eletti».

Mentre l’Epifania, penetrata in Occidente, diventava prevalentemente la festa della rivelazione di Gesù al mondo pagano, in Oriente la diffusione del Natale «romano» che cadeva il 25 dicembre trasformava tà Epiphania, le “Epifanie”, nella celebrazione del battesimo del Cristo nel Giordano e del primo miracolo.

 

Riti e usanze dell’Epifania
La notte dell’Epifania è considerata nelle campagne una notte magica: si dice che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi. «La notte di Befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla»; «La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta», affermano due proverbi, il secondo intendendo Pasquetta per Epifania perché un tempo si chiamava «pasqua» o «pasquetta» qualsiasi festa religiosa solenne: Pasqua di Resurrezione, ma anche Pasqua di Natale e Pasqua Epifania. In Toscana si tramandano anche le parole che si scambiano i bovi ormai scomparsi con l’avvento della meccanizzazione – nelle stalle: «Biancone!» «Nerone!» «Te l’ha data ricca cena il tuo padrone?» «No, non me l’ha data.» «Tiragli una cornata!» Per questo motivo si dice che alla vigilia dell’Epifania i contadini governano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte dicano male del padrone o del loro custode.

L’Epifania è celebrata in Italia con tante feste e usanze che ne riflettono i vari aspetti. Ispirata alla luce della Stella è la festa dei “pignarul” a Tarcento; un’altra è il “Rito della Stella” che si svolge a Sabbio Chiese in provincia di Brescia. Nella tarda serata un coro di giovani, accompagnato da un’orchestrina, esegue il «canto della Stella». Un cantore regge per mezzo di un’asta una stella di carta a cinque punte illuminata all’interno, e che talvolta contiene persino un minuscolo presepe di carta. In passato i tre cantori principali, che interpretavano la parte dei Re Magi, si travestivano con mantelli dorati e corone di cartone, e uno di loro, Baldassarre, aveva la faccia dipinta di nero. Il coro di giovani passa per le vie del paese sostando sulla porta di ogni casa e rievocando la nascita del Bambin Gesù tra il bue e l’asinello, la venuta dei Magi guidati dalla stella, e i loro doni. Il canto finisce con questa strofetta: «Or noi ce n’andiam ai nostri paesi da cui venuti siam ma qui resta il cuore in mano al Signore in mano al bambino al Bambinel Gesù.» Al termine della cantatina i giovani raccolgono mance e doni in natura che servono poi per la cena in comune a tarda notte a base di polenta “taragna”, ovvero polenta mescolata abbondantemente con formaggio.

Il “canto della Stella” è un esempio anomalo delle classiche “befanate”, un tempo diffusissime nei paesi e durante le quali gruppi di contadini correvano per le vie del paese, di casa in casa, cantando “la befana” con canzoni dette di questua perché, finite le strofette, chiedevano e ottenevano doni in natura.

A Rivisondoli, in provincia dell’Aquila, si celebra invece un presepe vivente. Tutta la popolazione rivive la scena tradizionale: i pastori, che giungono dai monti vicini, le donne in costume e i Re Magi sono gli attori dello spettacolo. In una capanna Maria e Giuseppe, interpretati da due abitanti del paese, coccolano un bambino che, secondo la tradizione, è l’ultimo nato di Rivisondoli. La scena è arricchita da angeli, suoni e fiaccole.

A Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, l’Epifania non rievoca l’arrivo dei Magi ma, come per tutti i cristiani di rito orientale, il battesimo del Cristo nel Giordano. Il rito è solenne. Il Vescovo, accompagnato dai sacerdoti, giunge in processione presso la fontana dei tre Cannoli. Il corteo è preceduto da gruppi di ragazzi che portano in mano alcuni bastoni su cui sono infilate arance. Giunto alla fontana, il Vescovo immerge la croce nell’acqua tenendo in mano tre candele accese e alcune foglie di ruta. Contemporaneamente una colomba si alza in volo dal campanile della chiesa di Maria Odighitria – ossia “Guida” in greco – e si posa sulla spalla del Vescovo. Allora i ragazzi immergono le arance nella fontana e le distribuiscono, benedette, agli abitanti e agli ospiti come simboli dei frutti del Cristo, Arbor Mundi, “Albero del Mondo”.

Sorprendentemente un’eco dell’Epifania orientale è rimasta nella “Pasquella” di Recanati, in provincia di Macerata. Durante la notte che precede il 6 di gennaio cori di bambini cantano, fra le altre, una strofetta significativa: «Sulle rive del Giordano, dove l’acqua diventa vino per lavare Gesù bambino per lavare la faccia bella, giunti siamo alla Pasquella.»

Vi sono invece in Italia due usanze che sembrano collegarsi a tradizioni precristiane. Prima che si affermasse la consuetudine dei regali natalizi ai bimbi, ai quali si raccontava che li aveva portati Gesù nella notte, erano i Re Magi ad avere questa funzione all’Epifania, in ricordo dei tre doni offerti al Bambino per eccellenza. Oggi ancora, in Spagna, è l’Epifania il giorno dei regali che vengono portati dai Reyes Magos. A Siviglia, la sera del 5 gennaio, una festosa cabalcada di bambini e ragazzi accompagna i tre Re, impersonati da adulti, per le vie della città.

Befana

La Befana
In Italia invece si è avuto uno sdoppiamento: Gesù bambino è diventato il dispensatore dei regali importanti mentre una figura anomala e non inquadrabile nella tradizione cristiana, la Befana, porta regalucci e addirittura carbone se il bambino non si è comportato bene nell’anno appena trascorso. La Befana è rappresentata in una vecchia brutta che vola su una scopa come una strega, ma tenendo il manico davanti a sé: una vecchia benefica e, tutto sommato, simpatica che scende di notte per la cappa del camino e lascia nelle calze o nelle scarpe dei bimbi doni, dolci e talvolta, come si diceva, carbone. Il suo nome deriva dall’aferesi del latino Epiphánia , che diventa dapprima “Pifania”, poi “Bifania”, “Befania” e infine “Befana”: tentativo evidente di cristianizzare il misterioso e inquietante personaggio trasformandolo nella personificazione femminile della festa. Ma – ci si domanderà – perché scegliere una vecchia a rappresentare una festa che celebra la nascita del Bambino? E perché mai in alcune feste popolari dell’Epifania si usa segare o bruciare la Befana? Per esempio a Goito, in provincia di Mantova, si accende allo squillare dell’Ave il “boriello”, ovvero un grande fuoco. La catasta di legna è preparata con ramaglie su cui si pongono rovi e castagne cavalline che scoppiettano al fuoco come petardi, e infine paglia. Il mucchio può raggiungere anche sei o sette metri e deve avere forma conica. Su di esso si sistema un pupazzo, detto la “vecia” o la “stria”, che rappresenta la Befana. Si dice che i fuochi si accendono perché la Madonna possa asciugare i pannolini del Bambino o per illuminare la via ai Magi. Ma allora la stria che ruolo ha? D’altronde, la cerimonia di “Sega-la-Vecchia”, tipica della mezza Quaresima e analoga a questa, si svolge all’inizio della primavera. Se pensiamo che fino a non molti secoli fa l’anno legale cominciava sia all’inizio di gennaio che all’inizio di marzo oppure all’Annunciazione, si capisce come l’usanza sia collegata in realtà al passaggio da un anno all’altro.

E allora si può proporre un’ipotesi interpretativa: la Befana è la sopravvivenza di una figura arcaica, simbolo di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, è una “befana”, una “comare secca” da segare o da bruciare. Segata, offre una cascatella di dolciumi e regalini, che altro non sono se non i “semi” grazie ai quali risorgerà la primavera come giovinetta. Madre Natura, bruciata, offre carbone che, simbolicamente è l’energia latente nella terra, pronta a rivivere col nuovo sole. Come la luna, altro simbolo della Grande Madre, muore diventando “nera” per rinascere falce virginea, così la Befana muore per rinascere giovinetta fiorente.

Il Re della Fava
A un simbolismo diverso si riallaccia un’altra usanza diffusa in varie nazioni europee fino a qualche decennio fa e ora in via di estinzione: si eleggeva il giorno dell’Epifania un “Re della Fava”, così chiamato perché aveva trovato una fava nascosta nella focaccia tipica di questa festa, detta in Francia Galette des Rois e sormontata da una coroncina di cartone. A sua volta il Re nominava una Regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta. Secondo una tradizione che risale ai Pitagorici la fava sarebbe il simbolo dell’incessante ciclo di vita e di morte nella caverna cosmica.
Nella vita di Pitagora, Porfirio spiega che la fava nasce, come l’uomo e con l’uomo, nella putrefazione. Figura perciò il polo della morte e delle rinascite necessarie, opposto alla vita eterna riservata agli Dèi immortali e alle anime che, scese nella generazione, sanno tornare al luogo di origine dopo essere vissute secondo giustizia e aver compiuto azioni gradite agli dèi. Mangiar fave, sosteneva, è dividere il cibo dei morti, è uno dei mezzi per mantenersi nel ciclo delle “metensomatosi”, e piegarsi così alle forze della materia.
Questo simbolismo applicato al Re della Fava ispirerebbe uno scherzoso memento mori con l’allusione al rinnovamento ciclico dell’anno e della vita. Ma perché allora chiamare la focaccia con la fava Galette des Rois? Soltanto una denominazione ironica? O forse cela un simbolo diverso da quello pitagorico?
L’alchimista Eugène Canseliet ha spiegato a sua volta che «la fava non è altro che il simbolo del nostro zolfo imprigionato nella materia; vero sole minerale, è anche quello dell’oro nascente, affatto estraneo al metallo prezioso, dispensatore di ogni piacere in terra; quell’oro giovane verde che doterà l’artista, abbastanza fortunato per giungere fino alla maturità, del triplo privilegio della salute, della fortuna e della saggezza. Ecco perché l’espressione trovare la fava nel dolce significa sia fare una scoperta geniale e
importante sia un affare ricco ed eccellente.
Inoltre occorre notare che la fava della Focaccia dei Re è spesso sostituita con un minuscolo bimbo di porcellana, chiamato bagnante, o con un pesciolino, anch’esso di porcellana, esattamente una sogliola (che nel latino solea ha la stessa radice sol, “sole”), e che Cristo all’origine era rappresentato con il pesce il cui emblema abbonda nelle catacombe romane e il cui nome, Ichthús, preso come monogramma, riunisce nell’ordine le prime lettere greche delle parole che costituivano l’antica divisa: Iesûs Christôs Theoû Uiós Sotér, ovvero “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.

