Conoscenza parte I

thoth_scriba

Esse sono due, nascoste nel segreto dell’infinito: l’Ignoranza e la Conoscenza, ma l’Ignoranza è mortale e impermanente, la Conoscenza è immortale e permanente. Diverso da esse è colui che governa, ad un tempo, l’Una e l’Altra. [Svetashvatara Upanishad, V, 1].

L’uomo per comunicare, ovvero per trasmettere la conoscenza,  utilizza le «parole», i «vocaboli». Apri a caso un vocabolario e soffermati sulla definizione di un termine, anche quello che pensi di conoscere bene, ad esempio la parola «casa», troverai all’incirca la seguente spiegazione: «appartamento in cui si dimora; edificio ad uno o più piani, suddiviso in vani e adibito ad abitazione, costruzione eretta dall’uomo per abitarvi, etc.».

É evidente quanto questa definizione sia del tutto illusoria. Prima di tutto presume che chi legge conosca e, quindi, comprenda il significato dei singoli termini utilizzati. Inoltre, è evidente dalla definizione che la parola implica due concetti: il primo meramente “materiale” ossia la costruzione e il secondo una “funzione” ossia quella di vivere nell’oggetto.

Gli inglesi per distinguere l’oggetto materiale dalla funzione usano due termini distinti: house e home, pensando in questo modo di aver risolto il problema.

Sofferma la tua attenzione sul vocabolo house, ossia la casa in senso materiale. Per poterlo definire è evidente che hai bisogno di termini quali “appartamento”, “edificio”, “costruzione”, ovvero sinonimi. Questo modo di esprimersi prende il nome di tautologia, ossia una forma viziosa del discorso in cui si cerca di spiegare una “cosa” utilizzando la “cosa” che si vuole spiegare.

Il Discepolo domandò: «Cosa è la tautologia?

Il Maestro rispose: «Un cane che tenta di mordersi la coda». [FAKT]

Ti rendi conto, per quanto assurdo, che esistono alcune parole alle quali non si può dare una definizione, una spiegazione, perché il loro “concetto”, il loro “significato” deve esserti noto a priori. A tali parole è stato dato il nome di “concetti primitivi”.

Detto in altro modo, tu hai coscienza, anche se non lo sai, di alcuni concetti, di cui non vi è possibilità di spiegazione. Di essi si può solo dire con dei sinonimi, di cui ovviamente devi avere coscienza.

Tre modi diversi per indicare la parola relazione:

se un uomo ha una relazione con più donne, si parla di poligamia;

se un uomo ha una relazione con due donne, si parla di bigamia.

se un uomo ha una relazione con una sola donna, si parla di monotonia.

Quanto detto è fondamentale, perché ora devi porti la domanda: come fa l’uomo a conoscere e comprendere i concetti primitivi? La risposta è semplice (anche se non è immediata la comprensione): l’uomo ha fatto esperienza di quel concetto.

Esistono due tipi di conoscenza: per argomenti e per esperienza. Le discussioni portano a conclusioni e ci costringono a convenire, ma non provocano la certezza né eliminano i dubbi, lasciando la mente in pace nella verità, a meno che non intervenga l’esperienza. [Ruggero Bacone, Opus Maius]

In conclusione tu puoi comprendere solo ciò di cui hai esperienza. Ma non basta, perché devi avere anche il ricordo, la memoria, di quella esperienza, in altre parole devi avere coscienza di quell’esperienza, altrimenti è come se non l’avessi fatta.

Si è indotti a pensare che l’uomo dovrebbe utilizzare solo concetti primitivi al fine di farsi comprendere da un altro uomo.

A quattro persone fu data un’unica moneta, affinché potessero soddisfare un loro desiderio.

Il primo, un persiano, disse: «Io vorrei un po’ di angur».

Il secondo, un turco, disse: «Io vorrei un po’ di uzum».

Il terzo, un arabo, disse: «Io vorrei un po’ di inab».

Il quarto, un greco, disse: «Io vorrei un po’ di stafil».

Tutti e quattro volevano la stessa cosa: un po’ di uva. Non lo sapevano, perché mancava la “conoscenza”, così iniziarono a litigare su come spendere la loro moneta. [Par. “Anguruzuminabstafil”, in Idries Shah, I Sufi]

Soffermati ora sul vocabolo “home”, ossia la casa nella sua funzione. Pensi che due uomini diversi abbiano la stessa esperienza della parola casa? Supponi che entrambi abbiano una famiglia e che il primo uomo “viva male” la sua esperienza familiare, mentre il secondo la “viva bene”. Cosa pensi che assocerà alla parola “home”? Pensieri positivi oppure negativi? Sensazioni positive oppure negative? Voglia di passare molto tempo in casa oppure di scappare?

Ora hai presente cosa è la contraddizione, ossia dire, fare, pensare, sentire il contrario di ciò che dice, fa, pensa, sente un altro.

Un giorno fu chiesto al Mullah Nasrudin di fare il giudice per dirimere una causa di furto. Nasrudin accettò. Furono portati davanti al Mullah sia il ladro sia il commerciante che aveva subito il furto. Nasrudin chiese al ladro di esporre la sua versione dei fatti. Dopo che il ladro ebbe esposto i fatti, Nasrudin esclamò: «Hai ragione!».

Quindi si rivolse al commerciante e gli chiese di esporre i fatti. Dopo che il commerciante ebbe esposto i fatti, esclamò: «Hai ragione!».

Il cancelliere, lì presente, sentendo Nasrudin dare ragione sia al ladro sia al commerciante, disse: «Non è possibile dare contemporaneamente ragione all’uno e all’altro!»

«Hai ragione!» concluse Nasrudin. [Racconto Sufi]

E non è finita qui!

<Che “rottura”, ancora, c’è dell’altro?>

Si, c’è ancora qualcosa che devi sapere. Immagina un uomo che abbia litigato con il partner e che, sbattendo la porta, esca di casa. Subito dopo, incontra un amico che gli chieda: «A casa, tutto bene?». Cosa assocerà in questo caso l’uomo alla parola “home”?

Il matrimonio è davvero complicato.

Il primo anno lui parla, e lei lo ascolta.

Il secondo anno lei parla, e lui l’ascolta.

Dal terzo anno in poi parlano tutti e due, e i vicini ascoltano.

Adesso immagina lo stesso uomo, quello di prima, che faccia “pace” con il partner, faccia sesso, vada a dormire soddisfatto e sereno; il mattino seguente baci il compagno, accarezzi i figli (se ne ha), ed esca di casa. Subito dopo incontra lo stesso amico della volta precedente, che gli faccia la stessa domanda: «A casa, tutto bene?». Cosa assocerà in questo caso, lo stesso uomo alla stessa parola “home”?

Un uomo torna a casa all’improvviso e sorprende la moglie a letto con l’amante. Il marito, che è un cacciatore, prende il fucile e lo punta contro l’uomo.

«Ti prego non sparare!», grida la moglie terrorizzata, «chi credi che abbia comprato la pelliccia? Chi pensi che abbia comprato la Mercedes? E, quella casa in riva al mare?»

«È stato lui?» chiede il marito.

 «Si, proprio lui!»

«Cosa aspetti a coprirlo: potrebbe prendere freddo e beccarsi un raffreddore!»

Nel comunicare utilizziamo una lingua fatta di parole, ma queste parole possono avere centinaia di associazioni, di significati diversi, perché dipendono dal differente bagaglio culturale, sociale, sentimentale e altro[1], sia di colui che parla sia di colui che ascolta. Non ci rendiamo conto di quanto le parole siano soggettive e relative e quanto le cose che diciamo abbiano un significato divergente, anche se impieghiamo le stesse parole. Pensiamo erroneamente di possedere una lingua comune e di comprenderci reciprocamente, ma questa è pura illusione. Può accadere che due uomini dicano la stessa cosa, ma con termini differenti, e discutere per questa semplice ragione per ore e ore, senza rendersi conto di questo stato di fatto. Oppure può accadere esattamente l’opposto, due uomini credono di essere d’accordo e di comprendersi reciprocamente, per la semplice ragione che utilizzano le stesse parole, in realtà possono sentire cose differenti e non comprendersi affatto. Ogni giorno nei differenti rami della scienza nascono nuovi termini, nuove parole, al fine di tentare di spiegare nuovi concetti, nuove sensazioni, nuovi pensieri. La confusione, l’incomprensione reciproca, invece di diminuire, non fa che aumentare. E vi sono tutte le ragioni per ritenere che questo stato di cose non potrà che crescere sempre di più. [2]

Mentre rifletti sulle conseguenze che derivano dal fatto che le parole sono sempre relative e soggettive, mai oggettive, sorridi.

Marito e moglie sono a letto. Il marito bacia la moglie e le chiede: «Cara, vorresti…?»

La moglie risponde: “Scusa, ma ho proprio un mal di testa tremendo. Ho avuto una giornata molto pesante e sono terribilmente stanca».

Il marito: «Capisco, mi dispiace».

La notte successiva, lui ci riprova e la moglie risponde: «Mi spiace, ma ho un tremendo mal di testa che mi perseguita da ieri».

Lui dice: «Capisco, non preoccuparti».

La terza notte fa un altro tentativo e questa volta la moglie urla:

«Maniaco sessuale! Tre notti di fila!»

Al marito non resta altro da fare che aspettare l’occasione giusta per prendersi la rivincita.

Marito e moglie vanno allo zoo.

Davanti alla gabbia del gorilla il marito scherza e dice: «Dai, cara, non c’è nessuno. Fagli vedere un po’ le gambe!»

 La moglie divertita mostra le gambe al gorilla, il quale incomincia ad eccitarsi: «Ahr! Urgh!»

 «Dai, muoviti un po’ e vediamo cosa fa!» chiede il marito.

 «Ma, caro, mi vergogno!» risponde la moglie.

 «Dai, tanto non c’è nessuno!» ribatte il marito.

E la moglie divertita si muove sinuosamente verso il gorilla. All’improvviso il gorilla, tutto eccitato, allunga una zampa e riesce ad afferrare la donna, con chiari intenti libidinosi.

Il marito, senza scomporsi, esclama:

«Ecco cara, adesso prova a spiegare a lui che hai mal di testa!».

Immagina una conversazione con la presenza di sette persone: ad esempio, un “religioso”, un medico, un ingegnere edile, uno statistico, un commercialista, un avvocato, un vegetariano. Durante la conversazione viene utilizzata spesso la parola famiglia, cosa pensi che assoceranno i vari conversatori alla suddetta parola?

<Cosa vuoi che associno alla parola famiglia: due o più persone legate dal vincolo del matrimonio e/o dal vincolo del sangue, che possono o non possono vivere insieme.>

Credi? Non è che per caso ognuno assocerà alla parola famiglia un significato diverso, ponendosi quesiti diversi, cioè con accezioni diverse, perché influenzati dal loro lavoro, oppure dalla loro condizione in quel dato momento, cioè dal loro sentire, ovvero dalle emozioni di quell’istante?

<Non so! Dovrebbero?>

Il primo, il religioso, potrebbe porre la sua attenzione sul lato religioso e quindi domandarsi se sia una famiglia cristiana, ebrea, musulmana ovvero altro. Il secondo, il medico, potrebbe chiedersi se si tratta di una famiglia composta da persone sane oppure malate. Il terzo, l’ingegnere edile, potrebbe concentrarsi sulla casa in cui vive la famiglia. Il quarto, lo statistico, potrebbe porre l’accento sulla numerosità dei componenti la famiglia e, quindi, se siano in media oppure no. Il quinto, il commercialista, potrebbe domandarsi se, per la dichiarazione dei redditi, i componenti compilino il modello 730 oppure il modello 740, se si servono di un commercialista oppure fanno da soli. Il sesto, l’avvocato, potrebbe domandarsi se ci siano separazioni in famiglia oppure no. Il settimo, il vegetariano, con buona probabilità, potrebbe interessarsi della quantità di carne consumata in famiglia, e quindi se vi siano dei potenziali vegetariani. 

E questo è niente: cosa succede quando nel comunicare, oralmente o per iscritto, utilizziamo concetti che sfuggono completamente al “senso comune”. Solo per fare qualche esempio pensa a termini quali “infinito”, “anima”, “spirito”, “dio”, ecc. In altre parole, supponi di voler trasmettere alcuni concetti metafisici[3], allora i “guai” diventano veramente seri.

Immagina di voler descrivere un albero ad un cieco dalla nascita: come procedi?

<Non penso proprio di procedere! Come faccio a descrivere un albero, ma anche qualsiasi altro oggetto, ad un cieco? È impossibile! Come posso descrivere i colori, come gli trasferisco il “senso” del fusto, le foglie, i rami, le radici, per non parlare delle emozioni che provo nell’osservare un albero?>

Questa è la condizione dell’uomo! Siamo tutti ciechi. Siamo prigionieri di un sogno e nel sogno crediamo inconsapevolmente di essere svegli.

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.

Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra».

Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.

Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.[4] [Genesi 11:1-9]

Ora puoi dirlo.

<Quale follia è mai questa?>

Benvenuto fra noi “fratello” ovvero” sorella”. Adesso sai di essere “pazzo”. Sei arrivato nel mondo dell’uomo, il mondo della follia. Ma, sei abbastanza cosciente di esserlo?

Se fai attenzione, noterai che ci siamo tutti; però, alcuni (pochi) sono coscienti di esserlo, altri (molti) non sono coscienti, vivono tranquillamente la loro illusione di sanità.

Dove impera l’ignoranza sono gli stolti ad avere ragione. [FAKT]

Prima di sfogarti ascolta questo antico racconto millenario (probabilmente sufi) noto come “l’acqua che rende folli”:

Dio, accorgendosi dal loro comportamento che gli uomini si credevano superiori agli animali, per una ragione che oltrepassa la nostra comprensione (altrimenti non sarebbe Dio) decise di rendere gli uomini più folli delle altre specie di animali. Per ottenere tale obiettivo, aveva deciso di modificare un certo giorno la composizione dell’acqua del globo terrestre in modo che coloro che avessero bevuto l’acqua, avrebbero avuto la falsa illusione di essere svegli e, nel sonno, avrebbero pensato di essere intelligenti, coscienti e oggettivi; in realtà, essendo addormentati, sarebbero stati dei folli nel senso di stupidi, non coscienti, relativi e soggettivi.

Dio, che non per nulla viene chiamato «il Giusto», decise di risparmiare un uomo, chiamato Sapiens, notevolmente retto, buono, onesto, coraggioso e pieno di saggezza. Dunque, Dio apparve in sogno a Sapiens e, avendogli rivelato il suo progetto, gli diede una settimana perché potesse costruirsi un’immensa cisterna sufficiente per mettervi l’acqua necessaria a un centinaio di uomini per un centinaio d’anni. Quando la cisterna fu finita e piena, una certa notte, l’acqua della terra fu modificata improvvisamente e tutti gli uomini della terra diventarono folli. Sapiens, non cambiando niente nel suo modo di vivere, beveva solo l’acqua attinta dalla sua cisterna. Viveva serenamente la sua vita, ma gli abitanti, lo considerarono presto strano, quindi anormale: «Sapiens è pazzo, fa sempre il contrario di quel che è logico fare!», dicevano.

Il Re, messo al corrente di quel che succedeva, chiese al suo medico personale di andare a visitare Sapiens. Il medico, scuotendo la testa, concluse: «Quest’uomo, effettivamente, è anormale ma penso di poterlo curare con una delle mie tisane miracolose». Sapiens si guardò bene dal bere la tisana del dottore fatta con piante rare e acqua attinta alla fontana vicina. Ne buttava un bicchiere pieno ogni giorno per far contento il dottore. Gli anni passavano così, senza cambiamenti, se non per il fatto che Sapiens, invecchiando, sentiva sempre più l’ardente desiderio di fondare una famiglia e avere dei bambini. Andò a chiedere la mano di una ragazza bellissima, che aveva risposto con un sorriso al suo sorriso, ma il padre di Lei gli sbatté la porta in faccia: «Non darò mai la mano di mia figlia ad un anormale!», disse. La storia si ripeté per diversi anni, con tutti i padri di tutte le ragazze, belle o brutte.

Fu così che un giorno, invece di bere l’acqua della sua cisterna, Sapiens, disperato, si recò alla fontana pubblica più vicina e bevve un gran bicchiere dell’acqua che rende folli. Da quel momento anche Sapiens divenne normale. I vicini gridarono al miracolo e cantarono: «È dei nostri, non è più strano» Il medico accorse e annunciò fieramente: «Vedete la mia tisana era miracolosa!»

Il Re gli appuntò una medaglia in più sul suo abito da medico. Tutti i padri della città accorsero accompagnati dalle loro figlie agghindate e profumate. Sapiens ebbe l’imbarazzo della scelta ma da buon folle qual era diventato, chiaramente scelse la più folle, da cui ebbe molti bambini: tutti perfettamente folli. [“L’acqua che rende folli” in F. Saiko e H. Plée, L’arte Sublime ed Estrema dei Punti Vitali, Ed. Mediterranee]

Ora puoi sfogarti.

<Allora tutti i libri di questo mondo, non servono a niente? Tutti i discorsi sono futili, inutili, vuoti, privi di significato?>

Si, no, forse.

I nomi che vengono dati alle cose terrestri racchiudono un grande inganno, perché distolgono i cuori da concetti che sono autentici verso concetti che non sono autentici. Chi sente la parola “Dio” non intende ciò che è autentico, ma intende ciò che non è autentico. Così pure per “Padre”, “Figlio”, “Spirito Santo”, “Vita”, “Luce”, “Resurrezione”, “Chiesa” e tutti gli altri nomi non s’intende ciò che è autentico, ma s’intende ciò che non è autentico. [A meno che] si sia venuti a conoscenza di ciò che è autentico, [questi nomi] sono nel mondo per ingannare. [Vangelo di Filippo 11]

Non c’è altro da aggiungere, la risposta è: sì, no, forse.

Un uomo andò a trovare Ahmad Yasavi, il Maestro Sufi del Turkestan, e gli disse: «Insegnami senza libri, e fa che io impari a comprendere senza il tramite di un maestro tra me e la verità, visto che gli uomini sono fragili e la lettura dei testi non mi illumina.»

Yasavi rispose: «credi di poter mangiare senza servirti della tua bocca o di poter digerire senza stomaco? Ti piacerebbe forse camminare senza piedi e comprare senza pagare? Io potrò fare ciò che mi chiedi solo quando tu stesso potrai fare a meno dei tuoi organi fisici, dato che desideri di poter fare a meno di ciò che è previsto per gli organi spirituali. Prova ad immaginare per un attimo di poterti nutrire senza apparato digerente, di entrare in contatto con i Sufi senza averne mai sentito parlare per mezzo di parole – quelle stesse parole che tu denigri – di desiderare la saggezza senza la presenza di una fonte appropriata al tuo stato. Immaginare si possa imparare senza il tramite dei libri e conoscere per esperienza senza l’aiuto di un maestro, è senza dubbio un passatempo divertente, così come pensare alla magia e ai miracoli è un passatempo divertente. Divertimento a parte, che cosa se ne ricava realmente?». [“L’uno senza l’altro” in Idries Shah, Cercatore di Verità]

Non ti perdere in speculazioni filosofiche, in sofismi. La risposta è sempre: sì, no, forse.[5]

Si dice che qualsiasi monaco pellegrino possa fermarsi e pernottare presso un monastero Zen, a patto che dimostri una conoscenza “superiore” a quella dei monaci residenti nel monastero; in caso contrario deve andare via.

In un monastero vivevano due monaci. Il primo era saggio e anziano mentre il secondo era giovane e aveva un difetto: era cieco ad un occhio. Ovviamente il difetto non era la sua cecità parziale, ma la sua cecità mentale. In altre parole, la realtà veniva vista, percepita sempre attraverso il suo occhio cieco. Un giorno si presenta al monastero un monaco errante che chiede ospitalità. Il monaco anziano, essendo impegnato in alcune faccende, chiede al giovane monaco di ricevere l’ospite.

«Vai tu e, mi raccomando, sii cortese e chiedigli il dialogo muto» disse l’anziano monaco.

Dopo qualche minuto, il forestiero cerca il monaco anziano, per congratularsi sulla profonda conoscenza della dottrina da parte del giovane monaco.

«Riferiscimi il vostro dialogo» chiese l’anziano.

«Io ho iniziato alzando il dito indice, per indicare il Buddha. Lui ha subito risposto alzando l’indice e il medio, per alludere al Buddha e al suo Insegnamento. Io ho risposto alzando tre dita, per sottintendere il Buddha, il suo Insegnamento e i suoi Seguaci. Lui ha ribattuto mostrandomi il pugno, per farmi comprendere che senza unità tutto è vano: il Buddha, l’Insegnamento e l’Ordine sono una sola cosa. Non sapendo cos’altro aggiungere, ritenendomi sconfitto, sono venuto a cercarti per avvisarti che vado via.»

