Oro, Moneta e Sacro: una possibile relazione

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L’alchimia esiste almeno dalla metà del primo millennio avanti Cristo e probabilmente dagli inizi dell’età del ferro. Come abbia potuto esistere durante tutto questo tempo presso civiltà così profondamente  diverse come quelle dell’Estremo e del Vicino Oriente, è una domanda alla quale la maggior parte degli storici risponderebbe che l’uomo è ricaduto tante volte nella tentazione di arricchirsi rapidamente  fabbricando l’oro o l’argento partendo da metalli comuni, finché la chimica sperimentale dell’Ottocento gli ha finalmente fornito la prova che un metallo non può essere trasformato in un altro. In realtà, la verità è un ‘altra e, almeno in parte, esattamente opposta.

L’oro e l’argento erano già metalli sacri, ancor prima di divenire misura di tutte le transazioni  commerciali; essi sono i riflessi terreni del sole e della luna, ed anche di tutte le realtà dello spirito e  dell’anima che si trovano in relazione con la coppia celeste. Almeno fino al Medioevo, i valori relativi dei due metalli nobili erano determinati dal rapporto dei periodi di rivoluzione dei due corpi celesti. Così le monete più antiche recano spesso figure e segni in relazione con il sole o con il suo ciclo
annuale. Per gli uomini delle epoche prerazionalistiche, la relazione fra i metalli nobili e i due grandi luminari celesti era ovvia, ed occorse una quantità di nozioni e di pregiudizi meccanicistici per  offuscare la realtà, di per sé evidente, di tale relazione e farla considerare un puro fatto estetico.

Non bisogna del resto confondere un simbolo con una semplice allegoria, né cercare di vedervi  l’espressione di un qualche inconscio collettivo, oscuro e irrazionale. L’autentico simbolismo si basa sul fatto che cose differenti nel tempo, nello spazio, nella loro natura materiale e in molte altre  caratteristiche, possono però possedere e mostrare la medesima qualità essenziale. Esse appaiono  allora come i differenti riflessi, le diverse manifestazioni o produzioni di una medesima realtà, in sé  indipendente dallo spazio e dal tempo. Così, non è del tutto corretto dire che l’oro rappresenta il sole e l’argento la luna; sarebbe meglio dire che i due metalli nobili e i due astri sono anche simboli di due  medesime realtà cosmiche o divine.

Del pari, la magia dell’oro deriva dalla sua natura sacra o dalla sua perfezione qualitativa, e solo  secondariamente dal suo valore economico. Data la natura sacra dell’oro e dell’argento, il racconto che segue, tratto dall’autobiografia di un senegalese, mostra come, presso certe tribù africane, la  lavorazione dell’oro continua sino ad oggi ad essere considerata un’arte sacra.

« .. . A un cenno di mio padre, gli apprendisti mettevano in funzione i due mantici in pelle di montone, posti sulla nuda terra da entrambi i lati della fucina e collegati ad essa da condotti di terra … Mio padre allora, con le sue lunghe pinze, afferrava la pentola e la posava sul fuoco. All’istante, ogni attività quasi cessava nell’officina: infatti, per tutto il tempo che l’oro fonde e poi si raffredda, non si deve lavorare nelle immediate vicinanze né il rame né l’alluminio, per timore che qualche frammento di questi metalli non nobili possa cadere nel recipiente. Solo l’acciaio può ancora essere lavorato. Ma gli operai che avevano in corso un lavoro in acciaio, o si affrettavano a terminarlo o lo abbandonavano mmediatamente per unirsi agli apprendisti raccolti intorno alla fucina … Capitava così che, intralciato nei movimenti, mio padre facesse indietreggiare gli apprendisti. Lo faceva con un semplice gesto della mano: mai proferiva parola in quel momento, e nessuno parlava, nessuno doveva proferire sillaba, lo stregone stesso smetteva di far sentire la sua voce; il silenzio era rotto solo dall’ansimare dei mantici e dal leggero sibilo dell’oro. Ma se mio padre non pronunciava parola, so bene che dentro di sé lo  faceva; me ne accorgevo dal movimento delle labbra mentre, chino sulla pentola, impastava l’oro e il carbone con un pezzo di legno c e, del resto, prendeva subito fuoco e doveva essere continuamente  sostituito.
Quali parole poteva formulare mio padre? Non lo so; non so con esattezza: niente mi è stato  comunicato di tali parole. Ma che potevano essere state se non degli incantesimi? Non erano i geni del fuoco e dell’oro, del fuoco e del vento, del vento soffiato attraverso gli ugelli, del fuoco nato dal vento, dell’oro congiunto al fuoco, che egli invocava allora; non era il loro aiuto la loro amicizia, i loro sponsali che egli chiamava? Sì, quasi certamente quei geni che sono tra i fondamentali, che erano anche necessari alla fusione ….
Ma non era straordinario, non era miracoloso che, in tale circostanza, il serpentello nero fosse sempre arrotolato sotto la pelle del montone? Non era sempre presente, non faceva visita tutti i giorni a mio padre, ma era presente ogniqualvolta si lavorava sull’oro …
L’artigiano che lavora l’oro deve innanzitutto purificarsi, di conseguenza lavarsi completamente e, beninteso, astenersi per tutta la durata del lavoro da rapporti sessuali … ». 🙂

Tratto da “Cap. 1 – L’origine dell’alchimia occidentale” in Titus Burckhardt, Alchimia. Significato e visione dl mondo, Archè – Edizioni Pizeta, Milano, 2005, per maggiori informazioni ti consiglio di dare una sbirciatina alla pagina nel blog dei libri relativi a Alchimia & Ermetismo 

 

ERMETISMO: alle origini della Magia, dell’Alchimia e dell’Astrologia

I misteri ermetici

Per secoli gli uomini avevano fissato lo sguardo in alto, come egli lo fissava sugli uccelli in volo. La fila di alberi alti sopra di lui gli ricordava vagamente un tempio antico e il bastone da passeggio su cui si appoggiava stanco, la bacchetta ricurva di un augure. Un senso di timore dell’ignoto si mosse nel profondo della sua stanchezza, un timore di simboli e di prodigi; dell’uomo falco di cui portava il nome, che si librò in volo dalla prigionia con ali di vimini; di Thot, il dio degli scrittori, che scriveva con una cannuccia su una tavoletta e portava sulla stretta testa di ibis una luna cuspidata. Sorrise pensando all’immagine del dio, poiché gli ricordava un giudice nasuto in parrucca, intento a mettere le virgole su un documento tenuto a distanza, e sapeva che non avrebbe ricordato il nome del dio se esso non fosse stato simile a un’imprecazione irlandese.