Tratto da Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e le feste dell’annoMondadori, Milano, 2008.

Mitologia, mitologema, mito e mitema

ingres-jupiter-and-thetisTratto dal capitolo sul “Mito” del mio libro “Zero, Infinito, Punto, Uno“, che spero di pubblicare quanto prima.

Vorrei provare a fare chiarezza su alcuni termini, non per puro piacere filologico, ma perché sono fermamente convinto che la comprensione delle parole aiuti la conoscenza dell’archetipo sotteso.

Ti sei mai soffermato sulla parola “mitologia”?

<In che senso, scusa?>

C’è dell’ironia in essa, perché è rappresentata dall’unione di “mito” e “logia”, ossia mỳthos e lógos, insomma è come tenere insieme “diavolo” e “acqua santa”.

<Effettivamente, dopo ciò che hai detto su mỳthos e lógos non posso che confermare.>

Molti usano impropriamente il termine mitologia, anche autori autorevoli, scambiandolo con la parola mito, se non addirittura con il “fare” mito o “vivere” nel mito, ossia philomytos, la cui traduzione letterale è “amante del mito”. È evidente, da quanto esposto sopra, che così non è, così non può essere. Mitologia, dal punto di vista etimologico, ha il significato di “parlare”, “discernere”, “discutere” di mito, ovvero “studiare” il mito, tale è l’uso del suffisso logia nelle parole composte. La mitologia, quindi, allude al mito, ma non è il mito, non è philomytos, non coincide con il “fare” mito, “vivere” il mito.

<Cosa intendi dire?>

Intendo dire che l’utilizzo di miti al fine di spiegare concetti, pensieri, idee, non “produce” miti, non significa “fare” mito, cioè “vivere” il mito, ma semplicemente dissertare, discutere, dialogare intorno al mito, ovvero sfruttare (in senso positivo) il mito per i propri fini, cioè mitologia.

<Mi stai dicendo che quando un autore, tipo Platone o Aristotele, parla del mito sta facendo della mitologia, ossia sta semplicemente parlando del mito?>

Esatto! Platone e Aristotele, come loro stessi “candidamente” ammettono, non sono philomytos, non sono “amanti del mito”, non vivono nel mỳthos, perché sono completamente assorti nel lógos.

<Fammi capire bene, ma tu per mito casa intendi?>

Il mito è l’archebolo, se preferisci è il simbolo in ambito mitologico, che per essere tale deve essere raccontato, recitato, cantato, rappresentato, vissuto, senza commenti, interpretazioni, disquisizioni di alcun genere, altrimenti diventa mitologia (archebologia, simbologia ovvero psicologia, filologia, antropologia).

<Spiegati meglio.>

Per rendere più chiaro il mio pensiero devo far ricorso al termine mitologema, utilizzato per la prima volta da Károly Kerényi, nella sua opera, scritta con colui che ha dato vita alla psicologia analitica, Carl Gustav Jung, dal titolo Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia. Nel suddetto lavoro, l’autore, noto studioso di religioni, avanza l’ipotesi che la parola “mito sia “troppo complessa”, comunque “troppo usata e vaga”, e che andrebbe sostituita con il termine mitologema, ossia «l’elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che viene continuamente rivisitato, plasmato e riorganizzato, ma che al cuore si mantiene di fatto la stessa storia, lo stesso racconto primordiale». Detto diversamente il mitologema – che con linguaggio semplificato puoi intendere come idea, immagine, eidolon, noumeno – rappresenta, in ambito mitologico, ciò che ho identificato con il termine archetipo[1]. Esso, arricchito da elementi propri di una cultura, dà origine al mito, cioè l’archebolo, di modo che nel “triangolo semiotico”, basato sul ternario “significante, significato, referente” – utilizzato per spiegare il segno linguistico di un termine e di cui ti ho parlato per la prima volta quando ho iniziato a parlare di “simbolo, archetipo e archebolo” (vedi figura) – possa essere aggiornato con una nuova terna “simbolo/immagine, mitologema, mito”.

Ti faccio un esempio, poi, ne farò altri, conosci il mito di Ercole?

Certo, chi non lo conosce!

Bene, sul significato da attribuire al terminie significante, cioè il simbolo, l’immagine, non devo aggiungere altro rispetto a quello già detto a suo tempo, è semplicemente la parola scritta “Ercole”, oppure quella pronunciata ovvero l’immagine, ad esempio il classico disegno di un uomo che a mani nude uccide il leone di Nemea; invece, l’archetipo, ossia l’idea di forza e coraggio smisurati che il simbolo richiama, ad esempio pronunciando la parola “Ercole”, cioè il significato, rappresenta il mitologema di Ercole; infine l’essere fisico, l’archebolo (che sia esistito o meno è del tutto irrilevante, comunque è reale –  per inciso per i greci, che “vivevano” quel dato mito, Ercole è realmente esistito), cioè il referente, indica ovviamente il mito. Ai nostri giorni, ad esempio, un possibile archebolo di Ercole potrebbe essere Arnold Schwarzenegger, il quale, ironia della sorte, ha interpretato nell’emblematico film Ercole a New York (1970) proprio il ruolo di Ercole. La cosa curiosa è che l’Ercole del film è proprio l’Ercole del mito teleportato letteralmente e fisicamente ai nostri giorni da Zeus in persona.

È evidente che il Kerényi intenda utilizzare il mitologema come sostituto del mito, non sottolineando in modo chiaro e preciso che non si tratta della stessa cosa, perché il primo, il mitologema, è l’archetipo, mentre il secondo, il mito, è l’archebolo, ovvero il simbolo, il modello che richiama l’archetipo. I due termini quindi non sono interscambiabili, così come non sono sinonimi i termini archetipo e archebolo altrimenti si crea confusione.

L’abbandono di un figlio che sopravvive (il cosiddetto puer aeternus) e, divenuto grande, sarà causa di profonde trasformazioni, rappresenta il mitologema; Ermes, Sargon, Mosè, Paride, Romolo sono i miti – presenti praticamente su tutti i cinque continenti con nomi, ovviamente, diversi – che da esso hanno preso vita. Di sfuggita ti faccio notare che i suddetti miti, presi nella loro “realtà”, nella loro “manifestazione” rappresentano l’archebolo, mentre le parole, i termini “Ermes”, “Sargon”, “Mosè”, “Paride”, “Romolo” sono i simboli.

Il conflitto sempiterno tra padre e figlio, tra vecchio (senex) e giovane (puer), presente ovunque sulla faccia della terra dall’alba dei tempi (oserei dire dall’inizio della creazione), che può sfociare nell’omicidio del padre o nell’assassinio del figlio, è il mitologema; Urano e Cromo/Saturno (con i suoi fratelli Titani), Cromo/Saturno e Zeus/Giove (con i suoi fratelli Poseidone/Nettuno e Ade/Plutone) sono i miti da esso originati.

La distruzione della terra mediante il “diluvio universale” e il relativo “ometto” che si salva, insieme alla famiglia e un bel po’ di animali vari ed assortiti, rappresenta il mitologema; Utnapishtim (epopea di Gilgamesh), Noè (Genesi), Deucalione (figlio di Prometeo), Satyavrata (settimo Manu nel poema Matsya Purāṇa) e altri 99 nomi, espressi in lingue diverse di altrettante civiltà, sono il mito che da esso hanno avuto il princìpio.

<Basta così, ho capito, ma in questo contesto il termine mitologia dove lo metti?>

Dove vorresti metterlo? Te l’ho già detto, con il termine mitologia indichiamo semplicemente (si fa per dire) tutto ciò che è a contorno del mito: la disquisizione, la dissertazione, l’interpretazione, la lettura, lo studio del mito (che ti ripeto rappresenta l’archebolo), insomma esattamente quello che sto facendo io in questo momento. Tutto il lavoro che fanno gli studiosi sul mito, gli psicologi, gli storici, i filosofi, non è altro che mitologia. Che poi la mitologia possa essere vista, metaforicamente, anche come una partitura musicale, come sostiene Károly Kerényi, lo lascio decidere alla tua fantasia ed immaginazione.

     Il paragone più appropriato – che io devo sempre ripetere per illustrare questo aspetto della mitologia – è quello con la musica. Mitologia in quanto arte e mitologia in quanto materiale sono fuse in un unico e identico fenomeno, nella stessa maniera in cui lo sono l’arte del compositore e il suo materiale, il mondo sonoro. L’opera musicale ci mostra l’artista quale plasmatore e nello stesso tempo ci fa vedere il mondo sonoro nell’atto di plasmare se stesso. Nei casi in cui non ci sia in primo piano nessun modellatore di spirito particolarmente eccezionale, come nelle grandi mitologie degli Indi, dei Finni e degli Oceaniani, si può parlare con ancor maggiore ragione di siffatta relazione: di un’arte cioè che si manifesta nel plasmare e di un particolare materiale che si plasma, come di unità inscindibile di un unico e identico fenomeno. [“Introduzione” in Károly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia]

 Kerényi sembra quasi voglia sfuggire il termine mito, non sa proprio come utilizzarlo, o meglio, non vuole utilizzarlo: “mitologia in quanto arte” posso anche comprenderlo, ma cosa intenda dire con la frase “mitologia in quanto materiale”, non lo comprendo. Intende far riferimento al mito in quanto tale?

Non chiederlo a me.