Dopo la dipartita del monaco errante, sopraggiunge il giovane monaco.

«Dove è quel monaco maleducato?»

«Perché?» – chiese l’anziano monaco – «Riferiscimi il vostro dialogo».

«Lui ha iniziato alzando l’indice, alludendo al fatto che ho un solo occhio buono. Io sono stato cortese con Lui, come tu mi avevi chiesto, e ho mostrato l’indice e il medio, per congratularmi che avesse entrambi gli occhi buoni. Ma, quella sottospecie di monaco, ha insistito nell’offesa e mi ha mostrato tre dita, per ricordarmi che in due possedevamo solo tre occhi buoni. A questo punto, ho perso la calma, e gli ho fatto vedere il mio pugno, affinché comprendesse che se non smetteva di insultarmi, rischiava di prenderlo sul naso. Immediatamente ha capito e se n’è andato». All’anziano monaco non restava altro che ridere. [Par. “Dialogo commerciale per avere alloggio” in N. Senzaki e P. Reps, 101 Storie Zen]

Spesso ascolti con le orecchie ma non senti veramente; spesso guardi con gli occhi ma non vedi veramente. Eppure è stato detto che

Arriverà il giorno in cui i sordi udranno le parole del libro e, liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno con chiarezza. [Isaia 29:18]

A patto ovviamente che tu abbia voglia di vedere, che tu abbia voglia di udire.

L’ONU decide di effettuare un sondaggio per testare il grado di sensibilità dei vari popoli sulla povertà nel mondo. La domanda principale era: «Per piacere, dica onestamente qual è la sua opinione sulla scarsità di alimenti nel resto del mondo». Stranamente pochissimi hanno risposto al sondaggio. I motivi sono stati vari:

molti europei non capivano cosa fosse la “scarsità”;

molti africani non sapevano cosa fossero gli “alimenti”;

molti americani hanno chiesto il significato di “resto del mondo”;

molti cinesi, straniti, hanno chiesto maggiori delucidazioni sul significato di “opinione”;

nel parlamento italiano, poi, si sta ancora discutendo su cosa significhi “onestamente”.

Comunque, quando conoscerai la Legge del Tre, allora, forse, la risposta sarà più evidente.

Ma, che cavolo è la legge del tre?

Dopo, dopo. È opportuno portare la follia alle sue estreme conseguenze, entrare nei meandri della contraddizione, da una parte, e della tautologia, dall’altra; tentare di spiegare, nei limiti del possibile, alcuni concetti fondamentali.

Tratto da FAKT, Zero, Infinito, Punto, Uno, di prossima pubblicazione.

[1] “Per altro” intendo far riferimento ai differenti livelli (sette per la precisione) tra gli esseri umani.

[2] «Gli uomini oggi sono in parte consapevoli dell’instabilità del loro linguaggio. Ogni branca della scienza elabora la propria terminologia, la propria nomenclatura, il proprio linguaggio. Nel campo della filosofia, [e non solo, aggiungo io, nel campo della filosofia, ma anche in tutti gli altri campi dello scibile umano] prima di usare una parola si cerca di precisare in che senso essa verrà usata; ma nonostante tutti i tentativi di dare alle parole un significato stabile nessuno finora ci è riuscito. Ogni scrittore si sente obbligato ad elaborare la propria terminologia, e a cambiare quella dei suoi predecessori, per poi, alla fine, contraddirsi a sua volta. In breve, ognuno dà il proprio contributo alla confusione generale.» [“Per uno studio esatto è necessario un linguaggio esatto” in G.I. Gurdjieff, Vedute sul mondo reale, Neri Pozza ed., Vicenza, 2006]

[3] Il termine “metafisica” (dal greco metàphysikè, composto da metà, ossia “dopo”, e physikè, cioè “fisica”, derivato da physis, “natura”) è da intendersi nell’accezione attribuitogli da René Guenon, nella sua opera Introduzione generale allo studio delle dottrine Indù: «Il suo senso più naturale, anche etimologicamente, è quello secondo il quale essa definisce ciò che è “di là dalla fisica”, inteso qui per “fisica”, come per gli antichi, l’insieme di tutte le scienze della natura considerato in maniera del tutto generale, e non semplicemente una di esse in particolare, secondo l’accezione ristretta propria dei moderni. […] Diremo ora che, intesa in questo modo, la metafisica, è essenzialmente la conoscenza dell’universale, o, se si vuole, dei princìpi di ordine universale, ai quali soli conviene del resto propriamente il nome di princìpi; non vogliamo però dare con ciò una vera e propria definizione di metafisica, cosa che sarebbe rigorosamente impossibile proprio a causa di quella universalità che noi consideriamo come il primo dei suoi caratteri, dal quale tutti gli altri discendono. In realtà non è definibile se non ciò che è limitato, e la metafisica è al contrario, nella sua essenza stessa, assolutamente illimitata, ciò che non permette evidentemente di racchiuderne la nozione in una formula più o meno restrittiva; in questo caso una definizione sarebbe tanto più inesatta quanto più ci si sforzasse di renderla precisa». Aristotele non usava il vocabolo “metafisica”, ma l’espressione “filosofia prima” o, anche, il termine “teologia”, per distinguerla dalla “filosofia seconda” o “fisica” (il cui significato, ovviamente, si differenzia da quello inteso oggi); il termine “metafisica” fu utilizzato più tardi e preferito dalla posterità, tanto da essere consacrato definitivamente come tale. Si dice sia stato Andronico di Rodi, filosofo peripatetico del I secolo a. C, a utilizzarlo per primo; avendo pubblicato il trattato di Aristotele sulla “filosofia prima o “teologia”, in 14 volumi, subito dopo la “fisica”, gli sembrò naturale definirlo “metafisico” ossia “dopo la fisica”). Aristotele  fornisce quattro definizioni che possono far comprendere l’ambito in cui la metafisica risiede: a) la metafisica studia le cause ed i princìpi primi o assoluti; b) la metafisica s’interessa dell’essere in quanto essere; c) la metafisica analizza, scruta la sostanza; d) la metafisica indaga su Dio. Le suddette quattro affermazioni sono in perfetta armonia tra loro, l’una è la diretta conseguenza dell’altra, insieme formano un’unità.

[4] Solo il commento di questi versi meriterebbe un libro a sé. Perché il Signore disse «che gli uomini avrebbero potuto fare ciò che si proponevano»? Cosa significa che gli uomini vogliono farsi un “nome” ? Cosa rappresentano la “città” e la “torre”? Non rappresenta forse la città un simbolo di “unione? E la “torre” non è forse un simbolo implicante l’ascesa verso il “divino”: atto di superbia? I tempi non erano maturi? Perché il Signore parlò al plurale: «scendiamo»: problemi di traduzione? Oppure c’è dell’altro? L’unica cosa certa è che in origine gli uomini parlavano una lingua sola e poi fu “Babele”!

[5] In evidente contrapposizione logica con il princìpio Aristotelico del “tertium non datur”, ossia un terzo (o una terza) non è dato (o data). La frase significa che una terza soluzione (una terza via, o possibilità o alternativa) non esiste rispetto a una situazione che paia prefigurarne soltanto due. Si potrebbe leggere quindi come: “non ci sono altre possibilità eccetto queste due”.

 

Lucifero e Satana

Prima di esporre l’etimologia dei due nomi Lucifero e Satana, vorrei raccontarti una storiella. Non so come sia nata, non ero presente, ma, a un certo punto, la storia di Lucifero prese una piega strana.

Sembra che tanto tempo fa, ma proprio tanto, Lucifero fosse un Angelo, ma non uno qualunque: il più “bello”, il più “splendente”, il più “intelligente”, era addirittura il favorito di Dio (comunque non doveva essere il più “furbo”, tenendo conto della conclusione del racconto). Adesso non mi chiedere cosa sia un Angelo, perché è una storia molto lunga, ma soprattutto è diversa da come ti è stata raccontata. Inoltre, non vorrei essere “torturato” perché mi limito ad affermare che «gli angeli sono i poteri nascosti nelle facoltà e negli organi dell’uomo».

Per il momento accontentati di conoscere l’etimologia della parola, deriva dal greco ánghelos (ebraico malàkhìm), “messaggero”. Ad un certo momento della storia degli Angeli, non si sa bene perché, non si sa come, ma Lucifero, guardandosi un giorno nello specchio, uscì “fuori di testa”, ed incominciò a farneticare: «Come sono bello! Come sono intelligente! Come sono luminoso! Perché devo fare il messaggero di Dio? Ho deciso: faccio uno sciopero, anzi, meglio, un colpo di stato!». La cosa incredibile è che la sua follia, la sua megalomania, nel giro di poco tempo divenne contagiosa.

Moltissimi altri Angeli si unirono al progetto. Che Lucifero volesse diventare il nuovo “principale”, francamente posso pure capirlo, ma cosa cercassero gli altri Angeli, non sono ancora riuscito a capirlo. Ammesso, e non concesso, che Lucifero fosse riuscito nel suo intento, gli altri Angeli avrebbero, comunque, continuato a fare i “messaggeri”. A meno che … vuoi vedere che … anche tra gli Angeli ogni tanto si fa sentire il problema “occupazione lavorativa”? Sta di fatto che scoppiò una rivolta, che ovviamente finì come tutte le rivolte male organizzate: Lucifero e tutti i suoi amici furono scacciati dal “Regno dei Cieli” e sai dove finirono?

Sulla Terra! Ma, mi domando e dico, con tutti i miliardi di pianeti che ci sono nell’universo, proprio sulla Terra dovevano finire il Ribelle e i suoi Soci! Non bastassero le sonore “mazzate” che avevano preso, fecero una caduta così violenta, ma così violenta, da perforare la Terra e raggiungere il suo nucleo. Ora, tutti sanno, anche i bambini, che al centro della Terra non si vive proprio bene, perché fa un caldo dell’inferno, per cui, vuoi per le bastonate prese, vuoi per la caduta, vuoi per il caldo infernale, a quei poveri diavoli dovevano girare le scatole non poco. Quando qualcuno di essi, con molta fatica e dopo molto tempo, riuscì ad arrivare sulla superficie terrestre, non gli parve vero di vederla popolata da esseri che si definivano “i figli di Dio”. Fu così che, non potendosela prendere con il “Padre”, iniziarono a divertirsi con i “Figli”.

Adesso non pensare che non ci sia un fondo di verità nella storiella che, con l’aggiunta di una spruzzata d’ironia, ti ho raccontato. Ogni storia ha un fondo di verità. Tutto dipende da come si racconta e i significati attribuiti ai vari simboli inseriti nella storia. Su di essa ti dirò meglio in seguito.

1.1    Lucifero

Per il momento vorrei analizzare la definizione del termine “lucifero”. Deriva dal latino lucifer , “portatore di luce”, composto di lux, lucis, “luce”, e ferre, “portare” e derivante a sua volta dal greco phosphoros composto di phos, “luce” e pherein, “portare”

Inoltre, Lucifero era l’epiteto del pianeta Venere sia in ambito pagano sia in quello astronomico per le sue apparizioni mattutine, per le sue manifestazioni all’aurora, anticipando così la luce del giorno.

La graziosa stella, La quale lieta si leva inanzi a l’alba, e lucifero ha nome. [Torquato Tasso]

Siccome a Venere sono associate evidenti qualità femminili, essendo le istituzioni religiose monoteiste (nella loro versione essoterica ovviamente) anche misogine, cioè maschiliste, quale miglior nome per il Diavolo: Lucifero!

<Però, se permetti, c’è qualcosa che non quadra! Se Lucifero significa portatore, dispensatore di luce, com’è possibile identificarlo con il buio, come lo associo all’oscurità?>

È qui il mistero! Tu parli così perché non conosci la “tortuosità” del pensiero umano. Devi sapere che nella Bibbia, in tutta la Bibbia, Vecchio e Nuovo Testamento, di Lucifero non c’è la minima traccia, tranne che in due passaggi, due riferimenti che con il Diavolo, con il Demonio, con Satana, non hanno nulla da spartire. Sono stati però utilizzati per affermare che Lucifero sia il nome di Satana prima della celebre “caduta”.

Il primo a proporre l’accoppiata Satana-Lucifero sembrerebbe sia stato Origene Adamanzio (Alessandria d’Egitto, 185 – Tiro, 254), a cui fecero seguito Tertulliano, San Cipriano di Cartagine, San Gregorio Magno, San Bernardo di Chiaravalle e Sant’Agostino di Canterbury. I cosiddetti “Padri della Chiesa” concordavano, in sostanza, nell’affermare l’originario stato angelico di Satana, il cui nome prima della caduta era, ovviamente, Lucifero.[1] Ai suddetti nomi va poi aggiunto quello di Tommaso d’Aquino (Roccasecca, 1225 – Fossanova, 1274), il quale, non solo accetta l’identificazione di Lucifero con Satana, ma addirittura afferma che solo ritenendo vera tale identificazione si può mostrare l’origine, il principio del cosiddetto mysterium iniquitatis, “mistero dell’iniquità”.

<Cosa è il “mysterium iniquitatis”?>

 In parole semplici è il mistero legato all’iniquità delle differenti condizioni umane, cioè il mistero legato alle domande del tipo: «Perché gli uomini non nascono tutti uguali?», «Perché Dio permette o decide che un uomo nasca ricco, sano, e talentuoso, e un altro nasca invece malato e povero, o tutt’e due le cose insieme?»

Secondo te Tommaso d’Aquino quale risposta fornisce alle suddette domande?

<Lucifero-Satana!!!>

Con buona pace della legge del Karma!

Secondo me, Tommaso d’Aquino era un uomo che amava “semplificare”; mettiamola così, va, altrimenti mi toccherebbe dire la mia sulle capacità di sintesi di Tommaso d’Aquino.

Ora, fai molta attenzione ai vari motivi addotti dai Padri della Chiesa, per giustificare la loro tesi sulla sostanziale identità tra Lucifero (prima della ribellione) e Satana (dopo la caduta).

Iniziamo con il primo riferimento:

4 Tu pronunzierai questa sentenza sul re di Babilonia e dirai: «Come è finito l’oppressore, l’esattrice d’oro è finita. 5 L’Eterno ha spezzato il bastone degli empi, lo scettro dei despoti. 6 Colui che nel suo furore per­cuoteva i popoli con colpi incessanti, colui che dominava con ira sulle nazioni è inseguito senza misericordia. 7 Tutta la terra riposa tran­quilla, la gente erompe in gridi di gioia. 8 Perfino i cipressi e i cedri del Libano gioiscono per te e dicono: “Da quando sei atterrato, nessun ta­gliabosco è più salito contro di noi”. 9 Lo Sceol di sotto è in agitazione per te, per farsi incontro al tuo arrivo; esso risveglia gli spiriti dei tra­passati, tutti i principi della terra; ha fatto alzare dai loro troni tutti i re delle nazioni. 10 Tutti prendono la parola per dirti: “Anche tu sei diven­tato debole come noi e sei divenuto simile a noi. 11 Il tuo fasto è precipi­tato nello Sceol assieme al suono delle tue arpe; sotto di te si stende un letto di vermi e i vermi sono la tua coperta”. 12 Come mai sei caduto dal cielo, o Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato gettato a terra, tu che atterravi le nazioni? 13 Tu dicevi in cuor tuo: “Io salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio; mi siederò sul monte dell’assemblea, nella parte estrema del nord; 14 salirò sulle parti più alte delle nubi, sarò simile all’Altissimo”. 15 Invece sarai precipitato nello Sceol, nelle profondità della fossa. 16 Quanti ti vedono ti guardano fisso, ti osservano attentamente e dicono: “È questo l’uomo che faceva tremare la terra, che scuoteva i regni, 17 che ridusse il mondo come un deserto, distrusse le sue città e non lasciò mai andar liberi i suoi prigio­nieri?”. 18 Tutti i re delle nazioni, tutti quanti riposano in gloria, cia­scuno nel proprio sepolcro; 19 tu invece sei stato gettato lontano dalla tua tomba come un germoglio abominevole, come un vestito di uccisi trafitti colla spada, che scendono sui sassi della fossa, come un cadavere calpestato. 20 Tu non sarai riunito a loro nella sepoltura, perché hai di­strutto il tuo paese e hai ucciso il tuo popolo; la discendenza dei malfat­tori non sarà più nominata. 21 Preparate il massacro dei suoi figli a causa della iniquità dei loro padri, perché non si alzino più a prendere possesso della terra e a riempire la faccia del mondo di città. 22 “Io mi leverò contro di loro”, dice l’Eterno degli eserciti, “e sterminerò da Ba­bilonia il nome e i superstiti, la progenie e la discendenza”, dice l’E­terno. 23 “Ne farò il dominio del porcospino e paludi di acqua; la spaz­zerò con la scopa della distruzione”, dice l’Eterno degli eserciti». [Isaia 14:4-22]

Ho riportato quasi per intero il capitolo, ti sembra che si faccia riferimento al “Diavolo”, al “Demonio”, a “Satana”? Si accenna a qualche angelo sotto qualsiasi forma?

<Se devo essere onesto, no! Mi sembra si faccia riferimento a un ipotetico “re di Babilonia”, inoltre c’è anche la domanda retorica: «è questo l’uomo che faceva tremare la terra […]?». Non credo che ci possano essere dubbi al riguardo.>

«Non c’è peggior sordo di chi non vuol ascoltare!», anche se in questo caso sarebbe meglio dire che «non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere!».

Per fortuna sembra sia ormai assodato, acclarato, dalla maggior parte degli interpreti (per non dire tutti), ciò che è ovvio, cioè la stella di cui si parla, il lucifero (cioè il portatore di luce), è il “Re di Babilonia”. Se poi uno vuole vederci altro, è un problema tutto suo.

Osserva, ora, quanto dice Ezechiele:

1 La parola dell’Eterno mi fu rivolta, dicendo: 2 «Figlio d’uomo, di’ al principe di Tiro: Così dice il Signore, l’Eterno: Poiché il tuo cuore si è innalzato e hai detto: “Io sono un dio; io siedo su un trono di dei nel cuore dei mari”, mentre sei un uomo e non un dio, anche se hai fatto il tuo cuore come il cuore di Dio. 3 Ecco, tu sei più savio di Daniele, nessun segreto rimane nascosto a te. 4 Con la tua sapienza e con la tua intelli­genza ti sei procurato ricchezze e hai ammassato oro e argento nei tuoi tesori; 5 con la tua grande sapienza, con il tuo commercio hai accre­sciuto le tue ricchezze, e a motivo delle tue ricchezze il tuo cuore si è in­nalzato». 6 Per questo così dice il Signore, l’Eterno: «Poiché hai fatto il tuo cuore come il cuore di Dio, 7 perciò ecco, io farò venire contro di te le più terribili nazioni; essi sguaineranno le loro spade contro lo splen­dore della tua sapienza e contamineranno la tua bellezza. 8 Ti faranno scendere nella fossa e tu morirai della morte di quelli che sono trafitti nel cuore dei mari. 9 Continuerai tu a dire: “Io sono un dio”, davanti a chi ti ucciderà? Ma sarai un uomo e non un dio nelle mani di chi ti tra­figgerà. 10 Tu morirai della morte degli incirconcisi per mano di stra­nieri, perché io ho parlato», dice il Signore, l’Eterno. [Ezechiele 28:1-10]

Secondo te c’è qualche relazione con il “Diavolo”, il “Demonio”, il “Satana”? Si accenna mai a un uomo o a un angelo di nome Lucifero (in ebraico helel)?

<Mi stai prendendo per i fondelli? Qui si parla di un fantomatico “principe di Tiro” e, comunque, si fa riferimento esplicito a un uomo. Di nuovo, cosa c’entra Lucifero?>

Appunto cosa c’entra Lucifero!?!

Alcuni hanno voluto tirare in ballo le parole di Cristo stesso, che implicitamente riconosce l’identità dell’Angelo caduto come Satana quando afferma: «Io vedevo Satana cadere dal Cielo come la folgore». [Luca 10:18]

Qui mi devo fermare un attimo, perché altrimenti la confusione regna sovrana. Ammettiamo, per semplicità, di prendere alla lettera le parole di Cristo. Sorge spontanea la domanda: «Cosa c’entra Lucifero?»

<Se non erro, nella frase non esiste nessun accenno a Lucifero. L’unico a cadere è Satana. Dov’è l’arcano?>

Semplice: i padri della chiesa “fiduciosi” che in Isaia 14:12 (vedi sopra) si stia parlando di un angelo di nome Lucifero e non di un uomo, ossia del re di babilonia, hanno fatto due più due, risultato, cinque!