È così che, in Ritratto dell’artista da giovane, Stephen Dedalus, il protagonista del romanzo di Joyce, evoca la visione del dio tutelare che presiede al pensiero ermetico. Il nome “ermetismo” deriva da Thot, o Thot-Ermes, o Ermete Trismegisto (tre volte grande). Ancora prima del sincretismo alessandrino, era diffusa la convinzione che Thot-Ermes fosse realmente vissuto. Platone, per esempio, si era chiesto se «Thot fosse un dio o solo un uomo divino».[1]
Per il sincretismo alessandrino egli era, anche se non sempre, «Un mortale che riceve la rivelazione dal mondo divino e quindi raggiunge l’immortalità attraverso l’autopurificazione, ma resta fra gli uomini per svelare loro i segreti del mondo divino».[2] Anche in seguito, addirittura fino al XVII secolo, restò viva la convinzione che il personaggio conosciuto come Ermete Trismegisto fosse realmente esistito, anzi, era considerato uno degli antichi saggi alla pari di Mosè, Zoroastro e Pitagora. Secondo alcuni autori, egli era vissuto prima di loro ed era stato guida e mentore di Mosè.
Attualmente è opinione comune che Thot-Ermes non possa essere identificato con alcun personaggio reale. I numerosi testi a lui attribuiti sono considerati frutto di autori diversi, le cui opere furono composte nell’arco di un lungo periodo di tempo. Furono gli stessi autori ad attribuire le proprie opere all’uomo-dio dalla testa di ibis e a dichiarare che erano state da lui scritte, e dettate o che comunque avevano il sigillo della sua autorità.
Nella mitologia egizia più antica, la figura dalla testa di ibis era conosciuta con il nome di Djeuti (pronunciato Gioti). Non è chiaro come questo nome si sia trasformato in Thot, parola che ricorda, come dice Joyce, un’imprecazione irlandese. È possibile che così suonasse a orecchie o su labbra greche. Non è nemmeno chiaro perché Thot fosse “tre volte grande”. Alcuni testi ermetici suggeriscono che la sua triplice grandezza fosse la conseguenza di tre incarnazioni. Sembra, tuttavia, che la triplice grandezza gli fosse già riconosciuta molto prima che tali testi fossero scritti. Un’iscrizione che data al 172 a.C. nomina «Thot, il tre volte grande»[3] e un’altra ancora precedente, che risale al III secolo a.C., allude a «Thot tre volte grandissimo ».[4] Nell’antica arte egizia, Thot è rappresentato come nella descrizione di Joyce nel passo sopra citato, una figura umana con testa di ibis. A volte, tuttavia, è ritratto sotto le sembianze complete di un ibis che era il simbolo a lui consacrato. I culti dedicati a Thot si incentravano sull’ibis e chiunque uccidesse un ibis veniva condannato a morte. Tuttavia Thot non si limitava a questa manifestazione, spesso veniva rappresentato come una scimmia o un babbuino di colore bianco.
Come divinità egizia, Thot svolgeva numerose funzioni. Era un dio lunare, simbolizzato dalla luna cuspidata o falcata, e l’argento era il metallo a lui consacrato; agiva come psicopompo, vale a dire iniziatore, guida ai misteri più arcani; fungeva da sentinella o guardiano delle porte degli inferi e, in questo ruolo, pesava le anime dei morti per determinarne il destino. Gli era attribuito il merito di aver inventato la scrittura ed era spesso ritratto, come nell’evocazione di Joyce, mentre incideva una tavoletta con uno stilo. Poiché la scrittura era percepita come un’operazione magica (”parole del dio” o “parole divine”) Thot era anche considerato il dio della magia, il supremo maestro che rivelava i segreti della propria arte agli iniziati.
Per alcuni aspetti marginali, le funzioni di Thot si sovrapponevano o coincidevano con quelle dell’Ermes greco. Sotto la dinastia tolemaica, quindi, egli fu identificato con la divinità greca e al suo nome fu aggiunto quello di Ermes. Ma Thot-Ermes era una figura molto più venerabile della sua controparte greca. Alcuni testi scritti su papiro provenienti da Alessandria presentano il nuovo Ermes sincretistico come una potenza cosmica, creatore del cielo e della terra e onnipotente guida del mondo. Egli presiede al fato e alla giustizia, è anche signore della notte e della morte e del mistero che la segue (di qui la frequente associazione con la luna, Selene, e con Ecate). Egli conosce “tutto ciò che è nascosto sotto la volta celeste e sotto la terra”, ed è quindi molto venerato come ispiratore di oracoli: molte formule magiche rivolte a Ermes hanno lo scopo di ottenere informazioni arcane, spesso inducendo il dio ad apparire in sogno.[5]
Le numerose opere attribuite a Thot-Ermes o a lui dedicate sono a volte oscure, a volte prolisse. Molte contengono elementi provenienti da fonti diverse; molte rielaborano o riprendono opere di altre religioni, di altri culti, tradizioni filosofiche e scuole di pensiero che caratterizzavano il sincretismo alessandrino. Fra le altre: i famosi diciassette dialoghi conosciuti collettivamente come Corpus Hermeticum; circa quaranta stralci e frammenti riuniti insieme intorno al 500 d.C. e inclusi nell’opera di Giovanni Stobeo, Anthologium; tre testi scritti su papiro in lingua copta ritrovati nel 1945, insieme ad altre opere, a Nag Hammadi in Egitto; altri frammenti arrivati fino a noi attraverso le citazioni dei primi teologi cristiani; numerose opere di astrologia, come il Liber Hermetis, e di alchimia. Infine, due opere più tarde particolarmente importanti. Una che tratta di magia e astrologia, intitolata Pìcatrix; l’altra, forse la più famosa, è la cosiddetta Tabula Smaragdina o Tavola di smeraldo. Quest’ultima è generalmente considerata la più concisa e, al tempo stesso, completa summa del pensiero ermetico.
L’ermetismo riflette una tradizione diametralmente opposta a quella del razionalismo di Aristotele, si dichiara esplicitamente incompatibile con il modo di pensare greco predominante, e proclama la propria affinità con i misteri dell’antico Egitto. Nel sedicesimo dialogo del Corpus Hermeticum, per esempio, Thot-Ermes dichiara che il significato della sua opera sarà del tutto oscuro se i greci vorranno un giorno tradurre la nostra lingua nella loro, causando in tal modo nella scrittura il più grande travisamento [ … ]. Espresso nella lingua dei nostri padri, questo discorso mantiene chiaro il significato delle parole, poiché la qualità del discorso e del suono delle parole egiziane hanno in sé l’energia delle cose di cui parlano.[6]
Nell’ermetismo, come nella lingua ebraica e in seguito nella cabala, suoni, parole, perfino singole lettere, equivalgono a cellule cariche di una forma di potenza divina o magica, come una batteria carica di energia elettrica. In linea generale l’ermetismo è una tradizione mistica, un corpo mistico di insegnamenti, una forma mistica di pensiero. Come altre tradizioni, dottrine e forme di pensiero, l’ermetismo rifiuta ogni credo semplicistico e ogni fede cieca. Rifiuta sia il dogma codificato sia l’interpretazione obbligata e l’autorità dei sacerdoti. Respinge anche l’intelletto razionale come mezzo supremo di conoscenza, come arbitro supremo della realtà. Al contrario, enfatizza ed esalta l’esperienza mistica o soprannaturale, l’apprendimento diretto e di prima mano del sacro, la conoscenza diretta dell’assoluto.