Stai tranquillo, non lo chiedo a te.

Anche James Hillman[2] usa la metafora della partitura,  ma per fortuna ne parla in termini di mito e non di mitologia, fino a quando, però, non confonde il mito con la sua interpretazione, la sua lettura, il suo significato, la sua  comprensione, cioè con la mitologia.

[…] Per quanto riguarda l’aspetto della somiglianza, il principale punto che assodai[3] fu che, proprio come in una partitura musicale, è impossibile comprendere un mito come una sequenza continua. Ecco perché dovremmo renderci conto che se cerchiamo di leggere un mito come leggiamo un romanzo o un articolo di giornale, cioè riga per riga, leggendo da sinistra a destra, non lo comprendiamo, poiché dovremmo invece coglierlo come una totalità e scoprire che il suo significato fondamentale non è trasmesso dalla sequenza degli eventi ma, per così dire, da fasci di eventi, anche se questi eventi appaiono in momenti diversi della storia. Perciò dobbiamo leggere il mito più o meno come leggeremo una partitura orchestrale, non una strofa dopo l’altra, ma sapendo che è necessario cogliere il senso dell’intera pagina e che le parole della prima strofa all’inizio della pagina acquistano significato solo se vengono considerate parte e porzione di ciò che è scritto più avanti nella seconda strofa, nella terza e così via. Bisogna cioè leggere non solo da sinistra a destra, ma contemporaneamente in senso verticale, da cima a fondo. Dobbiamo capire che ogni pagina è una totalità. E solo trattando il mito alla stregua di uno spartito orchestrale, scritto strofa per strofa, possiamo comprenderlo come totalità ed estrarne il significato. [“Il mito e la musica” in Claude Lévi-Strass, Mito e significato]

Ti ricordi quando ti ho parlato del simbolo e dell’archebolo e ho affermato che all’archetipo possono corrispondere più archeboli o simboli e viceversa?

<Uhm … vagamente.>

Non fa niente, tanto lo ripeto: ad ogni mitologema possono corrispondere più miti e viceversa. Inoltre i miti, così come gli archeboli, possono essere elementari (ovvero semplici) e composti (ovvero complessi).[4]

I miti elementari (ovvero semplici), che possono essere visti come unità minime elementari, i famosi mattoncini del gioco noto come LEGO, sono stati chiamati mitemi dal noto antropologo Claude Lévi-Strauss.

<Ora ricordo, i mattoncini con la caratteristica di potersi unire con gli altri mattoncini, in questo modo è possibile creare qualsiasi cosa. Immagino a questo punto che tu voglia dirmi che con i mitemi sia possibile costruire miti, ovvero un mito (che devo vedere come un simbolo o archebolo composto) può essere concepito come l’unione di tanti mitemi (cioè simboli o archeboli elementari). Ovviamente ad un mito elementare (ovvero semplice) corrisponde un mitologema elementare (ovvero semplice), inoltre ogni mito composto (ovvero complesso) è in relazione con un mitologema composto (ovvero complesso).>

Esatto! Quando vuoi sei perspicace.

Lévi-Strauss, analizzando, comparando e scomponendo i miti in mitemi, pervenne alla conclusione che tutti i miti hanno la grande capacità di chiudersi in punti complementari, ossia ogni mito, quindi anche ogni mitema, è sempre composto da due elementi in contrapposizione. Detto con altre parole, Lévi-Strauss pervenne alla conclusione, nota da secoli[5], che ogni mito, simbolo, archebolo, presenta sempre due versi, come il Mullah Nasrudin insegnò, tanti anni fa, cavalcando l’asino al contrario o, meglio ancora, come narrava Gino che, pur non sapendo assolutamente niente di mitologia e mitologema, di mito e mitema, metteva in risalto le contraddizioni (almeno così sembravano alle mie orecchie di ragazzino) del mito di Speptoon, alternando momenti di grande generosità con quelli di menefreghismo totale, situazioni da oscar della bontà con quelle meno esaltanti di una certa cattiveria, direi quasi crudeltà “diabolica”.

[1] Volendo seguire l’esempio del Kerényi, in archebologia, cioè la “scienza” che studia gli archeboli, l’archetipo andrebbe chiamato con il termine archebologema, ovviamente preferisco evitare il termine per non inflazionare quello originale e a me più gradito.

[2] Vedi il capitolo “Ouverture” (che è poi l’Introduzione) al suo Il crudo e il cotto. Tutti i capitoli del libro sono in chiave musicale, nel senso che hanno termini presi dal linguaggio musicale. Tutto il libro è da interpretarsi, quindi, come una partitura.

[3] Si riferisce al suo lavoro Il crudo e il cotto, il primo dei quattro libri sulla mitologia, nonché al suo quarto e ultimo L’uomo nudo.

[4] Anche in questo caso, seguendo le indicazioni del Lévi-Strauss, potrei chiamare gli archeboli elementari (ovvero semplici) con il termine archebolotema, ma come per il caso del termine archebologema, preferisco tenermi il primo, sempre per non inflazionare il termine originale.

[5] Sotto questo cielo, cambia il linguaggio, non la cosa in sé: non resta che ripetere, sperando di non essere troppo noiosi.

La “meraviglia” come principio del mito e della filosofia

Tratto dalla nuova versione di ARCHETIPI E SIMBOLI. Infinito, Zero, Punto, Uno 

Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia [thauma]: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando già c’era pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. È evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. [Aristotele, Metafisica, A2, 982b, 10-25, Rusconi, Milano, 1997]

Il testo aristotelico punta i fari su tre aspetti fondamentali della filosofia: la relazione con lo stupore, il disinteresse della ricerca e il “primato di libertà” sulle altre scienze in quanto unica a essere “fine a se stessa”.

L’ultimo aspetto, cioè il primato di libertà della filosofia, non essendo oggetto specifico della nostra chiacchierata, nel caso in cui tu fossi interessato, ti invito ad approfondirlo su un testo, a mio modesto avviso, chiaro ed esaustivo (per quanto attiene l’aspetto in questione, per il resto lascia un po’ a desiderare), di Martin Heidegger,  I concetti fondamentali della filosofia antica, precisamente i paragrafi 2, 3 e 4 delle “Avvertenze preliminari”, in cui l’autore approfondisce e mette in risalto la differenza tra la filosofia e le altre scienze, definendo la prima come scienza “critica” e le seconde come scienze “positive”.

Per il secondo aspetto, cioè il disinteresse della ricerca filosofica, anch’esso non oggetto specifico del nostro dialogo, mi limito a ricordare quanto asserito da Pitagora che, secondo una tradizione consolidata, sembrerebbe aver usato per primo il termine filosofia (dal greco philèin, amare, e sophìa, sapienza) con un significato specifico. Pitagora diceva di se stesso di non essere un “sapiente”, ma solo un “amante della sapienza”.  Egli paragonava la vita alle grandi feste di Olimpia, dove alcuni convenivano per affari, altri per partecipare alle gare, altri per divertirsi e, infine, alcuni soltanto per “vedere” ciò che avveniva: questi ultimi erano i filosofi.

Insomma, secondo Pitagora, i filosofi non sono altro che dei semplici voyeurs, dei guardoni.

Più o meno. Ora, smettila di fare lo spiritoso e sofferma la tua attenzione sul primo aspetto, cioè il rapporto con la meraviglia sia della filosofia sia del mito.

Da questo punto di vista, se ho capito bene, secondo Aristotele, non c’è sostanziale differenza tra filosofia e mito, essendoci un comune senso di meraviglia, di stupore e una comune volontà nel cercare risposte, in modo disinteressato, a ciò che ci circonda, a ciò che potremmo definire la realtà. Devo supporre, ovviamente, che facesse una distinzione di linguaggio tra filosofia e mito. Mi è venuto, però, un dubbio: come devo interpretare il termine “meraviglia”? Qual è il significato che Aristotele attribuiva al suddetto termine?

Buona domanda. Purtroppo il suo significato non è così immediato come sembra a prima vista, se preferisci, al primo ascolto. Aristotele, che è bene ricordare scriveva in greco, non utilizzava il termine “meraviglia” ma  quello più complesso, più intrigante, di thauma (θαύμα).

Mi stai dicendo che la traduzione di “thauma” non è “meraviglia”?

No, non ho detto questo, la sua traduzione, tutto sommato, non è scorretta, l’inghippo però è nel significato, nell’interpretazione da dare al termine. Questo è un problema che avviene ogni volta che si tenta una traduzione da una lingua ad un’altra. Non accenno neanche ai problemi di traduzione, quasi insormontabili, quando si passa da una lingua simbolica (come le lingue semitiche tipo ebraico o arabo) ad una non simbolica (come quelle moderne).

Non comprendo ciò che vuoi dire, ti andrebbe di spiegarti meglio.

Immagina che, dopo un temporale di mezza estate, spunti all’orizzonte un arcobaleno: che colori, che meraviglia! Nasce una dolce melodia nella tua anima che canta “è festa”, sorridi, la vita è bella.

Bella immagine, ma cosa vorresti trasmettermi?

La meraviglia che provi nell’osservare un arcobaleno è una sensazione positiva oppure negativa?

Positiva, ovvio, ma che razza di domande fai?

Quello che intendo affermare è esattamente questo: tu, e non solo tu, associ al termine “meraviglia” connotati, sensazioni, emozioni, positive, luminose, belle, chiare, serene, tranquille. Non ti passa proprio per l’anticamera del cervello che possa assumere connotati negativi, brutti, oscuri, paurosi, inquietanti, insomma che la parola meraviglia possa assume, come tutti gli archeboli e i simboli, due versi, due significati, due interpretazioni. È come una medaglia, una moneta: ci sono sempre le due facce.

“E te credo”, non ho mai sentito parlare della meraviglia nel senso contrario!

