MALEFICENT – PRIMA parte: Capolavoro di simbolismo rovesciato

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C’è talmente tanto da dire (fino a riempire un libro) che indicherò subito le tesi che andrò a dimostrare in seguito (con calma e dovizia di particolari) al fine di sgombrare il campo da possibili equivoci:

    1. MALEFICENT 1 e 2 (da considerarsi come un tutt’uno, per cui se non diversamente indicato quello che dico vale sia per il primo che per il secondo) non è un film per bambini e nemmeno per famiglie (questo non ho bisogno di dimostrarlo 😂).
    2. MALEFICENT è l’archebolo (il simbolo che indica l’archetipo) di LUCIFERO/SATANA nella versione femminile individuata, identificata da LILITH.
    3. MALEFICENT è la versione femminile del CRISTO salvatore dell’umanità e non solo dell’umanità, anche di tutti i dannati/emarginati/demoni/diavoli.
    4. MALEFICENT è l’archebolo della DEA-MADRE.
    5. MALEFICENT/LILITH è l’archebolo del principio femminile che si separa da quello maschile, dando vita al principio DUE (anima e animus, sono quindi separati). Lilith che si ribella ad Adamo, da cui l’archebolo della LUNA NERA.
    6. MALEFICENT è l’archebolo del bene/luce e non del male/oscurità, come invece l’etimologia del nome (malefica = portatrice di male) vorrebbe far intendere, da qui l’asserzione del titolo: “capolavoro di simbolismo rovesciato” e dell’associazione con LUCIFERO (lucifero = portatore di luce). Ne consegue che Maleficent è anche l’archebolo della FENICE.
    7. gli sceneggiatori di MALEFICENT sono dei “satanisti”, però nella versione rivista di Satana, cioè nella versione in cui Satana è l’archebolo del bene e non del male, quindi sono dei “luciferisti” 😂, inoltre sono delle “femministe” sfegatate, con un’ottima preparazione nel campo degli archeboli, del mito e della psicologia junghiana.
    8. la BRUGHIERA è il luogo “incantato/fatato/maledetto/indemoniato” in cui si rifugia LILITH, dopo aver “litigato” con Adamo e aver “disobbedito” al DIO-maschilista; rappresenta, insomma, la parte del paradiso terrestre incontaminata, dopo la cacciata di Adamo e Eva, a cui l’uomo non può più accedere. Solo alla fine di Maleficent 2, con l’unione mistica tra Aurora (Anima/Principio femminile) e Filippo (Animus/Principio maschile), l’uomo può tornare nel Paradiso terrestre, infatti la Brughiera si allarga, si estende a tutto il mondo.
    9. Il film MALEFICENT come “via” d’iniziazione.

Direi per il momento di fermarci qui. Cosa ne pensi?

Prima di proseguire un piccolo quiz (spero stuzzichi il tuo appetito) a cui purtroppo può rispondere solo chi ha visto Maleficent 2:
perché, all’inizio del film, prima che Maleficent faccia il suo ingresso nella sala reale del RE e della REGINA (rispettivamente padre e madre del principe Filippo, futuro sposo di Aurora) la freccia, che parte dalla balestra tenuta dalla regina, finisce conficcata nella testa della statua rappresentante il grifone e non nella statua rappresentante il caprone? E soprattutto, che “cavolo” ci fanno proprio quelle due statue nella stanza?

Se poi voleste acquistare il libro giusto al fine di una corretta risposta, vi consiglio Luca Frigerio, Bestiario medioevale, ed. Ancora. In alternativa c’è sempre internet, in questo caso, basta scrivere “simbolo grifone” e, poi, “simbolo caprone”.

 

Il simbolismo dei Quadrati Magici

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Il simbolismo della Città Divina

gerusalemme_celeste1Uno dei simboli più importanti della Tradizione, non foss’altro in quanto esprime in maniera esemplare l’essenza stessa della Civiltà tradizionale, è quello della Città Divina, la quale costituisce costantemente l’archebolo del centro spirituale trascendente dal quale sempre s’irradia ciascuna forma del Sacro, vissuta da una particolare collettività; nonché, in pari tempo, il modello trascendente di quella civiltà che tale stessa collettività ha realizzato nella Storia.