<Come cinque? Due più due non fa quattro?>

In matematica, sì! Ma, qui, non mi sembra si stia facendo matematica.

Chiarito, almeno per me, che l’associazione Satana-Lucifero, non è proponibile alla luce dei versi di Isaia 14:4-22, resta il problema di chiarire che cosa intendesse dire Cristo con quella frase così esplicativa e sibillina: «Io vedevo Satana cadere dal Cielo come la folgore». Adesso dovrei aprire una parentesi e accennarti ad alcuni fatti che esulano dal tema in questione, cioè dovrei soffermarmi sulla figura di Gesù Cristo, sulla sua venuta e, quindi, sul “vero” significato da attribuire alle sue parole. Per fare questo, però, dovrei introdurre tutta una serie di premesse che giustifichino la tesi che intendo sostenere. Siccome ciò non è possibile, è meglio tacere.

<Mi piacerebbe sentire la tua tesi, anche se non è sostenuta dalle premesse.>

Come preferisci, però, prima, è bene specificare, che non è soltanto la mia tesi, ma anche di tutti quelli che affrontano la questione con un modesto “buon senno”.

La tesi afferma che la venuta e la parola di Gesù Cristo cambiano la visione tradizionale del Dio biblico. Scompare, cioè, l’immagine del Dio “vendicativo”, “violento”, quello con la “spada con il doppio taglio”, sempre pronto a premiare, ma ancor di più a castigare, a punire, e viene sostituita da quella di un Dio che ama. Già, perché questo è Dio: AMORE!

Se Dio è Amore, allora il satan che senso ha? Scompare la sua funzione! Il satan ha un bel da dire: «guarda che quel tizio si è comportato male!»  «Guarda che quell’uomo, o quella donna, ha commesso un peccato!» Se Dio è amore incondizionato, il satan può sgolarsi quanto vuole, tanto non ha alcun potere sulla Volontà Divina. Insomma, con la venuta di Gesù Cristo, il satan si ritrova disoccupato, in cassa integrazione o, se preferisci, in pensione. Il suo ruolo di accusatore, di avversario, di oppositore, di contraddittore, di calunniatore, di bastian contrario è finito!

<Non è per essere pignoli, però, se non ricordo male, quel “monello” di satan possedeva anche altre funzioni, ad esempio quelle d’insinuatore, di suggeritore, d’istigatore, d’ingannatore, di tentatore. Tutte queste funzioni potrebbero essere rimaste.>

Già … buona osservazione! Forse non è andato in pensione, forse lavora part-time!

Chiuderei l’abbinata Lucifero/Satana riportando il passo dell’Apocalisse ove si legge:

«E ci fu una battaglia nel Cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono ma non vinsero, e per loro non ci fu più posto nel Cielo. Il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù: fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati anche i suoi angeli.» [Apocalisse 12:7-9]

Anche in questo caso come puoi notare di Lucifero non si parla, non si fa alcun accenno all’accoppiata Lucifero/Satana. Si accenna invece ad un ipotetico “dragone”, anche nominato “serpente antico”, che è chiamato “diavolo e satana”.

Avendo già dato sui suddetti termini in precedenza, non credo sia il caso di tornarci, mentre è proprio il caso di soffermarsi su alcuni aspetti di Lucifero che dovrebbero, come si dice, “tagliare la testa al toro” e chiudere definitivamente la questione.

Lucifero nei primi anni della Chiesa, prima che venisse fuori la storiella della “caduta” e l’associazione con Satana, era considerato un nome bellissimo e degno di essere portato sia dai bambini dell’epoca, sia “nientepopodimenoche” dal vescovo di Cagliari (peraltro fatto santo, San Lucifero, morto nel 370).

Se poi non fossi ancora convinto, ti faccio presente che, sempre all’inizio dell’avventura cristiana, il termine lucifer era un appellativo con cui veniva indicato, apostrofato Cristo, cioè il “portatore di luce”, la “luce del mondo”, “luce e splendore” del Padre.[2]

Non bastasse in 2Pietro 1:19 si legge: «Noi abbiamo anche la parola profetica più certa a cui fate bene a porgere attenzione, come a una lampada che splende in un luogo oscuro, finché spunti il giorno e lucifero (ossia la stella mattutina) sorga nei vostri cuori».

A questo punto è opportuno fare un accenno alla mitologia del nome lucifer.

In quella romana, Lucifer è una divinità corrispondente a quella greca Phosphoros, “Torcia dell’Aurora”, nome dato alla “Stella del mattino”, cioè a “Venere” (che per inciso rappresenta anche la “dea della bellezza”, corrispondente, in parte, alla divinità greca Afrodite) perché era la prima luce che anticipava il “Sole”. Era figlio di Eos, “dea dell’Aurora” (da cui l’appellativo “Torcia dell’Aurora”) e del Titano Astreo e fu padre di Ceice (Ceyx), re di Tessaglia, e di Dedalione.[3]

Lucifero, la “stella del mattino”, a seguito del grande fascino emanato dall’immaginario legato alla luce, fu associato anche ad altre divinità, ad esempio, in Siria, a quella nota con il nome di Astaroth, con Ishtar per i Babilonesi; Astarte per i Fenici; Inanna per i Sumeri. Presso gli indù, il dio che può essere paragonato a Lucifero è Savitar, “sole sorgente”, associato alla bellezza e alla conoscenza. Per i Maya, in Messico, il dio in relazione con la luce (e quindi con il sole) è Quetzal, il “serpente piumato”, incarnazione del cielo; ha come complementare il “serpente a sonagli”, incarnazione della terra (con una non lontana allusione al dualismo Lucifero-Satana di cui ti dirò dopo).

Siccome non si può mai stare tranquilli, è bene ti accenni a ciò che nell’ultimo secolo, forse due, si asserisce nel nome della cosiddetta “Vecchia Religione”, anche chiamata “Tradizione Italiana”, “Stregoneria Italiana” o “Stregheria”.[4] La suddetta religione asserisce l’esistenza di un Dio, di nome “Lucifero”[5] o Dianus, Signore della Luce e del Mattino, fratello e consorte della dea Diana, anche noto come Dis (Kern), nell’aspetto di Dio della Morte e dell’Aldilà, e come Lupercus, nell’aspetto di “Figlio della Promessa”, portatore di Speranza e Luce. É chiaramente legato, ovviamente, agli antichi misteri del dio etrusco Tinia, e di quelli greco-romani come Pan, Bacco, Dioniso e Apollo. Dianus-Lucifero è anche apostrofato con i seguenti appellativi: il Cornuto (signore delle foreste selvagge e dio della fertilità e sensualità, nonché della vita e morte), l’Incappucciato (signore degli animali e delle piante; re del raccolto e signore della flora, Rex Nemorensis, simile al Greenman dei Celti), l’Anziano (signore della saggezza e guardiano dei santuari).

Chiarito che il termine “Lucifero” risale a molti secoli prima della cristianizzazione, nasce spontanea la “domanda delle 100 pistole”: «Perché i padri della chiesa hanno sentito il “dovere” di abbinare, di associare Satana e Lucifero? Perché non andava bene soltanto Satana? Che senso ha voler vedere le due figure unite, congiunte nella superbia e nel male?»

La risposta non è semplice, nel senso che, con ogni probabilità, non c’è un’unica spiegazione. Tralasciando quella fornita da Tommaso d’Aquino[6], quale potrebbe essere la ragione vera? Prima di tentare una possibile risposta ad una siffatta angosciante e misteriosa domanda, però, cerco di dire qualcosa sul nome Satana.

1.2    Satana

Deriva dall’ebraico satàn, ossia “nemico”, “avversario”, “oppositore”, “ostacolatore”, “accusatore in giudizio”, “contraddittore” (greco satàn o satanâs da cui anche “satanasso”, arabo šayṭān). Relativamente ai termini “accusatore” e “contraddittore” non ho molto da eccepire, almeno per il momento; per quanto attiene invece ai termini “avversario”, “nemico”, “oppositore” qualche cosina, invece, ho da obiettare. In primis: “nemico”, “oppositore”, “avversario”, di chi?

<Come di chi? Di Dio è ovvio!>

Ovvio? Mica tanto!

Il termine ebraico satàn è utilizzato per la prima volta nella storia di “Balaam e dell’asina”:

[7]20 Dio venne la notte a Balaam e gli disse: «Se quegli uomini sono venuti a chiamarti, alzati e va’ con loro; ma farai ciò che io ti dirò». 21 Balaam quindi si alzò la mattina, sellò l’asina e se ne andò con i capi di Moab. 22 Ma l’ira di Dio si accese perché egli era andato; l’angelo del Signore si pose sulla strada per ostacolarlo. Egli cavalcava l’asina e aveva con sé due servitori. 23 L’asina, vedendo l’angelo del Signore che stava sulla strada con la spada sguainata in mano, deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi. Balaam percosse l’asina per rimetterla sulla strada. 24 Allora l’an­gelo del Signore si fermò in un sentiero infossato tra le vigne, che aveva un muro di qua e un muro di là. 25 L’asina vide l’angelo del Signore, si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro e Balaam la percosse di nuovo. 26 L’angelo del Signore passò di nuovo più avanti e si fermò in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di ritirarsi né a destra, né a sinistra. 27 L’asina vide l’angelo del Signore e si accovacciò sotto Balaam; l’ira di Balaam si accese ed egli percosse l’asina con il bastone. 28 Allora il Signore aprì la bocca all’asina ed essa disse a Balaam: «Che ti ho fatto perché tu mi percuota già per la terza volta?». 29 Balaam rispose all’asina: «Perché ti sei beffata di me! Se avessi una spada in mano, ti ammazzerei subito». 30 L’asina disse a Balaam: «Non sono io la tua asina sulla quale hai sempre cavalcato fino ad oggi? Sono forse abituata ad agire così?». Ed egli rispose: «No». 31 Allora il Signore aprì gli occhi a Balaam ed egli vide l’angelo del Signore, che stava sulla strada con la spada sguainata. Balaam si inginocchiò e si prostrò con la faccia a terra. 32 L’angelo del Signore gli disse: «Perché hai percosso la tua asina già tre volte? Ecco io sono uscito a ostacolarti il cammino, perché il cammino davanti a me va in precipizio. 33 Tre volte l’asina mi ha visto ed è uscita di strada davanti a me; se non fosse uscita di strada davanti a me, certo io avrei già ucciso te e lasciato in vita lei». 34 Allora Balaam disse all’angelo del Signore: «Io ho peccato, perché non sapevo che tu ti fossi posto contro di me sul cammino; ora se questo ti dispiace, io tornerò indietro». 35 L’angelo del Signore disse a Balaam: «Va’ pure con quegli uomini; ma dirai soltanto quello che io ti dirò». Balaam andò con i capi di Balak. [Numeri 22:2]

Tralasciando le solite “incongruenze” volute o non volute (Num. 22:20 e Num 22:35, ma è Dio che gli dice di andare oppure no?) e la mia incapacità costituzionale a comprendere certi passi (a meno che non si leggano in chiave metaforica, altrimenti non si spiegherebbe la capacità di Balaam di parlare con l’asina/anima – sottolineo asina, non asino – e la capacità dell’asina/anima di vedere l’angelo/spirito; sarà poi “Dio” – “esterno e superiore” all’uomo –  ad aprire i suoi occhi), in questi passi è evidente che Satàn è un angelo mandato dal Signore per “fermare” Balaam. Qui è chiaro l’avversario, l’oppositore e, volendo esagerare, per estensione, il nemico, ovviamente dell’uomo, non di Dio (cosa peraltro impossibile per assioma, essendo l’ESSERE rappresentato da DIO-PUNTO-UNO); inoltre può essere intravisto il “mettersi di traverso”, “essere di ostacolo”, “ciò o colui che è messo di traverso” (satàn=diábolos). Comunque si voglia vedere la faccenda  è evidente che in questo caso non possono essere attribuiti  aspetti “negativi” al termine satana. Scrive Giulio Busi[8]: «Quest’angelo, che sembra quasi giocare con l’asina, riassume in sé alcuni attributi fondamentali del satàn biblico. Come inviato di Dio, di cui esegue fedelmente il comando, egli ha lo scopo di dissuadere Balaam dal percorrere una strada storta, per evitargli di cadere in un errore irreparabile. Con l’arma della provocazione l’avversario suscita l’ira della vittima, riuscendo però ad aprirne gli occhi.» In questo caso, quindi, la figura di satana non mi sembra possa essere associata all’angelo del male.

Il termine satàn ricorre in altri punti dell’A.T. ad indicare proprio il nemico in senso letterale. Ad esempio, nel libro 1Re 11:14, 1Re 11:23, 1Re 11:25, in cui sono indicati come satàn i nemici “umani” di Salomone; nel libro 1Sam 29:4, in cui è segnalato come satàn lo stesso Davide dai suoi antagonisti filistei; nel libro 2Sam19:23, in cui sono redarguiti come satàn coloro che si oppongo al ritorno di Davide stesso.

Nel libro di Zaccaria è poi utilizzato con il significato di “accusatore”, “contraddittore in giudizio”, ritto in piedi alla destra dell’accusato come in Zac 3:1: «Poi mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore, e satana [in verità la traduzione corretta dovrebbe essere il satana, ossia l’accusatore] era alla sua destra per accusarlo». Si evince che ci siano due “angeli”, malakhìm, uno alla sinistra, con il compito di difensore, e l’altro, con il compito di accusatore, appunto con la funzione di satàn.

Nel libro delle Cronache ritroviamo il termine satàn in veste inusuale ossia come “ingannatore”, “tentatore”, “istigatore”, oserei dire “suggeritore” (in uno spettacolo teatrale sarebbe perfetto per la parte del “gobbo”):

1 Satana insorse contro Israele. Egli spinse Davide a censire gli Israeliti. 2 Davide disse a Ioab e ai capi del popolo: «Andate, contate gli Israeliti da Bersabea a Dan; quindi portatemene il conto sì che io conosca il loro numero». 3 Ioab disse a Davide: «Il Signore aumenti il suo popolo sì da renderlo cento volte tanto! Ma, mio signore, essi non sono tutti sudditi del mio signore? Perché il mio signore vuole questa inchiesta? Perché dovrebbe cadere tale colpa su Israele?». 4 Ma l’opinione del re si impose a Ioab. Questi percorse tutto Israele, quindi tornò a Gerusalemme. 5 Ioab consegnò a Davide il numero del censimento del popolo. In tutto Israele risultarono un milione e centomila uomini atti alle armi; in Giuda risultarono quattrocentosettantamila uomini atti alle armi. 6 Fra costoro Ioab non censì i leviti né la tribù di Beniamino, perché l’ordine del re gli appariva un abominio. 7 Il fatto dispiacque agli occhi di Dio, che perciò colpì Israele. 8 Davide disse a Dio: «Facendo una cosa simile, ho peccato gravemente. Perdona, ti prego, l’iniquità del tuo servo, perché ho commesso una vera follia». [1Cronache 21:1-8]

Mah!?! Ho come la netta sensazione che la traduzione (come purtroppo spesso accade) faccia acqua da tutte le parti, altrimenti, con tutta la buona volontà, proprio non si comprende perché il “censimento” debba essere inviso al “Signore” tanto da indurLo a colpire Israele. Resta comunque il fatto che, in questa occasione, Satana ebbe il suo ruolo di “istigatore”!

Per avere comunque una chiara visione del ruolo di Satana sul “palcoscenico universale” bisogna fare riferimento al libro di Giobbe:

6 Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. 7 Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa». 8 Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». 9 Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? 10 Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. 11 Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!». 12 Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.[Giobbe 1:6-12]

Ti lascio immaginare cosa sia successo dopo. Ma, prima vorrei soffermarmi su alcuni aspetti emersi:

6 Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro.

Non si comprende dal contesto della frase se la “riunione di famiglia” sia un evento sporadico, episodico oppure sistematico, nel senso che la “riunione” sia un fatto casuale oppure periodicamente i “figli di Dio” si presentano al suo cospetto. Resta aperta ovviamente la risposta alla domanda: «Chi sono i figli di Dio? ».

Angeli?!? In Genesi 6:4 si legge: «C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i “figli di Dio” si univano alle “figlie degli uomini” e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi». Sono gli stessi “figli di Dio” oppure trattasi di altri?

Nella versione ebraica si legge bene (ha-) Elohim, che tradotto dovrebbe essere “figli di Elohim”. E qui si apre una “voragine”. Chi sono o chi è “Elohim”? Purtroppo devo aprire una parentesi, anche se ne avrei fatto volentieri a meno, avendo già trattato l’argomento altrove[9].

Devi sapere che i primi undici capitoli della Genesi sono il frutto della combinazione, della fusione di due documenti nominati rispettivamente Codice J e Codice P. Il Codice J, che è il più antico, contiene una serie di racconti diffusi fra le genti di Israele in un periodo che può essere collocato intorno al VII secolo a.C., all’epoca in cui l’Assiria, che aveva la sua base in Mesopotamia, nella valle tra i fiumi Tigri ed Eufrate, era il regno più potente dell’Asia occidentale. Il Codice P, più recente, fu composto intorno al VI secolo a.C., quando il popolo Ebraico si trovava in cattività sempre nella stessa regione (la Mesopotamia), nel periodo in cui i Caldei, che avevano la loro capitale a Babilonia, dominavano quella regione. I due documenti furono uniti intorno al V secolo a.C., all’epoca in cui gli Ebrei tornarono a Gerusalemme dall’esilio babilonese. I “curatori” della versione, peraltro discutibile, che è giunta a noi – mi riferisco alla versione ebraica e non alla traduzione greca che avviene solo nel 250 a.C., nota come “Traduzione dei Settanta” (Septuaginta in latino, indicata anche, secondo la numerazione latina, con LXX o, secondo la numerazione greca, con la lettera omicron seguita da un apice O’) – , preoccupati di recare il minor danno possibile all’uno e all’altro documento, non si resero conto, o quantomeno non diedero peso, alle possibili contraddizioni che in questo modo si ingeneravano. La cosa più importante, comunque, è che la Genesi non è il frutto della “inventiva” ebraica, ma l’unione, la fusione appunto, di racconti che, a partire dal 3000-3500 a.C. circolavano tra i popoli che stazionarono nell’area tra il Tigri e l’Eufrate, la cosiddetta Mesopotamia, e che hanno origine, con ogni probabilità, a partire da un popolo noto come Sumeri.

Ma, veniamo al punto che ci interessa, nella Genesi si parla di due “soggetti”: ELoHIM e YHWH. «In principio Dio creò i cieli e la terra». Così recita il primo verso tradotto della Genesi nelle lingue odierne, peccato che l’originale invece reciti diversamente, e precisamente: «In principio ELoHIM creò i cieli e la terra». Nella Genesi il nome “Dio” non esiste ancora. Non c’è alcun “Dio”. La Divinità che crea è multipla, ha un nome plurale.  Nella Genesi il nome, che ripeto è un plurale, viene associato ad un verbo al singolare, esattamente come facciamo noi quando ci esprimiamo in questi termini: «L’umanità ha deciso, ha dato vita, ha creato, oppure il popolo “TalDeiTali” decreta …».

<Allora quella parola così “ambigua” come andrebbe tradotta in una lingua moderna?>

Personalmente ritengo che la cosa migliore, la più saggia, sarebbe non tradurla, anche perché nessuno sa esattamente cosa significhi e a chi faccia riferimento, ma ammesso che si voglia tradurla a tutti i costi, non bisognerebbe mai dimenticare che trattasi di una pluralità.

<E di YHWH che mi dici?>

Il nome YHWH appare per la prima volta in Genesi 2:4b. Nelle versioni correnti il nome YHWH, la cui traduzione letterale potrebbe essere “Colui che è”, viene tradotto con “il Signore Dio”. Poiché le versioni consuete traducono anche ELoHIM con la parola “Dio”, tra i termini YHWH e ELoHIM non è possibile notare alcuna differenza.

Nel Documento P è utilizzata la parola ELoHIM, mentre si incontra per la prima volta la parola YHWH soltanto a partire dal Documento J. Il Documento J racconta la storia del “Dio” degli Ebrei.

<Ho capito cosa devo intendere per Dio, o meglio sulla distinzione tra ELoHim e YHWH, ma sui “figli di ELoHim” che mi sai dire?>

È un bel pasticcio, perché, per quanto si possa dire, non se ne viene fuori. Qualcuno ha provato ad “impapocchiare” una possibile risposta, ma francamente lascia il tempo che trova.