Ermetismo e gnosticismo

Nel vocabolario del sincretismo alessandrino, la parola usata per indicare tale conoscenza diretta era “gnosi”. Tale denominazione ha causato una deprecabile confusione perpetuata nei secoli fino ai nostri giorni, poiché l’ermetismo è stato spesso confuso con il cosiddetto “gnosticismo” o “pensiero gnostico”. La parola “gnosi” significa semplicemente conoscenza diretta. In questo senso, l’ ermetismo è davvero tendenzialmente gnostico, come del resto molti altri culti, sette, dottrine e scuole di pensiero esistenti a quel tempo nella città di Alessandria.
Numerose forme di induismo, di buddhismo e in particolare di taoismo possono essere considerate gnostiche, come pure alcune correnti del cristianesimo, dell’ ebraismo e del tardo islamismo. In realtà, tuttavia, nel mondo del sincretismo alessandrino il termine “gnostico” era generalmente usato dalle scuole di pensiero specificamente dualiste. Il dualismo presuppone un’opposizione, spesso un conflitto, fra due princìpi antitetici, due gerarchie di valori, due realtà contrapposte. Nel dualismo, certi aspetti o ordini della realtà sono innalzati al di sopra di altri, mentre altri sono ripudiati in quanto non reali, o inferiori, o diabolici. Nel suo distinguere fra anima e corpo, fra spirito e “natura non rigenerata”, il cristianesimo è, a tutti gli effetti, dualista.
Nel mondo del sincretismo alessandrino, la parola “gnosi” era generalmente usata da sette dualiste che distinguevano lo spirito dalla materia, rifiutando quest’ultima come materiale (il mondo fenomenico) era considerata opera di un dio minore e malvagio. Di conseguenza, materia e creazione materiale dovevano essere trascese per raggiungere l’unione con un dio più grande e più vero, il cui dominio era il puro spirito. Era questa l’unione che si esprimeva con il termine “gnosi”, e tale era l’indirizzo delle sette dualiste alessandrine, che traeva probabilmente origine dal dualismo dello zoroastrismo persiano. In tempi successivi, tale dualismo sarebbe affiorato di nuovo in Persia con il maestro Mani,
prendendo il nome di manicheismo, e ancora più tardi in Europa con le eresie medievali dei bogomili e dei catari.[7]

In virtù dell’enfasi posta sulla parola “gnosi”, lo gnosticismo fu inestricabilmente associato con le sette dualiste alessandrine. Benché erronea, l’associazione continuò a persistere, tanto che ancora oggi “gnosticismo” e “dualismo” sono da molti considerati sinonimi. Non è certo questo l’unico esempio nella storia in cui una parola, che all’origine aveva uno spettro di applicazioni, è stata fatta propria da gruppi portatori di interessi di parte, acquistando in tal modo un significato molto più ristretto e idiosincratico. Basti solo pensare alla parola “democrazia” sfoggiata dai regimi totalitari moderni, sia di destra sia di sinistra. Basti pensare alla parola “gay” (allegro), attualmente indicato per indicare gli omosessuali: un giorno le generazioni future potrebbero interpretare l’ode Lapis Lazuli come un’inno all’omosessualità, a dispetto delle intenzioni di Yates.
Allo stesso modo e accaduto che “gnosticismo” sia stato considerato equivalente a “dualismo”. Di conseguenza, molti studiosi più tardi, trovando riferimenti alla “gnosi” nell’ermetismo, giungevano alla conclusione che l’ermetismo fosse dualista, oppure che si trattasse di un errore e che quindi non poteva essere considerato “gnostico”.
In effetti, le sette dualiste distinguevano due aspetti della realtà uno dei quali, considerato diabolico, veniva rifiutato. La gnosi costituiva la trascendenza dalla creazione materiale, la conoscenza o l’unione con il puro spirito. In questo processo, tutto ciò che rende l’umanità più umana non era preso in considerazione.Per l’ermetismo, al contrario, la realtà è profondamente unitaria e ogni suo aspetto era accettato come parte di un’unica totalità che tutto pervadeva e tutto comprendeva, un tutto unico in cui dicotomie e distinzioni come quelli fra anima e corpo, spirito e materia, si adattavano e si integravano armoniosamente. Ogni cosa, a suo modo, aveva un valore ed era inglobata in un disegno complessivo. Perfino il male, affrontato e riconosciuto come tale, aveva il suo posto nel piano generale. Nel Faust di Goethe, Mefistofele si presenta con mesta autoironia come un principio che persegue costantemente la malvagità ma, senza volerlo, realizza il bene, svolgendo il proprio ruolo nel dramma morale e cosmico della realtà. Questo è un atteggiamento caratteristico dell’ermetismo. Diversamente la gnosi degli ermetici, al contrario di quella dei dualisti, implicava la conoscenza diretta e l’integrazione con un’armonia totale.