Eppure tale era il senso che la parola thauma aveva presso i greci. Essa rimandava a qualcosa di minaccioso, di inquietante, di oscuro, di angosciante, che produceva, terrore, orrore, stordimento, timore, paura. Omero, ad esempio, descriveva Polifemo come “un mostro che incita thauma” (appunto “meraviglia” nel senso di paura, sgomento, terrore, angoscia).

Sarà, ma io, quando sento parlare, ad esempio, delle sette “meraviglie”, mica penso alle sette mostruosità che producono orrore, stordimento, timore, terrore, paura. Al contrario penso alla bellezza, alla gioia, alla grandiosità, alla positività.

pioggia-di-fulminiImmagina una notte primaverile, cammini sereno e tranquillo lungo la strada, nel cielo non ci sono stelle, non c’è vento, tutto è calmo; all’improvviso, un lampo squarcia il cielo oscuro, un “serpente” luminoso si muove sinuosamente nel cielo plumbeo; subito dopo un tuono assordante rompe l’aria circostante, sembra la fine del mondo: cosa senti nel profondo della tua anima in quel momento? Quali sentimenti, quali emozioni?

Immagina di trovTsunami-Ocean-HD-400X225arti in spiaggia d’estate, sei assorto nei tuoi pensieri; cammini scalzo lungo la battigia in pieno giorno, il tempo è sereno; un gabbiano nel cielo limpido emette il suo tipico stridio; all’improvviso, percepisci un suono di sottofondo, alzi gli occhi, guardi a destra e, all’orizzonte, vedi avvicinarsi il più grande tsunami della storia, un’onda gigantesca avanza inesorabilmente verso riva: quali pensieri attraversano i meandri della tua mente in quel preciso istante?

Credo di incominciare a capire cosa vuoi dire: stupore misto a paura, inquietudine, angoscia; meraviglia intrisa di stordimento, sbalordimento, sbigottimento; incredulità che si accompagna a turbamento, confusione, ansia. 

Aristotele afferma che anche colui che si rivolge e vive nel mito (philomythos, “amante del mito”) è in qualche modo filosofo, perché anche lui – prima ancora che la filosofia prendesse vita – ha a che fare con il thauma. Conclusione: il mito (prima) e la filosofia (dopo) tentano di arginare, di contrastare, di rendere sopportabile l’angosciante dolore, il turbante stordimento, l’indicibile paura della vita, della realtà, del mondo che ci circonda.

Oggi questo compito ho la sensazione che sia stato assunto, da un lato, dalla psicologia (che si è trasformata, per alcuni versi, in mitologia) e, dall’altro, dalla scienza (che si è sostituita alla filosofia, per non accennare ai suoi infrequenti fuoricampo in settori che non le appartengono, penso alla teologia). Si potrebbe fare un nuovo paragrafo, insomma, il cui titolo potrebbe essere “thauma come principio della psicologia e della scienza”,  o mi sbaglio?

Sì, no, forse.
la meraviglia...

 

Il “numinoso” o il “sacro”: cosa è?

Secondo Rudolf Otto, che fu uno dei primi ad utilizzarlo, il numinoso (dal latino numen, numĭnis, “nume”, ma anche “dio”, “divinità”) è il termine che, meglio di altri, chiarirebbe il principio che dà vita al senso profondo del “sacro”, del “religioso”, dello “spirituale”. L’autore ci tiene a sottolineare che per comprenderlo, bisogna andare alla “ricerca dell’irrazionale nell’idea del divino”. Che cosa si debba intendere per irrazionale e, quindi, all’opposto, per razionale, comunque, non è affatto semplice chiarire, anche se  l’autore, nella sua opera dal titolo “Il Sacro“, dedica due brevi capitoli, il primo e il decimo, al fine di esplicitare i suddetti concetti.  Inoltre, nel capitolo terzo, l’Autore rende noto che non tutti possono comprendere ciò che sta dicendo e soltanto chi possiede una determinata caratteristica può accedere alla comprensione di quanto esposto:

Invitiamo il lettore a rievocare un momento di commozione religiosa, possibilmente specifica. Chi non può farlo o chi non ha mai sperimentato tali momenti, non legga oltre. È infatti impossibile parlare di conoscenza religiosa a colui che può ricordare i suoi primi sentimenti dell’età pubere, i suoi disturbi digestivi o i suoi sentimenti sociali, ma non quelli specificamente religiosi. È da perdonare se si sforza, con i principi che sono a sua disposizione, di giungere  il più lontano possibile, e interpreta l’«estetica» come diletto dei sensi, la religione come una funzione d’impulsi di valore sociale o in maniera ancora più elementare. Ma l’artista che ha sentito in sè quello che è caratteristico dell’esperienza estetica, farà a meno delle sue teorie: molto più l’anima religiosa.

Tralasciando di chiarire cosa debba intendersi per “momento di commozione religiosa”, che lascio volentieri alla tua immaginazione ed esperienza, cerco di esplicitare come utilizza, o almeno come io penso che voglia utilizzare, l’Autore i termini irrazionale e razionale. Prima di fare ciò, però, sarà bene chiarire cosa io intenda con i suddetti due termini [1]. Partirei con il definire il termine razionale, perchè una volta compreso questo, dovrebbe essere, poi, più facile comprendere, almeno apparentemente, l’irrazionale, cioè il non-razionale.
Se apri un vocabolario etimologico, troverai scritto all’incirca che razionale deriva dal latino razionalis,
derivato di ratio-onis, la cui traduzione è “ragione”, “ragionamento”, “intelletto”, per cui razionale, come aggettivo, indicherebbe “ragionevole”, “che attiene alla ragione”, “intelligibile”. Con queste premesse alcuni si sono spinti ad affermare che razionale è «ciò che segue un “ragionamento logico”, che dopo un processo di sequenze non porta ad imprevisti ma ad un risultato ovvio ed univoco».
Sembra “quasi” chiaro, ma è evidente che coloro che hanno dato le suddette “definizioni” non hanno letto (scherzo 😀 ) il mio capitolo “Concetto primitivo” tratto da Infinito, Zero, Punto, Uno , altrimenti si sarebbero resi conto che, non hanno chiarito assolutamente niente; definendo una parola con un suo sinonimo (“razionale” con il sinonimo “ragionevole”) non si aggiunge niente di nuovo alla comprensione di quella parola. Non prendo neanche in considerazione, poi, coloro che si sono spinti oltre ed hanno sentito l’esigenza di introdurre un altro vocabolo, “logico” (dal greco logos, le cui interpretazioni sono molteplici, e per giunta variabili nel tempo), nella speranza di chiarire, senza rendersi conto che, così facendo, anzi dicendo, “l’acqua diventava decisamente più torbida”.
Per capirci qualcosa la nostra attenzione deve essere puntata sul latino ratio[2] il cui significato è “rapporto”, cioè “mettere a confronto” (e solo incidentalmente “ragione”).
<Mettere a confronto cosa?>
Ciò che può essere confrontato! Ti faccio un esempio con la matematica.
<La matematica, nooooooooo, non mi piace la matematica!>.
Calma, è un semplice esempio, preso dalle elementari, niente di complicato. Immagina di voler mettere a confronto due grandezze numeriche, ad esempio due stature, la prima di 200 cm e la seconda di 50 cm: cosa pensi di fare?
<Semplice, faccio la divisione, 200:50 = 200/50 = 4, ed il gioco è fatto!>
Se le stature fossero 200 cm per la prima e 80 cm per la seconda?
<Semplice, faccio di nuovo la divisione: 200:80 = 200/80 = 5/2 = 2,5>.
Bravo, promosso! A parte gli scherzi, cerco di tradurre per te, nel primo caso, il numero 4 rappresenta la ratio, cioè il “rapporto” (per questo motivo fare la divisione significa anche fare il rapporto) , che nella fattispecie indica che la prima grandezza è quadrupla rispetto alla seconda. Nel secondo esempio, invece, il rapporto, che a questo punto posso anche chiamare “ragione” 😀 , ossia la ratio, è 2,5, cioè la prima grandezza è due volte e mezzo l’altra.
Ora, fai molta attenzione, esiste solo la divisione per mettere a confronto, ossia rapportare, oppure esiste un’altra operazione matematica?
<Boh, che ne so! Aspetta un attimo … ora che ci penso con attenzione: la sottrazione! Però questa operazione non elimina l’unità di misura.>
Esatto! Però è un modo come un altro per mettere a confronto, ossia rapportare. Ora dovrebbe esserti più chiaro perchè il termine ratio assuma anche il significato di “calcolo”.

Ricapitolando, razionale è derivato da ratio e significa “mettere a confronto”, “rapportare” , per cui si può dire che, una persona è “razionale”, quando sa mettere a confronto (ma anche sa far di calcolo, ossia è un ragioniere 😀 dal significato di “ragione”), è in grado di rapportare, due grandezze, non solo numeriche, quindi quantitative, ma anche qualitative. Inoltre un vocabolo (ovvero una proposizione) sarà “razionale” quando è possibile derivarlo dal confronto di due altri vocaboli (ovvero due altre proposizioni).

A volte mi capita un fenomeno strano, nel dialogare con i miei simili, spesso sono accusato di essere troppo “razionale 😀 . Ovviamente colui che mi apostrofa con tale aggettivo non ha la più pallida idea di cosa esso significhi ed implichi; inoltre, quasi utilizzando il termine in senso dispregiativo, pensa nella sua fantasia ed ignoranza, per non dire nella sua dualità, che questo non possa fare di me un irrazionale, intendendo con ciò una persona che non  abbia emozioni e sensazioni, insomma non abbia cuore. Fermo restando che io spero vivamente di essere una persona fortemente razionale, non vedo per quale stranissima forma del ragionamento (inteso come un insieme consecutivo di proposizioni) la razionalità si opponga all’emotività o al sentimento, per non dire all’irrazionalità: uno non esclude l’altro!
<Come sarebbe a dire che “uno non esclude l’altro”? Uno è razionale oppure è irrazionale!>
Fermo restando che “UNO” per assioma non puoi definirlo in alcun modo, per cui, se proprio vuoi sporcarti, puoi dire al più che è sia razionale sia irrazionale 😀 . Scusami sto scherzando: ho sostituito il tuo generico uno con l’UNO (divagazioni sul tema).
Ritorniamo al tuo “uno” e al fatto che non possa essere contemporaneamente razionale ed irrazionale! Questa tua affermazione è vera soltanto in parte. Cercherò di fare luce nell’oscurità, tu però non ti perdere nel buio, ma soprattutto cerca di avere pazienza, perchè non è immediata la comprensione. Se comunque dovessi trovare la spiegazione eccessivamente “pallosa” puoi tranquillamente saltarla.