<Sentiamo questa risposta.>

 Gli “angeli caduti”! Gli “angeli ribelli”, insomma, di cui ti dirò tra poco. Fermo restando che non si capisce per quale strana forma del destino proprio “tutti” gli angeli che poi “tradiranno” debbano riunirsi in quel determinato giorno per poi sentirsi raccontare di un “Giobbe qualsiasi” (verrebbe quasi da dire: «e te credo che poi si siano ribellati!»), una simile interpretazione pone più problemi di quanti ne risolva:

  • Alcuni angeli si ribellarono nel momento in cui Dio impose Loro di inginocchiarsi di fronte all’uomo (si suppone trattasi di Adamo ed Eva). La nostra storia è ambientata molto dopo. Il che esclude, una volta per tutte, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’associazione Satana-Lucifero.
  • Gesù insegnò che gli angeli non si sposano (Mc 12:25). Ciò non esclude necessariamente la possibilità che angeli caduti possano sposare degli umani. Infatti, nel Vangelo, sono gli “angeli nel cielo” che non si sposano; come gli “uomini nel cielo” che non si sposano, ma sulla terra potrebbero sposarsi tranquillamente. Resta, comunque, un forte punto interrogativo.
  • Non si sa se gli angeli, che sono esseri spirituali, possano avere rapporti sessuali con umani. Possono senz’altro prendere la forma umana e interagire con il mondo fisico (ce ne sono tanti esempi nella Bibbia), ma non sappiamo più di questo. Però sappiamo (almeno crediamo di sapere) che i “diavoli”, cioè gli “angeli caduti”, abbiano la capacità di possedere il corpo di alcuni uomini, ma questo non implica necessariamente che possano procreare.
  • Non è chiaro perché l’umanità fu punita in Genesi 6:7: per il peccato degli angeli, per il peccato delle donne che hanno sposato gli angeli, oppure per cosa?

Ritorniamo a Satana.

7 Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Da un giro sulla terra, che ho percorsa».

La frase recita in modo che sembra quasi che Satana non sia un «figlio di Dio», appare piuttosto un loro “superiore”. Infatti Dio rivolge la sua attenzione a Satana e, poi, cosa strana per Dio (non dovrebbe essere onnisciente?) chiede (per ben due volte nella versione originale): «da dove vieni?», insomma «dove sei stato?»[10]. Satana risponde in modo del tutto colloquiale, come se parlasse a un suo pari: ««Da un giro sulla terra, che ho percorsa», quasi come se dicesse: «ho fatto un giro per la terra, perché t’interessa?»

Sembrerebbe che per comprendere da dove salti fuori il termine satàn (sarebbe meglio dire ha-satàn, perché “ha” è articolo determinativo per cui la traduzione corretta dovrebbe essere “il satana”, ma non è questo il momento di simili sottigliezze) bisogna risalire al periodo in cui Israele fu sotto il dominio persiano. In Persia, a quei tempi, il re aveva un suo funzionario, che si chiamava “l’occhio del re”, cioè satàn. Che cosa faceva questo funzionario? Girava per le regioni e guardava il comportamento dei governatori: se uno si comportava bene, lo segnalava al re per farlo promuovere, premiarlo; se uno si comportava male, lo segnalava al re per punirlo, eventualmente anche con la morte. Nella visione ebraica del Vecchio Testamento, Dio è rappresentato con una corte e c’è Satana che è l’occhio del re. È quindi un funzionario della corte divina, non un “nemico” di Dio (come invece diventerà in seguito). Insomma ha-satàn è la qualifica, non il nome proprio, di un angelo sottomesso a Dio, che rappresenta il capo-accusatore della corte divina. Satana, che a volte sta in cielo con Dio, spesso e volentieri fa un’incursione sulla terra e, se vede una persona che si comporta “male”, torna subito da Dio e gli dice: «guarda quella persona si comporta “male”, la possiamo punire?». Se Dio lo permette, si procede.

Satàn, in una siffatta visione, è la spia di Dio per scoprire i peccatori e punirli. Siccome fare la spia è una funzione, un compito, un lavoro, come tanti altri lavori, può essere affidato a chiunque, purché ovviamente ne abbia le capacità. Con ciò, intendo sottolineare che il termine satàn non fa riferimento ad un “individuo” specifico, ad un “essere” che è sempre lo stesso.

Nell’Ebraismo ha-satàn non è malvagio, ma piuttosto indica a Dio le cattive azioni e inclinazioni dell’uomo. Essenzialmente ha-satàn, ovvero colui che ha il compito di accusatore, non ha potere a meno che gli umani non compiano azioni malvagie. Tutto ciò fino al libro di Giobbe in cui si scoprono altri lati del nostro vigile, attento e scrupoloso “funzionario”.

A voler essere pignoli, io aggiungerei che questo compito, questa funzione – faccio riferimento all’occhio di re – deve per forza di cose essere nata con l’uomo. Insomma è nata con Adamo ed Eva, perché, se così non fosse, su chi doveva agire l’occhio del re: sui dinosauri? La conseguenza logica è che il serpente tentatore, di cui hai fatto la conoscenza in Genesi 3:1-7, potrebbe essere Satàn!

8 Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male».

Dio è interessato! Infatti, chiede lumi su un suo servo, un certo Giobbe, su cui esprime un parere molto favorevole: «nessuno è come lui sulla terra, uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male». Tralascio quel “teme Dio”, che voglio benevolmente considerare come il solito errore di traduzione (ma come “teme Dio”? Casomai “Mi teme”, se proprio vogliamo essere spiritosi).

9-10-11 Satana rispose al Signore e disse: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!».

Viene fuori un’altra natura di Satana, diversa da quella esposta in precedenza e da quella vista nel racconto di Balaam, cioè qui si osserva  il “bastian contrario”, l’“oppositore nato”, “colui che insinua il dubbio”, “colui che mette zizzania”, il “calunniatore”.

12 Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano su di lui». Satana si allontanò dal Signore.

È fatta! Anche Dio abbocca: incredibile! Non voglio neanche esprimermi su questo passo, perché rischio di essere blasfemo!

Prima di vedere ciò che accade a Giobbe, vorrei soffermarmi sul rapporto tra Dio (giudice) e Satana (pubblico ministero). Per quanto possa non piacere, c’è una evidente relazione di “quasi parità” tra i due. Sembrano appartenere allo stesso livello o quasi. Sembrano due di famiglia, ecco: due fratelli! Di cui il primo, Dio, ha maggior potere, rispetto al secondo, Satana. È altresì evidente che Satana ha voce in capitolo, e non solo, Dio lo ascolta, accetta i suoi “suggerimenti”, i suoi “consigli”. Il guaio è che i suggerimenti di Satana, in questo caso almeno, finiranno per “inguaiare”, per “incasinare” la vita di quel povero uomo che ha nome Giobbe.

Satana, dopo aver avuto il via libera da Dio, si scatena:

13 Ora accadde che un giorno, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del fratello maggiore, 14 un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi, 15 quando i Sabei sono piombati su di essi e li hanno predati e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

16 Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

17 Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldei hanno formato tre bande: si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo che ti racconto questo».

18 Mentr’egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo in casa del loro fratello maggiore, 19 quand’ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato io solo che ti racconto questo». [Giobbe 1:13-19]

Qui Satana cambia vestito, non rappresenta più soltanto il nemico, l’avversario, l’oppositore, l’accusatore, il contraddittore, il bastian contrario, l’insinuatore, il calunniatore, il suggeritore, l’istigatore, l’ingannatore, il tentatore, ma indiscutibilmente l’angelo del male, l’angelo della vendetta, l’angelo distruttore, l’angelo punitore, insomma l’angelo addetto ai “lavori sporchi”, “il braccio destro divino”. Non è forse Satana colui che soggiorna “spesso e volentieri” sulla terra?!?

20 Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si rase il capo, cadde a terra, si prostrò. 21 e disse: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». 22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla d’ingiusto. [Giobbe 1:20-22]

Questa è la risposta di Giobbe! A questo punto dovrebbe essere chiara la sua natura di uomo “integro, retto, timorato di Dio e alieno dal male”. Ma Giobbe non ha fatto i conti con la natura “sospettosa” di Satana, infatti, durante un’altra “riunione di famiglia”:

3 Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male. Egli è ancor saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo». [Giobbe 2:3]

Sono basito! Come sarebbe a dire: «Tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo»? Mi viene voglia di aggiungere: «e fu così che venne fuori il gioco dello “scarica barile”!» Sta scherzando, non può essere vero! È Dio che risponde oppure uno stolto, un bacchettone, un allocco, che si fa prendere “in giro” da Satana?

Ho maturato una convinzione: i capitoli 1 e 2 del libro, ad esclusione della parte che riguarda il modo di comportarsi di Giobbe, sono avulsi dal resto del libro medesimo, insomma non sono originali, sono stati aggiunti.

<Chi li ha aggiunti?>

Un “satanista” è ovvio!

A parte gli scherzi, ma com’è possibile che Dio si rivolga a Satana in questo modo? Chi comanda: Dio o Satana? C’è qualcosa che non mi convince, c’è qualcosa che non quadra, Satana ha soltanto il ruolo del “consigliori”, è Dio a prendere le decisioni non il “funzionario”, non ha-satàn. Mi rifiuto di credere in un Dio che si esprima in modo così palesemente sciocco, stolto, infantile e per giunta incapace di apprendere dai propri errori. Mi viene spontaneo, non posso farci niente: «ma mi faccia il piacere!».

4 Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quanto ha, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. 5 Ma stendi un poco la mano e toccalo nell’osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!». 6 Il Signore disse a Satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita». [Giobbe 2:4-6]

Come volevasi dimostrare!

7 Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. [Giobbe 2:7]

E ti pareva! Satana, o chi per Lui, senza più freni inibitori, si scatena contro il povero Giobbe.

8 Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla ce­nere. 9 Allora sua moglie disse: «Rimani ancor fermo nella tua inte­grità? Benedici Dio e muori!». 10 Ma egli le rispose: «Come parlerebbe una stolta tu hai parlato! Se da Dio accettiamo il bene, perché non do­vremo accettare il male?». In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. [Giobbe 2:8-10].

Meravigliosa risposta di Giobbe, uomo “integro, retto, timorato di Dio e alieno dal male”:

«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?»

Grande, mirabolante, illuminante[11]:

«Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?»

E’ tutto qui! Non c’è altro da aggiungere al riguardo. Ciò che segue è un di più, che comunque consiglio di approfondire.

<Mi è venuto un dubbio, nei Vangeli si parla di Gesù che, dopo essersi ritirato in meditazione nel deserto per 40 giorni, viene tentato dal “diavolo”, chi era costui: Satana?>

[12]Uhm! Purtroppo, come puoi ben comprendere, la risposta non è semplice. Nella traduzione dei Vangeli troviamo indifferentemente i termini diavolo, satana e demonio utilizzati come sinonimi. Venirne a capo non è semplice. Se poi a ciò aggiungi che manca ancora all’appello il “più bello di tutti” cioè Lucifero, puoi ben comprendere che la domanda non è di facile soluzione. Per fortuna Lucifero non è mai nominato nei Vangeli e neanche nell’Antico Testamento (tranne una volta, in Isaia 14:12, di cui ti dirò dopo) per cui possiamo escluderlo a priori.

La risposta alla tua domanda dovrebbe trovare accoglienza in quel Satana “birichino” “scrupoloso” sempre pronto a rompere le uova nel paniere a chiunque se ne stia per i fatti suoi a meditare, insomma Lui, quel “bellimbusto” che se ne va in giro per la terra, sempre pronto a mettere “zizzania”, a svolgere il suo lavoro di “oppositore”, di “istigatore”, di “tentatore”. Chi altri se no? Però, pensandoci bene, un piccolo dubbio mi sovviene. Questo Satana, come “piazzista”, come “suggeritore”, come “imbonitore” non mi sembra allo stesso livello di quello conosciuto in Giobbe: è meno deciso!

<Ho la vaga sensazione che sia un suo sostituto, che non sia il “principale”.>

Torniamo al termine satàn. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi, peraltro tutta da dimostrare e alquanto peregrina, che il termine ebraico satàn, possa derivare dal sanscrito SatNam, composto “da Sat, “verità, esistente, essere” e Nam, “nome o identità”. La sua traduzione, interpretazione, ovviamente, è variegata: “nome di verità”, “identità con la verità”,  “nome dell’essere”, “identità con l’essere”. Nel cosiddetto “Kundalini” Yoga si utilizza un “mantra”, ossia una sequenza di suoni, noto proprio come satnam. Questo mantra, che serve come sfera protettiva contro gli “incidenti”, consiste nel “recitare” secondo una sequenza precisa i suoni SaTaNaMa (è evidente l’assonanza con il suono satàn e ancor di più con il nostro satana). Premesso che un’assonanza sonora è ben misera cosa per fare degli accostamenti tra termini, per cui tra satàn  e satnam è molto probabile, per non dire certo, che non ci sia alcuna parentela, ricordo, soltanto per pura informazione, che Sa vuol dire nascita (inizio), Ta significa vita (fase), Na significa morte (fine) e Ma significa rinascita (nuovo inizio)[13].  Il mantra normalmente è accompagnato da un “mudra”, cioè da particolari posizioni delle mani e delle dita. Consiste nel formare sia con la mano sinistra sia con quella destra, una O, un anello, unendo rispettivamente pollice e indice in corrispondenza del suono Sa, pollice e medio con il suono Ta, pollice ed anulare con il suono Na e, per finire, pollice e mignolo con il suono Ma. Mi piacerebbe dilungarmi sul suddetto mudra, sul suo legame con le arti marziali e sulla versione “oscura”, “nera” “nascosta”, “occulta” dell’insegnamento, ma non mi sembra il caso in questa sede. Mi limito ad accennare che «il più conosciuto degli stili, uno di quelli che si tramandano sino ai tempi recenti, che veniva chiamato Mou Shan Shu (Arte dei Monti Mou) una derivazione dell’antichissimo “Sistema degli Amuleti” taoista, veniva ritenuto in grado di fornire il potere di comandare gli spiriti, guarire gli ammalati, esorcizzare i posseduti, dominare la mente degli uomini sino al punto di controllare i cadaveri costringendoli ad una falsa vita».[14]

Vorrei chiudere questa disamina prendendo in considerazione un’altra parola composita sanscrita e precisamente SatAnanta, “infinito esistente”, composta da sat, aggettivo di cui ti ho già detto, e dal sostantivo ananta, “senza fine”, “infinto “.

<Cosa c’entra questo con satàn?>

Aspetta non avere fretta, ricorda che il “cercatore” deve essere paziente e saper aspettare il tempo e il luogo giusti. Fermo restando l’assonanza satananta con satàn, (che ovviamente potrebbe essere del tutto casuale) l’aspetto interessante consiste nel fatto che Ananta è il nome del serpente (sanscrito naga), chiamato Sesa,[15] detto anche “Eterno”, “Infinito”.  La testa di Sesa sostiene la terra [ti ricordo che Satana è anche il principe, il signore, il padrone della terra], e quest’ultima le sfere celesti e i loro abitatori.

Sesa, aspetto teromorfico di Visnu, è una sorta di demiurgo, il cui soffio di fuoco, al termine di ogni era cosmica, distrugge l’universo intero; le ceneri di questo sprofondano allora nelle acque primordiali (simbolo dello stato indifferenziato del cosmo), mentre il solo Visnu, con Sesa, prosegue l’opera di creazione. Visnu si adagia sul serpente avvolto in spire, e queste rappresentano l’infinita rivoluzione del Tempo.

Secondo quanto afferma il testo Harivamsa, Sesa rimane “appeso” a un albero per un periodo di “mille anni”, in fervore ascetico (tapas), distillando dalla propria bocca il veleno Kalākula e, quindi, dando fuoco all’universo intero.

Ti ricorda qualche evento biblico il serpente “appeso” all’albero?

<Come sei spiritoso!>

I serpenti, secondo la tradizione, erano l’incarnazione dell’“anima”. Sesa, narra la leggenda, apparve dal corpo del morente Balarāma e penetrò nella terra, ove ricevette l’accoglienza degli altri serpenti.

Ti ricorda qualcosa?

<Uhm … direi di sì! La caduta di un angelo, che sprofonda al centro della terra. Ma, così facendo, anche Lucifero è associato al serpente! Non avevi detto che non era possibile?>

Io ho detto che Lucifero non può essere Satana, non ho detto che non possa essere associato al “serpente”.

<Buonanotte!>

1.3 Lucifero-Satana

Ora posso provare ad abbozzare alcune risposte alla domanda: «Perché i padri della chiesa hanno sentito il “dovere” di abbinare, di associare Satana e Lucifero? Perché non andava bene soltanto Satana? Che senso ha voler vedere le due figure unite, congiunte nella superbia e nel male?».

La risposta, come ti dicevo, non è semplice, nel senso che, con ogni probabilità, non c’è un’unica spiegazione.

Provo ad indicarne alcune:

  • Evitare antagonismo tra Dio e Lucifero;
  • Eliminazione tra Anima e Spirito;
  • Semplificazione tra Bene e Male:
  • “Tre” che diventa “due” con annessi e connessi problemi;
  • Molto più semplicemente e banalmente tenendo presente le teorie gnostiche che andavano sviluppandosi nei primi due secoli dopo Cristo, qualcuno (Origene, in particolare, gli altri non hanno fatto altro che accodarsi) ha sentito il bisogno di prendere le distanze. Tieni presente che in quel periodo erano in tanti a contrastare la versione “ufficiale”, ad esempio: Valentino (Phrebonis, 135–165) filosofo e predicatore egiziano di lingua greca e di scuola cristiano-gnostica; Basilide (greco: Βασιλείδης, Basilides; floruit 117-138; ?) maestro religioso dello gnosticismo cristiano primitivo; Simone Mago (Gitton?, villaggio della Samaria, I secolo), considerato dagli eresiologi cristiani il primo degli eretici e proto-gnostico samaritano; Cerdone (latino: Cerdo; floruit II secolo; Siria, ?) teologo gnostico siriano, nato in Siria, si trasferì a Roma al tempo di papa Igino (138-142), in quel periodo erano a Roma anche lo gnostico Valentino e, verso il 146, Marcione di Sinope; Marcione (greco: Μαρκίων; Sinope, 85 – Roma, 160) vescovo e teologo greco antico, fondatore della dottrina cristiana che prende il nome di Marcionismo, considerata eretica dalla corrente proto-ortodossa, fu il primo a costituire un canone di scritti ispirati; Mānī (Mardinu, 25 aprile 215 – 276) profeta e predicatore iranico, fondatore del Manicheismo.

Ma di questo avrò modo dirti dopo. Per momento ci tengo a sottolineare che sentire da “soggetti” vari, a tutte le latitudini e longitudini, utilizzare indifferentemente i nomi Lucifero e Satana, mi fa stare male. Sentire di gruppi “satanisti” di varia natura parlare di Satana come se fosse Lucifero e viceversa, significa non aver compreso la profonda differenza tra l’essenza, la natura dei due “soggetti” in questione. Insomma, i cosiddetti “satanisti” si comportano, in modo ignaro, allo stesso modo dei padri della Chiesa, rifacendo il loro stesso “errore”, ossia capovolgendo il simbolismo correlato a Lucifero ed unendolo a Satana, poi, aggravando ulteriormente l’errore, ricapovolgendo il simbolismo dei due archeboli, ormai uniti in unica entità. Quindi, in un colpo solo, due “errori”! Con questo non intendo dire che il significato di un archebolo non possa essere capovolto, puntando all’opposto di ciò a cui si rivolgeva in precedenza, ma bisogna essere perfettamente coscienti di ciò che si sta facendo, per non accennare poi alla Coincidentia oppositorum o mysterium coniunctionis, cioè “l’unione degli opposti”. Non esiste nessun satanismo “spirituale”, nessun satanismo “buono”.

Inoltre non c’è alcun “Satana” che possa essere associato a divinità accadico/sumere o assiro/babilonesi o greco/egiziane. Questa è un’operazione, del tutto impropria fatta ultimamente dai “moderni” dotati di molta fantasia, soprattutto da quando sono iniziate le traduzioni di centinaia di tavolette rinvenute nella solita area della Mesopotamia, l’attuale Iran (culla della civiltà, fino a prova contraria, cioè fino a quando non si scopriranno altre tavolette, risalenti magari a 10.000 o 20.000 anni fa, in altri posti della terra, ad esempio in antartide).

Oramai imperversa il sincronismo più audace e sfrenato, senza regole, senza logica, senza coscienza. Non voglio neanche accennare, poi, alla storiella degli extraterrestri, mi riservo di farlo in un secondo momento. E con questo non intendo dire che io non sia aperto ad accettare qualsiasi ipotesi, anche la più fantasiosa, purché sia argomentata, logica, non presenti interruzioni o salti o incongruenze, non scambi l’ipotesi per tesi, e mi fermo qui.

Ho letto in alcuni gruppi, ovvero in alcuni post/articoli di qualche “moderno” dotato di molta fantasia che, ormai, i suoi “dei” sono liberi, non sono più “prigionieri”!