All’interno di tale armonia, ogni essere è collegato con l’altro attraverso una rete di relazioni combinate che si basavano sul principio dell’analogia. Le cose riecheggiano, riflettono, rispecchiano altre cose, equivalgono, corrispondono ad altre cose. La realtà è un’intricata e vibrante ragnatela vivente di corrispondenze, simili alle note o agli accordi musicali, ricorrenti in continue combinazioni e mutamenti, che si fondono in una sola grandiosa sinfonia; ancora la realtà è paragonabile all’intreccio di una moltitudine di fili colorati, che contribuiscono a creare un unico tessuto o arazzo senza giunture. Secondo la Tavola di smeraldo «l’alto proviene dal basso e il basso dall’alto: l’opera miracolosa dell’Uno».[8] E in un’altra traduzione più conosciuta: «ciò che è in alto è uguale a ciò che è in basso e ciò che è in basso è uguale a ciò che è in alto».[9] Questa espressione è stata spesso ridotta alla formula semplice “Come l’alto, così il basso”.

La via di Ermes

La Tavola di smeraldo così approfondisce il concetto: «La struttura del microcosmo si accorda con la struttura del macrocosmo».[10] In altre parole, il minore riflette il maggiore e il maggiore il minore. La struttura dell’atomo riflette quella del sistema solare, la struttura solare riflette quella dell’atomo. L’uomo riflette il cosmo e viceversa. Per estensione, lo stesso principio si applica, per così dire, orizzontalmente: il mondo interiore e il mondo esterno si riflettono l’un l’altro. L’universo contenuto nella psiche umana riflette l’universo esterno, che può essere concepito come la “psiche” della totalità vivente e senziente o, se si vuole usare il termine, di Dio, il quale nella tradizione ebraico-cristiana crea l’uomo a sua immagine.
Per gli ermetici le analogie o corrispondenze che collegano i diversi piani della realtà trovano massima espressione nei simboli. Così, per esempio, l’interrelazione fra il microcosmo e il macrocosmo è tradizionalmente rappresentata dal famoso “sigillo di Salomone“, una stella a sei punte composta da due triangoli intrecciati, che puntano l’uno verso l’alto e l’altro verso il basso. I simboli non erano solo una pratica semplificazione grafica, erano anche, come i suoni, le lettere e le parole in egiziano e in ebraico, cellule cariche di energia latente. Questi simboli, spesso denominati “sigilli” o “segnature”, erano considerati maglie nel tessuto della realtà, intrecci che tengono insieme la rete. Come avrebbe detto Baudelaire quasi duemila anni dopo, la realtà è una “foresta di simboli”. Per di più tali simboli potevano essere “attivati” e manipolati, come gli elementi o le molecole in chimica, per formare nuovi composti, nuovi amalgami di possibilità e, in virtù di tale manipolazione, provocare mutamenti. Il processo attraverso il quale si compivano tali mutamenti costituiva una forma di magia: «Una recente ricerca ha contribuito a dimostrare quanto fosse importante la pratica e la teoria della teurgia, vale a dire la “rappresentazione di azioni divine”, principalmente con l’ausilio di simboli magici o symbola».[11]
L’ermetismo era quindi molto più di una teoria, di un sistema filosofico, poiché proponeva anche una concreta metodologia, attraverso la quale i suoi princìpi potevano esser tradotti in pratica. Questa metodologia comprendeva discipline, come la meditazione, l’esercizio spirituale e il controllo della respirazione, nonché applicazioni pratiche come l’alchimia. In questo senso l’ermetismo aveva molto in comune con il taoismo cinese, molto più antico,
ma ancora fiorente in quel periodo. Non a caso i seguaci dell’ermetismo parlavano spesso di “Via di Ermes”, riferendosi non solo a un corpus di insegnamenti, ma alla loro applicazione pratica. Anche la parola «Tao» significa “Via” e il taoismo comprendeva una dimensione pratica molto simile a quella dell’ermetismo. Non esiste alcuna prova, tuttavia, che ci siano stati contatti fra taoismo ed ermetismo. La Cina è molto distante dall’Egitto e lo era, per così dire, ancora di più nei primi secoli dell’era cristiana. Ma è almeno sorprendente che l’alchimia taoista compaia in Cina nello stesso periodo in cui l’alchimia ermetica fa la sua comparsa ad Alessandria.
L’ermetìsmo ebbe grande importanza sia per i principi che enunciava, sia per la metodologia proposta per applicarli e tradurli in pratica. Ma ebbe un’importanza ancora maggiore nelle implicazioni, ramificazioni e ripercussioni che non sono mai state spiegate con chiarezza, almeno non con il linguaggio qui usato. Con le loro ricerche, gli adepti dell’ermetismo erano destinati a compiete una rivoluzione nella storia della coscienza occidentale, nell’atteggiamento degli uomini nei confronti del cosmo che abitavano e nei confronti della loro vita e del loro destino.
In passato l’atteggiamento dell’uomo nei confronti del cosmo era stato essenzialmente di tipo passivo. Egli poteva osservare il mondo naturale, studiarne il funzionamento e cercare di predire i fenomeni che avvenivano intorno a lui, ma non credeva di essere capace di apportare alcun mutamento significativo al di fuori dell’ambiente che lo circondava. Non credeva di essere capace, con il suo intervento, di apportare il tipo di mutamenti che oggi noi associamo alla fisica e alla chimica. Per questo l’uomo doveva implorare gli dèi perché agissero per suo conto e pregarli di intervenire, di intercedere in suo favore. Gli dèi erano responsabili di quel che accadeva e l’uomo era alla loro mercé, poteva patteggiare con loro, poteva tentare di persuaderli, di placarli con sacrifici e pratiche rituali, ma senza di loro l’uomo non esercitava alcun potere che lo mettesse in grado di plasmare la realtà secondo i propri desideri.
Grazie anche al pensiero ermetico l’uomo arrivò ad abbandonare la propria passività, a superare la propria impotenza e ad assumere un ruolo più attivo. Se ogni cosa era effettivamente collegata all’altra, anche l’uomo operando attivamente nella sfera a lui accessibile, poteva far sì che si verificassero mutamenti in altre sfere. Se nell’arazzo della
realtà veniva tirato un determinato filo, in qualche altra parte dell’arazzo qualcosa sarebbe accaduto. Con l’ermetismo si fece strada nel pensiero umano un concetto del tutto nuovo, il concetto che si poteva “premere un pulsante”, in senso metaforico o letterale, e far sì che qualcosa accadesse. Invece di restare passivo e impotente, l’uomo poteva diventare “agente” e affrontare con grande vigore la ricerca dei mezzi attraverso i quali provocare mutamenti nel mondo circostante e in se stesso. Nel bene o nel male, l’uomo era in grado di iniziare a manipolare la realtà.
In virtù di questo nuovo atteggiamento, l’uomo cessò di essere solo una vittima, un semplice osservatore del mondo intorno a lui. Ora poteva diventare una forza determinante, a patto di scoprire le chiavi necessarie, i necessari, “punti di pressione”, per così dire grazie ai quali la realtà poteva essere manipolata e obbligata a conformarsi al suo volere. Ebbe così inizio una ricerca, radicalmente nuova ed estremamente dinamica, sul cosmo e i suoi processi. Questa ricerca sarebbe diventata il fondamento non solo della tradizione magica occidentale, ma anche della ricerca scientifica. In verità, per gli ermetici alessandrini non esisteva alcuna distinzione fra magia e scienza, come non esisteva per la figura rinascimentale di Faust, e si potrebbe legittimamente sostenere che non esista neppure ai nostri giorni.