Mi servirò di tre disegni (noti come diagrammi di Eulero-Venn), più precisamente per evidenziare i tre modi di concepire il razionale (individuato dall’insieme con la lettera A) e l’irrazionale o non-razionale (indicato dall’insieme con la lettera Ā, che si legge non-A oppure A complementare); inoltre indicherò la realtà (cioè l’insieme irrazionale-razionale) con la lettera Ω.
<Tre? Pensavo fossero solo due, anzi uno, volendo essere precisi: il mio modo!>.

Sono tre, graficamente, anche se poi i casi sono praticamente due.

Il caso a) rappresenta l’eventualità in cui il non-razionale abbia in sé il razionale, detto diversamente il razionale è parte integrante del non-razionale cioè, con linguaggio insiemistico, A è un sottoinsieme di non-A, quindi si potrebbe dire che l’irrazionale è di ordine superiore rispetto al razionale; inoltre l’unione tra A e non-A è uguale sempre a non-A (in simboli AUĀ=Ā=Ω), quindi l’irrazionale non  è cosa diversa dal razionale perchè lo contiene, inoltre coincide con la realtà Ω.

Il caso c), cioè il tuo caso, è facile da comprendere, infatti abbiamo da una parte A (il razionale) e dall’altra non-A (il non razionale), per cui si potrebbe dire che l’irrazionale è dello stesso ordine rispetto al razionale; inoltre l’unione tra A e non-A è diverso da non-A (in simboli AUĀĀ) ma è uguale ad Ω, (in simboli AUĀ=Ω), quindi l’irrazionale non coincide con la realtà Ω, essendo un suo sottoinsieme.

Il caso b), sembra apparentemente simile al caso a), in realtà, può essere tranquillamente interpretato come caso c). Questi insomma è la sintesi tra quello a) e quello c). Per intendere però il caso b) come caso c), devi fare un piccolo sforzo, infatti, pur essendo A (il razionale) all’interno di non-A (il non-razionale), non è parte integrante di questi, cioè A non è un sottoinsieme di non-A.

<A questo punto ho le idee più confuse di prima: io dei tre casi, o meglio, dei due casi a) e c), essendo b) una loro sintesi, quale devo tenere in considerazione?>
Entrambi!
<E ti pareva! Inoltre mica ho capito per quale strana forma del ragionamento, come piace dire a te, l’irrazionale dovrebbe contenere il razionale.>
Hai ragione, non l’ho detto! Il guaio è che per spiegarlo dovrei farti un esempio, magari prendendo in considerazione i numeri irrazionali e, poi, dimostrandoti che questi, mediante la loro genesi, hanno in sè i razionali, ma ciò appesantirebbe troppo la trattazione, per cui io, se a te non dispiace, lascerei la dimostrazione ad un’altra occasione, però vorrei citarti un passo di Sri Aurobindo, sperando che sia per te di conforto:

«Se esaminiamo le difficoltà che la nostra intelligenza incontra quando cerca di concepire la Realtà assoluta e onnipresente, vedremo che tutta la difficoltà è verbale e concettuale e non reale. La nostra intelligenza considera il suo concetto dell’Assoluto e vede ch’esso deve essere indeterminabile e allo stesso tempo vede un mondo di determinazioni che emana dall’Assoluto ed esiste in esso, giacché non può emanare da nient’altro né può esistere altrove; essa è  per di più sconcertata dall’affermazione, anch’essa difficilmente contestabile date le premesse, che tutti questi determinanti non sono nient’altro che questo stesso Assoluto indeterminabile. Ma la contraddizione scompare quando comprendiamo che l’indeterminabilità non è, nel suo vero senso, negativa, non è un’incapacità imposta all’Infinito, ma che è positiva, una libertà all’interno dello stesso Assoluto di non essere limitato dalle sue proprie determinazioni e necessariamente una libertà da ogni determinazione esteriore per mezzo di qualunque cosa che non sia sé stesso, dal momento che non c’è alcuna reale possibilità che un simile non-sé venga ad esistere. L’Infinito è illimitatamente libero, libero di determinarsi indefinitamente, libero da ogni costrizione che risulti dalle sue proprie creazioni. In effetti, l’Infinito non crea: esso manifesta ciò che è in se stesso, nell’essenza della sua propria Realtà; è esso stesso quest’essenza di ogni realtà, e tutte le realtà sono poteri di quell’unica Realtà. L’Assoluto né crea né è creato, nel senso comune di fare o di essere fatto; possiamo parlare di creazione solo nel senso che l’Essere diviene, in forma e movimento, ciò che è già nella sua sostanza e nel suo stato. […] La sua libertà da ogni limitazione, da ogni legame dovuto alla propria creazione, non può trasformarsi essa stessa in una limitazione, in un’incapacità assoluta, in una negazione d’ogni libertà di autodeterminazione; è questo che sarebbe una contraddizione: sarebbe un tentativo di definire e di limitare, per negazione, l’Infinito e l’Illimitabile. Nel fatto centrale dei due aspetti della natura dell’Assoluto, l’aspetto essenziale e quello autocreatore o dinamico, non interviene alcuna contraddizione; non c’è che una pura essenza infinita che può formularsi in indefiniti modi. Ciascuna delle due affermazioni è complementare all’altra, non c’è alcun annullamento reciproco, nessuna incompatibilità; non è che l’affermazione duale, per la ragione umana in un linguaggio umano, di un unico fatto ineluttabile.» [Sri Aurobindo, La Vita Divina, Libro II, Parte I, Cap. II]

«Da quanto ho sentito, a me sembra che tu, più che un razionale, sia un sofista, uno che porta sempre l’acqua al suo mulino».
Fermo restando che non capisco perchè non dovrei tirare l’acqua al mio mulino, ma dovrei portarla al tuo, prima che ti risponda, però, dovremo metterci d’accordo sull’interpretazione che intendi dare al termine sofista.
Se per te sofista è colui che che ha in sè la non-dualità, che ha compreso (umilmente) cosa sia, ma soprattutto riesce a vedere in ogni cosa la sua manifestazione, sappi che sono onorato di essere un “sofista”. anche perchè sono in ottima, anzi sublime compagnia. Avere una visione del tipo razionale da una parte ed irrazionale dall’altra, significa avere una visione dualistica della realtà: ciò non è! Insomma dire che uno è razionale ovvero irrazionale e che le due cose si escludono a vicenda è un aberrrazione. Un essere, che manifesta razionalità in un momento, può tranquillamente mostrare irrazionalità nel momento successivo e, il semplice fatto che di mezzo ci siano due momenti, non ha nulla da spartire con la Realtà.
Se invece per sofista tu intendi colui che cerca in tutti i modi di avere sempre “ragione”, ossia di avere dalla sua sempre la “ratio”, in sostanza di essere sempre razionale, sappi che ti sbagli profondamente, per tutto ciò che ti ho detto precedentemente: io sono coscientemente irrazionale e, in quanto tale, anche visibilmente razionale. 😀 😀 😀 Inoltre mi servo della razionalità quando devo esprimere concetti, anche perchè non c’è altro modo, ossia non è possibile farlo con l’irrazionalità.

Il Mullah Nasrudin era seduto fra un circolo di discepoli, quando uno di loro gli chiese la relazione fra le cose di questo mondo e le cose di una dimensione diversa. Nasrudin rispose: «Prima devi comprendere il significato profondo degli archeboli».
Il discepolo non contento: «Mostrami qualcosa di pratico … per esempio una mela del Paradiso».
Nasrudin raccoglie una mela e la porge all’uomo.
«Ma questa mela è marcia su un lato … una mela del Paradiso sarebbe sicuramente perfetta».
«Una mela celeste sarebbe sicuramente perfetta», disse Nasrudin, «ma per quel che tu saresti capace di giudicare, situati come siamo qui in questa dimora della corruzione, e con le tue presenti facoltà, questa si avvicina ad una mela del Paradiso più di quanto potrai mai percepire». [Par. “Le sottigliezze del Mullah Nasrudin” in Idries Shah, I Sufi]

A questo punto, dovrei analizzare cosa intende Rudolf Otto per “razionale” e per “irrazionale”. Siccome credo di aver dato abbastanza sull’argomento, se a te non dispiace, io mi limiterei a riportare quanto afferma il Medesimo nel capitolo dieci, dal titolo molto esplicativo: “che cosa viene chiamato irrazionale? “.