<Non sono più in catene, quindi sono usciti dal carcere? E chi li avrebbe messi in carcere, chi li avrebbe imprigionati? E poi perché “suoi”? Li ha comprati?>

Boh, forse i vari maghi e maghetti ebreo/cristiani (Salomone docet); comunque una cosa è certa, i maghi non possono essere stati musulmani, perché la magia è bandita nel Corano. Per quanto riguarda il “noi”, lascio che cada nella più totale indifferenza.

<Chiedo venia per l’ironia, ma di che stiamo parlando? «Ma che, davero? (con una sola “v”)». Stiamo scherzando, immagino!? Fermo restando che ogni essere è libero di “credere” ovvero di “non credere” a ciò che vuole, e che nessuno può sindacare il “mi piace” ovvero “non mi piace” di un altro, esiste però anche un limite alla fantasia e al sincretismo, o no?>

Non è a me che devi rivolgerti, comunque anche di questo avrò modo di dire qualcosa in seguito.

Tratto da FAKT, Due e dualità, che spero di completare quanto prima.

[1] Della visione patristica riguardo Satana/Lucifero risente tutta la letteratura e la filosofia cristiana almeno fino al XVIII secolo (e oltre), per cui Dante Alighieri e John Milton diedero una rappresentazione di Lucifero che ben palesava la sua totale identificazione con l’origine prima del Male, il Principe dei demoni, delle tenebre, dell’Inferno e di questo mondo, il Nemico di Dio e degli uomini. Tra le fonti non cristiane è la Jewish Encyclopedia ad affermare che, l’identità fra Sataniel (Satana) e Helel (Lucifero), risale già a un secolo prima dell’era cristiana, quando gli scritti ebraici, quali il Secondo Libro di Enoch e la Vita Adae et Evae, interpretarono il passo di Isaia e quello di Ezechiele nello stesso senso dei Padri della Chiesa, riferendolo cioè al racconto della Caduta degli Angeli capeggiati dall’arcangelo Samhazai o Samyaza, “ladro del cielo”, che sarebbe appunto un altro nome di Sataniel. [Voce “Lucifero” in Wikipedia].

[2] In tutta l’opera di sant’Ambrogio (340-397) è ripreso più volte l’accostamento del Cristo all’immagine della luce e dello splendore.

[3] Voce “Lucifero” in Wikipedia

[4] La Vecchia Religione anche chiamata Tradizione Italiana, Stregoneria Italiana o Stregheria, è una pratica religiosa e spirituale neo-pagana, ricostruzionista e politeista, ritenuta nativa dell’Italia; essa fa parte della cosiddetta Stregoneria Tradizionale ed ha avuto il primo moto di rinascita principalmente per influsso dell’opera dell’antropologo Charles Godfrey Leland che intervistò gente dell’appennino tosco-romagnolo di fine ‘800, che si dichiarava strega e seguace di questo culto (come evidenziato nei suoi libri Etruscan Roman Remains in Popular Tradition e, specialmente, Aradia, o il Vangelo delle Streghe). In realtà gli studi di Leland sono stati messi piuttosto in dubbio dagli antropologi successivi, ma ciò non toglie che i suoi scritti (esattamente come in altri casi, ad esempio con Margaret Murray per la Wicca), siano stati presi come “mito di fondazione” per la rinascita di un culto italiano della Stregoneria, quest’ultima intesa come una sopravvivenza in Italia dei culti pagani, dopo l’avvento del Cristianesimo. Contrariamente che altrove però non si è formato in Italia un unico culto capace di elevarsi a livello nazionale, in quanto sono emerse piuttosto varie piccole forme locali, influenzate ed alimentate da studi e ricerche successive di altri autori, le quali sono legate soprattutto al folklore popolare. La pratica perciò può variare molto da regione a regione ed include la celebrazione di feste stagionali, rituali magici e di riverenza per gli Dei, gli Antenati e gli Spiriti della propria Tradizione. [Sheanan e ArdathLili. Il Sabba italiano. Edizione Privata. 2003]

[5] Voce “Lucifero nella stregoneria” in Wikipedia.

[6] A mio modestissimo avviso, la risposta fornita da Tommaso d’Aquino è lacunosa nella logica: se Lucifero-Satana è la causa-principio dell’aver tentato l’uomo e dell’aver dunque introdotto la morte e il male (metafisico, morale e fisico) nella Creazione, che di per sé sarebbe stata altrimenti perfetta, chi o cosa è la causa-principio di Lucifero-Satana? Bisogna fare molta attenzione alla risposta, perché c’è il rischio di una “forte” contraddizione.

[7] Satana e Balaam by Gustav Jaeger

[8] Voce “Satan – Avversario” in Giulio Busi, Simboli del pensiero ebraico, Einaudi Ed. 

[9] Nel capitolo “UNO” di Infinto, Zero, Punto, Uno (prima parte di BAGLIORI DI VERITA’).

[10] Ricorda tanto Genesi 3:8-9«Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».

[11] La ripetizione è a beneficio, soprattutto, di Tommaso d’Aquino, dei suoi seguaci e del suo mysterium iniquitatis.

[12] Le tentazioni di Gesù by Gustave Dorè

[13] Per una corretta comprensione ti rimando al libro ARCHETIPI E SIMBOLI –  Tre e Legge del Tre.

[14] Bruno Abietti, Ninjutsu, l’arte dell’invisibilità, Ed. Mediterranee.

[15] Quanto segue è ripreso dalla voce “Sesa” del libro di Margaret e James Stutley, Dizionario dell’Induismo, Ubaldini Editore. Tra parentesi quadre ci sono i miei commenti.

Diavolo e Demone (o Demonio)

DIALOGO TRA DUE DIAVOLI

Un giovane Diavolo, tutto preoccupato, andò dal suo superiore, un vecchio Diavolo, che tutto sereno si stava godendo il panorama. «Non ha sentito le ultime novità, signore?», disse il giovane Diavolo con voce angustiata, «C’è un uomo sulla terra che sa la verità! Credo sia nostro dovere entrare in azione e metterlo fuori gioco».

Il vecchio Diavolo scoppiò a ridere: «Sei proprio giovane ed inesperto! Da quanto sei in servizio?».

«Questo è il mio primo giorno, signore» rispose il giovane Diavolo.

«Ora, capisco. Vieni, siedi vicino a me, perché devo dirti alcune cose sul nostro lavoro».

«Tanto tempo fa, ma proprio tanto, noi poveri Diavoli eravamo costretti a lavorare giorno e notte. Era un lavoro massacrante. Era un inferno, insomma. Sulla terra non passava giorno che qualcuno non aprisse gli occhi e vedesse la verità. Più noi ci impegnavamo e più le cose peggioravano. Poi, un nostro fratello, il nostro salvatore, il santo, colui che ha onorato la parola Diavolo, colui il cui nome possa essere ricordato per l’eternità, ebbe un’intuizione. Egli era un fine osservatore, possedeva il pensiero analogico o comparativo. Notò che alcuni umani, pur non avendo le capacità necessarie, riuscivano a percepire la verità nel momento culminante del nostro lavoro. Gli venne il dubbio che fosse proprio la nostra presenza la causa della loro realizzazione. In altre parole si rese conto che bisogna essere proprio ottimisti nel pensare di poter peggiorare l’uomo. Così informò i superiori della sua induzione. Da quel giorno fu dato l’ordine di non interferire più con l’umanità. Anzi, i nostri superiori fecero di più: ordinarono che, se per nostra disavventura avessimo incontrato un umano, dovevamo limitarci a sostenere sempre la verità».

«Ti sembrerà assurdo, ma da quel giorno, sempre meno umani conobbero la verità».

«Come è possibile una cosa simile?», disse il giovane Diavolo.

«È nella natura dell’uomo non voler vedere ciò che ha davanti agli occhi. La sua pigrizia gli appanna gli occhi, per cui è sempre disposto a cercare “mezzogiorno alle tre”. Volendo sintetizzare la loro natura, potrei dirti che sono sette i punti caratterizzanti: ogni specie di depravazione, conscia o inconscia; l’intima soddisfazione di indurre gli altri in errore; il bisogno irresistibile di distruggere tutto e tutti; la pigrizia, ossia l’esigenza di liberarsi da qualsiasi sforzo per vedere la verità; la tendenza ad usare ogni sorta di artificio per celare quello che altri ritengono difetti; la soddisfazione di godere tranquilli e beati ciò che non si è meritato; la tendenza a cercare di essere quello che non si è».

«I nostri superiori, poi, ebbero un’idea brillante: “istituzionalizzare” la verità, ossia incentivare la creazione di istituzioni, che si occupassero “esclusivamente” della verità, con “diversi colori”, in relazione alle diverse località, in modo tale che ogni gusto fosse soddisfatto. Certo, ci sono dei colori che sono più richiesti di altri. Ogni tanto nascono piccole incomprensioni. Ci scappa qualche morto. Ma queste sono sottigliezze, “quisquiglie”, di cui si occupa il nostro settore marketing.  Dette istituzioni ora sono sparse su tutta la terra. Non c’è un solo lembo di terra che non sia ricoperto. Sono gestite interamente da umani e finanziate da altri umani. Nei loro luoghi di ritrovo, settimanalmente, tutti i “fedeli”, compiono piccoli, insignificanti, inutili atti, gesti, rituali».

«Se qualcuno non vuole far parte di alcuna di queste istituzioni, cosa succede?», chiese il giovane Diavolo.

«È libero di non far parte di alcuna istituzione, se non vuole.  È ovvio però che per Lui le “porte della verità” resteranno chiuse. Molti di essi, quasi tutti, comunque, saranno sempre disposti a seguire il “fumatore d’oppio” di turno, con la sua bellissima “pipa”, purché abbia uno dei seguenti requisiti: sia famoso e/o ricco e/o esotico; se poi è anche “agganciato”, direttamente o indirettamente, con qualche istituzione non guasta».

«Relativamente a quel “povero” uomo che tanto ti preoccupava con la sua conoscenza della verità, sappi che mi fa pena. Spero per Lui che lo lascino vivere in pace. Molti, prima di Lui, sono stati ammazzati per molto meno. Gli suggerirei di parlare il meno possibile e, se proprio gli scappa di dire qualcosa, spero si accerti di dirla solo ad un gruppo ristretto di “amici” fidati. Ed ora, mio giovane Diavolo, goditi il panorama, perché quello che doveva essere fatto è già stato fatto» [F.A.K.T.]

Prima di soffermarmi sul significato da attribuire al termine demonio, credo sia bene analizzare quello di diavolo, partendo dai vari nomi, almeno i principali, che si sono avuti nel tempo, al fine di liberare l’anima da quelle congetture “errate”, “distorte”, “deformate”, “alterate” – instillate durante l’infanzia e oltre, sostenute e tollerate dalla religione monoteistica nella sua versione essoterica, sotto qualsiasi forma essa si sia manifestata, si manifesta e si manifesterà.

<Eh già, si fa presto a dire “diavolo”!>

Hai una vaga idea di quanti nomi esistano per identificarLo, per nominarLo? Tanti, veramente tanti, forse troppi: Abraxas, Asmodeus, Azazél, Astarte, Astaroth, Baal, Baphomet, Belial, Belfagor, Belzebù, Dagon, Demonio, Diavolo, Emaus, Lucifero, Mammona, Mefistofele, Moloch, Samael, Satana, Shaytan, Tuberoch, solo per citarne alcuni.

<E qual è il problema?>

Non ci sarebbe problema se indicassero tutti la stessa cosa, cioè lo stesso archetipo, purtroppo non è così. Alla base di tutti i nomi vi è la tendenza connaturata in ogni nuova “religione” che si rispetti, e che diventi religione di stato, di fare tabula rasa di tutti i simboli e archeboli delle religioni che l’hanno preceduta. Un modo molto simpatico è quello di prendere ad esempio il nome simbolico di un dio dell’altra religione e attribuirgli connotati negativi, ossia trasformarlo in un archebolo del male. Altri simboli e archeboli, invece, vengono riciclati e diventano simboli ufficiali della nuova religione, quasi sempre però snaturandoli, in modo tale da far perdere il loro significato originale. Per intenderci, ti sei mai chiesto, solo per fare un piccolissimo esempio, perché il Diavolo è rappresentato iconograficamente con le corna e con testa e piedi di caprone, oppure perché è associato al serpente-dragone?

<No, veramente no, perché ha un significato?>

Tutto ha un significato, perché l’archetipo è uno, ma gli archeboli e i simboli sono molteplici. Tutti gli archeboli e i simboli possono assumere caratteristiche negative e positive, dipende dall’occhio di chi guarda e dal significato che costui vuole attribuirgli.

Un uomo andò dal Mullah Nasrudin e gli disse: Il vostro toro ha ferito con le corna la mia mucca. Ho diritto a qualche risarcimento?».

«No!», rispose il Mullah, «Il toro non è responsabile per le sue azioni».

«Sono spiacente», disse l’uomo, «ma devo essermi espresso male: volevo dire che il mio toro ha ferito con le corna la vostra mucca. Ovviamente la situazione resta la stessa».

 «No!», replicò il Mullah, «Penso sia meglio consultare il mio libro sulle leggi per vedere se esiste un precedente a ciò». [“Le sottigliezze del Mullah” in Idries Shah, I sufi]

Come ti dicevo, ci sono diversi nomi per identificarLo, direi di analizzare e commentare quelli più noti. Inizierei proprio con il nome diavolo, se non ti dispiace, anche perché, a mio modesto avviso, il suo significato non è per niente chiaro, come invece sembrerebbe leggendo i vari vocabolari etimologici. Tutti riportano, ad eccezione del Canini, di cui ti dirò subito dopo, che il termine deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione del termine greco diábolos, derivato da diabàllo, composto di dia “a traverso” e bàllo “getto, metto”, indi getto, caccio, metto a traversoossia, detto con una sola parola, “attraverso“, “trafiggo”; si potrebbe anche pensare ad un “dividere” quindi “colui che divide”; metaforicamente, si sostiene significhi anche “calunnio”, quindi “calunniatore”. Premesso che io non sono un filologo e neanche un linguista, per cui è facile che possa prendere “fischi per fiaschi”, ma come abbia fatto il termine “attraverso”, “trafiggo” a diventare metaforicamente “calunniatore” e, in seguito, per estrapolazione “ingannatore”, “tentatore”, “istigatore”, “suggeritore”, per me resta un mistero, anche perché si perde il proprio tempo, se si cerca di risalire etimologicamente, mediante un processo a ritroso, dai termini “calunniatore, accusatore” alla parola diabàllo ovvero diábolos.

Un uomo è veramente disperato, infatti si trova sul bordo di un altissimo dirupo, pronto a gettarsi nel vuoto. Ad un tratto una voce: «Uomooo… qual è il tuo nomeee?». «Mi chiamo Giovanni». «Giovanniii … cosa stai per fareee ?». «Sto per suicidarmi … ma tu chi sei? Vai via! lasciami con il mio dolore. Lasciami morire in pace». «Sono il diavolooo, e posso offrirti quello che vuoi, se mi venderai la tua animaaaa ed mi darai il culoooo». «Va bè, tanto peggio di così … in cambio voglio essere ricco, tante donne e potermela godere per almeno 20 anni». «Concessooo, Giovanniii, adesso spogliatiii!». Dopo un po’, tra i lamenti dell’uomo, la voce chiede: «Giovanni, dimmi, quanti anni hai?». «Ahi,  ahi … Ho 35 anni!». «E  tu, Giovanni, a 35 anni credi ancora al diavolo?» risponde la voce tutta soddisfatta.

L’unica scappatoia sarebbe di tradurre il termine diabàllo con “ciò che è messo di traverso”, cioè “mettere o mettersi di traverso” e non con “mettere attraverso”, ma non so quanto questa operazione sia corretta. Comunque perché cercare di far “entrare l’elefante dal buco, lasciando fuori la coda”, quando nella seconda metà dell’ottocento Marco Antonio Canini nel suo Etimologico dei vocaboli italiani di origine ellenica con raffronti ad altre lingue ci viene incontro e ci toglie le castagne dal fuoco.

Il Canini sostiene che l’etimo di “diavolo” sia lo stesso di “dio”, in quanto entrambe deriverebbero dalla radice sanscrita div, diu ossia “rilucere” (da cui dyaus, “brillare”, “emettere luce”, “splendore”, “giorno”, “cielo”; “aere luminoso”), aggiungendo che in principio la voce diàbolos non era, al pari di daimon, “demone”, di significato sinistro, ma di buon genio, come lo zingaresco devel significante “santo” e devla nome di Maria, madre di Gesú. Solo in seguito il significato di calunniatore sarebbe derivato da diàbolos, dalla “leggenda cristiana”, ossia quando il solito traduttore, grazie alla sua innata capacità di confondere le acque, pensando di fare cosa buona e giusta, ha tradotto il termine ah-satàn, dell’Antico Testamento, prima con il greco diábolos (nella versione dei “settanta”, septuaginta, III secolo a.C.) e poi con il latino diabŏlus (nella versione “vulgata”, V secolo d.C.). Nei Vangeli, ovviamente, il solito zelante traduttore ha confermato l’ispirazione, continuando a utilizzare il termine latino diábolos (in Marco 1:12 per fortuna è rimasto il termina satana: «Immediatamente lo Spirito lo sospinse nel deserto, e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato dal satana [tou= satana], e stava con le bestie e gli angeli lo servivano»).

Per convincere di tale sua teoria, nella monografia che introduce il vocabolario, presenta il parallelo tra i vocaboli esprimenti le idee assimilabili a quella di “dio” e di “diavolo” nelle diverse lingue. Degna di nota, soprattutto per ciò che andrò a dire in seguito, è quella tra il sanscrito Deva, il lituano Devas, cioè “Dio”, “Divinità” (“colui” o “ciò” che emana luce) e il zendo Daeva, l’armeno e il persiano Dev, cioè “Diavolo”, “Demonio”. In altre parole, il Canini sostiene che sia una trasformazione di significato legata ad una visione “distorta” da parte del cristianesimo.

Ottorino Pianigiani, nel suo dizionario etimologico, alla voce “diavolo”, dopo aver detto che deriva dal greco diábolos, derivato da diabàllo ecc. riporta quanto espresso dal Canini, però aggiungendo che «il cui giudizio giova registrare a titolo di curiosità e perché gl’inesperti non lo accettino per buono», adducendo la seguente motivazione alla sua affermazione: «E tutto ciò tornerebbe bene, se la voce Diavolo fosse stata applicata al genio del male prima del cristianesimo: il che non costa».

Pianigiani sarà stato un grande magistrato ed un fine linguista, ma come logico, ho la sensazione che lasci un po’ a desiderare. Ma come, il Canini si sforza in tutti i modi di affermare, di dimostrare che prima del Cristianesimo il termine diavolo non aveva connotati “negativi” e cosa fa il Pianigiani, non soltanto non nega che quanto affermato dal Canini sia errato, ma avvalora la tesi di Costui riaffermando che il termine diavolo non era associabile prima del cristianesimo al genio del male. Boh? Problemi di logica? E che la cosa sia veramente strana è confermata, se mai ce ne fosse bisogno, da quanto lo stesso Pianigiani sottolinea alla voce “demonio”, in cui non si comprende, per quale strana forma del destino, egli non segua la stessa logica.

Riporto testualmente dal dizionario del Pianigiani (tra parentesi quadre ci sono mie aggiunte). «Demone o demonio deriva dal greco daimónion “genio sovrumano” [da cui il latino daemónium] che in principio non può aver avuto mai, come in seguito, sinistro significato. Indi la greca voce, come avviene in genere delle divinità di una religione antica, cui si sostituisca la nuova, prese anche il significato di genio dannoso, funesto, come si desume pure dall’aggettivo daimónios che vale “sovrumano”, “divino” [“appartenente agli dèi”, “che è in rapporto con daimón”, cioè “demone”, “demonio”] ma, anche, “venerabile”, [“ammirabile”, “sorprendente”], “ottimo”, “beato” e insieme “triste”, “misero”, “pessimo”. In Esiodo son detti “Demoni” le anime umane dell’età dell’oro, le quali avviluppate nell’aria dimorano sopra la terra, osservano le azioni degli uomini e li difendono, divinità protettrici che mantengono l’unione fra gli dei e gli uomini, e simili di tal modo ai “Lari” dei Romani; ed in questo concetto il Pott collega siffatta voce a Daio “divido”, come dire “Distributore”, “Dispensatore del bene e del male”, e il Bopp alla stessa radice della voce Dio, il che troverebbe conforto nel raffronto tra il sanscrito Devas “Dio” e lo zendo Daeva “demonio” [vedi il raffronto fatto dal Canini], ambedue derivanti dalla radice ariana Div “splendere”. Dopo il Cristianesimo però assunse esclusivamente il senso di spirito maligno e delle tenebre, nemico del bene, che eccita l’uomo a mal fare».