Tratto da: capitolo 1 “Ermete Trismegisto” di Michael Baigent e Richard Leigh, L’elisir e la pietra, Marco Tropea Ed., Milano, 2010. Per una visione più ampia sull’ermetismo ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri, i cui titoli sono presenti nelle pagina dedicata su http://www.archeboli.it/libri/alchimia/. Se poi avessi tempo e voglia di dare un occhiata a BAGLIORI DI VERITÀ con le sue sette parti, partendo dalla prima Infinito, Zero, Punto, Uno, che a nostro modesto giudizio rappresenta una buona indicazione, ti sarei grato.

NOTE:
[1] Joyce, Portrait of the Artist as a Young Man, pagg. 224-225; cfr. trad. it. pagg. 274-275.
[2] Fowden, The Egyptian Hermes, pag. 28.
[3] Ibidem.
[4] Corpus Hermeticum, trad. Copenhaver, pag. XIV.
[5] Bernal, Black Athena, pag. 139.
[6] Fowden, op. cit., pag. 25.
[7]
Corpus Hermeticum
[8]
Stoyanov, The Hidden Tradition in Europe; Runciman, The Medieval Manichee.
[9] Tradotto da Robert Powell, in The Hermetic Journal, 15, primavera 1981, «Historical Note concerning the Emerald Table», pag. 38.
[10] Holmyard, Alchemy, pagg.97-98, cfr. Steel R. e Singer D., Proceedings of the Royal Society of Medicine, XXI (1928), pagg. 42.
[11]Tradotto da Robert Powell, op. cit.