1. Oggi si cerca l’«irrazionale» nei campi più disparati. E ci si risparmia l’imbarazzo di circoscriverlo, attribuendo al termine i più vari significati o collegandolo a una così vaga generalità che le cose più eterogenee possono catalogarsi sotto di esso: la pura realtà contrapposta alla legge, l’empirico in opposizione al razionale, il contingente antitetico al necessario, l’imprevedibile di contro al prevedibile, lo psicologico contrapposto al trascendentale, il conosciuto a posteriori contro il raffigurato a priori; la potenza, la volontà, l’arbitrio di contro alla ragione, al processo conoscitivo, alla determinazione di valore; l’impulso, l’istinto e le forze oscure del subcosciente di contro all’indagine, alla riflessione, ai piani razionali; le profondità mistiche e i movimenti dell’anima, e nell’umanità, l’ispirazione, il presagio, l’intuizione, la profezia e infine anche le forze occulte oppure, genericamente, l’irrequieta agitazione e fermentazione dell’età nostra, la ricerca a tentoni dell’inaudito nella poesia e nelle arti rappresentative. Tutto questo, e anche più, può essere «l’irrazionale» e in qualità di irrazionalismo moderno viene celebrato o condannato. Per cui chi oggi usa il vocabolo è tenuto a dire che cosa intende con esso. Per «irrazionale» non intendiamo né il cupo né l’indistinto, che non è acora sottoposto alla ratio, che nel campo dei nostri istinti o in qualsiasi altra sfera della vita, resiste al processo raziocinante. Noi ci atteniamo all’uso Iinguìsfico, come quando ad esempio diciamo, alludendo a qualcosa di singolare che si sottrae per la sua profondità alla zona del comprensibile: «Vi è qui qualcosa di irrazionale». E per« razionale» nell’idea del divino abbiamo espresso ciò che di essa può essere compreso nella zona chiara della nostra capacità conoscitiva, nel dominio delle nozioni familiari e definibili. Noi abbiamo inoltre sostenuto che intorno a questa sfera di chiarezza si estende una profonda regione oscura che si sottrae alla nostra capacità conoscitiva, non già al nostro sentimento, e che quindi noi chiamiamo l’«irrazionale».
2. Tentiamo di spiegarlo. Il nostro spirito può a volte godere di una intima gioia, senza che noi scorgiamo con chiarezza il suo fondamento o l’oggetto che l’ha generata. (Poiché la gioia nasce sempre da un oggetto, è sempre gioia per qualcosa.) Fondamento dunque e oggetto sono per noi temporaneamente oscuri. Ma noi concentriamo la nostra attenzione su di essi, ed essi ci divengono chiari. Noi possiamo allora definire e nominare l’oggetto, sin qui oscuro, e concepirlo chiaramente; possiamo dire quel che è, come è ciò che ci ricolma di gioia. Un oggetto di tal genere non lo possiamo più chiamare irrazionale, sebbene sia stato temporaneamente oscuro, percepibile non concettualmente, ma solo dal puro sentimento. Il caso è del tutto diverso trattandosi della beatitudine trasfusa dal fascino del numinoso. Per quanto la tensione della capacità introspettiva possa acuirsi, il che e il come dell’oggetto non riescono assolutamente a esser portati entro i confini dell’intelligenza nazionale. Tale beatitudine rimane, irrimediabilmente, nell’inviolabile oscurità dell’esperienza puramente sentimentale, senza concetto. Solo la si può vagamente segnalare mediante l’approssimazione di ideogrammi analogici. Ecco quel che per noi può definirsi « irrazionale». Lo stesso vale per tutti i momenti riconoscibili del numinoso. E specialmente per il momento del mirum. Come il «totalmente diverso», esso esclude ogni esprimibilità, e lo stesso dicasi dello «sgomento». Del timore comune posso esprimere attraverso concetti quel che esso è, quel che io temo: un pericolo, ad esempio, o la morte. Anche della venerazione morale io posso dichiarare quel che essa ispira: eroismo o forza di carattere. Ma che cosa invece sia lo sgomento religioso, che cosa in esso io tema, che cosa io veneri, come augustum, nessuna concezione essenziale può dirlo. È un «irrazionale», così come è irrazionale, ad esempio, la bellezza di una composizione che si sottrae anch’essa a ogni analisi razionale, a ogni traduzione in concetti.
3. Ma anche in questo senso l’irrazionale impone un preciso compito: quello di non appagarsi del suo semplice accertamento, ma di sforzarsi di raggiungere il suo tipico momento, con designazioni ideogrammatiche, affinché tutto quanto prima abitava nella nuda sentimentalità dell’incerta apparizione, sia ora fissato in segni duraturi. Non si tratta già di razionalizzare l’irrazionale, il che è impossibile, ma solamente di coglierlo e di fissarlo nei suoi momenti, e così opporsi, mediante sane e stabili« teorie» controllate, all’«irrazionalismo », allo stravagante linguaggio del capriccio. In tal modo ubbidiremo all’imperativo di Goethe: «Vi è una grande differenza se dalla chiarezza io mi protendo verso l’oscurità o se .dall’oscurità io mi protendo verso la chiarezza; se, non confacendomi più la chiarezza, io cerco di avvilupparmi di una certa oscurità, oppure se, nella convinzione che la chiarezza poggia sempre su una base profonda esplorata con fatica, io abbia cura di portar con me tutto ciò che posso da questo fondo sempre così difficilmente esprimibile».
4. Per un tale uso dell’irrazionale, in contrapposizione alla ratio come capacità dell’intelligenza, possiamo riferirei a Nicola Harms, che è certo immune dal sospetto di fantasticherie, e alle sue tesi del 1817. Quel che noi chiamiamo razionale, Harms lo chiama ragione; e quel che noi chiamiamo irrazionale, lo chiama misticismo. Ecco come si esprime nelle tesi 36 e 37: «
36. Chi riesca a rendersi padrone della prima lettera della religione, ossia santo, con la sua ragione, mi faccia chiamare. 37· Io conosco una parola religiosa che la ragione solo a metà possiede, ossia festività. La ragione dice al riguardo: «astenersi dal lavoro» ecc. Ma se si cambia la parola in solennità, allora essa viene sottratta immediatamente al dominio della ragione, per la quale è troppo strana e troppo elevata. Ugualmente va detto per consacrare, benedire. La lingua è così piena e la vita così ricca di realtà, che esse travalicano sia la ragione che i sensi. ll loro campo comune è la mistica. La religione costituisce una parte, ed è terra incognita per la ragione».

Non mi resta che far parlare l’autore per quanto attiene al numinoso, ed il gioco è fatto.

Tenteremo ora di farlo a proposito della singolare categoria del sacro. La santità è in primo luogo una categoria di interpretazione e di valutazione che, come tale, si riscontra soltant nel campo religioso, mentre in altri campi, come ad esempio nell’etica, amplia il proprio  ambito, ma non si afferma mai indipendentemente dalla religione: è complessa e racchiude in sé un momento di assoluta peculiarità, si sottrae alla sfera del razionale nel senso sopra indicato ed è un arreton, un ineffabile in quanto assolutamente inaccessibile alla comprensione concettuale (come lo è anche il bello in altro campo).
1. Questa affermazione sarebbe pregiudizialmente erronea se la santità fosse ciò che comunemente sta a significare nel linguaggio filosofico e naturalmente anche in quello teologico. Ci siamo così abituati a usare la parola «santo» in un senso prettamente figurato, che non è affatto il suo senso originario.
Generalmente l’intendiamo come predicato assolutamente morale, come il «buono perfetto» – così Kant chiama una volontà santa, quella volontà che, mossa solo dal dovere,  ubbidisce senza esitare alla legge morale. Ma ciò non sarebbe che la perfetta volontà morale. Così si parla anche della santità del dovere e della legge, pensando solo alla sua necessità pratica e alla sua obbligatorietà universale. Ma un tale uso della parola «santo» non è rigoroso. Santo contiene  questi significati, ma implica anche, a norma del nostro sentimento, qualcosa in più che ora qui intendiamo isolare particolarmente. La parola santo e i suoi equivalenti, già nel semitico, nel latino, nel greco e in altre lingue antiche denotarono in origine soprattutto questa eccedenza e non denotarono affatto il momento morale, o almeno non lo contennero a priori,  né mai esclusivamente. Poiché nello spirito del nostro linguaggio il senso morale è senza dubbio sempre contenuto nella parola santo, a noi gioverà, sia pur momentaneamente, durante le nostre ricerche sul peculiare significato di questa parola, formare un nome speciale, che contenga l’idea della santità minorata del suo momento morale, e anche del suo momento razionale. Ciò di cui parliamo e che in qualche modo tenteremo di determinare ossia di rendere  accessibile al sentimento, costituisce l’intima essenza di ogni religione, senza la quale religione non sarebbe. Esso vive con il massimo vigore nelle religioni semitiche, soprattutto in quella biblica, ove ha persino una denominazione particolare, qadosh, che corrisponde a hagios e a sanctus e ancor più precisamente a sacer. È certo che tali denominazioni comprendono in tutte le lingue considerate l’idea del «buono», del buono puro, ossia considerato nello stadio del suo più pieno e alto sviluppo. Per questo Ia rendiamo con la parola «santo». Ma questa parola che è venuta fissandosi gradatamente in una formula etica arricchitasi di altri elementi, originariamente non è altro che una particolare estrinsecazione di sentimento, che potrebbe rimanere estranea all’etica ed essere quindi studiata di per sé. Quando s’iniziò lo sviluppo di questo primo momento, tutte le espressioni in questione ebbero senza dubbio tutt’altro significato rispetto a quello di buono. Ciò è generalmente ammesso da tutti gli odierni studiosi. E giustamente è da ritenersi un’interpretazione razionalistica tradurre qadosh semplicemente con buono.
2. Si tratta dunque di trovare un nome per designare questo momento isolatamente, un nome che primariamente ne determini tutta la peculiarità e che, secondariamente, renda possibile comprendere e rilevare le sue eventuali sottospecie o i suoi gradi di sviluppo. Io lo chiamo dunque il numinoso (se si può ricavare da omen “ominoso”[3] , si potrà anche ricavare da numen “numinoso”), intendendo con esso una speciale categoria numinosa che interpreti e valuti, e uno stato d’animo numinoso che subentra ogniqualvolta quella categoria sia applicata, vale a dire quando un oggetto è pensato come numinoso.[4]
Una simile categoria è assolutamente sui generis e  non è definibile in senso stretto, come non lo è alcun dato fondamentale e originale, ma può soltanto essere accennata. Per agevolarne l’intendimento si può tentare di condurre chi ci ascolta, a forza di accenni, fino al punto in cui questo sentimento si desti, scaturisca e diventi cosciente nell’anima. Si può assecondare questo processo suscitando stati d’animo somiglianti o magari caratteristicamente opposti, che si erano sperimentati in altre sfere sentimentali già note e con le quali ci si era già familiarizzati, e dicendo: «Il nostro numinoso non è principalmente questo, ma gli è affine, oppure gli è opposto». Ciò significa che non si può propriamente insegnare, ma si può soltanto suscitare, destare – come tutto ciò che viene «dallo Spirito».