Nei miti di varie tradizioni troviamo le città divine quali Asgard, l’Olimpo, la Gerusalemme Celeste, o le città mistiche di Jabalqa, Jabarsa e Hurqalya, più volte menzionate da Henry Corbin a proposito del «Mondo immaginale». Tutti queste “capitali” del Reame metafisico hanno le loro immagini corrispondenti nel mondo terreno degli uomini in città reali quali Thule o Tula, Gerusalemme, Roma intesa quale «caput mundi» spirituale, ossia «città eterna», oppure centri leggendarî come Shangrilah, Shambala, Agartha, Salem, etc., le quali, a loro volta, devono essere ricollegate al Paradiso Terrestre, all’Eden, ossia, più che semplicemente ad un’antichissima, o addirittura primigenia, civiltà umana – la quale comunque esistette come la Tradizione la descrive -, a quella condizione di consapevolezza e beatitudine originarie, appartenuta alla prima stirpe degli uomini. È evidente, a questo punto, che la città sacra, o il Paradiso perduto, quale sede originaria del genere umano è l’equivalente, in base ad un simbolismo di tipo spaziale o geografico, dell’Età dell’Oro, secondo un simbolismo di tipo temporale o storico – a condizione che qui si presupponga una «storia sacra», una ierostoria -; così com’è pure palese che entrambi i simbolismi coincidono, o comunque convergono integrandosi vicendevolmente, nell’espressione di quello che è noto come «stato edenico» o «paradisiaco» dell’Umanità, a cui accennavamo poco fa.

L’elemento fondamentale della Città Divina, così come della città santa, è certamente la Presenza di Dio, che in essa si manifesta; e se nella prima questa è la sostanza stessa del suo essere, e pertanto costituisce una Rivelazione perfetta e definitiva del Principio; nella seconda è invece qualcosa che può essere percepito e vissuto, ma, ovviamente, non certo con la stessa immediatezza e pienezza possibili nella prima: è, in qualche modo, piuttosto un presagio dell’avvento della radiosa Luce divina che, non essendo ancora apparsa nel suo autentico fulgore, resta invisibile, occultata, e magari solo intravista, grazie ad una certa sottile trasparenza spirituale del luogo ad Essa consacrato. Per queste ragioni, quindi, la città sacra è il luogo per eccellenza nel quale si invera il simbolo del Regno di Dio la cui realtà “è già e non ancora” (iam et nondum) presente nella storia e nella coscienza dell’uomo; ed infatti, nelle città sante, l’abitante od il pellegrino, nello stesso momento in cui “incontra” Dio, o vi si approssima, si trova nello stato d’animo di chi prova una sorta di intensa nostalgia, un sentimento difficilmente definibile, che, a sua volta, è nel contempo vaga reminiscenza della passata Età Aurea, e anelito e presentimento di quella futura.

È impossibile non riconoscere che nell’Apocalisse di S. Giovanni evangelista il simbolo della Città Divina possiede un valore ed una forza assai difficilmente riscontrabili nei testi sacri appartenenti ad altre tradizioni, ed è per questo che l’archetipo che stiamo indagando risulterà meglio comprensibile attraverso la sua trattazione sintetica. Evidenzieremo, dunque, in essa tutti quegli elementi fondamentali che costituiscono una costante invariabile di questo simbolismo in tutte le tradizioni; tanto che ciascun lettore potrà averne piena conferma con un raffronto anche sommario; ed a questo proposito, oltre all’assai celebre Il Re del Mondo di René Guénon, ci preme segnalare l’ottimo studio comparativo di Titus Burckhardt sul Paradiso di Vaikuntha, contenuto nel suo Simboli; senza contare la preziosa opera di Joseph Rykwert, L’idea di città, sull’applicazione rigorosa di quell’archetipo universale all’edificazione concreta delle città tradizionali.

Per quanto riguarda l’assetto della gerarchia divina, che costituisce lo schema complessivo della Città, il Dio Supremo ha il suo trono sacro nel suo centro, ed è sempre attorniato da dodici dèi, ai quali sono subordinati tutti gli altri abitanti celesti. Nell’Apocalisse avviene, come vedremo meglio a breve, praticamene lo stesso, giacché la Divinità assisa al centro è circondata dai ventiquattro – evidente multiplo di dodici – Anziani, ai quali vanno aggiunti i quattro Viventi, i sette spiriti di Dio, senza contare inoltre i vari ordini angelici non precisati nel testo; tutte entità superiori che vanno intese come equivalenti degli dèi contemplati dalle teologie delle tradizioni “politeiste”.