ALCHIMIA: la sua collocazione

Alchimia è una parola che evoca immagini d’imbroglioni, ma anche di sapienti, d’oscuri laboratori pieni di misteriosi oggetti e illuminati da un fuoco che brucia perennemente nel fornello degli artisti, l’ Athanor. Durante i lunghi e difficili lavori per la fabbricazione della Pietra Filosofale, questo fuoco non deve mai spegnersi. La Pietra Filosofale è la misteriosa sostanza capace di trasformare i metalli vili in oro prezioso o almeno in argento; disciolta nel vino, la pietra diventa un rimedio universale, l”‘Elisir di lunga vita”.
Esistono molte riproduzioni di alchimisti nei loro laboratori come sopra descritto. In realtà non si tratta di un’immagine fedele dell’alchimia che è sempre stata quello che oggi chiamiamo “scienza integrale” [1], un sapere, insomma, che abbraccia religione, arte e scienza.
Gli scritti alchemici, anche quelli moderni, non fanno riferimento solo a una scienza, ma anche a un’arte. Bonus da Ferrara nel XIV secolo ha definito l’alchimia come “la chiave di  tutte le cose buone, l’arte delle arti, la scienza delle scienze” [2].
Un sinonimo di alchimia è il termine “filosofia ermetica” che deriva da Ermete Trismegisto (dal latino: Mercurius Termaximus), il “tre volte grande” Hermes, il leggendario fondatore dell’alchimia [3]. Tuttavia, gli storici hanno cominciato a studiare l’influenza esercitata dalla filosofia ermetica sulla storia culturale europea solo di recente. Giordano Bruno e Galileo Galilei sono stati perseguitati come ermetici [3]. Isaac Newton e Johann Wolfgang von Goethe hanno studiato gli scritti ermetici.Nella filosofia naturale troviamo tracce dell’alchimia e l’arte ne ha subito influenza fino ai giorni nostri. Questa “dottrina segreta”, così raramente citata dalla storia della filosofia [5], come mai suscitava un tale interesse? Viene il dubbio che l’alchimia, o filosofia ermetica, fosse qualcosa di più di un “diffuso e ostinato sviamento della storia della cultura” [6], come la definì verso la fine del secolo scorso Hermann Kopp.
alchimistaFino al XVIII secolo vigeva la convinzione che prima del diluvio universale l’umanità avesse un patrimonio sapienziale più vasto di quello odierno, poiché col diluvio universale la conoscenza che Dio aveva dato ad Adamo andò perduta a causa della peccaminosità  dell’uomo. Quello che rimaneva si sarebbe ritrovato in seguito solo nella filosofia ermetica, o alchimia.
“La chimica (alchimia) è senza dubbio una delle arti più nobili e necessarie al mondo e non è sbagliato definirla come madre e fonte di nutrimento di tutte le altre arti[ … ] per questo, per una persona dotata di senno, oltre alla dottrina di Dio e alla cura della propria anima, niente è più necessario. e utile della conoscenza della natura, che si può apprendere solo e unicamente attraverso la chimica. Per questa ragione quest’arte è nata subito dopo la creazione del mondo” [7]
L’alchimia quindi non era solo legata alla produzione – quasi sempre truffaldina – dell’oro. Perciò Justus von Liebig, contemporaneo di Kopp, ebbe una visione più positiva dell’alchimia: “Rispetto ad altre scienze naturali, l’alchimia era più avanti nella conoscenza della natura[ … ]. L’ignoranza della chimica e della sua storia è il motivo di questa ridicola supponenza con la quale molti guardano all’epoca dell’alchimia, come se fosse possibile, o anche solo pensabile, che per più di 1000 anni gli uomini più colti, un Baco von Verulam [Francis Bacon], Spinoza o Leibniz, avessero potuto considerare vera e valida una concezione priva di ogni fondamento e senza basi [ … ]” [8].
150 anni prima Hermann Boerhaave constatava nel suo diffusissimo manuale di chimica, Elementa Chemiae (1732): “Tra tutti gli autori di fisica che finora ho potuto leggere, nessuno è riuscito a indagare la natura dei corpi e la loro forza trasmutante in modo più approfondito e a spiegarla più chiaramente degli alchimisti” [9].
alchimia_06L’alchimia non ha semplicemente anticipato la chimica, sebbene questa sia una delle sue figlie, ma fino al XVIII secolo era il metodo da tutti accettato per conoscere la natura. Le sue fonti risalgono alla tradizione misterica egizia (alchemiçamente è lo Zolfo = anima), filosofia greca ( Mercurio = mente) e alle conoscenze tecniche metallurgiche (Sale = corpo degli artigiani e dei fabbri) [10]La chimica moderna affonda le sue railici solo tra questi ultimi.
La filosofia ermetica o alchimia si può considerare addirittura come parte della “filosofia perenne”[11]. Il termine “filosofia ermetica” non si riferisce solo ai testi del Corpus Hermeticum [12], ma all’insieme della tradizione alchemico-ermetica. Identificare gli autori o l’epoca di redazione degli scritti non ha molta importanza, quello che conta è quanto riescano a trasfondere in chi legge una maggiore comprensione della materia. Lo stile degli scritti alchemici è tutto improntato a questa concezione. Gli autori citano ripetutamente gli antichi, conferendo un fascino particolare alle loro opere nelle quali traspare una conoscenza che esiste da sempre [13].
Da uno scritto del 1758 di Antoine Joseph Pernety: “ALCHIMIA. Gli Autori non concordano tutti sulla definizione di questa Scienza, e ciò per la ragione che vi sono due specie di Alchimia, la vera (la chimica ermetica) e la falsa (la chimica volgare). La prima, secondo Dionigi Zachaire, si definisce come parte della filosofia naturale che insegna a fare i metalli sulla terra, imitando quasi per tutto il possibile le operazioni che la Natura compie sotto terra[ … ]” .
Ma la definizione che si può trarre da ciò che i buoni Autori dicono della vera alchimia è questa:  “L’ALCHIMIA è la scienza e l’arte di fare una polvere fermentativa, la quale trasmuta in oro i metalli imperfetti e serve di rimedio universale a tutte le malattie dell’uomo, degli animali e delle piante [ … ].
La vera [alchimia] consiste nel perfezionate i metalli e nel mantenere la salute; la falsa a distruggere gli uni e l’altra; la prima adopera gli agenti della Natura, e ne imita le operazioni; la seconda lavora su principi erronei e adopera per agente il tiranno e il distruttore della Natura [ … ]. Il tipo o il modello dell’arte chimica o Ermetica non è altro che la Natura stessa [ … ]” [14] .
E in un altro punto: “Ma in che cosa consiste la reale differenza tra la chimica volgare e quella ermetica? In questo: la prima è veramente l’arte di distruggere i legami che la natura ha creato, la seconda è l’arte di lavorare con la natura per portarla a compimento” [15] .
Ma i chimici odierni potrebbero anch’essi dire: anche noi miglioriamo la natura: noi analizziamo ed è chiaro che a questo scopo è necessario distruggere il legame, per scoprire come ricreare questo legame in laboratorio, e tante volte abbiamo migliorato” la natura. Basti pensare alle sostanze coloranti. Solo la moderna chimica ha reso possibile la produzione di colori permanenti in tutte le tonalità possibili e immaginabili, e ora disponiamo e siamo sul punto di applicare delle cognizioni che consentono addirittura di “migliorare” gli esseri viventi in modo programmato, attraverso le manipolazioni genetiche.