Note:
[1] Questo è il dilemma con le lingue “non oggettive”, come le lingue occidentali, bisogna continuamente chiarire, specificare, vedere l’etimologia della parola, tutto è demandato alla “cultura” del singolo. Con una lingua “oggettiva” sorgono decisamente meno probemi, ma soprattutto chiunque, conoscendo la struttura del linguaggio, potrebbe essere in grado di risalire ai significati “profondi” di ogni singola parola.
[2]
Cicerone usò la parola latina ratio per tradurre quella graca logos. Siccome in greco logos assume molteplici significati, fu così che si generò la confusione. Nel Medioevo, poi, la scolastica usò il termine ratio per tradurre il greco dianoia, ossia quella facoltà contrapposta al nous che viene tradotto in latino con intellectus, generando ulteriore confusione. Della serie: «bisogna sempre fare attenzione alle traduzioni». 😀
[3]
Malaugurato, che preannuncia o porta sventura, di cattivo augurio.
[4] Solamente più tardi ho capito di non poter pretendere di essere l’autore del termine
numinoso. Si veda il saggio N.K. Zinzerdorf come scopritore del sensus numinis. E già Calvino nella sua Institutio, ·parla di un sensus divinitatis e di una quaedam divini numinis intelligentia.

Fonte: Rudolf Otto, Il Sacro, SE ed., Milano, 2009. Per una visione più ampia sul “sacro”, ossia sul “numinoso”,  ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri, i cui titoli sono presenti nelle pagina dedicata su http://www.archeboli.it/libri/mitologia-numinologia/. Se poi avessi tempo e voglia di dare un occhiata a BAGLIORI DI VERITÀ con le sue sette parti, partendo dalla prima Infinito, Zero, Punto, Uno, che a nostro modesto giudizio rappresenta una buona indicazione, ti sarei grato.

 

Il mito nella cultura tradizionale

ingres-jupiter-and-thetis

“[…] queste cose non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte assieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione.” [Salustio, Sugli dèi e il mondo, IV, 8]

Nella storia della cultura non vi è assolutamente nulla di più affascinante e misterioso del mito. Esso sembrerebbe, apparentemente, destinato a restare un enigma insolubile; secondo alcune correnti di pensiero, una manifestazione del tutto inintelligibile della mente umana; lo si è infatti voluto etichettare a tutti i costi sotto la voce ‘irrazionale’, giacché si pretende che sia, per definizione, del tutto privo di logica. Secondo la vulgata evoluzionista o progressista, è soltanto l’espressione primitiva di un pensiero debole, ancora incapace di vera razionalità e comprensione, pertanto si esclude categoricamente che esso abbia mai effettivamente qualcosa da insegnarci, e, se mai invece dovessimo in qualche modo scorgervelo, si può star certi che tale insegnamento non valicherà mai gli angusti confini dell’umano. Si è detto e si dirà: “Gli dèi non hanno forse forma umana? E non sono fin troppo umane le loro personalità e loro vicende?”. Sì, apparentemente. In verità, vi è innanzitutto da dire che tutte le accennate concezioni del mito appartengono invariabilmente a punti di vista che sono nettamente estranei, e non solo per ragioni cronologiche od antropologiche, al contento originario in cui il mito stesso è sorto e si è tramandato. Tale contesto è indiscutibilmente quello del Sacro e, in particolare, della cultura misterica e sapienziale. Chiunque prescinda, volontariamente o involontariamente, da tale ineludibile presupposto, non potrà che effettuare un’operazione interpretativa scorretta e fallimentare a priori, se non proprio procedere ad una mistificazione pura e semplice. Quando si intende studiare obbiettivamente una cultura notevolmente differente dalla propria, è indispensabile accettarne i principî ed i valori fondanti, gli archetipi che la costituiscono e la animano; è assolutamente necessario, altresì, osservarla attraverso la visione complessiva del mondo che la caratterizza, e non secondo una concezione della realtà che non le appartiene minimamente. Il dovere dell’autentico ricercatore è quello di sforzarsi di comprendere il più possibile il particolare punto di vista della cultura studiata – che dev’essere assunto preliminarmente come base metodologica costante, e come garanzia dello stesso rigore scientifico della ricerca -, e non di criticarla o rappresentarla secondo un complesso di idee precostituite, derivate dal contesto culturale a cui appartiene esclusivamente il ricercatore stesso. Sarebbe come un tale che decidesse di imparare una lingua straniera totalmente diversa dalla propria, e pretendesse di analizzarla, o addirittura criticarla, come se questa dovesse possedere per forza la stessa grammatica, la stessa sonorità, o basarsi sullo stesso immaginario.

Il mito è sempre, universalmente legato ad una teologia e ad una cosmologia ben definite, e solo in strettissimo rapporto con esse possiede un’effettiva validità ed intelligibilità. Commettono quindi un errore madornale tutti coloro i quali lo considerano alla stregua della pura narrativa fantastica, e conseguentemente lo apprezzano solo in termini letterari, ossia per la grande vivacità immaginativa che esso dimostrerebbe. Troviamo quindi assolutamente sbalorditivo, anzi inconcepibile – e perciò fors’anche abbastanza sospetto -, che, facendo l’esempio specifico dei miti greci – altamente rappresentativi di quelli di ogni epoca e cultura, e come tali assunti d’ora innanzi -, nel tempo ci sia stata una caparbia ostinazione nel non voler in alcun modo tenere buon conto della loro interpretazione da parte degli spiriti più nobili dell’antica filosofia ellenica. Si è riusciti nella più che acrobatica manovra di aggiramento storico e culturale che si possa immaginare: evitare, nella maniera più gratuita ed incomprensibile, di fare diretto ricorso alle più grandi menti dell’antichità occidentale, le quali effettivamente si erano pronunciate – e nemmeno troppo concisamente – sia sul tema generale, e sia sull’interpretazione puntuale di vicende mitiche precise. Innanzitutto, qualcuno, tra coloro che solitamente affermano l’equazione mito = irrazionalità, dovrebbero spiegarci come mai, ad esempio, lo stesso Platone che sappiamo essere, oltre che sommo maestro di filosofia, un grande esperto di logica pura, matematica, geometria, fisica ed astronomia, non solo tramandò alcuni miti arcaici dell’Ellade, ma ne creò anche di suoi – se è effettivamente vero che ne fu lui stesso l’autore originario – per esprimere alcune sue dottrine. E come mai si ignora completamente Plutarco quando illustra, con la massima chiarezza e la sufficiente ampiezza di argomentazione, la genesi e le finalità autentiche dell’espressione mitica? E che dire, poi, di Plotino, o di Proclo, o di altri notevoli filosofi Platonici come Damascio, Olimpiodoro, Ermia di Alessandria o Salustio, che rivelarono esplicitamente il significato recondito di svariate narrazioni mitiche sorte dalla tradizione misterica legata al nome del leggendario Orfeo? Perché tutto questo antico e notevole patrimonio esegetico si trova seppellito nel silenzio quasi completo? Perché esso, invece, non si trova ad essere, come necessariamente dovrebbe, il nucleo centrale ed imprescindibile di qualunque serio studio sul mito ellenico? Sulla base di quale pretesa uno studioso dell’era moderna, per poter comprendere quella cultura arcaica – lontanissima da lui non solo in termini meramente cronologici, ma piuttosto filosofici e spirituali -, dovrebbe trovarsi in una posizione migliore di tutti questi sapienti, i quali, non solo erano contemporanei di un mondo di idee ancora vivente, ma avevano ancora a loro disposizione un enorme deposito di tradizioni orali e di testi – si pensi solo alla leggendaria biblioteca di Alessandria – per noi perlopiù irrimediabilmente perduti? Ad esempio, come ha mai potuto osare un Otto Kern definire “stupidaggini” le interpretazioni procliane dei più importanti miti orfici? Se non fosse stato per i filosofi Platonici, avremmo certamente ignorato la maggior parte di ciò che sappiamo dell’Orfismo. Perché, dunque, considerare quegli autori solo in quanto validi mitografi e non anche quali eminenti mitologi, ossia come preziosissimi ed insostituibili esegeti dei mitologhemi da essi stessi trasmessi? O il rifiuto viene opposto solo perché si tratta di interpretazioni metafisiche? E con quale arbitrio si sosterrebbe – o si sottintenderebbe – che la metafisica non debba avere nulla a che fare col mito, o viceversa? Collocandosi su posizioni di questo tipo, non si rischierà forse di consentire a qualche maligno di sospettare, quantomeno, che è assai più facile fare i filologi, od i critici letterari, piuttosto che i filosofi nel senso più vero del termine? In effetti, è indubbio che la metafisica, o la teologia, dei filosofi Platonici è estremamente complessa e di difficile assorbimento; pertanto, è ben chiaro che se essa dovesse essere riconosciuta indispensabile per la reale comprensione dei miti ellenici, certamente non pochi mitologi moderni si troverebbero a mal partito. Specie tra quelli più fantasiosi e “creativi”.

Sia dunque ribadito definitivamente: da un punto di vista tradizionale, non è assolutamente ammissibile la validità di alcuna interpretazione di qualunque retaggio mitico, laddove tale operazione si collochi, parzialmente o totalmente, al di fuori del contesto teologico o sapienziale della tradizione sacra che ha generato e trasmesso quello stesso retaggio.