In generale, la Dodecade divina è un evidente motivo ricorrente, giacché rappresenta la primissima differenziazione del Principio Divino Unico nelle sue dodici Ipostasi principali, le quali, nel loro insieme, costituiscono il complesso intelligibile dal quale dipende la costituzione del cosmo – basti pensare, immediatamente, allo Zodiaco. In particolare, la Gerusalemme Celeste ha forma di cubo – che è definito da dodici linee -, per cui è possibile riferire le sue sei facce ai sei “giorni” della creazione, riferendo invece il suo centro, occupato da Dio, al settimo giorno, che è infatti «il giorno del Signore», il luogo metafisico della Pace Divina. Inoltre, essa possiede dodici basamenti, dodici porte, ed i dodici angeli che le custodiscono, oltre alle menzione indiretta dei dodici Apostoli di Cristo, ed alle dodici stirpi degli Eletti. Sempre al centro della Città si trova necessariamente l’Albero della Vita – qui associato al Cristo quale Agnello di Dio – che produce ben dodici raccolti all’anno, uno per ciascun mese; ossia l’Asse del Mondo a partire dal quale l’Universo si produce e da cui ottiene l’energia spirituale con cui nutre la propria esistenza.

Per quanto riguarda, invece, la forma e la struttura della Città, se le sue misure simboliche esprimono tanto la totalità della molteplicità degli enti quanto le determinazioni cicliche del divenire; allora la sua geometria, così potentemente definita da un ordine perfetto, e da una proporzione ed una simmetria adamantine, non significa altro che l’assoluta rettitudine dell’intendimento universale dell’Onnisciente Divinità che l’ha generata.

In definitiva, a partire dalla luminosa Presenza di Dio al suo interno, la Gerusalemme Celeste si rivela quale modello eterno del Cosmo, perfetto Piano divino del corso del tempo; progetto del Grande Architetto dell’Universo, che contiene in sé tutte le pure essenze spirituali, le infinite Idee, platonicamente intese, di tutti gli enti passati, presenti e futuri. Se adesso si obbiettasse che nell’Apocalisse coloro che si sono sottomessi all’Anticristo e a Satana si trovano esclusi dal popolo degli Eletti che abitano la Città Divina, ossia, metafisicamente, non rientrerebbero nel numero delle Idee che la costituiscono, risponderemmo che non affatto è in questo modo che la loro esclusione va intesa, giacché è unicamente il loro ottenebramento ad escluderli, in quanto essi sono del tutto incapaci di riconoscere la loro eterna appartenenza ontologica, archetipica, o ideale, a quella purissima realtà trascendente. Se essi, fin dall’Eternità, non avessero posseduto quell’essenza ideale, se la loro esistenza non fosse stata decretata dal Volere divino, se non fossero stati “concepiti” da Dio, essi, semplicemente, non sarebbero affatto esistiti; e se la loro realtà non facesse parte del Piano divino, allora la stessa Volontà, o Provvidenza, di Dio finirebbe, per assurdo, per non sembrare più quella realtà universale e totalizzante che invece effettivamente è.

In particolare, dobbiamo ora rimarcare come sia praticamente impossibile separare la Gerusalemme Celeste apocalittica da una precisa concezione dei cicli cosmici e storici. In effetti, il simbolismo in oggetto è particolarmente complesso, giacché, infatti, definisce un ciclo completo della storia sacra, la quale misteriosamente coincide con quello della vita dell’intero Universo. Lo andiamo ad esporre facendo diretto riferimento, con alcune nostre necessarie integrazioni, all’interpretazione esoterica fornita da René Guénon nel suo Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi della relazione tra il Paradiso Terrestre e la Gerusalemme Celeste della teologia cristiana.

Ora, nel suddetto ciclo sacro, la Città di Dio metafisica, nella quale l’uomo abitava in quanto puro spirito in perfetta comunione con Dio stesso, in origine si era manifestata quale Paradiso Terrestre, nel quale l’uomo, trovandosi ora nel suo stato terreno, gode di tutta la beatitudine possibile in tale condizione inferiore. Ora, nella fase discendente del ciclo, avviene che questo Paradiso Terrestre svanisca progressivamente dall’orizzonte umano: da un lato, divenendo una forma di coscienza illuminata che risulta di fatto negata dalla maggioranza degli uomini; dall’altro lato, in quanto forma storica della Tradizione Primordiale, occultandosi in una civiltà sacra segreta ed inaccessibile: quella di Agartha, chiamata Paradêsha al tempo dell’Età Aurea.