Che dire? Io penso che sia l’analogo del termine “diavolo”, e tu?

<Se lo dici tu! Comunque sembrano simili.>

Nel Nuovo testamento il termine “demonio”, “demone” è presente sia con l’originale senso neutro di divinità, sia con quello di angelo caduto. In Atti 17:18, Paolo è descritto dai pagani Ateniesi come un predicatore di “divinità straniere” (daimónia).

Nella Septuaginta (LXX) daimónion, è usato più volte, nel senso dell’antico vicino oriente, come spiriti del deserto. In LXX Isa 13:21 il termine ebraico śe’îrîm, “capre selvatiche”, è tradotto come “satiri”, “capre demoni”  e in Isa 34:14 il termine  siyyim, “dimoranti del deserto”, “bestie selvatiche” come “bestie del deserto”. In LXX Ps 95:5 le divinità nazionali di altri popoli che sono dette essere ‘elilim in ebraico, “idoli”, diventano “demoni” (“Tutti gli dei delle nazioni sono demoni”). In LXX Deut 32:17, le divinità straniere che Israele adorava e che sono propriamente descritte nel testo ebraico come šēdîm (spiriti tutelari), diventano di nuovo “demoni” (“Essi sacrificano ai demoni e non a dio”; cf. LXX Ps 105:37; Bar. 4:7). In LXX Isa 65:11 è usato “demonio” per rendere il nome ebreo del “dio pagano della fortuna” Gad ».

<Insomma, con un pizzico di fantasia e di ironia anche un “dio” può diventare un “demonio” e viceversa, dipende dall’occhio di chi guarda, dall’orecchio di chi ascolta.>

Esatto! A questo punto prima di proseguire con la disamina dei nomi attribuiti al diavolo (e associati simbolicamente al male) è bene soffermarsi su alcuni miti.

Tratto da FAKT, Due e Dualità, che spero di completare quanto prima

Epifania

Tre_Magi_Befana

La festa dell’Epifania
Oggi, nella liturgia cristiana occidentale, l’Epifania celebra la manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio e del Cristo ai Magi. Ma inizialmente questa festa, nata in Oriente intorno al 120-140 fra gli gnostici basilidiani, celebrava il battesimo di Gesù. «Quelli della setta di Basilide» scrive Clemente Alessandrino «festeggiano anche il giorno del suo battesimo trascorrendo tutta la notte precedente in letture. E dicono che fu il 15° giorno del mese di Tubi del 15° anno di Tiberio Cesare (per alcuni l’11° giorno dello stesso mese.»
La celebrazione del battesimo aveva un significato particolare per coloro che, come gli gnostici basilidiani, credevano che l’incarnazione del Cristo fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo. Il 15° giorno di Tubi – ovvero il 6 gennaio – era la data paleoegizia del solstizio invernale nella quale tradizionalmente si festeggiava il nuovo sole. Fu dunque naturale celebrare l’«incarnazione» del Cristo in quella data simbolica; analogamente i cristiani di Roma fissarono più tardi il Natale nel giorno in cui si celebrava la nascita del Sol Invictus.

Poi la festa venne adottata dalle Chiese orientali purificata dagli elementi gnostici; sicché si trasformò nella quadruplice celebrazione della nascita del Cristo, dell’adorazione dei Magi, del suo battesimo e del primo miracolo a Cana. E anche il nome mutò significato: inizialmente era Epipháneia, ovvero in greco “apparizione” e in senso traslato “manifestazione sensibile di una divinità”; il battesimo del Cristo, secondo gli gnostici basilidiani, era dunque una Epipháneia.
Le Chiese cristiane orientali la modificarono in tà Epipháneia ierá con la variante tà Epiphánia ierá cioè le “feste della manifestazione”, dove Epipháneia o Epiphánia era aggettivo neutro plurale; e infine semplicemente tà Epiphánia, le “epifanie”, per indicare le varie “manifestazioni” del Cristo; la nascita, il battesimo e il primo miracolo di Cana. Gli orientali la chiamavano e la chiamano anche eortè ton phôton, ovvero “festa delle luci”, come riferisce san Gregorio Nazanzieno: espressione in cui si avverte l’eco dell’antica tradizione mazdeica della Luce.

La festa delle Epifanie si diffuse intorno al secolo IV in Occidente, e all’inizio del V fu adottata a Roma dove si modificò perché nello stesso periodo, come si è ricordato, la Chiesa romana aveva cominciato a celebrare il Natale del Cristo il 25 dicembre: divenne quindi prevalentemente la celebrazione della venuta dei Magi e fu tradotta in Epipháneia “manifestazione” – aI singolare – oppure in Manifestatio (Fulgenzio) o in Festivitas declarationis (san Leone Magno), ma vi si univa inizialmente anche il ricordo del battesimo di Gesù e del suo primo miracolo a Cana.

Nel secolo V era ormai popolare a Roma, come dimostrano vari Sermones di papa Leone Magno letti in occasione della festa. «Una stella più fulgente delle altre» diceva il papa «attira l’attenzione dei Magi, abitanti dell’estremo oriente. Essi erano uomini non ignari nell’arte di osservare le stelle e la loro luminosità, per questo compresero l’importanza del segno. Certamente operava nei loro cuori la divina ispirazione … ». I Magi, soggiunge in un altro sermone, erano stati istruiti anche dall’oracolo di Balaam: «Un astro spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele». Come si ricorderà, Balaam è descritto nell’Antico Testamento come mago e indovino; ebbene, molti esegeti cristiani affermavano che l’istituzione dei Magi risaliva a Balaam, che identificavano, come si è già accennato, con Zoroastro. Papa Leone Magno sembra accettare questa interpretazione: ancora una volta si rivela la fitta trama di connessioni fra la religiosità iranica e il cristianesimo. Infine san Leone Magno offre dell’Epifania il suo profondo significato: « … è il segno sacro di quella grazia e l’inizio di quella vocazione per cui, non solo nella Giudea, ma in tutto il mondo si sarebbe predicato il Vangelo», soggiungendo: «Ciò che era iniziato nell’immagine si compie ora nella realtà. Infatti, irraggia dal cielo, come grazia, la stella, e i tre re Magi, chiamati dal fulgore della luce evangelica, ogni giorno in tutte le nazioni accorrono ad adorare la potenza del sommo Re».

Tre_Magi

Tutti questi temi confluirono in vari testi medievali, dalla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine all’Historia Scholastica di Pietro Comestore e alle Meditationes, un testo erroneamente attribuito a san Bonaventura da Bagnoregio, ma riconducibile all’ambiente francescano toscano verso la fine del secolo XII. Le Meditationes giustificano la data del 6 gennaio raccontando che «nel tredicesimo giorno della sua nascita Gesù Bambino si manifestò ai Gentili, cioè ai Magi, che erano pagani». E soggiungono che il motivo per cui si deve festeggiare l’Epifania è che «oggi la Chiesa viene ricevuta da Lui nella persona dei Magi poiché la Chiesa è formata dai Gentili, cioè dai pagani. E il giorno della sua nascita Egli apparve ai Giudei, personificati dai pastori, ma solo pochi Giudei accolsero il Verbo, ovvero il Figlio di Dio. Oggi Egli appare ai Gentili, o pagani, e questa è la Chiesa degli Eletti».

Mentre l’Epifania, penetrata in Occidente, diventava prevalentemente la festa della rivelazione di Gesù al mondo pagano, in Oriente la diffusione del Natale «romano» che cadeva il 25 dicembre trasformava tà Epiphania, le “Epifanie”, nella celebrazione del battesimo del Cristo nel Giordano e del primo miracolo.

 

Riti e usanze dell’Epifania
La notte dell’Epifania è considerata nelle campagne una notte magica: si dice che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi. «La notte di Befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla»; «La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta», affermano due proverbi, il secondo intendendo Pasquetta per Epifania perché un tempo si chiamava «pasqua» o «pasquetta» qualsiasi festa religiosa solenne: Pasqua di Resurrezione, ma anche Pasqua di Natale e Pasqua Epifania. In Toscana si tramandano anche le parole che si scambiano i bovi ormai scomparsi con l’avvento della meccanizzazione – nelle stalle: «Biancone!» «Nerone!» «Te l’ha data ricca cena il tuo padrone?» «No, non me l’ha data.» «Tiragli una cornata!» Per questo motivo si dice che alla vigilia dell’Epifania i contadini governano senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte dicano male del padrone o del loro custode.

L’Epifania è celebrata in Italia con tante feste e usanze che ne riflettono i vari aspetti. Ispirata alla luce della Stella è la festa dei “pignarul” a Tarcento; un’altra è il “Rito della Stella” che si svolge a Sabbio Chiese in provincia di Brescia. Nella tarda serata un coro di giovani, accompagnato da un’orchestrina, esegue il «canto della Stella». Un cantore regge per mezzo di un’asta una stella di carta a cinque punte illuminata all’interno, e che talvolta contiene persino un minuscolo presepe di carta. In passato i tre cantori principali, che interpretavano la parte dei Re Magi, si travestivano con mantelli dorati e corone di cartone, e uno di loro, Baldassarre, aveva la faccia dipinta di nero. Il coro di giovani passa per le vie del paese sostando sulla porta di ogni casa e rievocando la nascita del Bambin Gesù tra il bue e l’asinello, la venuta dei Magi guidati dalla stella, e i loro doni. Il canto finisce con questa strofetta: «Or noi ce n’andiam ai nostri paesi da cui venuti siam ma qui resta il cuore in mano al Signore in mano al bambino al Bambinel Gesù.» Al termine della cantatina i giovani raccolgono mance e doni in natura che servono poi per la cena in comune a tarda notte a base di polenta “taragna”, ovvero polenta mescolata abbondantemente con formaggio.

Il “canto della Stella” è un esempio anomalo delle classiche “befanate”, un tempo diffusissime nei paesi e durante le quali gruppi di contadini correvano per le vie del paese, di casa in casa, cantando “la befana” con canzoni dette di questua perché, finite le strofette, chiedevano e ottenevano doni in natura.

A Rivisondoli, in provincia dell’Aquila, si celebra invece un presepe vivente. Tutta la popolazione rivive la scena tradizionale: i pastori, che giungono dai monti vicini, le donne in costume e i Re Magi sono gli attori dello spettacolo. In una capanna Maria e Giuseppe, interpretati da due abitanti del paese, coccolano un bambino che, secondo la tradizione, è l’ultimo nato di Rivisondoli. La scena è arricchita da angeli, suoni e fiaccole.

A Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, l’Epifania non rievoca l’arrivo dei Magi ma, come per tutti i cristiani di rito orientale, il battesimo del Cristo nel Giordano. Il rito è solenne. Il Vescovo, accompagnato dai sacerdoti, giunge in processione presso la fontana dei tre Cannoli. Il corteo è preceduto da gruppi di ragazzi che portano in mano alcuni bastoni su cui sono infilate arance. Giunto alla fontana, il Vescovo immerge la croce nell’acqua tenendo in mano tre candele accese e alcune foglie di ruta. Contemporaneamente una colomba si alza in volo dal campanile della chiesa di Maria Odighitria – ossia “Guida” in greco – e si posa sulla spalla del Vescovo. Allora i ragazzi immergono le arance nella fontana e le distribuiscono, benedette, agli abitanti e agli ospiti come simboli dei frutti del Cristo, Arbor Mundi, “Albero del Mondo”.

Sorprendentemente un’eco dell’Epifania orientale è rimasta nella “Pasquella” di Recanati, in provincia di Macerata. Durante la notte che precede il 6 di gennaio cori di bambini cantano, fra le altre, una strofetta significativa: «Sulle rive del Giordano, dove l’acqua diventa vino per lavare Gesù bambino per lavare la faccia bella, giunti siamo alla Pasquella.»

Vi sono invece in Italia due usanze che sembrano collegarsi a tradizioni precristiane. Prima che si affermasse la consuetudine dei regali natalizi ai bimbi, ai quali si raccontava che li aveva portati Gesù nella notte, erano i Re Magi ad avere questa funzione all’Epifania, in ricordo dei tre doni offerti al Bambino per eccellenza. Oggi ancora, in Spagna, è l’Epifania il giorno dei regali che vengono portati dai Reyes Magos. A Siviglia, la sera del 5 gennaio, una festosa cabalcada di bambini e ragazzi accompagna i tre Re, impersonati da adulti, per le vie della città.

Befana

La Befana
In Italia invece si è avuto uno sdoppiamento: Gesù bambino è diventato il dispensatore dei regali importanti mentre una figura anomala e non inquadrabile nella tradizione cristiana, la Befana, porta regalucci e addirittura carbone se il bambino non si è comportato bene nell’anno appena trascorso. La Befana è rappresentata in una vecchia brutta che vola su una scopa come una strega, ma tenendo il manico davanti a sé: una vecchia benefica e, tutto sommato, simpatica che scende di notte per la cappa del camino e lascia nelle calze o nelle scarpe dei bimbi doni, dolci e talvolta, come si diceva, carbone. Il suo nome deriva dall’aferesi del latino Epiphánia , che diventa dapprima “Pifania”, poi “Bifania”, “Befania” e infine “Befana”: tentativo evidente di cristianizzare il misterioso e inquietante personaggio trasformandolo nella personificazione femminile della festa. Ma – ci si domanderà – perché scegliere una vecchia a rappresentare una festa che celebra la nascita del Bambino? E perché mai in alcune feste popolari dell’Epifania si usa segare o bruciare la Befana? Per esempio a Goito, in provincia di Mantova, si accende allo squillare dell’Ave il “boriello”, ovvero un grande fuoco. La catasta di legna è preparata con ramaglie su cui si pongono rovi e castagne cavalline che scoppiettano al fuoco come petardi, e infine paglia. Il mucchio può raggiungere anche sei o sette metri e deve avere forma conica. Su di esso si sistema un pupazzo, detto la “vecia” o la “stria”, che rappresenta la Befana. Si dice che i fuochi si accendono perché la Madonna possa asciugare i pannolini del Bambino o per illuminare la via ai Magi. Ma allora la stria che ruolo ha? D’altronde, la cerimonia di “Sega-la-Vecchia”, tipica della mezza Quaresima e analoga a questa, si svolge all’inizio della primavera. Se pensiamo che fino a non molti secoli fa l’anno legale cominciava sia all’inizio di gennaio che all’inizio di marzo oppure all’Annunciazione, si capisce come l’usanza sia collegata in realtà al passaggio da un anno all’altro.

E allora si può proporre un’ipotesi interpretativa: la Befana è la sopravvivenza di una figura arcaica, simbolo di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, è una “befana”, una “comare secca” da segare o da bruciare. Segata, offre una cascatella di dolciumi e regalini, che altro non sono se non i “semi” grazie ai quali risorgerà la primavera come giovinetta. Madre Natura, bruciata, offre carbone che, simbolicamente è l’energia latente nella terra, pronta a rivivere col nuovo sole. Come la luna, altro simbolo della Grande Madre, muore diventando “nera” per rinascere falce virginea, così la Befana muore per rinascere giovinetta fiorente.

Il Re della Fava
A un simbolismo diverso si riallaccia un’altra usanza diffusa in varie nazioni europee fino a qualche decennio fa e ora in via di estinzione: si eleggeva il giorno dell’Epifania un “Re della Fava”, così chiamato perché aveva trovato una fava nascosta nella focaccia tipica di questa festa, detta in Francia Galette des Rois e sormontata da una coroncina di cartone. A sua volta il Re nominava una Regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta. Secondo una tradizione che risale ai Pitagorici la fava sarebbe il simbolo dell’incessante ciclo di vita e di morte nella caverna cosmica.
Nella vita di Pitagora, Porfirio spiega che la fava nasce, come l’uomo e con l’uomo, nella putrefazione. Figura perciò il polo della morte e delle rinascite necessarie, opposto alla vita eterna riservata agli Dèi immortali e alle anime che, scese nella generazione, sanno tornare al luogo di origine dopo essere vissute secondo giustizia e aver compiuto azioni gradite agli dèi. Mangiar fave, sosteneva, è dividere il cibo dei morti, è uno dei mezzi per mantenersi nel ciclo delle “metensomatosi”, e piegarsi così alle forze della materia.
Questo simbolismo applicato al Re della Fava ispirerebbe uno scherzoso memento mori con l’allusione al rinnovamento ciclico dell’anno e della vita. Ma perché allora chiamare la focaccia con la fava Galette des Rois? Soltanto una denominazione ironica? O forse cela un simbolo diverso da quello pitagorico?
L’alchimista Eugène Canseliet ha spiegato a sua volta che «la fava non è altro che il simbolo del nostro zolfo imprigionato nella materia; vero sole minerale, è anche quello dell’oro nascente, affatto estraneo al metallo prezioso, dispensatore di ogni piacere in terra; quell’oro giovane verde che doterà l’artista, abbastanza fortunato per giungere fino alla maturità, del triplo privilegio della salute, della fortuna e della saggezza. Ecco perché l’espressione trovare la fava nel dolce significa sia fare una scoperta geniale e
importante sia un affare ricco ed eccellente.
Inoltre occorre notare che la fava della Focaccia dei Re è spesso sostituita con un minuscolo bimbo di porcellana, chiamato bagnante, o con un pesciolino, anch’esso di porcellana, esattamente una sogliola (che nel latino solea ha la stessa radice sol, “sole”), e che Cristo all’origine era rappresentato con il pesce il cui emblema abbonda nelle catacombe romane e il cui nome, Ichthús, preso come monogramma, riunisce nell’ordine le prime lettere greche delle parole che costituivano l’antica divisa: Iesûs Christôs Theoû Uiós Sotér, ovvero “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.

Tratto da Alfredo Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e le feste dell’annoMondadori, Milano, 2008.

Mitologia, mitologema, mito e mitema

ingres-jupiter-and-thetisTratto dal capitolo sul “Mito” del mio libro “Zero, Infinito, Punto, Uno“, che spero di pubblicare quanto prima.

Vorrei provare a fare chiarezza su alcuni termini, non per puro piacere filologico, ma perché sono fermamente convinto che la comprensione delle parole aiuti la conoscenza dell’archetipo sotteso.

Ti sei mai soffermato sulla parola “mitologia”?

<In che senso, scusa?>

C’è dell’ironia in essa, perché è rappresentata dall’unione di “mito” e “logia”, ossia mỳthos e lógos, insomma è come tenere insieme “diavolo” e “acqua santa”.

<Effettivamente, dopo ciò che hai detto su mỳthos e lógos non posso che confermare.>

Molti usano impropriamente il termine mitologia, anche autori autorevoli, scambiandolo con la parola mito, se non addirittura con il “fare” mito o “vivere” nel mito, ossia philomytos, la cui traduzione letterale è “amante del mito”. È evidente, da quanto esposto sopra, che così non è, così non può essere. Mitologia, dal punto di vista etimologico, ha il significato di “parlare”, “discernere”, “discutere” di mito, ovvero “studiare” il mito, tale è l’uso del suffisso logia nelle parole composte. La mitologia, quindi, allude al mito, ma non è il mito, non è philomytos, non coincide con il “fare” mito, “vivere” il mito.

<Cosa intendi dire?>

Intendo dire che l’utilizzo di miti al fine di spiegare concetti, pensieri, idee, non “produce” miti, non significa “fare” mito, cioè “vivere” il mito, ma semplicemente dissertare, discutere, dialogare intorno al mito, ovvero sfruttare (in senso positivo) il mito per i propri fini, cioè mitologia.

<Mi stai dicendo che quando un autore, tipo Platone o Aristotele, parla del mito sta facendo della mitologia, ossia sta semplicemente parlando del mito?>

Esatto! Platone e Aristotele, come loro stessi “candidamente” ammettono, non sono philomytos, non sono “amanti del mito”, non vivono nel mỳthos, perché sono completamente assorti nel lógos.

<Fammi capire bene, ma tu per mito casa intendi?>

Il mito è l’archebolo, se preferisci è il simbolo in ambito mitologico, che per essere tale deve essere raccontato, recitato, cantato, rappresentato, vissuto, senza commenti, interpretazioni, disquisizioni di alcun genere, altrimenti diventa mitologia (archebologia, simbologia ovvero psicologia, filologia, antropologia).