In effetti, le odierne scienze naturali sono impensabili senza l’alchimia, tuttavia tra le due discipline esistono differenze fondamentali perfino a livello elementare. Nel testo di Pernety, a proposito dell’alchimia, si parla di un lavoro da fare con la natura, mentre per quanto riguarda la chimica si parla di oppressione della natura. Johann Wolfgang von Goethe nella sua Teoria dei colori rinfaccia a Isaac Newton proprio questo, di mettere in croce la luce, nella speranza di riuscire a conoscere per questa via la sua vera natura: un modo di procedere votato al fallimento. La differenza tra la scienza ermetica (alchimia) e le moderne scienze naturali consiste proprio nel modo di porsi rispetto alla natura. Gli uni operano in armonia con la natura e cercano d’influenzarla per partecipazione, gli altri vogliono dominare la natura e la asserviscono. La concezione di seguire la natura, come richiesto dall’alchimia, fa capire che le origini dell’alchimia sono molto antiche, poiché fin dalla filosofia greca la partecipazione, o magia, è stata messa al bando in nome della razionalità. “La natura non deve più essere influenzata adattandovisi, ma dominata tramite il lavoro” [16], scrivono Theodor W. Adorno e Max Horkheimer. Il concetto del dominio sulla natura segna il limite tra alchimia e chimica.
In altre parole l’alchimia concepisce la natura con una mentalità diversa da quella oggi comunemente diffusa. Il suo modo di vedere viene definito come concezione magica del mondo o coscienza partecipante [17]. Il mondo è ordinato secondo leggi definite anche nella concezione magica, solo che non sono le stesse leggi di quelle attualmente accettate.
La concezione magica non è sovrannaturale: essa si basa semplicemente su una percezione diversa della natura. Per magia s’intende l’utilizzazione delle forze della natura e l’atto di dirigerle, prendendo però in considerazione forze che nelle concezioni delle scienze naturali non hanno posto [18] .
All’alchimia, in quanto improntata alla sintesi, lo smembramento dei corpi in parti sempre più piccole non interessa; il suo interesse è diretto al perfezionamento delle sostanze. Gli alchimisti considerano l’oro come un metallo più perfetto degli altri non per il suo valore materiale, ma perché costituito in parti uguali dai tre principi del Sale, del Mercurio e dello Zolfo.
La chimica è basata essenzialmente su una concezione analitica, il suo interesse è diretto alla composizione delle sostanze: “Se date loro (ai chimici) del vino”, scrive un anonimo, “vi renderanno tannino, alcol e acqua in parti uguali. Che cosa manca? Il gusto, cioè l’essenza del vino, in altre parole tutto. Poiché avete estratto dal vino tre sostanze, signori chimici, voi dite che il. vino consiste in queste tre sostanze [19] Fabbricate del vino con queste tre sostanze, oppure io vi dico che sono tre sostanze che avete ottenuto dal vino. E niente più” [20].
La moderna chimica ignora l’aspetto immateriale della natura e trascura il fattore qualitativo a favore di quello quantitativo.
Gli alchimisti esistono ancora nel secolo presente e sono sostanzialmente fautori di tre concezioni dell’alchimia.
Da quanto mi risulta, solo l’alchimista inglese Lapidus sostiene che l’alchimia non è altro che chimica pura. A suo avviso, per trasformare i metalli vili in oro sono necessari solo le conoscenze e i procedimenti chimici [21]; l’alchimia non ha alcun rapporto con pratiche esoteriche o magiche [22]. Quale nesso – domanda Lapidus – intercorre tra i tre principi dell’arte, Sale, Zolfo e Mercurio, e le concezioni religiose o spirituali? Se qualcuno intravede nei testi alchemici significati di questo tipo, vuol dire che non ha capito nulla. Per lui è casuale che alcuni alchimisti siano stati anche degli esoterici. Mi sembra che in questo modo Lapidus disgiunga l’alchimia dalla filosofia ermetica.
Il suo libro In Pursuit of Gold è stimolante e incoraggiante ai fini di un proprio lavoro. Quanto abbia ragione invece riguardo alla trasmutazione degli elementi per via puramente chimica lo esamineremo in un altro momento. L’autore comunque non ci comunica i risultati della sua attività.
La questione è posta in tutt’altri termini dai cultori dell’alchimia spirituale, basata su concezioni per lo più analoghe a quelle di C.G. Jung. In sostanza l’alchimista osserverebbe nell’alambicco le proiezioni del proprio inconscio. Così come il volto comincia a modificarsi quando ci osserviamo a lungo allo specchio [23], allo stesso modo nell’alambicco compaiono i colori e i simboli. Dal punto di vista puramente animico i successi di laboratorio non contano. I risultati chimici degli alchimisti sono prodotti secondari puramente casuali.
Per C.G. Jung l’alchimia è un processo d’individuazione. Le sue ricerche sono basate sul mondo simbolico dell’alchimia e sulle analogie dell’alchimia con i simboli di altri sistemi finalizzati all’individuazione tramite tecniche meditative. Il grande merito di Jung è stato quello di non aver considerato l’alchimia come la preistoria della chimica, ma come un campo di ricerca indipendente; ne ha messo in evidenza la vastità e la portata aprendo nuovi orizzonti alla ricerca sulla storia dell’alchimia.
Negli ambienti esoterici l’alchimia come puro processo d’individuazione continua a essere molto apprezzata [24].
Fautori della terza concezione sono Fulcanelli, Alexander von Bemus, FraterAlbertus e altri. Secondo questa concezione il processo di autocoscienza e i lavori di laboratorio sono inscindibili, perché il successo di laboratorio è indice del progresso nell’individuazione e il progresso nell’individuazione porta ai successi di laboratorio, per quanto la riuscita sia condizionata dalla Grazia di Dio: le istruzioni di un adepto e le letture non bastano [25].
Fulcanelli [26] suddivide l’alchimia in tre discipline solitamente confuse nell’uso corrente della lingua: la spagirica, l’archimia e la filosofia ermetica.
È opinione comune che il termine spagirica sia stato coniato da Paracelso per il quale era praticamente un sinonimo di alchimia, ma in realtà lo troviamo già in Plotino [27]. La spagirica comprende le cognizioni sulla fabbricazione dei rimedi, quelle conoscenze che i farmacisti e i medici avrebbero dovuto avere. Tuttavia dagli sfoghi di Paracelso sulle scarse conoscenze in materia dei farmacisti e dei medici, si desume che la situazione non doveva essere sempre brillante.
Secondo Fulcanelli la spagirica comprenderebbe anche cognizioni sulla ceramica, sulla fabbricazione del vetro, sulla produzione dei pigmenti e dell’acquavite. In breve, vi sarebbero incluse tutte le conoscenze tecnico-chimiche.
Gli spagirici che si limitano a lavorare con le sostanze minerali, secondo Fuicanelli praticherebbero l’archimia o vorarchadumia. Libavius (fino al 1616) chiama archimia quella parte dell’alchimia che insegna a perfezionare i metalli [28]. Il termine vorarchadumia compare la prima volta nel titolo di un libro di Panteo, un alchimista e sacerdote veneziano del XVII secolo. Sembra che il termine derivi dal caldaico Vorarch, “Oro”, e dall’espressione ebraica Mea a adumot, “Due cose rosse”. In pratica diventa un termine occulto per indicare· la polvere rossa di proiezione [29]. La trasmutazione dei metalli sarebbe quindi un compito dell’archimia.
L’archimia e la spagirica sono scienze essoteriche e si possono considerare come i predecessori della chimica. Dire che l’alchimia ha preceduto la chimica è esatto solo in riferimento alla spagirica e all’archimia. Per Fulcanelli Lapidus sarebbe un rappresentante dell’archimia. Naturalmente anche tra gli spagirici e gli archimisti troviamo fanfaroni e imbroglioni che volevano fabbricare l’oro per arricchirsi rapidamente, per quanto dobbiamo molte nozioni chimiche a diversi di loro.
La vera alchimia, o filosofia ermetica, così Fulcanelli, è una scienza esoterica una scienza segreta, la cui trasmissione può avvenire solo oralmente, cioè da maestro a discepolo.