Il corso del tempo, il divenire storico, dunque, allontanano sempre più l’uomo da quella beatitudine primigenia, trasferendolo progressivamente dalla «Civitas Dei» alla «civitas Diaboli», nella quale egli vive una condizione esistenziale di dannazione terrena, dovuta all’influenza demoniaca, che si è fatta predominante nel mondo, producendo la civiltà letteralmente infernale in cui egli vive nei tempi ultimi. Tuttavia, questa fase conclusiva di ottenebramento collettivo delle coscienze è destinata ad essere di breve durata, poiché la seconda fase del ciclo ierostorico vi porrà fine, riportando la Città Divina al centro dell’esistenza e della storia umane, generando in tal modo un nuovo Paradiso Terrestre.

Sulla base di quanto esposto precedentemente, ben si comprende che la “discesa” della Gerusalemme divina nel cosmo, nel mondo umano, significa che l’universo metafisico, archetipico, che essa costituisce, si è proiettato sullo schermo dell’esistenza fenomenica, rigenerandola, riplasmandola – com’era avvenuto in principio – affinché prenda avvio un suo nuovo corso, un nuovo ciclo di manifestazione di possibilità precedentemente inespresse. Dovrebbe essere quindi evidente che, giacché l’abbiamo definita quale cosmo metafisico, Piano divino, ossia complesso od architettura di Idee eterne, la Gerusalemme apocalittica andrebbe intesa, più che come manifestazione estrema della Provvidenza soccorritrice di Dio, propriamente come teofania definitiva della stessa Mente Divina, Rivelazione ultima dell’Intelligenza suprema della Divinità.

Proprio come negli uomini dell’Età Aurea, negli uomini che hanno attraversato interiormente indenni l’Età Oscura, fino a giungere alla visione della Rivelazione finale, si realizza quello stato interiore che permette loro di sapere che il Paradiso Terrestre non è altro che l’attuazione sul piano corporeo, sensibile e temporale della trascendente ed eterna Gerusalemme Celeste; ossia che l’intero Universo non è che la proiezione sensibile dell’Intelletto di Dio. Conseguenza diretta di tutto ciò è che questa Umanità possiede ora la chiarissima visione del Piano Divino, che fin dall’Eternità ha plasmato il cosmo e la storia, ed è giunta quindi alla certezza della Suprema Intelligenza, trascendente ed immanente ad un tempo, che determina l’intero corso del divenire. Infatti, l’evento della “discesa” della Gerusalemme spirituale che restaura il Paradiso Terrestre, dato il livello cosmologico a cui è riferito, è di gran lunga meno importante della Rivelazione dell’Intelligenza, della Volontà e della Presenza di Dio in quanto tali; infatti, ciò deve intendersi come l’integrazione definitiva dell’umano nel Divino, della presa di coscienza finale, da parte dell’uomo, di avere sempre posseduto un’essenza divina – per dirla con le espressioni classiche della teologia cristiana, di essere sempre stato “ad immagine e somiglianza di Dio”, o più semplicemente “figlio di Dio” -, di essere sempre stato cittadino di quella Civitas Dei. Un’Idea eterna nell’eterna e perfetta Mente dell’Altissimo.

Giovanni M.Tateo, Posted 27 maggio 2012 by in ORIZZONTI TRADIZIONALI, SIMBOLI su http://centrostudiparadesha.wordpress.com/

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La Scala per la Luna

La Scala per la Luna (K.T.)

Quanto segue è il mio commento sul simbolo della scala in un “gruppo” – di cui ovviamente non faccio il nome ed in cui vengono postate, per la verità, cose bellissime, grazie alle citazioni dei maestri del passato – con un piccolo, come dire, inghippo: coloro che postano, indefessamente, non si prendono mai una piccola pausa di riflessione per commentare i loro thread, si limitano a toccare il tasto del “mi piace”, nella migliore delle ipotesi. Scelta legittima ovviamente, ma discutibile dal mio punto di vista. Il mio commento nasce proprio dall’aver osservato questa caratteristica e dall’aver sottolineato che forse una piccola pausa avrebbe permesso di chiarire le parole dei “maestri”.