<Spiegati meglio.>

Per rendere più chiaro il mio pensiero devo far ricorso al termine mitologema, utilizzato per la prima volta da Károly Kerényi, nella sua opera, scritta con colui che ha dato vita alla psicologia analitica, Carl Gustav Jung, dal titolo Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia. Nel suddetto lavoro, l’autore, noto studioso di religioni, avanza l’ipotesi che la parola “mito sia “troppo complessa”, comunque “troppo usata e vaga”, e che andrebbe sostituita con il termine mitologema, ossia «l’elemento minimo riconoscibile di un complesso di materiale mitico che viene continuamente rivisitato, plasmato e riorganizzato, ma che al cuore si mantiene di fatto la stessa storia, lo stesso racconto primordiale». Detto diversamente il mitologema – che con linguaggio semplificato puoi intendere come idea, immagine, eidolon, noumeno – rappresenta, in ambito mitologico, ciò che ho identificato con il termine archetipo[1]. Esso, arricchito da elementi propri di una cultura, dà origine al mito, cioè l’archebolo, di modo che nel “triangolo semiotico”, basato sul ternario “significante, significato, referente” – utilizzato per spiegare il segno linguistico di un termine e di cui ti ho parlato per la prima volta quando ho iniziato a parlare di “simbolo, archetipo e archebolo” (vedi figura) – possa essere aggiornato con una nuova terna “simbolo/immagine, mitologema, mito”.

Ti faccio un esempio, poi, ne farò altri, conosci il mito di Ercole?

Certo, chi non lo conosce!

Bene, sul significato da attribuire al terminie significante, cioè il simbolo, l’immagine, non devo aggiungere altro rispetto a quello già detto a suo tempo, è semplicemente la parola scritta “Ercole”, oppure quella pronunciata ovvero l’immagine, ad esempio il classico disegno di un uomo che a mani nude uccide il leone di Nemea; invece, l’archetipo, ossia l’idea di forza e coraggio smisurati che il simbolo richiama, ad esempio pronunciando la parola “Ercole”, cioè il significato, rappresenta il mitologema di Ercole; infine l’essere fisico, l’archebolo (che sia esistito o meno è del tutto irrilevante, comunque è reale –  per inciso per i greci, che “vivevano” quel dato mito, Ercole è realmente esistito), cioè il referente, indica ovviamente il mito. Ai nostri giorni, ad esempio, un possibile archebolo di Ercole potrebbe essere Arnold Schwarzenegger, il quale, ironia della sorte, ha interpretato nell’emblematico film Ercole a New York (1970) proprio il ruolo di Ercole. La cosa curiosa è che l’Ercole del film è proprio l’Ercole del mito teleportato letteralmente e fisicamente ai nostri giorni da Zeus in persona.

È evidente che il Kerényi intenda utilizzare il mitologema come sostituto del mito, non sottolineando in modo chiaro e preciso che non si tratta della stessa cosa, perché il primo, il mitologema, è l’archetipo, mentre il secondo, il mito, è l’archebolo, ovvero il simbolo, il modello che richiama l’archetipo. I due termini quindi non sono interscambiabili, così come non sono sinonimi i termini archetipo e archebolo altrimenti si crea confusione.

L’abbandono di un figlio che sopravvive (il cosiddetto puer aeternus) e, divenuto grande, sarà causa di profonde trasformazioni, rappresenta il mitologema; Ermes, Sargon, Mosè, Paride, Romolo sono i miti – presenti praticamente su tutti i cinque continenti con nomi, ovviamente, diversi – che da esso hanno preso vita. Di sfuggita ti faccio notare che i suddetti miti, presi nella loro “realtà”, nella loro “manifestazione” rappresentano l’archebolo, mentre le parole, i termini “Ermes”, “Sargon”, “Mosè”, “Paride”, “Romolo” sono i simboli.

Il conflitto sempiterno tra padre e figlio, tra vecchio (senex) e giovane (puer), presente ovunque sulla faccia della terra dall’alba dei tempi (oserei dire dall’inizio della creazione), che può sfociare nell’omicidio del padre o nell’assassinio del figlio, è il mitologema; Urano e Cromo/Saturno (con i suoi fratelli Titani), Cromo/Saturno e Zeus/Giove (con i suoi fratelli Poseidone/Nettuno e Ade/Plutone) sono i miti da esso originati.

La distruzione della terra mediante il “diluvio universale” e il relativo “ometto” che si salva, insieme alla famiglia e un bel po’ di animali vari ed assortiti, rappresenta il mitologema; Utnapishtim (epopea di Gilgamesh), Noè (Genesi), Deucalione (figlio di Prometeo), Satyavrata (settimo Manu nel poema Matsya Purāṇa) e altri 99 nomi, espressi in lingue diverse di altrettante civiltà, sono il mito che da esso hanno avuto il princìpio.

<Basta così, ho capito, ma in questo contesto il termine mitologia dove lo metti?>

Dove vorresti metterlo? Te l’ho già detto, con il termine mitologia indichiamo semplicemente (si fa per dire) tutto ciò che è a contorno del mito: la disquisizione, la dissertazione, l’interpretazione, la lettura, lo studio del mito (che ti ripeto rappresenta l’archebolo), insomma esattamente quello che sto facendo io in questo momento. Tutto il lavoro che fanno gli studiosi sul mito, gli psicologi, gli storici, i filosofi, non è altro che mitologia. Che poi la mitologia possa essere vista, metaforicamente, anche come una partitura musicale, come sostiene Károly Kerényi, lo lascio decidere alla tua fantasia ed immaginazione.

     Il paragone più appropriato – che io devo sempre ripetere per illustrare questo aspetto della mitologia – è quello con la musica. Mitologia in quanto arte e mitologia in quanto materiale sono fuse in un unico e identico fenomeno, nella stessa maniera in cui lo sono l’arte del compositore e il suo materiale, il mondo sonoro. L’opera musicale ci mostra l’artista quale plasmatore e nello stesso tempo ci fa vedere il mondo sonoro nell’atto di plasmare se stesso. Nei casi in cui non ci sia in primo piano nessun modellatore di spirito particolarmente eccezionale, come nelle grandi mitologie degli Indi, dei Finni e degli Oceaniani, si può parlare con ancor maggiore ragione di siffatta relazione: di un’arte cioè che si manifesta nel plasmare e di un particolare materiale che si plasma, come di unità inscindibile di un unico e identico fenomeno. [“Introduzione” in Károly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia]

 Kerényi sembra quasi voglia sfuggire il termine mito, non sa proprio come utilizzarlo, o meglio, non vuole utilizzarlo: “mitologia in quanto arte” posso anche comprenderlo, ma cosa intenda dire con la frase “mitologia in quanto materiale”, non lo comprendo. Intende far riferimento al mito in quanto tale?

Non chiederlo a me.

Stai tranquillo, non lo chiedo a te.

Anche James Hillman[2] usa la metafora della partitura,  ma per fortuna ne parla in termini di mito e non di mitologia, fino a quando, però, non confonde il mito con la sua interpretazione, la sua lettura, il suo significato, la sua  comprensione, cioè con la mitologia.

[…] Per quanto riguarda l’aspetto della somiglianza, il principale punto che assodai[3] fu che, proprio come in una partitura musicale, è impossibile comprendere un mito come una sequenza continua. Ecco perché dovremmo renderci conto che se cerchiamo di leggere un mito come leggiamo un romanzo o un articolo di giornale, cioè riga per riga, leggendo da sinistra a destra, non lo comprendiamo, poiché dovremmo invece coglierlo come una totalità e scoprire che il suo significato fondamentale non è trasmesso dalla sequenza degli eventi ma, per così dire, da fasci di eventi, anche se questi eventi appaiono in momenti diversi della storia. Perciò dobbiamo leggere il mito più o meno come leggeremo una partitura orchestrale, non una strofa dopo l’altra, ma sapendo che è necessario cogliere il senso dell’intera pagina e che le parole della prima strofa all’inizio della pagina acquistano significato solo se vengono considerate parte e porzione di ciò che è scritto più avanti nella seconda strofa, nella terza e così via. Bisogna cioè leggere non solo da sinistra a destra, ma contemporaneamente in senso verticale, da cima a fondo. Dobbiamo capire che ogni pagina è una totalità. E solo trattando il mito alla stregua di uno spartito orchestrale, scritto strofa per strofa, possiamo comprenderlo come totalità ed estrarne il significato. [“Il mito e la musica” in Claude Lévi-Strass, Mito e significato]

Ti ricordi quando ti ho parlato del simbolo e dell’archebolo e ho affermato che all’archetipo possono corrispondere più archeboli o simboli e viceversa?

<Uhm … vagamente.>

Non fa niente, tanto lo ripeto: ad ogni mitologema possono corrispondere più miti e viceversa. Inoltre i miti, così come gli archeboli, possono essere elementari (ovvero semplici) e composti (ovvero complessi).[4]

I miti elementari (ovvero semplici), che possono essere visti come unità minime elementari, i famosi mattoncini del gioco noto come LEGO, sono stati chiamati mitemi dal noto antropologo Claude Lévi-Strauss.

<Ora ricordo, i mattoncini con la caratteristica di potersi unire con gli altri mattoncini, in questo modo è possibile creare qualsiasi cosa. Immagino a questo punto che tu voglia dirmi che con i mitemi sia possibile costruire miti, ovvero un mito (che devo vedere come un simbolo o archebolo composto) può essere concepito come l’unione di tanti mitemi (cioè simboli o archeboli elementari). Ovviamente ad un mito elementare (ovvero semplice) corrisponde un mitologema elementare (ovvero semplice), inoltre ogni mito composto (ovvero complesso) è in relazione con un mitologema composto (ovvero complesso).>

Esatto! Quando vuoi sei perspicace.

Lévi-Strauss, analizzando, comparando e scomponendo i miti in mitemi, pervenne alla conclusione che tutti i miti hanno la grande capacità di chiudersi in punti complementari, ossia ogni mito, quindi anche ogni mitema, è sempre composto da due elementi in contrapposizione. Detto con altre parole, Lévi-Strauss pervenne alla conclusione, nota da secoli[5], che ogni mito, simbolo, archebolo, presenta sempre due versi, come il Mullah Nasrudin insegnò, tanti anni fa, cavalcando l’asino al contrario o, meglio ancora, come narrava Gino che, pur non sapendo assolutamente niente di mitologia e mitologema, di mito e mitema, metteva in risalto le contraddizioni (almeno così sembravano alle mie orecchie di ragazzino) del mito di Speptoon, alternando momenti di grande generosità con quelli di menefreghismo totale, situazioni da oscar della bontà con quelle meno esaltanti di una certa cattiveria, direi quasi crudeltà “diabolica”.

[1] Volendo seguire l’esempio del Kerényi, in archebologia, cioè la “scienza” che studia gli archeboli, l’archetipo andrebbe chiamato con il termine archebologema, ovviamente preferisco evitare il termine per non inflazionare quello originale e a me più gradito.

[2] Vedi il capitolo “Ouverture” (che è poi l’Introduzione) al suo Il crudo e il cotto. Tutti i capitoli del libro sono in chiave musicale, nel senso che hanno termini presi dal linguaggio musicale. Tutto il libro è da interpretarsi, quindi, come una partitura.

[3] Si riferisce al suo lavoro Il crudo e il cotto, il primo dei quattro libri sulla mitologia, nonché al suo quarto e ultimo L’uomo nudo.

[4] Anche in questo caso, seguendo le indicazioni del Lévi-Strauss, potrei chiamare gli archeboli elementari (ovvero semplici) con il termine archebolotema, ma come per il caso del termine archebologema, preferisco tenermi il primo, sempre per non inflazionare il termine originale.

[5] Sotto questo cielo, cambia il linguaggio, non la cosa in sé: non resta che ripetere, sperando di non essere troppo noiosi.

MALEFICENT – PRIMA parte: Capolavoro di simbolismo rovesciato

Maleficent-2014-Movie-Poster200x300

C’è talmente tanto da dire (fino a riempire un libro) che indicherò subito le tesi che andrò a dimostrare in seguito (con calma e dovizia di particolari) al fine di sgombrare il campo da possibili equivoci:

    1. MALEFICENT 1 e 2 (da considerarsi come un tutt’uno, per cui se non diversamente indicato quello che dico vale sia per il primo che per il secondo) non è un film per bambini e nemmeno per famiglie (questo non ho bisogno di dimostrarlo 😂).
    2. MALEFICENT è l’archebolo (il simbolo che indica l’archetipo) di LUCIFERO/SATANA nella versione femminile individuata, identificata da LILITH.
    3. MALEFICENT è la versione femminile del CRISTO salvatore dell’umanità e non solo dell’umanità, anche di tutti i dannati/emarginati/demoni/diavoli.
    4. MALEFICENT è l’archebolo della DEA-MADRE.
    5. MALEFICENT/LILITH è l’archebolo del principio femminile che si separa da quello maschile, dando vita al principio DUE (anima e animus, sono quindi separati). Lilith che si ribella ad Adamo, da cui l’archebolo della LUNA NERA.
    6. MALEFICENT è l’archebolo del bene/luce e non del male/oscurità, come invece l’etimologia del nome (malefica = portatrice di male) vorrebbe far intendere, da qui l’asserzione del titolo: “capolavoro di simbolismo rovesciato” e dell’associazione con LUCIFERO (lucifero = portatore di luce). Ne consegue che Maleficent è anche l’archebolo della FENICE.
    7. gli sceneggiatori di MALEFICENT sono dei “satanisti”, però nella versione rivista di Satana, cioè nella versione in cui Satana è l’archebolo del bene e non del male, quindi sono dei “luciferisti” 😂, inoltre sono delle “femministe” sfegatate, con un’ottima preparazione nel campo degli archeboli, del mito e della psicologia junghiana.
    8. la BRUGHIERA è il luogo “incantato/fatato/maledetto/indemoniato” in cui si rifugia LILITH, dopo aver “litigato” con Adamo e aver “disobbedito” al DIO-maschilista; rappresenta, insomma, la parte del paradiso terrestre incontaminata, dopo la cacciata di Adamo e Eva, a cui l’uomo non può più accedere. Solo alla fine di Maleficent 2, con l’unione mistica tra Aurora (Anima/Principio femminile) e Filippo (Animus/Principio maschile), l’uomo può tornare nel Paradiso terrestre, infatti la Brughiera si allarga, si estende a tutto il mondo.
    9. Il film MALEFICENT come “via” d’iniziazione.

Direi per il momento di fermarci qui. Cosa ne pensi?

Prima di proseguire un piccolo quiz (spero stuzzichi il tuo appetito) a cui purtroppo può rispondere solo chi ha visto Maleficent 2:
perché, all’inizio del film, prima che Maleficent faccia il suo ingresso nella sala reale del RE e della REGINA (rispettivamente padre e madre del principe Filippo, futuro sposo di Aurora) la freccia, che parte dalla balestra tenuta dalla regina, finisce conficcata nella testa della statua rappresentante il grifone e non nella statua rappresentante il caprone? E soprattutto, che “cavolo” ci fanno proprio quelle due statue nella stanza?

Se poi voleste acquistare il libro giusto al fine di una corretta risposta, vi consiglio Luca Frigerio, Bestiario medioevale, ed. Ancora. In alternativa c’è sempre internet, in questo caso, basta scrivere “simbolo grifone” e, poi, “simbolo caprone”.

 

Il simbolismo dei Quadrati Magici

Continue reading

Il simbolismo della Città Divina

gerusalemme_celeste1Uno dei simboli più importanti della Tradizione, non foss’altro in quanto esprime in maniera esemplare l’essenza stessa della Civiltà tradizionale, è quello della Città Divina, la quale costituisce costantemente l’archebolo del centro spirituale trascendente dal quale sempre s’irradia ciascuna forma del Sacro, vissuta da una particolare collettività; nonché, in pari tempo, il modello trascendente di quella civiltà che tale stessa collettività ha realizzato nella Storia.

Nei miti di varie tradizioni troviamo le città divine quali Asgard, l’Olimpo, la Gerusalemme Celeste, o le città mistiche di Jabalqa, Jabarsa e Hurqalya, più volte menzionate da Henry Corbin a proposito del «Mondo immaginale». Tutti queste “capitali” del Reame metafisico hanno le loro immagini corrispondenti nel mondo terreno degli uomini in città reali quali Thule o Tula, Gerusalemme, Roma intesa quale «caput mundi» spirituale, ossia «città eterna», oppure centri leggendarî come Shangrilah, Shambala, Agartha, Salem, etc., le quali, a loro volta, devono essere ricollegate al Paradiso Terrestre, all’Eden, ossia, più che semplicemente ad un’antichissima, o addirittura primigenia, civiltà umana – la quale comunque esistette come la Tradizione la descrive -, a quella condizione di consapevolezza e beatitudine originarie, appartenuta alla prima stirpe degli uomini. È evidente, a questo punto, che la città sacra, o il Paradiso perduto, quale sede originaria del genere umano è l’equivalente, in base ad un simbolismo di tipo spaziale o geografico, dell’Età dell’Oro, secondo un simbolismo di tipo temporale o storico – a condizione che qui si presupponga una «storia sacra», una ierostoria -; così com’è pure palese che entrambi i simbolismi coincidono, o comunque convergono integrandosi vicendevolmente, nell’espressione di quello che è noto come «stato edenico» o «paradisiaco» dell’Umanità, a cui accennavamo poco fa.

L’elemento fondamentale della Città Divina, così come della città santa, è certamente la Presenza di Dio, che in essa si manifesta; e se nella prima questa è la sostanza stessa del suo essere, e pertanto costituisce una Rivelazione perfetta e definitiva del Principio; nella seconda è invece qualcosa che può essere percepito e vissuto, ma, ovviamente, non certo con la stessa immediatezza e pienezza possibili nella prima: è, in qualche modo, piuttosto un presagio dell’avvento della radiosa Luce divina che, non essendo ancora apparsa nel suo autentico fulgore, resta invisibile, occultata, e magari solo intravista, grazie ad una certa sottile trasparenza spirituale del luogo ad Essa consacrato. Per queste ragioni, quindi, la città sacra è il luogo per eccellenza nel quale si invera il simbolo del Regno di Dio la cui realtà “è già e non ancora” (iam et nondum) presente nella storia e nella coscienza dell’uomo; ed infatti, nelle città sante, l’abitante od il pellegrino, nello stesso momento in cui “incontra” Dio, o vi si approssima, si trova nello stato d’animo di chi prova una sorta di intensa nostalgia, un sentimento difficilmente definibile, che, a sua volta, è nel contempo vaga reminiscenza della passata Età Aurea, e anelito e presentimento di quella futura.

È impossibile non riconoscere che nell’Apocalisse di S. Giovanni evangelista il simbolo della Città Divina possiede un valore ed una forza assai difficilmente riscontrabili nei testi sacri appartenenti ad altre tradizioni, ed è per questo che l’archetipo che stiamo indagando risulterà meglio comprensibile attraverso la sua trattazione sintetica. Evidenzieremo, dunque, in essa tutti quegli elementi fondamentali che costituiscono una costante invariabile di questo simbolismo in tutte le tradizioni; tanto che ciascun lettore potrà averne piena conferma con un raffronto anche sommario; ed a questo proposito, oltre all’assai celebre Il Re del Mondo di René Guénon, ci preme segnalare l’ottimo studio comparativo di Titus Burckhardt sul Paradiso di Vaikuntha, contenuto nel suo Simboli; senza contare la preziosa opera di Joseph Rykwert, L’idea di città, sull’applicazione rigorosa di quell’archetipo universale all’edificazione concreta delle città tradizionali.

Per quanto riguarda l’assetto della gerarchia divina, che costituisce lo schema complessivo della Città, il Dio Supremo ha il suo trono sacro nel suo centro, ed è sempre attorniato da dodici dèi, ai quali sono subordinati tutti gli altri abitanti celesti. Nell’Apocalisse avviene, come vedremo meglio a breve, praticamene lo stesso, giacché la Divinità assisa al centro è circondata dai ventiquattro – evidente multiplo di dodici – Anziani, ai quali vanno aggiunti i quattro Viventi, i sette spiriti di Dio, senza contare inoltre i vari ordini angelici non precisati nel testo; tutte entità superiori che vanno intese come equivalenti degli dèi contemplati dalle teologie delle tradizioni “politeiste”.

In generale, la Dodecade divina è un evidente motivo ricorrente, giacché rappresenta la primissima differenziazione del Principio Divino Unico nelle sue dodici Ipostasi principali, le quali, nel loro insieme, costituiscono il complesso intelligibile dal quale dipende la costituzione del cosmo – basti pensare, immediatamente, allo Zodiaco. In particolare, la Gerusalemme Celeste ha forma di cubo – che è definito da dodici linee -, per cui è possibile riferire le sue sei facce ai sei “giorni” della creazione, riferendo invece il suo centro, occupato da Dio, al settimo giorno, che è infatti «il giorno del Signore», il luogo metafisico della Pace Divina. Inoltre, essa possiede dodici basamenti, dodici porte, ed i dodici angeli che le custodiscono, oltre alle menzione indiretta dei dodici Apostoli di Cristo, ed alle dodici stirpi degli Eletti. Sempre al centro della Città si trova necessariamente l’Albero della Vita – qui associato al Cristo quale Agnello di Dio – che produce ben dodici raccolti all’anno, uno per ciascun mese; ossia l’Asse del Mondo a partire dal quale l’Universo si produce e da cui ottiene l’energia spirituale con cui nutre la propria esistenza.