Tratto da: capitolo “Alchimia, la sua collocazione” di Helmut Gebelein, ALCHIMIA – La Magia Della Sostanza, Mediterranee, Roma, 2009. Per una visione più ampia sull’alchimia ti consiglio di vedere la pagina relativa ai link di alcuni libri, i cui titoli sono presenti nelle pagina dedicata su http://www.archeboli.it/libri/alchimia/. Se poi avessi tempo e voglia di dare un occhiata a BAGLIORI DI VERITÀ con le sue sette parti, partendo dalla prima Infinito, Zero, Punto, Uno, che a nostro modesto giudizio rappresenta una buona indicazione, ti sarei grato.

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Note:
[1] Oltre a “scienza integrale”, si trovano anche i termini “concezione del mondo olistica” o “visione olografica del mondo” ecc.
[2] Citato da Frater Albertus, 1987, p. 6.
[3] Sladek, 1984, p. 6, constata che “ermetismo” e “alchimia” in ultima analisi sono sinonimi.
[4] Lemer e Gosselin, 1986, p. 102.
[5] In genere troviamo riferimenti alla filosofia ermetica solo nelle trattazioni sul neoplatonismo.
[6] Kopp, 1886, p. VII.
[7] Introduzione a Kunckel, 1716.
[8] Liebig, 1878, p. 25 s.

[9] Sladek, 1984, p. 157.
[10] Nell’originale l’autore utilizza la terminologia tedesca derivata dal latino che è diversa da quella corrente in chimica. In italiano non esiste questa alternativa, poiché i termini correnti già derivano dal latino.
[11] Questa espressione si trova per la prima volta nel testo De perenni philosophia dei filosofo e teologo Agostino Steuco o Steuchus Eugubinus (1496-1549). Con questo termine si voleva indicare una verità parcellizzata nei più disparati sistemi filosofici. Vedi Sladek, 1984, p. 8.
[12] Vedi a questo proposito Festugière, 1949-1954.
[13] Vedi anche Evola, 1983.
[14] Pernety, 1758, p. 17 (NdT: traduzione tratta dal Dizionario mito-ermetico, Phoenix, Genova 1980, vol. I,
p. 12).
[15] CitatodaBardeau, 1975,p.19.
[16] Adorno e Horkheimer, 1955, p. 30.
[17 ]Berman, 1983.
[18] L’energia “Orgon” di Wilhelm Reich ad esempio è uno di questi tipi di forze; non è però riconosciuta dalle scienze naturali e per questo i suoi esperimenti sono stati ostacolati e impediti. Ancora oggi si costruiscono e si utilizzano accumulatori di “Orgon”. Vedi Jtirgen F. Freihold, s.d. Su Reich vedi anche Berman, 1983, p. 136. Gli uomini chiamano sempre incantesimo o magia tutto ciò che non rientra nella loro concezione del mondo. Allo stesso modo la nostra tecnologia è magia per le persone dalla mentalità magica. Basti ricordare il “culto dell’aereo” nella Nuova Guinea. In Robert M. Pirsig, 1976, p. 39 s. dopo aver constatato che non solo gli indiani d’America conoscevano fantasmi e spiriti, si legge: “Anche l’uomo moderno ha i suoi fantasmi e spiriti”. “Ad esempio?”. “Per esempio le leggi della fisica e della logica …  Sono fantasmi … la legge di gravitazione non esiste da nessuna parte … è un fantasma … “.
“Ma perché allora tutti credono alla legge di gravitazione?”.
“Ipnosi di massa. Nota come ‘insegnamento scolastico’ nella sua forma ortodossa”.
[19] Le moderne tecniche di analisi del vino consentono di ricavare dal vino un numero maggiore di sostanze, ma l’argomentazione non ha perso niente della sua validità.
[20] Fulcanelli, 1964, I, p. 127.
[21] Lapidus, 1976, p. 13.
[22] Riguardo al termine “esoterismo”, cfr. ad esempio Miers, 1982. La parola significa nascosto, non destinato al pubblico. Ma: “A volte il termine esoterismo è solo una parola di copertura degli occultisti per giustificare affermazioni senza fondamento o falsità mirate … “.
[23] Come è descritto nella poesia del poeta americano Ezra Pound: “‘Alla vista della propria immagine riflessa” Oh caricatura altrui là nello specchio! Oh masnada confusa, schiera santa, oh abburattato dall’affanno, stolto, quale risposta? Oh voi innumerevoli, che bramate e giocate e battagliate, scherzate, sfidate e rendete vano, lo? Io? Io? E voi? Citato da Enzensberger, 1960, p. 285 (NdT: per la traduzione italiana è stato utilizzato il testo tedesco).
[24] Vedi ad esempio l’articolo di Thoerwald Dethlefsen, “Alchemie + Psychologie”, Essentia, 20+21, 1985 e Siegfried Karsten, “Auf dem Wege zur Alchemie”, Essentia, 19+25, 1985.
[25] esto di Basilio Valentino inizi con un’invocazione a Dio.
[26] Fulcanelli, 1964, I, p. 177.
[27] lvi, p. 135.
[28] In Zedler, 1732-1750, leggiamo: “L’archimia si distingue dall’alchimia e indica in particolare l’arte che insegna a trasformare i metalli imperfetti in metalli perfetti”. Libau (Libavius), Alchym. Pharmac praefat. oper., p. 12.
[29] Pemety, 1758, p. 532.