GrandSheikh dell’Ordine Sufi Naqhsbandi parla per bocca di Sheikh Nazim alHaqqani:
«Non abbiamo la pretesa di raggiungere tutte le stazioni celesti, come risultato delle nostre pratiche; facciamo solo ciò che è in nostro potere di fare e, in realtà, raggiungere lo scopo per mezzo delle nostre pratiche è come cercare di raggiungere la luna per mezzo di una scala. Anche se legassi assieme tutte le scale del mondo non potresti raggiungerla: è impossibile! Dobbiamo comunque provare, perché può darsi che, una notte, dalla luna discenda una scala per congiungersi alla nostra, allora ci sarà possibile salire, ma che noi possiamo costruire su fino alla luna, quello mai, dobbiamo comunque compiere il nostro dovere. Allah dice che fare il proprio dovere è la causa del nostro raggiungere i cieli, ma dovete sapere che questo non è sufficiente. Sappiamo che le scale vanno verso l’alto, ma non fino alla luna. Questo è il significato preciso della Tarîqat. Noi non inganniamo la gente: se uno lavora con sincerità, il nostro Signore può mandare una scala in ogni momento dalla luna per portarvi su, ma dovete fare il vostro lavoro, avere fiducia nel Signore!» [LA SCALA PER LA LUNA da “Mercy Oceans” di Sheikh Nazim alHaqqani].

MIO COMMENTO all’archebolo della “scala”

La Scala per la Luna (K.T.)

Vorrei soffermarmi brevemente sul punto in cui GrandSheikh parla delle “scale” e della “scala” che scende dalla luna. È vero, è proprio vero! Tutte le “Vie”, sotto qualsiasi forma si presentino, servono a costruire “scale”, ma neanche tutte le “scale” di questo mondo, legate assieme, possono permettere a chiunque di raggiungere la “luna”. Soltanto una scala proveniente dalla “luna” può fare in modo che ciò avvenga.
La domanda è: «come faccio a riconoscere che le scale costruite siano conformi a quella proveniente dalla “luna”?» Perchè in caso contrario, c’è il rischio che non si riesca a riconoscere la scala “vera”, ma questa è una altra storia.
Il linguaggio dei Maestri è sempre chiaro, limpido, diretto, illuminante, perché fa uso di archeboli o simboli semplici. Essi (i simboli o gli archeboli semplici) hanno il vantaggio di rivolgersi a tutti, indistintamente, penetrano nei cuori direttamente senza tanti fronzoli, hanno il vantaggio dell’immediatezza e della chiarezza. Cosa c’è di più diretto, istantaneo, chiaro, dell’archebolo di una “scala”? Il rovescio della medaglia, cioè lo svantaggio, è che tutti pensano di aver compreso. Effettivamente tutti comprendono, soltanto che la comprensione avviene al livello “letterale”, volendo esagerare a livello “emotivo”, quasi mai, per non dire mai, a livello “spirituale”.
Affinché la comprensione, e mi limito alla comprensione, avvenga a livello spirituale c’è bisogno di duro “lavoro”, di molto “studio”, alcuni Maestri direbbero di “preghiera” profonda, altri di “meditazione” continua, ma la sostanza non cambia, se non sei completamente coinvolto, se tutto il tuo essere non è pronto, non soltanto non riuscirai a riconoscere la “scala”, ma neanche il “gradino”.
Soffermati sull’archebolo della “scala”. Leggendo il brano di cui sopra, ovvero ascoltando il Maestro che parla di scale, qual è l’associazione che ti viene in mente?

< Una scala serve per salire. Nel brano di cui sopra è evidente, quindi, che l’associazione con il salire sia funzionale al raggiungimento della luna.>

Eh, già! Non ti viene proprio in mente che possano esserci altri significati nascosti, vero?