Per quanto riguarda, invece, la forma e la struttura della Città, se le sue misure simboliche esprimono tanto la totalità della molteplicità degli enti quanto le determinazioni cicliche del divenire; allora la sua geometria, così potentemente definita da un ordine perfetto, e da una proporzione ed una simmetria adamantine, non significa altro che l’assoluta rettitudine dell’intendimento universale dell’Onnisciente Divinità che l’ha generata.

In definitiva, a partire dalla luminosa Presenza di Dio al suo interno, la Gerusalemme Celeste si rivela quale modello eterno del Cosmo, perfetto Piano divino del corso del tempo; progetto del Grande Architetto dell’Universo, che contiene in sé tutte le pure essenze spirituali, le infinite Idee, platonicamente intese, di tutti gli enti passati, presenti e futuri. Se adesso si obbiettasse che nell’Apocalisse coloro che si sono sottomessi all’Anticristo e a Satana si trovano esclusi dal popolo degli Eletti che abitano la Città Divina, ossia, metafisicamente, non rientrerebbero nel numero delle Idee che la costituiscono, risponderemmo che non affatto è in questo modo che la loro esclusione va intesa, giacché è unicamente il loro ottenebramento ad escluderli, in quanto essi sono del tutto incapaci di riconoscere la loro eterna appartenenza ontologica, archetipica, o ideale, a quella purissima realtà trascendente. Se essi, fin dall’Eternità, non avessero posseduto quell’essenza ideale, se la loro esistenza non fosse stata decretata dal Volere divino, se non fossero stati “concepiti” da Dio, essi, semplicemente, non sarebbero affatto esistiti; e se la loro realtà non facesse parte del Piano divino, allora la stessa Volontà, o Provvidenza, di Dio finirebbe, per assurdo, per non sembrare più quella realtà universale e totalizzante che invece effettivamente è.

In particolare, dobbiamo ora rimarcare come sia praticamente impossibile separare la Gerusalemme Celeste apocalittica da una precisa concezione dei cicli cosmici e storici. In effetti, il simbolismo in oggetto è particolarmente complesso, giacché, infatti, definisce un ciclo completo della storia sacra, la quale misteriosamente coincide con quello della vita dell’intero Universo. Lo andiamo ad esporre facendo diretto riferimento, con alcune nostre necessarie integrazioni, all’interpretazione esoterica fornita da René Guénon nel suo Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi della relazione tra il Paradiso Terrestre e la Gerusalemme Celeste della teologia cristiana.

Ora, nel suddetto ciclo sacro, la Città di Dio metafisica, nella quale l’uomo abitava in quanto puro spirito in perfetta comunione con Dio stesso, in origine si era manifestata quale Paradiso Terrestre, nel quale l’uomo, trovandosi ora nel suo stato terreno, gode di tutta la beatitudine possibile in tale condizione inferiore. Ora, nella fase discendente del ciclo, avviene che questo Paradiso Terrestre svanisca progressivamente dall’orizzonte umano: da un lato, divenendo una forma di coscienza illuminata che risulta di fatto negata dalla maggioranza degli uomini; dall’altro lato, in quanto forma storica della Tradizione Primordiale, occultandosi in una civiltà sacra segreta ed inaccessibile: quella di Agartha, chiamata Paradêsha al tempo dell’Età Aurea.

Il corso del tempo, il divenire storico, dunque, allontanano sempre più l’uomo da quella beatitudine primigenia, trasferendolo progressivamente dalla «Civitas Dei» alla «civitas Diaboli», nella quale egli vive una condizione esistenziale di dannazione terrena, dovuta all’influenza demoniaca, che si è fatta predominante nel mondo, producendo la civiltà letteralmente infernale in cui egli vive nei tempi ultimi. Tuttavia, questa fase conclusiva di ottenebramento collettivo delle coscienze è destinata ad essere di breve durata, poiché la seconda fase del ciclo ierostorico vi porrà fine, riportando la Città Divina al centro dell’esistenza e della storia umane, generando in tal modo un nuovo Paradiso Terrestre.

Sulla base di quanto esposto precedentemente, ben si comprende che la “discesa” della Gerusalemme divina nel cosmo, nel mondo umano, significa che l’universo metafisico, archetipico, che essa costituisce, si è proiettato sullo schermo dell’esistenza fenomenica, rigenerandola, riplasmandola – com’era avvenuto in principio – affinché prenda avvio un suo nuovo corso, un nuovo ciclo di manifestazione di possibilità precedentemente inespresse. Dovrebbe essere quindi evidente che, giacché l’abbiamo definita quale cosmo metafisico, Piano divino, ossia complesso od architettura di Idee eterne, la Gerusalemme apocalittica andrebbe intesa, più che come manifestazione estrema della Provvidenza soccorritrice di Dio, propriamente come teofania definitiva della stessa Mente Divina, Rivelazione ultima dell’Intelligenza suprema della Divinità.

Proprio come negli uomini dell’Età Aurea, negli uomini che hanno attraversato interiormente indenni l’Età Oscura, fino a giungere alla visione della Rivelazione finale, si realizza quello stato interiore che permette loro di sapere che il Paradiso Terrestre non è altro che l’attuazione sul piano corporeo, sensibile e temporale della trascendente ed eterna Gerusalemme Celeste; ossia che l’intero Universo non è che la proiezione sensibile dell’Intelletto di Dio. Conseguenza diretta di tutto ciò è che questa Umanità possiede ora la chiarissima visione del Piano Divino, che fin dall’Eternità ha plasmato il cosmo e la storia, ed è giunta quindi alla certezza della Suprema Intelligenza, trascendente ed immanente ad un tempo, che determina l’intero corso del divenire. Infatti, l’evento della “discesa” della Gerusalemme spirituale che restaura il Paradiso Terrestre, dato il livello cosmologico a cui è riferito, è di gran lunga meno importante della Rivelazione dell’Intelligenza, della Volontà e della Presenza di Dio in quanto tali; infatti, ciò deve intendersi come l’integrazione definitiva dell’umano nel Divino, della presa di coscienza finale, da parte dell’uomo, di avere sempre posseduto un’essenza divina – per dirla con le espressioni classiche della teologia cristiana, di essere sempre stato “ad immagine e somiglianza di Dio”, o più semplicemente “figlio di Dio” -, di essere sempre stato cittadino di quella Civitas Dei. Un’Idea eterna nell’eterna e perfetta Mente dell’Altissimo.

Giovanni M.Tateo, Posted 27 maggio 2012 by in ORIZZONTI TRADIZIONALI, SIMBOLI su http://centrostudiparadesha.wordpress.com/

macrolibrarsi un circuito per lettori senza limitiAcquista Online su IlGiardinodeiLibri.it

Se ti interessa il nostro “lavoro” saremmo felici di accoglierti nel gruppo Facebook
https://www.facebook.com/groups/archeboli/
Se hai tempo e voglia, potresti dare una sbirciatina al sito del curatore del Blog,
http://www.archeboli.it
o alla sua vetrina su www.lulu.com oppure www.amazon.it

         

La Scala per la Luna

La Scala per la Luna (K.T.)

Quanto segue è il mio commento sul simbolo della scala in un “gruppo” – di cui ovviamente non faccio il nome ed in cui vengono postate, per la verità, cose bellissime, grazie alle citazioni dei maestri del passato – con un piccolo, come dire, inghippo: coloro che postano, indefessamente, non si prendono mai una piccola pausa di riflessione per commentare i loro thread, si limitano a toccare il tasto del “mi piace”, nella migliore delle ipotesi. Scelta legittima ovviamente, ma discutibile dal mio punto di vista. Il mio commento nasce proprio dall’aver osservato questa caratteristica e dall’aver sottolineato che forse una piccola pausa avrebbe permesso di chiarire le parole dei “maestri”.

GrandSheikh dell’Ordine Sufi Naqhsbandi parla per bocca di Sheikh Nazim alHaqqani:
«Non abbiamo la pretesa di raggiungere tutte le stazioni celesti, come risultato delle nostre pratiche; facciamo solo ciò che è in nostro potere di fare e, in realtà, raggiungere lo scopo per mezzo delle nostre pratiche è come cercare di raggiungere la luna per mezzo di una scala. Anche se legassi assieme tutte le scale del mondo non potresti raggiungerla: è impossibile! Dobbiamo comunque provare, perché può darsi che, una notte, dalla luna discenda una scala per congiungersi alla nostra, allora ci sarà possibile salire, ma che noi possiamo costruire su fino alla luna, quello mai, dobbiamo comunque compiere il nostro dovere. Allah dice che fare il proprio dovere è la causa del nostro raggiungere i cieli, ma dovete sapere che questo non è sufficiente. Sappiamo che le scale vanno verso l’alto, ma non fino alla luna. Questo è il significato preciso della Tarîqat. Noi non inganniamo la gente: se uno lavora con sincerità, il nostro Signore può mandare una scala in ogni momento dalla luna per portarvi su, ma dovete fare il vostro lavoro, avere fiducia nel Signore!» [LA SCALA PER LA LUNA da “Mercy Oceans” di Sheikh Nazim alHaqqani].

MIO COMMENTO all’archebolo della “scala”

La Scala per la Luna (K.T.)

Vorrei soffermarmi brevemente sul punto in cui GrandSheikh parla delle “scale” e della “scala” che scende dalla luna. È vero, è proprio vero! Tutte le “Vie”, sotto qualsiasi forma si presentino, servono a costruire “scale”, ma neanche tutte le “scale” di questo mondo, legate assieme, possono permettere a chiunque di raggiungere la “luna”. Soltanto una scala proveniente dalla “luna” può fare in modo che ciò avvenga.
La domanda è: «come faccio a riconoscere che le scale costruite siano conformi a quella proveniente dalla “luna”?» Perchè in caso contrario, c’è il rischio che non si riesca a riconoscere la scala “vera”, ma questa è una altra storia.
Il linguaggio dei Maestri è sempre chiaro, limpido, diretto, illuminante, perché fa uso di archeboli o simboli semplici. Essi (i simboli o gli archeboli semplici) hanno il vantaggio di rivolgersi a tutti, indistintamente, penetrano nei cuori direttamente senza tanti fronzoli, hanno il vantaggio dell’immediatezza e della chiarezza. Cosa c’è di più diretto, istantaneo, chiaro, dell’archebolo di una “scala”? Il rovescio della medaglia, cioè lo svantaggio, è che tutti pensano di aver compreso. Effettivamente tutti comprendono, soltanto che la comprensione avviene al livello “letterale”, volendo esagerare a livello “emotivo”, quasi mai, per non dire mai, a livello “spirituale”.
Affinché la comprensione, e mi limito alla comprensione, avvenga a livello spirituale c’è bisogno di duro “lavoro”, di molto “studio”, alcuni Maestri direbbero di “preghiera” profonda, altri di “meditazione” continua, ma la sostanza non cambia, se non sei completamente coinvolto, se tutto il tuo essere non è pronto, non soltanto non riuscirai a riconoscere la “scala”, ma neanche il “gradino”.
Soffermati sull’archebolo della “scala”. Leggendo il brano di cui sopra, ovvero ascoltando il Maestro che parla di scale, qual è l’associazione che ti viene in mente?

< Una scala serve per salire. Nel brano di cui sopra è evidente, quindi, che l’associazione con il salire sia funzionale al raggiungimento della luna.>

Eh, già! Non ti viene proprio in mente che possano esserci altri significati nascosti, vero?

Mi ricordo ancora del giorno in cui dovetti tradurre in persiano un versetto di Hafiz, che era stato citato in inglese da un eminente magistrato britannico, che ero andato a consultare in compagnia di uno dei miei associati.
Il giudice disse: «Questi versi mi hanno sempre impressionato per la loro chiarezza; li ritraduca in persiano per il suo amico».
Il Sufi afgano, che era appena arrivato in Inghilterra, manifestò il suo stupore.
«Lei dice che quest’uomo è un giudice?», mi chiese.
Gli confermai che quello era il suo mestiere, e che aveva insegnato Diritto.
«Gli chieda se in questi versi ci sono altre cose, oltre ai sentimenti che provocano la sua ammirazione», mi disse il Sufi, affascinato.
«No, non c’è nient’altro», tagliò corto il magistrato.
Allora il Sufi citò il seguente racconto di Rumi.
«Le parole», disse un giorno un grammatico a un derviscio, «sono tradizionalmente divise solo in tre categorie». Il derviscio si mise ad urlare e a strapparsi i vestiti. Quando si fu un po’ calmato esclamò:
«E dire che avevo sempre sperato che ce ne fosse un’altra!».
Quando la storia fu terminata, il magistrato mostrò qualche segno di agitazione.
«Cosa mi avete detto a proposito di Sua Eccellenza? Che è…?»
«Direttore della Zecca Reale Afgana a Kabul”, gli ricordai.
«Ah, già … un altro di quegli individui complicati.». [“Tre categorie soltanto” in Idries Shah, Cercatore di Verità]

La Scala per la Luna (K.T.)

Non ti sfiora mai il pensiero che il termine “scala” possa riferirsi anche ad altri accezioni? Ti sei mai soffermato sugli usi alternativi di un vocabolo? Ti sei mai posto il problema della lingua originaria da cui un brano è stato tradotto? Hai mai sospettato che un termine in lingua “sacra” assuma differenti significati? Ti sei mai occupato di metodi di traslitterazione dalle lettere in numeri e dai numeri in lettere? Hai mai intravisto il vero potenziale delle parole, cioè il loro potere di evocare l’essenza della cosa nominata? Ti è mai passato per l’anticamera del cervello il pensiero che i Maestri del passato – ma anche quelli del presente e del futuro – fossero dei gran burloni ed amassero velare la realtà? Ti sovviene che il termine scala si possa usare anche per indicare le sette note musicali?

< Ma cosa cavolo c’entrano adesso le note musicali? >

C’entrano, c’entrano, fidati.
E la scala dei colori?

< Pure i colori? Che palle!>

E mi limito a ciò che puoi ottenere, come dico spesso, “senza saper leggere e scrivere”.

< Figurati “se sapessi leggere e scrivere”!?!>

Eh, già: figurati! Ma tu non ami essere complicato come il giudice del racconto di cui sopra, vero?
Fai attenzione, secondo te, bisogna sempre utilizzare archeboli o simboli semplici per arrivare al cuore dell’essere?

< Boh … immagino di sì. >

Immagini male! La risposta è sempre sì, no, forse.
Sì, se vuoi toccare indistintamente l’anima ( e sottolineo l’anima, non lo spirito, quello non lo puoi toccare) di tutti gli esseri, allora l’archebolo o il simbolo semplice è la scelta obbligata.
No, se vuoi che non si crei confusione, cioè se vuoi fare una selezione tra coloro che ascoltano, ovvero se non pretendi di rivolgerti a tutti indistintamente, ma soprattutto se non vuoi creare “false” comprensioni, allora non devi utilizzare l’archebolo o il simbolo semplice.
Forse, se comprendi cosa sia un archebolo o un simbolo, quale sia la sua applicazione, come si manifesta, come agisce nell’essere, perché usufruirne, quando avvalersene, per chi utilizzarlo, allora sarai in grado, all’occorrenza, di far uso di archeboli o simboli semplici e di quelli meno semplici, ossia complessi ovvero composti.

Il Mullah Nasrudin era seduto fra un circolo di discepoli, quando uno di loro gli chiese la relazione fra le cose di questo mondo e le cose di una dimensione diversa. Nasrudin rispose: «Prima devi comprendere il significato profondo degli archeboli».
Il discepolo non contento: «Mostrami qualcosa di pratico … per esempio una mela del Paradiso».
Nasrudin raccoglie una mela e la porge all’uomo.
«Ma questa mela è marcia su un lato … una mela del Paradiso sarebbe sicuramente perfetta».
«Una mela celeste sarebbe sicuramente perfetta», disse Nasrudin, «ma per quel che tu saresti capace di giudicare, situati come siamo qui in questa dimora della corruzione, e con le tue presenti facoltà, questa si avvicina ad una mela del Paradiso più di quanto potrai mai percepire». [“Le sottigliezze del Mullah Nasrudin” in Idries Shah, I Sufi]

< In questo caso, tu, cosa avresti proposto come archebolo complesso? >

L’ho detto all’inizio: il limite! Ricordi?

Puoi aver messo lungo la via tutti i passi che vuoi,
puoi esserti massacrato con preghiere, con esercizi spirituali e karmici,
puoi avere tutti i soprannomi che ti piacciono,
puoi avere tutti i riconoscimenti di questo mondo,
puoi essere chiamato maestro in tutte le lingue del passato, del presente e del futuro,
è del tutto irrilevante ed ininfluente,
sei ben misera cosa,
non c’è alcuna differenza tra te e l’ultimo degli esseri,
se non avviene il passaggio al limite. [K.T.]

Il limite è l’archebolo che meglio di qualsiasi altro si presta per spiegare la scala che proviene dalla luna. Come tutti gli archeboli complessi però non è adatto a toccare il cuore di tutti, ma chi meglio del limite ti permette di comprendere le parole del Maestro. L’archebolo complesso non presenta lo svantaggio delll’archebolo semplice, cioè che tutti pensano di comprende, mentre, in realtà, hanno compreso solo in senso letterale, se tutto va bene.
Ora, vorrei tu facessi veramente molta attenzione, secondo te esistono realmente archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi?

< Ma sei scemo? Certo che esistono archeboli o simboli semplici e archeboli o simboli complessi, sei tu che ne hai parlato. Ad esempio, la scala è un archebolo semplice, mentre il limite è uno complesso. >

Hai orecchie per udire, ma non senti; hai occhi per guardare, ma non vedi; hai una mente per pensare, ma non rifletti.
Sei sempre alla ricerca di una facile soluzione, sei sempre disposto ad accettare una confortevole risposta, ma come disse il Maestro secoli fa: «la soluzione al problema non è mai in una facile risposta».
Sei preda soltanto delle tue sensazioni, delle tue emozioni. Il cavallo va ora di qua, ora di là, libero, a briglia sciolte. Che fine ha fatto il cocchiere? Dove è andato il padrone?
Ti piace riempirti la bocca di dolci frasi, di odorare meravigliose fragranze, di toccare morbidi guanciali: amore, dolcezza, bontà, gentilezza.

Mi chiamate cristiano, musulmano, ebreo, buddhista, taoista, induista, oppure gnostico, per farmi arrabbiare e sentirvi soddisfatti.
Alcuni si definiscono cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti, taoisti, induisti, oppure gnostici, per procurarsi altre emozioni.
Benissimo, se cerchiamo termini emozionanti, io vi chiamerò “adoratori del diavolo”. Questo dovrebbe procuravi un’agitazione, che per un certo tempo vi appagherà. [Par. Zabardast Khan, Maestro Sufi]

Quando smetterai di rincorrere il suono delle campane? Quando smetterai di guardare il colore del bicchiere? Jalâl âlDîn Rûmî disse: «impara la differenza tra il colore del vino ed il colore del bicchiere». Io dico di andare oltre: «dimentica il colore del vino e quello del bicchiere, concentrati solo sull’essenza del bicchiere».

Nella “stanza d’attesa” di un Maestro, c’erano cinque Discepoli. Il Maestro uscì dalla sua stanza, mise un bicchiere con dell’acqua sopra un tavolo presente nella stanza e disse: «Cosa è?». Il primo Discepolo osservò il bicchiere e disse: «E’ mezzo vuoto». Il secondo disse: « E’ mezzo pieno». Il terzo disse: « E’ sia mezzo vuoto sia mezzo pieno». Il quarto disse: «non è né mezzo vuoto né mezzo pieno». Il quinto alzò il bicchiere, bevve, ed esclamò soddisfatto: buona! Quindi mise il bicchiere a testa in giù. Il Maestro rovesciò il tavolo su cui era presente il bicchiere. Dopo guardò il quinto Discepolo e risero. [K.T.]

Non esistono simboli o archeboli semplici ovvvero complessi! Esistono soltanto archeboli o simboli apparentemente semplici ovvero apparentemente complessi.

Solo l’ARCHETIPO è!

L’archebolo che è manifestato non è l’ARCHEBOLO. Il simbolo che è disegnato non è il SIMBOLO. La scala, il limite, o qualsiasi altro accidente ti venga in mente, sono l’archebolo. Sarà poi il tuo essere a dargli vita. In funzione del livello del tuo essere si svilupperà  l’archebolo.