A parte i grandi maestri del Tradizionalismo del secolo XX, solo alcuni importanti studiosi hanno considerato ed espresso il mito per quel che realmente è: Mircea Eliade, Walter F. Otto, Henry Corbin e pochissimi altri. Tuttavia, nonostante i loro notevoli sforzi, a causa della pressione schiacciante del razionalismo e del materialismo imperanti, sciaguratamente prevale un’idea di esso che si conforma ad un inveterato pregiudizio “illuminista”. Assolutamente ridicola, in primis, è la pretesa secondo cui i miti furono concepiti essenzialmente per poter in qualche modo spiegare i fenomeni naturali: anche al loro lettore più superficiale non dovrebbe affatto sfuggire che l’universo mitico si presenta come una realtà sui generis, come un cosmo avente una realtà del tutto autonoma ed indipendente dal mondo naturale in cui ci troviamo. Di più: all’interno di esso è molto più quel che ci appare di innaturale, per non dire di impensabile o di impossibile, piuttosto che di naturale o anche solo di verosimile. E non è forse altrettanto evidente che, mentre gli eventi o le forze naturali ci appaiono necessariamente impersonali, gli dèi dell’universo posseggono invece delle identità non solo molto precise, ma dotate di personalità decisamente spiccate, dai tratti inconfondibili? A tal proposito, la solita vulgata ha sempre asserito che tale modo di concepire quelle forze, personificandole, dipendesse dall’elementare esigenza psicologica di “umanizzare” tali entità apparentemente insensibili ed inesorabili. Naturalmente, quest’idea non regge minimamente, giacché, volendo porre la questione nella stessa ottica dei materialisti e dei razionalisti, se l’uomo arcaico era costretto a lottare quotidianamente e duramente contro gli elementi del mondo fisico, i quali spesso ne minacciavano la stessa sopravvivenza, egli era decisamente più pressato a trovare delle valide ed efficaci soluzioni tecniche, ossia pratiche, ai suoi problemi materiali, piuttosto che a fantasticare vanamente di dèi, spiriti o altro. E se anche avesse inizialmente perso tempo con tali presunte fantasticherie ed i rituali annessi e connessi, dovendone inevitabilmente riscontrare quasi subito la totale e drammatica inutilità, non avrebbe tardato molto a farla finita con tutto ciò. O si vuole comunque insistere nel considerare gratuitamente l’uomo della remota antichità come una specie minorato mentale? Le antiche civiltà, invece, non ci hanno forse stupefatto, così come tuttora fanno e faranno in futuro, in mille occasioni, proprio nel campo della tecnica?

Rifacciamoci, dunque, ai summenzionati sapienti dell’antica Ellade, e definiamo il Mito esclusivamente in base all’insegnamento che ci è stato tramandato: come sostiene Proclo – al principio del primo libro della sua Teologia Platonica -, oltre a Plutarco nel suo Iside e Osiride, esso non è altro che il sottile linguaggio per “immagini”, che la metafisica e le teologie arcaiche adottavano per esprimere i propri concetti e misteri. Le realtà trascendenti ed eterne, essendo assolutamente incorporee, invisibili, o, in generale, del tutto impercettibili, e soprattutto inconcepibili dalla mente umana considerata nel suo stato ordinario, non possiedono in se stesse alcuna forma, e pertanto, a meno di una loro diretta rivelazione, resterebbero naturalmente occulte ed incomunicabili. Le immagini mitiche, tuttavia, possiedono per l’appunto il potere di rivestire tali realtà divine di una forma che le renda effettivamente comunicabili al pensiero, parlando innanzitutto all’immaginazione ed all’intuito.

Il linguaggio mitico si basa sulla capacità espressiva del simbolo, il quale deve la propria veridicità ed efficacia al suo essere costituito sulla base di un’analogia effettiva con la realtà simboleggiata, sia quando esso è un ente naturale e sia quando invece è un oggetto appositamente concepito e strutturato per divenire tale. In questo senso, la logica mitica è sempre precisa e rigorosa: essa svela la trama invisibile dei nessi impalpabili che collegano tutto ciò che esiste, in base alla legge trascendente della «simpatia universale». In tal modo, dunque, la realtà divina, da essere totalmente ineffabile, diviene, per natura o per artificio, in qualche modo trasparente alla mente umana, che è ora resa capace di coglierne un riflesso nient’affatto illusorio, bensì rivelatore, profetico. L’universo mitico, ancorché profondamente enigmatico, è lo specchio veridico del cosmo divino, e questo si disvela attraverso quello solo allorquando se ne possiedono le chiavi, e queste possono essere date solo dalla sacra tradizione sapienziale. Inoltre, l’enigmaticità del Mito è connaturata al mistero profondo delle realtà divine, lo riflette: l’enigma spinge alla ricerca l’uomo istintivamente proteso al Divino, gli indica la via necessaria al suo raggiungimento, la quale non può mai essere quella di ciò che è esteriormente evidente, ma solo quella che punta all’interno della stessa coscienza, come in un oscuro antro sacro.

Tornando alle idee erronee sulla mitologia, Plutarco condanna nettamente l’“evemerismo”, che è quella concezione secondo cui i miti riguardanti gli dèi non sarebbero altro che il risultato della mitizzazione di eventi storici reali ed estremamente remoti, i cui protagonisti avrebbero finito per essere divinizzati dalla memoria e dalla fantasia popolari. Si deve tener conto che spesso gli dèi sono presentati come grandi inventori o padri civilizzatori – come Prometeo, Mercurio/Hermes o Saturno/Kronos -; ebbene, se invece si fosse trattato di semplici uomini, per quale assurda ragione si sarebbero dovute inventare delle entità soprannaturali al posto degli effettivi benefattori della razza umana? Ad ogni modo, non v’è dubbio che la cultura antica abbia sempre distinto nettamente gli antenati illustri e gli eroi dagli dèi veri e propri, per cui pare proprio che, perlomeno concettualmente, non vi fosse alcuna confusione tra di essi; persino i faraoni egizi, pur essendo considerati divini, non venivano affatto incorporati nel pantheon della religione ufficiale. È soprattutto assolutamente chiaro che gli dèi possiedono invariabilmente un carattere di universalità che non può in alcun modo accordarsi con delle individualità umane, per quanto valorose o gloriose possano mai essere.

In verità, la ragione più autentica e profonda di qualunque rappresentazione antropomorfica delle realtà divine – ed il grande beneficio che essa in tal modo può produrre -, soprattutto in un ambito politeista, consiste nel fatto che, esprimendo la presenza dell’umano nel divino, essa per converso suggerisce anche la presenza del divino nell’umano; in tal modo, non solo avvicina le due realtà, ma addirittura le lega insieme inestricabilmente, poiché, sottilmente, suggerisce che dal primo nasca il secondo e viceversa, in un ciclo eterno ed immutabile. Spesso il Mito non ci narra forse delle origini divine degli eroi, o dell’intera razza umana, e non evidenzia di continuo la costante interazione o compenetrazione tra il mondo divino e quello umano? Di certo il lato umano della storia del mondo sembra esserne il lato debole, ma, allora, perché mai gli dèi dovrebbero interessarsene così tanto da interferirvi costantemente? Quale oscura necessità li indurrebbe a tale comportamento?

Non sarebbe il caso di ricordare la massima di colui che disse che gli dèi sono uomini immortali e gli uomini dèi mortali?

Un altro importante dato dottrinale, che il filosofo di Cheronea ci ha fortunatamente trasmesso, è che in verità i protagonisti dei racconti mitici non siano affatto gli dèi, ma le entità demoniche ad essi collegate: Proclo infatti spiega che esistono precise “serie” o “catene” che, a diversi livelli, gerarchicamente, legano le realtà soprannaturali; e quei “demoni” costituiscono precisamente l’ultimo anello di tali catene, quello più vicino agli uomini ed in contatto con loro. Essi sono appunto i messaggeri degli dèi, ed è per questo che Plutarco afferma che sono infatti solo loro, e non gli stessi dèi, a pronunciare oracoli negli antri sacri o nei santuari. Anche Platone, nel Simposio, accenna al fatto che forse i miti che narrano di guerre tra gli dèi, o di singoli episodi di violenza riguardanti alcuni di essi, non andrebbero davvero riferiti ad essi; e non riteniamo che con ciò il maestro di Atene abbia semplicemente voluto intendere che tali racconti non dovrebbero esser presi alla lettera – cosa fin troppo evidente e scontata -, ed infatti qui egli parla anche di Eros, in quanto demone, e non in quanto dio, come in precedenza aveva fatto, a riprova che esiste tanto un supremo dio con quel nome, quanto un demone omonimo, collegato e subordinato al primo.

L’elemento fornito da Plutarco è assai prezioso, perché indica precisamente la dimensione alla quale il mito appartiene; infatti, i “demoni” – da non confondere con gli esseri diabolici noti nel giudaismo e nel cristianesimo – appartengono al regno dell’Anima del Tutto, ossia alla sfera incorporea dello psichismo cosmico, che è intermedia tra la sfera puramente spirituale e quella prettamente sensibile e fenomenica. Si tratta di quello che Henry Corbin ha chiamato «Mondo immaginale», ossia, come s’è detto, all’universo psichico autonomo costituito dalle immagini metafisiche degli esseri divini. Il “luogo” delle teofanie. Anche se in qualche modo vi abbiamo già accennato, non resta che dire come il Mito ebbe origine; ebbene, ancora una volta, è la tradizione sacra a rivelarcelo; è vero infatti che i grandi poeti ellenici, autentici profeti, abbiano sempre dichiarato esplicitamente di aver trasmesso in poesia le loro visioni sugli dèi in seguito ad una ispirazione divina, e sempre tutto ciò venne puntualmente e nettamente confermato dai grandi maestri della sapienza di Grecia, i quali fin troppo bene conoscevano i prodigi dell’invasamento divino, dell’autentico “entusiasmo”. Assai male, quindi, farebbe chi pensasse che tali dichiarazioni costituissero un mero espediente retorico – esso avrebbe potuto divenirlo solo molto più tardi -, giacché, per quanto incredibile possa sembrare, quella è null’altro che l’assoluta verità.

Postato da Giovanni M. Tateo, 09 febbraio 2012, pubblicato da in Il mito nella cultura tradizionale su http://centrostudiparadesha.wordpress.com