Mi ricordo ancora del giorno in cui dovetti tradurre in persiano un versetto di Hafiz, che era stato citato in inglese da un eminente magistrato britannico, che ero andato a consultare in compagnia di uno dei miei associati.
Il giudice disse: «Questi versi mi hanno sempre impressionato per la loro chiarezza; li ritraduca in persiano per il suo amico».
Il Sufi afgano, che era appena arrivato in Inghilterra, manifestò il suo stupore.
«Lei dice che quest’uomo è un giudice?», mi chiese.
Gli confermai che quello era il suo mestiere, e che aveva insegnato Diritto.
«Gli chieda se in questi versi ci sono altre cose, oltre ai sentimenti che provocano la sua ammirazione», mi disse il Sufi, affascinato.
«No, non c’è nient’altro», tagliò corto il magistrato.
Allora il Sufi citò il seguente racconto di Rumi.
«Le parole», disse un giorno un grammatico a un derviscio, «sono tradizionalmente divise solo in tre categorie». Il derviscio si mise ad urlare e a strapparsi i vestiti. Quando si fu un po’ calmato esclamò:
«E dire che avevo sempre sperato che ce ne fosse un’altra!».
Quando la storia fu terminata, il magistrato mostrò qualche segno di agitazione.
«Cosa mi avete detto a proposito di Sua Eccellenza? Che è…?»
«Direttore della Zecca Reale Afgana a Kabul”, gli ricordai.
«Ah, già … un altro di quegli individui complicati.». [“Tre categorie soltanto” in Idries Shah, Cercatore di Verità]

La Scala per la Luna (K.T.)

Non ti sfiora mai il pensiero che il termine “scala” possa riferirsi anche ad altri accezioni? Ti sei mai soffermato sugli usi alternativi di un vocabolo? Ti sei mai posto il problema della lingua originaria da cui un brano è stato tradotto? Hai mai sospettato che un termine in lingua “sacra” assuma differenti significati? Ti sei mai occupato di metodi di traslitterazione dalle lettere in numeri e dai numeri in lettere? Hai mai intravisto il vero potenziale delle parole, cioè il loro potere di evocare l’essenza della cosa nominata? Ti è mai passato per l’anticamera del cervello il pensiero che i Maestri del passato – ma anche quelli del presente e del futuro – fossero dei gran burloni ed amassero velare la realtà? Ti sovviene che il termine scala si possa usare anche per indicare le sette note musicali?

< Ma cosa cavolo c’entrano adesso le note musicali? >

C’entrano, c’entrano, fidati.
E la scala dei colori?

< Pure i colori? Che palle!>

E mi limito a ciò che puoi ottenere, come dico spesso, “senza saper leggere e scrivere”.

< Figurati “se sapessi leggere e scrivere”!?!>

Eh, già: figurati! Ma tu non ami essere complicato come il giudice del racconto di cui sopra, vero?
Fai attenzione, secondo te, bisogna sempre utilizzare archeboli o simboli semplici per arrivare al cuore dell’essere?

< Boh … immagino di sì. >

Immagini male! La risposta è sempre sì, no, forse.
Sì, se vuoi toccare indistintamente l’anima ( e sottolineo l’anima, non lo spirito, quello non lo puoi toccare) di tutti gli esseri, allora l’archebolo o il simbolo semplice è la scelta obbligata.
No, se vuoi che non si crei confusione, cioè se vuoi fare una selezione tra coloro che ascoltano, ovvero se non pretendi di rivolgerti a tutti indistintamente, ma soprattutto se non vuoi creare “false” comprensioni, allora non devi utilizzare l’archebolo o il simbolo semplice.
Forse, se comprendi cosa sia un archebolo o un simbolo, quale sia la sua applicazione, come si manifesta, come agisce nell’essere, perché usufruirne, quando avvalersene, per chi utilizzarlo, allora sarai in grado, all’occorrenza, di far uso di archeboli o simboli semplici e di quelli meno semplici, ossia complessi ovvero composti.

Il Mullah Nasrudin era seduto fra un circolo di discepoli, quando uno di loro gli chiese la relazione fra le cose di questo mondo e le cose di una dimensione diversa. Nasrudin rispose: «Prima devi comprendere il significato profondo degli archeboli».
Il discepolo non contento: «Mostrami qualcosa di pratico … per esempio una mela del Paradiso».
Nasrudin raccoglie una mela e la porge all’uomo.
«Ma questa mela è marcia su un lato … una mela del Paradiso sarebbe sicuramente perfetta».
«Una mela celeste sarebbe sicuramente perfetta», disse Nasrudin, «ma per quel che tu saresti capace di giudicare, situati come siamo qui in questa dimora della corruzione, e con le tue presenti facoltà, questa si avvicina ad una mela del Paradiso più di quanto potrai mai percepire». [“Le sottigliezze del Mullah Nasrudin” in Idries Shah, I Sufi]

< In questo caso, tu, cosa avresti proposto come archebolo complesso? >

L’ho detto all’inizio: il limite! Ricordi?

Puoi aver messo lungo la via tutti i passi che vuoi,
puoi esserti massacrato con preghiere, con esercizi spirituali e karmici,
puoi avere tutti i soprannomi che ti piacciono,
puoi avere tutti i riconoscimenti di questo mondo,
puoi essere chiamato maestro in tutte le lingue del passato, del presente e del futuro,
è del tutto irrilevante ed ininfluente,
sei ben misera cosa,
non c’è alcuna differenza tra te e l’ultimo degli esseri,
se non avviene il passaggio al limite. [K.T.]

Il limite è l’archebolo che meglio di qualsiasi altro si presta per spiegare la scala che proviene dalla luna. Come tutti gli archeboli complessi però non è adatto a toccare il cuore di tutti, ma chi meglio del limite ti permette di comprendere le parole del Maestro. L’archebolo complesso non presenta lo svantaggio delll’archebolo semplice, cioè che tutti pensano di comprende, mentre, in realtà, hanno compreso solo in senso letterale, se tutto va bene.
Ora, vorrei tu facessi veramente molta attenzione, secondo te esistono realmente archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi?

< Ma sei scemo? Certo che esistono archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi, sei tu che ne hai parlato. Ad esempio, la scala è un archebolo semplice, mentre il limite è uno complesso. >

Hai orecchie per udire, ma non senti; hai occhi per guardare, ma non vedi; hai una mente per pensare, ma non rifletti.
Sei sempre alla ricerca di una facile soluzione, sei sempre disposto ad accettare una confortevole risposta, ma come disse il Maestro secoli fa: «la soluzione al problema non è mai in una facile risposta».
Sei preda soltanto delle tue sensazioni, delle tue emozioni. Il cavallo va ora di qua, ora di là, libero, a briglia sciolte. Che fine ha fatto il cocchiere? Dove è andato il padrone?
Ti piace riempirti la bocca di dolci frasi, di odorare meravigliose fragranze, di toccare morbidi guanciali: amore, dolcezza, bontà, gentilezza.

Mi chiamate cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, taoista, induista, oppure gnostico, per farmi arrabbiare e sentirvi soddisfatti.
Alcuni si definiscono cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti, taoisti, induisti, oppure gnostici, per procurarsi altre emozioni.
Benissimo, se cerchiamo termini emozionanti, io vi chiamerò “adoratori del diavolo”. Questo dovrebbe procuravi un’agitazione, che per un certo tempo vi appagherà. [Par. Zabardast Khan, Maestro Sufi]

Quando smetterai di rincorrere il suono delle campane? Quando smetterai di guardare il colore del bicchiere? Jalâl âlDîn Rûmî disse: «impara la differenza tra il colore del vino ed il colore del bicchiere». Io dico di andare oltre: «dimentica il colore del vino e quello del bicchiere, concentrati solo sull’essenza del bicchiere».

Nella “stanza d’attesa” di un Maestro, c’erano cinque Discepoli. Il Maestro uscì dalla sua stanza, mise un bicchiere con dell’acqua sopra un tavolo presente nella stanza e disse: «Cosa è?». Il primo Discepolo osservò il bicchiere e disse: «E’ mezzo vuoto». Il secondo disse: « E’ mezzo pieno». Il terzo disse: « E’ sia mezzo vuoto sia mezzo pieno». Il quarto disse: «non è né mezzo vuoto né mezzo pieno». Il quinto alzò il bicchiere, bevve, ed esclamò soddisfatto: buona! Quindi mise il bicchiere a testa in giù. Il Maestro rovesciò il tavolo su cui era presente il bicchiere. Dopo guardò il quinto Discepolo e risero. [K.T.]

Non esistono simboli o archeboli semplici ovvvero complessi! Esistono soltanto archeboli o simboli apparentemente semplici ovvero apparentemente complessi.

Solo l’ARCHETIPO è!

L’archebolo che è manifestato non è l’ARCHEBOLO. Il simbolo che è disegnato non è il SIMBOLO. La scala, il limite, o qualsiasi altro accidente ti venga in mente, sono l’archebolo. Sarà poi il tuo essere a dargli vita. In funzione del livello del tuo essere si svilupperà  l’archebolo.